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Un liberale raro
GIANFRANCO PASQUINO
TIZIANO BONAZZI e SAFFO TESTONI BINETTI (a cura di), Il liberalismo di Nicola Matteucci,
Bologna, Il Mulino, pp. 190, €15,00
MASSIMO TEODORI, Nicola Matteucci. Il liberale scomodo, Roma, Rai-Eri/LUISS
University Press, pp. 106, €12,00
Da qualche tempo, all'incirca dal 1989, anno della caduta del muro di Berlino, quando
venne festeggiata la vittoria delle democrazie sui comunismi malamente realizzati, sembra che
l'unica formula politica valida sia rappresentata dal liberalismo. Cosicché, anche
se un po' dappertutto imperversano alcuni tipi di pericolosi fondamentalismi, a partire
da quello islamico-jihadista, da più parti, soprattutto in Italia, si sostiene che saremmo
tutti liberali, ovvero che dovremmo diventare tutti liberali. Anzi, con il liberale Croce si potrebbe
persino giungere ad affermare che «non possiamo non dirci liberali». Scherzosamente,
ma non del tutto, vorrei sottolineare che, all'adesione troppo spesso acritica, confusa
e furbesca al liberalismo, fa eccezione Cipputi che, in una fulminante vignetta di Altan, risponde
all'affermazione del Bigazzi «è ora di essere liberal», dichiarandosi
candidamente «sozialist».
In effetti, nonostante i troppo prematuri necrologi in morte del socialismo, un po' dovunque
e non soltanto in Europa esiste ancora un pensiero socialista, alternativo a quello liberale.
In Italia, invece, con la costruzione del Partito Democratico, il pensiero socialista, peraltro
già sostanzialmente minoritario, è stato messo in soffitta. Il pensiero liberale,
tuttavia, non può trarre nessun vantaggio dalla (con)fusione tra una cultura democristiana
e una cultura comunista.
È noto e risaputo, ma non sufficientemente lamentato, che in Italia il pensiero liberale
non è mai stato molto vigoroso e molto diffuso. Certamente, non è mai stato maggioritario,
schiacciato come era, in particolare nel secondo dopoguerra, fra due grandi partiti caratterizzati
da modalità operative di tipo chiesastico: democristiani e comunisti. Anzi, per quanto
prima del 1945 fosse esistita una minoritaria corrente di pensiero liberale luminosamente
rappresentata da Benedetto Croce, mirabilmente raccontata da Guido De Ruggiero, convintamente
continuata, anche se non precisamente sul piano della riflessione politica, da Luigi Einaudi
(ma non dal Partito Liberale Italiano in quanto tale) e messa al centro del discorso sulla democrazia
da Giovanni Sartori1 ebbene, se non fosse stato per gli scritti e gli studi di pochissimi
studiosi, fra i quali Rosario Romeo e Nicola Matteucci, potremmo dire che, in Italia, di liberalismo
politico non se ne sono viste che pochissime tracce significative. E oggi meno che mai. Da un lato,
infatti, il Partito Democratico sotto la leadership di Walter Veltroni appare un confuso esperimento
di sincretismo nel quale sono confluite la fallita ideologia comunista che, anche nella sua relativamente
apprezzabile versione gramsciana, non può in alcun modo riconfigurarsi come liberale,
e una qualche variante di cattolicesimo democratico, il cui liberalismo non si è mai concretamente
espresso né nella pratica di governo della DC (alla quale collaborarono molti degli esponenti
ora entrati nel PD) né in qualche elaborazione teorica degna di nota. Dall'altro lato,
si fa davvero fatica a credere che i "moderati", tanto invocati da Silvio Berlusconi,
abbiano elaborato qualche forma di liberalismo dentro Forza Italia, oppure che l'ultimo
nato, ovvero, il Partito del Popolo, abbia a suo fondamento una qualche riflessione intellettuale
significativa, originale, liberale.
