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L' ora di religione
MATTHEW EVANGELISTA
PAVLOS HATZOPOULOS e FABIO PETITO (a cura di), Ritorno dall'esilio. La religione
nelle relazioni internazionali, pref. di Andrea Riccardo, trad. di Stefano Procacci, Milano,
Vita e Pensiero, pp. 350, €20,00
Durante l'autunno del 2002, il presidente George W. Bush incontrava rappresentanti
dei gruppi cristiani fondamentalisti, i sostenitori più affidabili del Partito Repubblicano,
per promuovere i piani di guerra contro l'Iraq. La campagna ha ottenuto un certo successo
in ottobre, quando i membri della Commissione per l'Etica e la Libertà di Fede della
Southern Baptist Convention con più di 16 milioni di membri, la più grande associazione
protestante negli Stati Uniti hanno scritto una lettera al presidente per approvare un'invasione
per rovesciare Saddam Hussein. Il testo della lettera si appellava ai princípi religiosi
della guerra giusta.
Nel maggio del 2007, Bush ha incontrato James Dobson, il capo del Focus on the Family, un
consistente gruppo di congregazioni pastorali fondamentaliste del Colorado. Dobson tiene una
rubrica settimanale che compare su circa 500 giornali e produce un programma radiofonico, seguito
da 7 milioni di ascoltatori negli Stati Uniti ed è trasmesso in molte lingue da 7000 stazioni
in 160 paesi. Non c'è da meravigliarsi che sia considerato «il capo evangelico
più influente d'America».1 Qualche giorno dopo la riunione con il presidente,
la storia sembrava ripetersi, ma questa volta per l'Iran. Dobson ribadiva la politica bellicosa
dell'amministrazione: «Guardando Hitler, nessuno gli prestò fede e il mondo
provò a soddisfare le sue richieste, come sentiamo oggi a Washington (verso l'Iran).
Sapete, mi sembra che il presidente capisca questo, come vi ho detto dopo la riunione che ho avuto
con lui l'altro giorno … Qualcuno deve alzarsi in piedi e dire: "Siamo minacciati
e dobbiamo affrontare con forza tutto ciò che è necessario"».2
Nonostante l'incoerenza di queste affermazioni, il motivo del riferimento a Hitler
è chiaro: il discorso del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, infatti, ricorda quelli
di Hitler. Ha definito l'Olocausto «un mito» e «una falsa leggenda»
e ha sostenuto che Israele andava «cancellato dalla carta geografica».3 La politicizzazione
delle differenze fra islamismo, giudaismo e cristianesimo è stato un importante progetto
per il governo iraniano dopo la rivoluzione islamica del 1979. Nel 1996, Osama bin Laden ha dato
il suo contribuito, lanciando una fatwa contro gli Stati Uniti nella sua «dichiarazione
di guerra contro gli americani che occupano la terra dei due luoghi santi».4 A seguito degli
attacchi brutali dell'11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno risposto e l'amministrazione
Bush ha lanciato la «guerra contro il terrore».
Dopo un passo falso iniziale (il riferimento a una «crociata» contro il terrorismo),
il presidente Bush ha chiarito che la sua non era una guerra religiosa contro l'Islam. Purtroppo,
alcuni dei suoi subalterni non sono riusciti a mettere in pratica le sue dichiarazioni. Consideriamo,
a esempio, il caso del tenente generale William ("Jerry") Boykin. Boykin è noto
per prendere spesso la parola in chiesa e fare dichiarazioni indossando l'uniforme. Il generale
sosteneva che gli Stati Uniti avrebbero vinto la guerra contro il terrore perché erano «una
nazione cristiana». Ha dichiarato a un'assemblea nello stato dell'Oregon che
«George Bush non è stato scelto da una maggioranza degli elettori negli Stati Uniti.
