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l Bosco dell'Informazione
ENZO GOLINO


Furio Colombo, Post giornalismo. Notizie sulla fine delle notizie, Roma, Editori Riuniti, pp. 142, €10,00

Non accade di frequente nell'editoria saggistica che i titoli della collana, del libro, gli eventuali sottotitolo e sommario, tutti elementi paratestuali, rispecchino con sufficiente approssimazione i contenuti stampati nelle pagine e la mentalità dell'autore. Non accade di frequente che persino l'immagine di copertina renda visibile in modo esplicito, e magari a contrasto, il tema trattato. Infatti è il dettaglio di una macchina per scrivere (definizione raccomandata in illo tempore dagli insegnanti dei corsi per nuovi assunti alla Olivetti) che campeggia nella parte bassa della copertina. È uno strumento in via di estinzione, quasi obsoleto persino nei mercatini del modernariato. Oggi nell'era del postgiornalismo analizzata da Furio Colombo, è il computer che meglio rappresenta simbolicamente il mestiere e la condizione – persino contrattuale – di chi lavora nei giornali. Un mestiere che quel prefisso "post", adoperato nel titolo con chiare intenzioni di ludica e drammatica ambiguità, potrebbe catastroficamente essere rappresentato come postumo.

L'argomento di questo libro, oltre che nel titolo, è racchiuso in quel rigo di sommario, Notizie sulla fine delle notizie, frutto di un'indagine attraverso i media televisivi e della carta stampata nel Bosco dell'Informazione dove il Lupo, la Nonna e Cappuccetto Rosso si scambiano i ruoli a loro piacimento e secondo le opportunità più vicine ai loro interessi. Una triade governata da un burattinaio, Silvio Berlusconi, il cui potere attrattivo – si spera in fase calante dopo le più recenti esibizioni – risiede nella potenza economica e mediatica, nella capacità di inquinare i pozzi e confondere le piste, nell'abilità impunita di non rispettare le regole, nel godere di una compiacenza esercitata dagli amici, dai complici, e a volte anche dagli avversari che mettono in campo gli alibi più diversi: a cominciare dall'ipotesi di neutralizzare senza demonizzare l'invadente performer.

Se queste affermazioni, correnti dai tempi della sua «discesa in campo», sembrano banali e ripetitive, banalità e ripetitività affermate con forza sono probabilmente l'unica arma di difesa, la testarda volontà di accumulare prove, un tentativo di allestire dighe, trincee, reticolati per contrastare la valanga propagandistica di un teatrino demagogico che oscilla fra l'avanspettacolo e il gene – non il genio – trasformista.

Furio Colombo ha fatto bene a scegliere la dichiarazione (24 settembre 2007) di un grande anchor man americano, Dan Rather, e a stamparla in copertina: «Qualcuno a un certo punto doveva uscire allo scoperto e dire che la democrazia non è in grado di sopravvivere se i media sono continuamente colpiti da interferenze e intimidazioni del potere politico e del grande business». Equivale, questa sorta di autobiografica identificazione, alla mentalità di chi ha scritto Post giornalismo (per una collana che si chiama La vera storia diretta da Mario Almerighi, magistrato), a un curriculum fitto di percorsi molteplici dove tutto si tiene: l'esperienza nell'industria e nell'università, in giornali e in televisione; l'impegno parlamentare fino al seggio in Senato; la scrittura narrativa, saggistica, giornalistica; la passione civile, il fiuto del politico impolitico, la managerialità culturale... Tutto ancorato al solido pilastro di una funzione etica irrinunciabile che nutre in queste pagine anche l'appassionato ricordo di figure esemplari del giornalismo senza post: Mario Pannunzio e la testata Il Mondo da lui fondata e diretta, e Paolo Murialdi con le sue pagine culturali del nuovo quotidiano Il Giorno, i libri che ha scritto, la presidenza della Federazione Nazionale Stampa Italiana, il ruolo nel CDA della Rai.

