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Corruzione globale
GIANFRANCO PASQUINO
DONATELLA DELLA PORTA e ALBERTO VANNUCCI, Mani impunite. Vecchia e nuova corruzione
in Italia, Roma-Bari, Laterza, pp. 255, ? 16,00
IAN SENIOR, Corruption The World's Big C. Cases, Causes, Consequences,
Cures, Londra, The Institute of Economic Affairs, pp. 204, £ 12,50
TRANSPARENCY INTERNATIONAL, Global Corruption Report 2007. Corruption in Judicial
Systems, Cambridge, Cambridge University Press, pp. 372, £ 19,99
La corruzione è un fenomeno che ha molte cause, molte manifestazioni e molte implicazioni.
È un fenomeno diffuso, capillare, troppo spesso sottovalutato, se non addirittura giustificato
e condonato. Sono pronti a giustificarlo, da un lato, i sedicenti "multiculturalisti"
che lo attribuiscono alle tradizioni, presumibilmente da non infrangere, di vari popoli e paesi;
e dall'altro gli "sviluppisti", i quali ritengono che una modica dose di corruzione
agevoli lo sviluppo economico (certamente, non quello sociopolitico). Entrambi intrattengono
un atteggiamento pericolosamente comprensivo nei confronti dell'esistenza stessa della
corruzione. Soltanto di recente sembra finalmente essere aumentata la consapevolezza che ogni
forma di corruzione costituisce invece un fenomeno negativo e criticabile in tutti i settori nei
quali si palesa: economia, società, politica. Negli anni Sessanta e Settanta dello scorso
secolo, le teorie di alcuni political economists riuscivano forse a cogliere un'esigenza
reale, insopprimibile, persino "funzionale", nel breve termine: si condonavano
alcune manifestazioni della corruzione affinché nei paesi in via di sviluppo venissero
oliate le ruote della burocrazia e si consentissero decisioni e attuazioni opportunamente rapide.
Tuttavia, nel lungo termine, come appare oramai efficacemente dimostrato da alcuni importanti
casi africani, in special modo dalla Nigeria, la corruzione non è soltanto un prezzo da pagare
per uno sviluppo che altrimenti non avverrebbe. Al contrario, sono oramai molte le ricerche che
documentano come la corruzione sia un costo che va a carico negativo dello sviluppo e che si riversa
sui settori più deboli della società. La corruzione corrompe non soltanto tutti
i suoi protagonisti, ma in special modo le sfere dell'economia, della società, della
politica e le rende meno suscettibili di qualsiasi sviluppo. A danno soprattutto di una forma di
sviluppo che si tende spesso a sottovalutare, quello morale ed etico, il solo capace di favorire,
se non una democrazia funzionante e di accettabile qualità, quantomeno una convivenza
civile non basata su estorsioni e ricatti. Qui sta il primo problema, che non riguarda una mera questione
di definizione: che cosa è davvero, concretamente, la corruzione? Come si configura?
In qualche modo, la corruzione è uno scambio di favori fra persone che ne traggono vantaggio
a scapito di altri, molti o pochi. Uno scambio di favori che in qualche società è spesso
ritenuto inevitabile ("si è sempre fatto cosí"), accettabile, in qualche
modo addirittura positivo, se non fondamentalmente dovuto. Naturalmente, laddove questo scambio
di favori sia costitutivo di rapporti interpersonali tradizionali "normali", quella
che la maggioranza degli occidentali riterrebbe una pratica corrotta sarebbe, in una società
abitualmente fondata su comportamenti di questo tipo, semplicemente un'espressione dei
suoi canoni classici di funzionamento. Il rischio dell'etnocentrismo nella definizione
della corruzione, avvertono alcuni antropologi e sociologi, è dunque molto elevato. Per
sfuggirvi sembra assolutamente opportuno definire con grande precisione quali sono le fattispecie
che meritano di essere collocate nella categoria "corruzione". Non è un compito
facile e in una certa misura due validi studiosi come Donatella Della Porta e Alberto Vannucci vi
si sottraggono, decidendo piuttosto di guardare alla grande varietà di pratiche e comportamenti
corrotti che offre fin troppo sistematicamente il caso italiano.