Il fatto è che sarebbe molto opportuno intenderci, anzitutto, sui termini, vale a dire
procedere a una definizione convincente di che cosa è il liberalismo per utilizzare poi quella
definizione in maniera non rigida, ma neppure permissiva, nella valutazione del tasso reale di
liberalismo presente nei due maggiori partiti, nelle loro politiche e, forse, anche nella cultura
complessiva del paese. All'uopo, l'apporto di studio e di elaborazione di Nicola Matteucci
può risultare non soltanto utile, ma essenziale. Si rivela dunque un esercizio intellettuale
illuminante, e al tempo stesso molto gratificante, soffermarsi ad analizzare il suo pensiero.
A poco più di un anno dalla sua morte, l'opera di Matteucci viene variamente presentata
ed esplorata nei due agili, molto interessanti, volumi curati, l'uno da due suoi allievi,
Tiziano Bonazzi e Saffo Testoni Binetti, l'altro da un suo estimatore, Massimo Teodori.
Vorrei partire da un'osservazione minima, ma rilevante anche per chiarire dove si collocava
il liberalismo di Matteucci. Come osserva giustamente Teodori, lo studioso liberale Nicola Matteucci
ebbe, in quanto intellettuale pubblico, che interveniva cioè nel dibattito delle idee e
della politica, rapporti di frequentazione e stima soprattutto con un leader repubblicano, Ugo
La Malfa, che dal punto di vista del pensiero e dell'azione politica non fu né un conservatore
né un liberista. E, in effetti, il liberalismo come venne definito, "raccontato"
e interpretato da Matteucci non si identificò mai né con il conservatorismo all'italiana,
ovunque venisse praticato, né con una visione liberista dell'economia, anche perché
Matteucci ritenne che il liberalismo era una corrente di pensiero politico che poteva anche incrociarsi
con il liberismo, ma non poteva e non doveva esserne né caratterizzata né impregnata
in maniera decisiva ed esclusiva né, tantomeno, subordinata. Allora, che cosa è il
liberalismo?
Secondo Matteucci, il liberalismo è, anzitutto e soprattutto, una teoria della libertà
e, di conseguenza, dei diritti dell'individuo. In conclusione della sua lunga voce "Liberalismo"
scrisse: «Non si dimentichi che i diritti sono il fondamento del liberalismo, e che esso è
nato proprio dalle tante carte che li proclamano».2 La discussione sulla libertà
che Matteucci collega ai classici che se ne sono occupati ampiamente in termini sia di libertà
negativa (da impedimenti) sia di libertà positiva (opportunità) viene da lui
impostata in maniera precisa come libertà non nello stato, che rischierebbe di
portare a una visione dello stato oscillante fra l'etico e l'organicistico, ma
libertà dallo stato. Al proposito, due punti da lui sollevati e discussi appaiono
particolarmente importanti. Il primo è che la libertà dei cittadini nasce nell'ambito
della società civile, della ricchezza, della densità, dell'articolazione
e della qualità del suo tessuto associativo: lí cresce, lí diventa, come direbbero
gli studiosi americani, robusta e vibrante. Nell'accentuazione del ruolo e delle potenzialità
della società civile, si sente, fortissima, l'influenza di Tocqueville, di cui
Matteucci ha curato la traduzione e pubblicazione degli Scritti politici per la UTET.