Vorrei ora disegnare un rapido scenario teorico e pratico per ambientarvi questo libro, che si legge con avidità pur conoscendo le posizioni dell'autore. Non è una novità, ma è sempre meglio ribadirlo, sapere che «oggi un paese appartiene a chi controlla le comunicazioni»; «ormai non solo gli studiosi della comunicazione, ma anche il grande pubblico sta avvertendo di vivere nell'Era della Comunicazione». Questa «si è trasformata in industria pesante», tanto che «ogni cittadino del mondo diventa membro di un nuovo proletariato», sul quale piovono le bombe di un immenso materiale informativo. «Chi riceve il messaggio pare avere una libertà residua: quella di leggerlo in modo diverso», e in questa diversità consiste la speranza «di poter ridare agli esseri umani una certa libertà di fronte al fenomeno totale della Comunicazione».

Non è un obiettivo facile da raggiungere, non basteranno soluzioni strategiche come l'invito a «occupare la sedia del Presidente della Rai» o «la sedia del Ministro delle Informazioni» o altri luoghi analoghi. Tali soluzioni potranno anche ottenere «il successo politico ed economico», ma non vincere «la battaglia per la sopravvivenza dell'uomo come essere responsabile nell'Era della Comunicazione». Alle «soluzioni di strategia bisognerà sostituire "soluzioni di guerriglia", occupando le prime sedie davanti al televisore, alla radio, alla pagina di giornale, allo schermo cinematografico».

Questa battaglia, infatti, «non si vince dove la comunicazione parte ma dove la Comunicazione arriva». Essere presenti nel punto d'arrivo significa illustrare e far capire a quanta più gente possibile i messaggi inviati dalle emittenti e quali sono gli interessi di queste emittenti legati alle notizie che scelgono di trasmettere... Si tratta di «un'azione per spingere l'udienza a controllare il messaggio e le sue molteplici possibilità di interpretazione» e di «combattere una guerriglia culturale porta a porta» nel ruolo di agenti della «Ricezione Critica».

Dal rapido scenario elaborato altrove ho prelevato le frasi più significative e le ho citate tra virgolette. Credo siano una buona chiave di lettura per affrontare Post giornalismo: libro da adottare non solo nelle scuole di giornalismo ma anche nelle scuole di scrittura per il ritmo incalzante della prosa e della documentazione che lo distingue. Oltretutto, è un manuale di resistenza, insegna ai giornalisti, a chi li legge, a chi li guarda, a chi li ascolta, come evitare la deriva del postgiornalismo, appunto la fine delle notizie, mostrando un panorama glocal – cioè globale e locale – dove appaiono leader come Berlusconi, Bush, Blair, Putin, il Sismi e l'«uomo dei servizi» Pio Pompa, l'industria della moda (in una prossima edizione Colombo non dovrebbe trascurare la farmaceutica e l'automobilistica), commissioni parlamentari come la Telekom Serbia e la Mitrokin, la giostra dei talk show e l'esemplare smontaggio che Colombo esegue della trasmissione Porta a porta, adoperando grimaldelli concettuali adatti alla bisogna, la presenza ossessiva di alcuni politici sul video nelle forme di una concertata e impudica compagnia di giro o di un cast-casta (neologismo coniato da lui), i giornali che scelgono l'alleggerimento tipo magazine per questioni di mercato… E ancora altri soggetti e oggetti attivi delle condizioni in cui ha prosperato e prospera il postgiornalismo svuotando i fatti del loro contenuto: appunto la notizia.