Da parte sua, interessato quasi esclusivamente alla corruzione nel settore dell'economia,
Ian Senior sostiene che c'è corruzione «quando un corruttore fa in maniera segreta
un favore a un corrotto o a una persona indicata per influenzare azioni che possono beneficare il
corruttore o la persona indicata e sulle quali il corrotto ha autorità». La benemerita
organizzazione Transparency International definisce corruzione «l'abuso del potere
affidato per vantaggio privato», materiale o no, collegato ad ambizioni politiche e/o professionali.
Dal canto loro, Della Porta e Vannucci non si impegnano in una definizione precisa e preferiscono
usare la nozione di scambio come una rete a maglie molto larghe nella quale inseriranno numerose,
forse fin troppe, fattispecie di scambi impropri, illeciti, illegali, qualche volta fatti valere
con il ricorso o la minaccia del ricorso alla violenza.
Nel lessico italiano, la distinzione più efficace relativamente alle fattispecie di
"scambi" impropri mi sembra quella che viene colta dai due termini corruzione
e concussione. Nel primo caso, è il detentore del potere decisionale, politico o
burocratico, che estorce risorse, per lo più denaro, in cambio di una decisione, dovuta o
non dovuta, che avvantaggerebbe una persona, una famiglia, un gruppo, un'azienda o un partito
a scapito e a danno di tutti gli altri. Nel secondo caso, invece, a prendere l'iniziativa e
a offrire qualcosa ai decision-makers collocati a qualsiasi livello in cambio di una decisione
favorevole sono una persona, una famiglia, un gruppo, un'azienda, un partito e cosí
via.
Se e quando richieste e offerte, ovvero il circuito dello scambio corrotto, debbano essere
accompagnate da minacce e violenze rimane un punto discutibile. Nel loro schema, Della Porta e
Vannucci inseriscono quella che chiamano la «regolazione mafiosa della corruzione»,
che a mio modo di vedere, come ho accennato in precedenza, non può prescindere dalla minaccia
e dall'effettivo ricorso alla violenza, anche come prova provata per i riluttanti che "si
fa sul serio". Senior è invece incline a ritenere che, laddove intervenga la violenza,
la fattispecie fuoriesce dalla corruzione e si configura come un tipo di crimine che va dall'estorsione
alla rapina. Tuttavia, minacce velate di rappresaglie e di ritorsioni possono riscontrarsi anche
negli scambi corrotti, ovvero in alcuni di questi scambi, sia per la natura dei contraenti sia per
il tipo di risorse che vengono scambiate sia, infine, per il fatto che, a ragione dei contesti sociali,
politici ed economici nei quali avvengono, rischiano sistematicamente di degenerare in una serie
di conseguenze violente.
In generale, ovviamente, quanto più lo scambio corrotto è efficace tanto meno si
fonda su minacce o è costretto a ricorrervi. Anzi, in molti casi, lo scambio corrotto diventa
una sorta di routine istituzionalizzata le cui procedure tutti (o quasi) conoscono e nessuno (o
quasi) mette in discussione. Incidentalmente, questa situazione di business as usual
può diventare talmente congenita e congeniale che, quando vengono scoperti, i politici
(in special modo) manifestano la loro enorme sorpresa e se ne escono con drammatiche chiamate di
correità: "cosí fan tutti" (fortunatamente, non proprio tutti e neanche
dappertutto), a indicare l'esistenza di un alto e tacito grado di accettazione della corruzione
da parte di una molteplicità di attori.
Ma da chi vengono "scoperti" i corrotti e, in subordine, i corruttori? Sopra ho chiamato
in causa tre classiche figure di protagonisti di qualsiasi scambio corrotto: 1) i detentori del
potere politico (a tutti i livelli); 2) gli operatori della burocrazia; e 3) gli imprenditori,
fra i quali colloco anche i manager, i consulenti e gli avvocati delle compagnie nazionali e multinazionali.