In quanto teoria della libertà, il liberalismo è anche una filosofia della politica,
ovvero un modo di leggere, analizzare, interpretare la vita politica, ma, non essendo una dottrina
dogmatica, mantiene nel tempo la flessibilità che gli consente di adattarsi a tutti i problemi
nuovi che riguardano la sfera della libertà e, in special modo, quella dei diritti individuali.3
Il secondo punto è che la libertà deve essere protetta e promossa contro, non tanto
lo stato, quanto il governo. Sappiamo che esiste una versione del liberalismo che argomenta la
superiorità del governo minimo e, sicuramente, Matteucci non era un fautore dell'espansione
del ruolo, della presenza, dei compiti del governo e dello stato. Qui, forse, si misura la distanza
dal pensiero socialista che, invece, ritiene che lo stato, ovvero il potere politico, possa e debba
essere utilizzato per dare eguaglianza di opportunità e per ridurre le disuguaglianze
fra i cittadini. A quanto mi consta, però, Matteucci non era un nemico dichiarato e acerrimo
del welfare state. Il suo «liberalismo in un mondo in trasformazione» (dal
titolo del libro, pubblicato nel 1972, che rimane il suo più apprezzabile manifesto e che
viene lungamente e intelligentemente analizzato da Girolamo Cotroneo: "Teoria e pratica
del liberalismo", nella raccolta Il liberalismo di Nicola Matteucci) era, come
è nella sostanza il liberalismo dei grandi teorici, flessibile e articolato, non una camicia
di forza ideologica nella quale imprigionare il pensiero e paralizzare comprensione e azione.
Proprio perché il liberalismo si occupa di società, di governo e di stato, deve
dare regole affinché non si manifestino fenomeni di invasione impropria e pericolosa di
territori. Il valore da tutelare e da promuovere è la libertà; le regole servono a
stabilire, incoraggiandoli, i comportamenti corretti e a sanzionare, punendoli, i comportamenti
nocivi. La traduzione in regole del pensiero liberale, che non è soltanto un asettico esercizio
di tecniche, si chiama costituzionalismo: è questo il terreno sul quale il liberalismo ha
dato il meglio di se stesso.4 È anche il terreno sul quale, come rileva opportunamente Angelo
Panebianco ("Liberalismo e scienza politica", in Il liberalismo di Nicola Matteucci),
il liberalismo incrocia le scienze sociali e, in special modo, la scienza politica e può produrre
frutti importanti anche e qui dissento da Panebianco in termini di applicabilità
dei suoi princípi fondanti, delle sue tecniche, delle sue regole istituzionali. In maniera
perentoria credo che sia possibile affermare che le moderne democrazie liberali sono tutte democrazie
costituzionali, persino la Gran Bretagna, che pure, concretamente, non ha una vera e propria costituzione
scritta, ma vive su precedenti e su consuetudini (aggiungerei su costumi e su "stili")
che, nel loro complesso, ammontano a molto di più che una "semplice" costituzione.
Il costituzionalismo è una tematica talmente importante nel pensiero e negli scritti di
Matteucci che addirittura tre degli autori (Maurizio Fioravanti, Luigi Compagna e Giuseppe Buttà)
del libro curato da Bonazzi e Testoni vi si confrontano da diversi punti di vista. Compagna nota
che, secondo Matteucci, «senza costituzionalismo … non poteva esserci liberalismo:
fu questo il sentimento al quale i suoi scritti si incaricarono per mezzo secolo di offrire buoni
argomenti». Giuseppe Buttà esplora a fondo gli studi di Matteucci su quella che è
stata e rimane non soltanto la prima, ma la migliore e inimitabile Costituzione liberale, quella
degli Stati Uniti d'America. Infine, Maurizio Fioravanti rileva che l'interpretazione
del costituzionalismo di Matteucci ruota intorno all'esistenza originaria di «una
pluralità di poteri, che la costituzione assume e disciplina, con il compito di rappresentare
il loro spazio comune, e le condizioni del loro equilibrio».
Tanto nella teoria quanto nella pratica, il costituzionalismo liberale si è trovato
a fare i conti con due problemi, tuttora reali: la separazione dei poteri, che nella visione costituzionale
statunitense è stata, invece, tradotta in una «separazione delle istituzioni che
condividono i poteri», e la limitazione del potere, che nella Costituzione USA si esprime
nella predisposizione di freni e contrappesi, checks and balances, anche a causa della
necessità che hanno le istituzioni esecutivo, legislativo, giudiziario
di confrontarsi e, a determinate condizioni, di collaborare se non vogliono entrare in una situazione
di scontro o di stallo. Pensiero, "tecnica" e prassi del liberalismo costituiscono
l'antitesi ovvero, e forse meglio, il polo opposto di qualsiasi interpretazione e traduzione
totalitaria nella quale il pensiero è unico e ideologico, la tecnica non comporta limiti
alla concentrazione del potere e la competizione politica, fra partiti e gruppi, è impossibile
perché bandita.