È stato chiamato da Dio».5 Apparentemente il presidente stesso condivide il punto
di vista del generale Boykin. Bush ha ripetuto spesso di essere stato «chiamato da Dio»
a candidarsi alla presidenza. Ha persino detto all'allora primo ministro palestinese,
Mahmoud Abbas: «Dio mi ha ordinato di colpire al-Qaeda e io l'ho fatto, poi mi ha ordinato
di colpire Saddam e io l'ho fatto».6 Il generale Boykin è stato una figura chiave
nella campagna a favore della guerra. L'allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha
scelto Boykin come sottosegretario per l'Intelligence, con l'obiettivo di cacciare
i terroristi e distruggere la loro rete, usando tutti i metodi, inclusi assassinio e tortura. Boykin
è stato implicato negli abusi sui prigionieri a Abu Ghraib e nelle carceri segrete della Cia.7
La guerra globale contro il terrore è soltanto l'esempio più eclatante degli
effetti perniciosi dell'uso della religione per giustificare la violenza. Molti dei conflitti
del mondo durante gli ultimi decenni sembrano esibire una dimensione religiosa: ebrei contro
musulmani in Israele e Palestina, musulmani contro indù nel Kashmir, cattolici, cristiani
ortodossi e musulmani in Bosnia; protestanti contro cattolici in Irlanda del Nord. Dato il ruolo
evidente della religione in questi conflitti, la premessa della raccolta di saggi, a cura di Pavlos
Hatzopoulos e Fabio Petito, può sembrare sorprendente. La religione ha veramente abbandonato
le relazioni internazionali esiliandosi da esse? Se anche fosse cosí, ancora di più
sorprende il giudizio dei curatori: il ritorno della religione dall'esilio è necessario
e auspicabile.
Per capire la posizione di Hatzopoulos e Petito, dobbiamo distinguere fra due interpretazioni
delle "relazioni internazionali". Il primo è quello del linguaggio corrente:
rapporti fra gli stati, la prassi delle relazioni internazionali. Il secondo si riferisce
alla disciplina delle Relazioni Internazionali (settore della scienza politica)
campo in cui entrambi i curatori si sono specializzati alla London School of Economics. Nella prassi
delle relazioni internazionali, sostengono gli autori di questi saggi, la religione è stata
esiliata in seguito alla guerra dei Trent'anni, i cui effetti devastanti sono familiari
a qualsiasi alunno italiano che abbia letto i Promessi sposi del Manzoni. Secondo l'interpretazione
comune nelle Relazioni Internazionali (la disciplina), il Congresso di Westphalia del 1648 inaugurò
una nuova era di relazioni internazionali (la prassi) in cui la religione sarebbe stata un affare
individuale o collettivo, ma non più un motivo di rivalità fra stati.8
Molti degli autori di questo volume sembrano credere che sia stato un errore, nato dall'Illuminismo,
relegare la religione alla sfera personale. Il tono di questa citazione chiarisce la posizione
dei curatori: «L'esclusione della religione», dicono, «sembra essere
iscritta nel codice genetico della disciplina delle Relazioni Internazionali». E, in questo
caso, cattiva teoria segue cattiva prassi: «Con tutta probabilità, è il risultato
del fatto che le pratiche e le norme delle relazioni internazionali in Europa agli albori della
modernità furono intenzionalmente istituite per porre fine alle guerre di religione.
In quel momento storico richiamando le efficaci parole di Thomas Hobbes Dio fece
spazio al grande Leviatano (lo Stato sovrano), il dio mortale a cui il nuovo uomo moderno
deve pace e sicurezza, la religione fu privatizzata e, attraverso il principio del cuius regio
eius religio (secondo il quale ciascun governante impone la propria religione ai sudditi),
il pluralismo e l'obbligo di non interferenza tra gli Stati furono affermati e osservati
come i nuovi princípi sacri del nascente ordine westphaliano».