Ciascuno di loro trae vantaggi personali dallo scambio corrotto, in concorrenza con e a scapito
di altri. Qualche volta tuttavia sia i politici sia gli imprenditori hanno sostenuto di avere operato
per proteggere e promuovere interessi superiori rispetto a quelli relativi alle loro persone
individuali: da un lato, gli interessi del loro partito (e, iperbolicamente, della democrazia),
dall'altro, gli interessi della loro azienda e, di conseguenza, dei lavoratori.
Naturalmente, avvantaggiare la propria azienda e salvare il posto di lavoro dei propri dipendenti
attraverso la corruzione può significare la creazione di molti problemi, anche occupazionali,
per le aziende che non ricorrono alla corruzione e, in definitiva, produrre effetti negativi su
un sistema economico nel quale operino aziende corrotte e, probabilmente, meno efficienti. Quanto
alla sfera politica, è opportuno affermare con chiarezza, al limite della brutalità,
che nessun politico si limita a "rubare per il partito", ovvero per salvaguardare un'idea,
un ruolo, una visione di società. Il politico che usa della corruzione, anche se solo per
favorire in parte il suo partito, spesso migliora il proprio status nel suo stesso partito e le proprie
prospettive di carriera. Il politico corrotto, proprio come la moneta cattiva, scaccia il politico
onesto. A loro volta, i partiti corrotti corromperanno ovviamente il sistema politico e la sua
qualità. Una democrazia dove molti entrano in competizione per ottenere favori e finanziamenti
illeciti non riuscirà mai a diventare consolidata e apprezzata. Non sappiamo se le democrazie
corrotte siano destinate a inevitabili crolli, ma certamente quanto è successo in Italia
nel 1992-1994 suggerisce che i crolli sono possibili. Sappiamo invece che, come mettono in splendido
rilievo Della Porta e Vannucci, dalla spirale sistemica della corruzione è difficilissimo
liberarsi sia per i singoli che per il sistema nel suo complesso. Anzi, vi si affonda come nelle sabbie
mobili.
«Quanto più la corruzione è diffusa e praticata, tanto minori sono i rischi
di essere denunciati o scoperti, e più alto è il costo della scelta di rimanere onesti.»
Vale, naturalmente, anche il contrario, ovvero, minore è la corruzione sistemica tanto
più elevato il costo politico di farvi ricorso. Al proposito, merita di essere segnalato
un curioso esperimento riferito da Senior. Alcuni portafogli vennero "smarriti"
appositamente per misurare quale fosse il tasso di loro restituzione alla polizia locale. Tutti
(sic) i portafogli vennero restituiti in Norvegia e Danimarca, il 70 per cento in Spagna,
il 35 per cento in Italia e il 21 per cento in Messico. Queste percentuali sono davvero eloquenti
e, in effetti, i confronti internazionali sono densi di interessanti rilevazioni e implicazioni.
Uno dei problemi più gravi della corruzione sul piano internazionale è, a prescindere
da qualsiasi considerazione, la disponibilità degli operatori economici a pagare tangenti
per fare affari in un dato paese. Transparency International ha misurato questa disponibilità
su una scala da uno (massima) a dieci (minima). I risultati sono presentati da Senior (p. 192). Con
il punteggio di 8 o più, vale a dire limitatissima propensione a pagare tangenti, troviamo,
nell'ordine, Australia, Svezia, Svizzera, Austria e Canada. La Gran Bretagna è a 6.9;
gli USA a 5.3; l'Italia a 4.1. La situazione non cambia, in particolare per quel che riguarda
i primi posti, secondo i dati del 2006 (riportati da Global Corruption), tranne che Gran
Bretagna e Stati Uniti migliorano significativamente le loro posizioni e anche l'Italia
fa qualche passetto avanti.