Il liberalismo è riconoscimento e incoraggiamento al pluralismo e alla competizione,
aperta e regolata. Nel totalitarismo un solo gruppo, il partito unico, concentra tutto il potere.
Principio cardine del liberalismo è, invece, che i vari tipi di potere presenti a partire
dal momento in cui le società occidentali entrano nella modernità, ovvero i poteri
economico, militare, religioso, nobiliare, sociale, culturale (oggi diremmo dei mass media,
o mediatico) non debbano e non possano trasferirsi automaticamente, senza regole e senza filtri
nella sfera politica.
Comunque, a nessuno di quei poteri può venire concesso di conquistare il potere politico.
Infatti, laddove il potere politico non gode di autonomia funzionale effettiva dagli altri poteri
oppure, peggio, viene conquistato da uno di loro, a esempio, dai militari o dai religiosi o dai capitalisti
in quanto tali, non soltanto viene meno la possibilità per i cittadini di scegliere con
un libero voto il loro governo, ma muore il liberalismo, che è tecnica e pratica di separazione
dei poteri e di limitazione dell'esercizio del potere politico. Tutto questo è destinato
a rimanere, naturalmente, problematico. La sovrapposizione del potere economico e/o mediatico
al potere politico e al suo esercizio configura fattispecie che, nel caso italiano, ma anche in
tutte le democrazie liberali, meritano la definizione di "conflitto di interessi".
Purtroppo, in Italia, questa tematica è diventata assolutamente politicizzata. Su
di lei, anche i liberali, come Nicola Matteucci e Giovanni Sartori (e, sia pure da prospettiva diversa,
vale a dire liberalsocialista, Norberto Bobbio) si sono separati. Bobbio e ancor più Sartori
si sono impegnati in un'intensa opera di denuncia e di contrasto del conflitto di interessi
sul piano culturale, giuridico e politico.
Forse a causa della sua visione più strettamente costituzionale, e meno politica, del
liberalismo, Matteucci ha sottovalutato la sfida che il conflitto di interessi ha portato alla
democrazia italiana, già non molto liberale, e alla sua società civile. Probabilmente,
questa assenza di approfondimento, se è, come a me pare, davvero tale, merita un'esplorazione
più mirata negli scritti, anche di natura più occasionale, di Matteucci. C'è
ancora molto da scavare.
Su un altro terreno lo scavo intellettuale, sicuramente utile, può essere meritorio
e gratificante: quello del populismo.
Se, come ritengono alcuni studiosi, qualche "striscia" di populismo è sempre
presente nelle democrazie, tocca al liberalismo con la sua attenzione alla separazione
dei poteri e alla limitazione del potere, oltre che alla sua visione di una società articolata
contrastare quella che Matteucci definí «insorgenza populistica».5
Se, quando venne scritto quel provocatorio articolo, l'insorgenza populista trovava le
sue manifestazioni più visibili ed estreme in ampie frange del movimento studentesco del
Sessantotto e del sindacato e inadeguate risposte nella cultura politica democristiana e comunista
di quei tempi (è il tema analizzato da Roberto Pertici nel suo capitolo "Un liberale
di fronte al Sessantotto" nel libro curato da Bonazzi e Testoni Binetti), negli anni Novanta
ha trovato una traduzione in forme diverse di antipolitica, all'analisi e alla critica delle
quali mi pare che Matteucci non abbia applicato ed esercitato fino in fondo coerentemente gli acuminati
strumenti del suo rigoroso liberalismo.