Il linguaggio della versione originale inglese è anche più forte, con sottintesi
religiosi: pluralismo e non interferenza born and worshipped (nati e venerati) invece
di «affermati e osservati».
In un'era di terrorismo islamico e "crociate" contro il terrorismo, l'entusiasmo
per la religione può sembrare fuori luogo o anacronistico. Infatti, Hatzopoulos e Petito,
in una nuova prefazione all'edizione italiana spiegano che molti dei saggi sono stati pubblicati
per la prima volta nel 1999, per un numero speciale della rivista Millennium: Journal of International
Studies. Ciò nonostante, essi sostengono che le loro analisi anticipano alcuni eventi,
come gli attacchi dell'11 settembre, l'ideologia islamista di al-Qaeda, e «l'influenza
della destra cristiana nella politica estera dell'amministrazione Bush cosí come
[il] movimento transnazionale per la pace e contro la guerra in Iraq che ha trovato nel papa Giovanni
Paolo II un portavoce d'eccezione». Le analisi di Ritorno dall'esilio
«possono essere lette come interventi avant la lettre nel dibattito contemporaneo
sul tema». Per questa edizione del libro, i curatori chiariscono gentilmente i tre temi che
interessano loro: «1) le lacune dei nostri strumenti analitici per la comprensione della
politica internazionale, 2) il rapporto fra religione e la questione della guerra e della pace,
3) la creazione delle condizioni per una coesistenza multiculturale pacifica e giusta su scala
globale».
Gli autori di questi saggi sono diversi, provenienti da vari paesi dell'Europa e dell'America
del Nord, principalmente dall'ambito disciplinare della scienza politica e della storia,
ma con approcci teorici differenti. Alcuni sono decisi a sfidare ciò che Hatzopoulos e Petito
chiamano la «solita sterile critica "a senso unico" che incolpa la religione
della guerra». I tedeschi Andreas Hasenclever e Volker Rittberger forniscono una visione
panoramica del ruolo che gioca la religione nei conflitti dal punto di vista della Teoria delle
Relazioni Internazionali. Ispirati dall'opera di Hans Küng, propongono una strategia
del dialogo basata su una «sfera "di consenso convergente" negli affari
interdogmatici». Nel suo capitolo, Cecilia Lynch, dell'Università della
California, riassume una serie di approcci religiosi al multiculturalismo. Carsten Bagge Laustsen
e Ole Wæver, rappresentanti della "Scuola di Copenaghen" della Teoria delle
Relazioni Internazionali, applicano il loro concetto di securitization («la configurazione
di certe questioni in termini di sicurezza») al tema della religione. Attingendo dal lavoro
di Véronique Pin-Fat, gli studiosi danesi riabilitano Hans Morgenthau, definendone la
teoria «realismo cristiano», in quanto riconosce l'imperfezione umana e sottolinea
la distinzione fra il reale e il trascendente. Nello stesso modo, affermano di trovare un'ispirazione
cristiana nell'opera della Scuola Inglese di Herbert Butterfield e Martin Wight. A differenza
degli autori danesi e tedeschi, che attingono alle teorie esistenti della politica internazionale,
Vendulka Kubálková, dell'Università di Miami, sostiene con insistenza
che una comprensione corretta del ruolo della religione nella politica globale richiede una nuova
Teologia Politica Internazionale, con un suo proprio acronimo (IPT, International Political
Theology, che richiama la creazione della disciplina di International Political Economy, IPE).