Nel complesso, però, quando si guarda alla classifica dei paesi redatta con riferimento
alla percezione della corruzione, l'Italia occupa il quarantacinquesimo posto, mentre
la Francia sta al diciottesimo, la Spagna al ventitreesimo, il Portogallo al ventiseiesimo (Global
Corruption, pp. 325-330). Per dovere di documentazione, mi pare assolutamente opportuno
sottolineare che ai vertici virtuosi di questa graduatoria si trovano tutti i paesi scandinavi
nonché quelli della diaspora anglosassone (Nuova Zelanda, Australia, Canada): unico intruso
Singapore, il cui autoritarismo politico si accompagna a un rigoroso controllo sulle possibilità
di corruzione e a pesanti sanzioni. Da inglese che, ovviamente, preferirebbe vivere in un suo splendido
isolamento, Senior trova anche un modo sottile per criticare l'Unione Europea. Da un lato,
afferma con qualche ragione che l'UE, se vuole essere credibile nella battaglia contro la
corruzione nel resto del mondo, dovrebbe essere più severa nel punire gli episodi di corruzione
verificatisi al suo interno. Dall'altro, in maniera molto sottile, documenta come a ogni
allargamento nel numero degli Stati-membri la percezione della corruzione è cresciuta
(ricordo che i punteggi elevati segnalano poca corruzione, quelli bassi molta corruzione): 7.36
nell'Europa dei Quindici; 7.03 nell'Europa dei Venticinque; 6.28 nell'Europa
che, oltre alle appena entrate, Bulgaria e Romania, includesse anche Croazia e Turchia. Non è
però da escludere che proprio l'appartenenza all'Unione Europea possa consentire
una più ampia ed efficace azione di contrasto nei confronti della corruzione.
La misurazione della propensione non deve però portare alla indebita conclusione che
la corruzione sia una faccenda legata esclusivamente al carattere nazionale. Anche se Global
Corruption mette in evidenza che in troppi casi e contesti, in special modo nel continente
africano, l'accettazione della corruzione è enorme, appare opportuno guardare ad
alcuni elementi strutturali. Questi elementi sono efficacemente sintetizzati da Della Porta
e Vannucci: «La corruzione tende a crescere con la complessità e il grado di discrezionalità
nella regolazione, l'inefficienza dell'amministrazione pubblica, il tempo richiesto
alle imprese per gestire i loro rapporti con lo Stato, la sfiducia nel funzionamento della democrazia;
essa tende invece a diminuire quanto più elevati sono la qualità dello Stato sociale
(e la quantità di servizi pubblici forniti), i livelli di libertà economica, il
rispetto dello Stato di diritto, la libertà d'informazione, l'entità
delle sanzioni penali attese». Sarebbe stato meglio se i due autori avessero proceduto a
differenziare fra le forse eccessivamente numerose variabili che accumulano e che, qualche volta,
sembrano tautologiche. A esempio, la sfiducia nel funzionamento della democrazia potrebbe essere
non una variabile che spiega la corruzione, ma che dipende dall'esistenza di un alto tasso
di corruzione. In maniera alquanto ingegnosa, Senior ha individuato quindici variabili che potrebbero
influenzare esistenza e grado di corruzione e con un'analisi di regressione è riuscito
a stilarne la graduatoria.
Da un lato, la libertà della stampa e il rispetto dei diritti sono le due variabili che
si accompagnano a più bassi livelli di corruzione, mentre elevati livelli di regolamentazione
dell'economia, del mercato e delle banche aprono numerosi spazi alla corruzione. Ciò
detto, due variabili hanno dato risultati sorprendenti e controintuitivi. Il grado di intervento
del governo nel sistema economico non si accompagna e non fa crescere la corruzione ma, ancora più
interessante, la religiosità non costituisce affatto una barriera contro la corruzione.
Anzi, con grande sconforto di Senior (ma non dei "laici"), la maggiore religiosità
misurata sotto forma di frequenza (una o più volte la settimana) alle pratiche religiose
«è associata con più corruzione». Al proposito, bisognerebbe esplorare
di quale religione si tratta.