La ricezione del pensiero, della teoria, della cultura liberale che Matteucci ha in maniera
incessante e significativa proposto ed elaborato non ha avuto grande impatto, il che non dipende
affatto dalla qualità del contributo che Matteucci ha dato al liberalismo. Tutt'altro.
Il problema che purtroppo non viene discusso nei due libri in esame e al quale fa soltanto un rapido
cenno Teodori, è che, nella fase di possibile elaborazione e penetrazione del pensiero liberale
in Italia, mancarono le basi sociali. Da un lato, stava una piccola borghesia provinciale debole
e quindi disposta ad appoggiarsi allo stato burocratico, centralizzato, clientelare, vale a
dire a governi generosi nei suoi confronti; dall'altro, si collocava un proletariato di
campagna e di fabbrica disponibile a essere organizzato da una sinistra troppo spesso massimalista,
comunque, impenetrabile da istanze liberali. È mancata, come è stato spesso sottolineato
dagli storici, una consistente componente sociale di grande borghesia urbana che volesse e sapesse
fare del liberalismo il suo manifesto politico e programmatico, lo strumento culturale, non tanto
e non solo della sua egemonia, ma della sua concezione di uno stato moderno. Dal canto suo, invece,
Matteucci è stato un grande borghese urbano (anche se il suo punto di riferimento ideale fu
un pensatore aristocratico, il conte Alexis de Tocqueville).
Matteucci fu anche un organizzatore culturale. Nel 1951, assieme ad alcuni coetanei, studenti
universitari o appena laureati, diede vita alla rivista il Mulino, della quale fu a lungo
direttore (esperienza di cui, purtroppo, nel libro curato da Teodori si dà una testimonianza
banale e superficiale, non simpatetica, quasi macchiettistica), e dalla quale, nel 1956, nacquero
l'omonima casa editrice e l'Associazione di cultura e politica "Il Mulino".
Per quanto sostanzialmente minoritario, qualche volta anche isolato, negli ultimi anni della
sua vita, addirittura emarginato nella stessa Associazione alla quale aveva dato un enorme contributo,
ma la cui "cultura" è andata in altra direzione, la forza del suo pensiero liberale
gli ha comunque consentito di ottenere una qualche non inutile visibilità nella poco ricettiva
cultura politica italiana. Se il liberalismo mantiene ancora qualche probabilità di
esercitare influenza politica in Italia, lo deve, oltre che a Giovanni Sartori, anche, come emerge
dai due libri in esame, a Nicola Matteucci e al suo impegno cinquantennale di esegeta, di studioso,
di organizzatore culturale, di intellettuale pubblico, di pensatore liberale.
1 . G. Sartori, Democrazia e definizioni, Bologna, Il Mulino, 1957.
2 . Nel Dizionario di Politica, a cura di N. Bobbio, N. Matteucci e G. Pasquino, Torino,
UTET, 20043, p. 528.
3 . Non posso qui aprire il discorso relativo ai diritti sulla controversia fra "repubblicani"
e "comunitari", ma mi pare del tutto logico e conseguente che Matteucci collocherebbe
il suo liberalismo piuttosto sul versante del repubblicanesimo.
4 . Anche la voce "Costituzionalismo" nel già citato Dizionario
è stata scritta da Matteucci (pp. 201-12).
5 . N. Matteucci, "La cultura politica italiana: fra l'insorgenza populistica
e l'età delle riforme", il Mulino, n. 1, gennaio-febbraio
1970, pp. 5-23.
GIANFRANCO PASQUINO è professore di Scienza politica nell'Università
di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. I suoi volumi più
recenti sono Sistemi politici comparati (Bononia University Press, 20073),
Le istituzioni di Arlecchino (Scriptaweb, 2007, anche in rete: www.scriptaweb.it);
e, con Riccardo Pelizzo, Parlamenti democratici (Il Mulino, 2006). Ha inoltre curato
Strumenti della democrazia (Il Mulino, 2007).
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