Il libro si chiude con un fervido invito ai colleghi politici di rinunciare alle esibizioni televisive, soprattutto a certi talk show come Porta a porta liberando il tempo dei telespettatori prima che sia troppo tardi, prima che la crisi di credibilità della classe politica diventi irrimediabile, restituendo cosí un po' più di rispetto alla politica degradata dai duelli in video. Una sorta di sciopero del godimento mediatico che – azzardo un ardito parallelo fra il 411 avanti Cristo e l'anno di grazia 2007 – ricorda l'impresa di Lisistrata e delle donne ateniesi: decisero di rifiutarsi ai mariti fino a quando non avessero posto fine alle continue guerre. Vinsero quelle donne, ma non so se Furio Colombo, novello Aristofane mediatico, riuscirà a ottenere lo stesso risultato. Apprezzo la fiducia e la speranza e l'utopia del suo radicalismo liberal perché fiducia, speranza, utopia sono in lui anche qualità dell'immaginazione che non si sottrae, quando diventa una dote anche politica, alle caratteristiche di una ben armata ingenuità.

A questo punto, però, non posso trascurare il fatto che l'autore è anche un narratore. Suggerirei di leggere o rileggere, dei suoi libri, il romanzo Privacy (l'ho recensito su la Rivista dei Libri, n. 7-8, luglio-agosto 2001): secondo paradigmi visionari di marca orwelliana, Colombo racconta la sinistra attività di un Global Mind System e agita inquietudini che ritornano saggisticamente prospettate in Post giornalismo.

Ma non voglio addentrarmi nell'annosa questione dei rapporti fra letteratura, giornalismo, saggistica. Né cederò alla tentazione letteraria – come spesso accade in casi del genere – di affermare che Post giornalismo è il romanzo dell'informazione negata. Mi sembra anche sostenibile, è una formula suggestiva. Ma c'è un dato strutturale che impone un'attendibilità più precisa, meno generica. In Post giornalismo, come in altri suoi libri di riflessione sociopolitica e mediatica, Furio Colombo tratta gli argomenti come se fossero personaggi, li accompagna lungo tragitti fattuali in cui li fa incontrare con i personaggi reali in un concerto di voci dialettiche dal passo narrativo: ovviamente, non manca la sua, a volte amaramente autobiografica ma soffusa di civile pudore anche quando s'intravede la rabbia, l'indignazione, la durezza, l'ironia al calor bianco.

La migliore conclusione da apporre a quanto ho finora detto è un'idea di democrazia che Colombo ricava da Giovanni Sartori, un maestro autentico, un maestro naturale. È l'idea che «la democrazia non è solo il voto ma è l'insieme delle condizioni giuridiche, culturali, psicologiche, che consentono la vita democratica e la nutrono». Post giornalismo è un decisivo contributo a questa idea di democrazia, la stessa che traspare dal sintetico quadro concettuale dove ho ambientato la possibile chiave di lettura del libro: ebbene, quel profetico scenario è il frutto di un montaggio di frasi estratte da una relazione al Congresso Vision '67 che si tenne a New York nell'ottobre 1967. Sono trascorsi poco più di quarant'anni, è un intervento attualissimo, ancora oggi utile. Molto si è detto e si è scritto sull'argomento, ma sia quel contributo sia Post giornalismo, tra gli esemplari (non solo in Italia) che nell'analisi dei media hanno una voce originale, si integrano a vicenda intrecciando prassi e teoria. Il titolo di quel testo (poi raccolto nel volume Il costume di casa. Evidenze e misteri dell'ideologia italiana, Milano, Bompiani, 1973) è Per una guerriglia semiologica; l'autore – un brillante studioso all'epoca trentacinquenne – corrisponde al nome e al cognome di Umberto Eco.


ENZO GOLINO collabora a L'espresso, la Repubblica e altre testate. I suoi libri più recenti: Sottotiro. 48 stroncature (Manni, 2004) e l'edizione accresciuta (Bompiani, 2005) del saggio Pasolini. Il sogno di una cosa. Pedagogia, Eros, Letteratura dal mito del popolo alla società di massa (edito da il Mulino, 1985 e da Bompiani, 1992). Per la Collezione Premio Strega edita dalla UTET ha pubblicato le Prefazioni a tre romanzi: Madre e figlia di Francesca Sanvitale e La dismissione di Ermanno Rea nel 2006, Vita di Melania G. Mazzucco nel 2007.

 
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