La corruzione può essere combattuta dal di fuori, vale a dire da quelle compagnie nazionali
e multinazionali che si rifiutino di pagare tangenti e di entrare in pericolosi rapporti di scambio
con i funzionari e i politici degli Stati corrotti. Questo richiederebbe la formazione di una sorta
di cartello fra le compagnie occidentali che, per una pluralità di ragioni, sono abitualmente
in competizione fra di loro. Fino a ora, non è comunque stato possibile dare vita a cartelli
"immacolati", in special modo quando il problema sia come trattare con i paesi produttori
di petrolio, i quali, a loro volta, si ergono in cartello tutt'altro che inclini a moderare
le loro richieste anche di esborsi sottobanco. Né si può pensare a sostituzioni in blocco
di classi dirigenti nei paesi in via di sviluppo poiché, spesso, quelli che subentrano non
sono meno corrotti di coloro che vengono sostituiti. Cosicché, soprattutto nelle istituzioni
internazionali, è stata lanciata una strategia di sostegno alle organizzazioni non governative
(ONG) operanti in questi paesi, con risultati ancora non particolarmente incoraggianti, anche
perché i detentori del potere politico infiltrano spesso le ONG che operano nei loro Stati
e le piegano ai loro interessi.
Probabilmente, il terreno più promettente sul quale combattere la guerra contro la corruzione,
non soltanto nei paesi in via di sviluppo, ma in tutti i paesi, è quello della costruzione intelligente
di istituzioni dotate di potere di controllo e di sanzione: i sistemi giudiziari. L'analisi
di questi sistemi, del modo in cui sono formati (e i loro operatori vengono addestrati) e operano,
costituisce il contributo di enorme importanza di Global Corruption. Il volume contiene
importante materiale su un numero elevatissimo di paesi (Italia compresa) di tutti i continenti.
In estrema sintesi, laddove i giudici sono integerrimi, reclutati su base di merito e di competenza,
promossi perché capaci, dotati di stabilità nelle loro funzioni e pagati adeguatamente,
grande è la finestra di opportunità attraverso la quale è possibile combattere
la corruzione, politica e di qualsiasi altro tipo. Il breve ma denso capitolo di Stefan Voigt, "When
are judges likely to be corrupt?", delinea in maniera limpida e convincente le condizioni
grazie alle quali è possibile pervenire a un sistema giudiziario efficiente, rigoroso,
competente e non manipolabile, e mantenerlo. Tuttavia, non è sufficiente pagare in maniera
adeguata i giudici per metterli al riparo dalle tentazioni e dalle infiltrazioni. Bisogna operare
anche sul sistema delle norme e delle procedure e sulle associazioni di avvocati e i loro codici
professionali.
Sappiamo da tempo che per difenderci dal potere politico dobbiamo sperare che ci sia "un
giudice a Berlino", che sia indipendente, adeguatamente stipendiato, circondato dalla
stima e dalle competenze dei suoi colleghi. Global Corruption aggiunge che giudici di
questo genere debbono essere selezionati, reclutati e promossi un po' dappertutto nel mondo,
ma anche che è molto difficile conseguire in tempi non lunghi esiti positivi. Il caso italiano
suggerisce poi che giudici competenti e preparati non possono da soli sconfiggere reti sistemiche
di corruzione nelle quali prosperano politici d'affari, burocrati, faccendieri, imprenditori
e mafiosi. Sembrerebbe plausibile concludere, sulla scorta di questi utili e intelligenti volumi,
soprattutto grazie alle loro rilevazioni comparate, che ciascuna società e ciascun sistema
politico hanno la corruzione che si meritano e che continuano ad alimentare. Fortunatamente,
accrescendo le conoscenze sulle modalità di espressione della corruzione, nazionale
e internazionale, siamo oggi in grado, volendo, ovvero operando sulle istituzioni e sulle regole,
di combatterla meglio e con maggiore efficacia. Tuttavia, una politica corrotta, come dimostra
il caso italiano, non ha nessun interesse a sconfiggere e obliterare le fonti della sua corruzione
e del suo potere.
GIANFRANCO PASQUINO è professore di Scienza politica nell'Università
di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. I suoi volumi più
recenti sono Sistemi politici comparati (Bononia University Press, 2007, 3a
ed.), Le istituzioni di Arlecchino (Scriptaweb, 2007; anche in rete: www.scriptaweb.it);
e Prima lezione di scienza politica (Laterza, 2008). Ha inoltre curato Strumenti
della democrazia (Il Mulino, 2007).
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