Anche Scott Thomas, dell'Università di Bath, Inghilterra, esprime la sua insoddisfazione
per lo stato attuale della Teoria delle Relazioni Internazionali. Include nella sua critica i
professionisti di relazioni internazionali (la prassi) non solo stati ma anche organizzazioni
non governative e, di sicuro, lo strascico di Westphalia: «Le organizzazioni umanitarie
non governative, volendo dimostrare l'universalità dei propri princípi,
hanno ridotto le pratiche umanitarie, radicate nelle tradizioni sociali delle principali religioni
e comunità mondiali, a regole morali astratte. Hanno trasformato una moralità
fondata sulle pratiche in un approccio all'etica internazionale fondato sulle regole e
sui princípi. A queste regole ci si può richiamare solo grazie a una "razionalità"
separata dalla religione, dalla cultura e dalla tradizione». Il suo approccio «va
oltre coinvolgendo direttamente l'Altro, accogliendo le pratiche sociali "dense"
delle principali religioni mondiali in modo da promuovere l'ordine e la giustizia, rifiutandosi
di adottare il postulato westphaliano, che le ignora, le emargina o cerca di aggirarle con l'etica
del cosmopolitismo».
Quali sono le prospettive per incorporare valori e pratiche religiose nella politica internazionale?
John Esposito e John Voll, due noti specialisti americani sull'Islam, offrono una visione
alternativa agli stereotipi popolari della fede islamica come dogmatica, esclusiva, e incline
al conflitto con altre fedi. Esaminano l'opera e l'attività politica di tre
eminenti figure del mondo islamico: Anwar Ibrahim, ex studente islamico, che diventò vicepremier
della Malesia e poi prigioniero politico; Mohammad Khatami, un «politico-studioso»
e poi presidente della Repubblica Islamica dell'Iran; e Adurrahman Wahid, leader intellettuale
di una delle più grandi organizzazioni islamiche al mondo (Nahdatul Ulama, Rinascimento
degli studiosi di Religione, con 35 milioni di membri), già presidente dell'Indonesia.
Secondo Esposito e Voll, queste figure rappresentano, rispettivamente, valori asiatici
e convivenza globale, dialogo di civiltà (a differenza dello «scontro delle civiltà»
di Samuel Huntington), e un Islam cosmopolita. L'implicazione che queste analisi possano
trovare risonanza fra un ampio pubblico internazionale musulmano suscita speranza. C'è
anche da sperare nel contributo di Fred Dallmayr, dell'Università di Notre Dame,
USA, il saggio più teologico del volume. Dallmayr paragona due tipi di spiritualità
che esistono sia nel cristianesimo sia nell'islamismo: ciò che Dallmayr chiama la
gnosi (una spiritualità esoterico-intellettuale) e l'agape (una
spiritualità mistico-erotica, basata sull'amore e sul servizio). Ecco la sua conclusione,
piuttosto cauta: «Sempre molto genericamente e trascurando le possibili sovrapposizioni
si può dire che la spiritualità gnostica inviti alla contemplazione solitaria
e alla fusione solitaria con il divino (una fusione riservata a pochi privilegiati); viceversa,
la spiritualità mistico-erotica ha un'inclinazione più attiva ed estroversa,
che è potenzialmente portata a infrangere e trasgredire tutti i confini fondati sullo status,
sulla razza, sull'ambiente etnico e religioso. Il primo tipo di spiritualità afferma
una divisione o gerarchia terrena (da cui il pronunciato dualismo della tradizione gnostica),
mentre il secondo cerca di combinare o bilanciare integrazione e differenza». Quanto è
influente sulla questione della pace e della guerra questa attitudine personale o collettiva,
a paragone, per esempio, dei fattori economici o delle strumentalizzazioni della religione da
parte dei leader politici? Questo volume, nonostante la sua grande diversità, non fornisce
una risposta.
Una delle dichiarazioni più forti a favore della religione viene da Richard Falk, uno
specialista americano di etica e diritto internazionale molto noto. Falk descrive l'incapacità
delle ideologie secolari, come marxismo e nazionalismo, di risolvere i problemi posti dal trionfo
della globalizzazione capitalista. Si preoccupa soprattutto della disparità economica
fra e all'interno dei paesi e del bisogno di creare «forme umane di governance
globale». Secondo Falk, «data l'apparente irrilevanza dei metodi di analisi
e di influenza politica di tipo socialista, e dato il peso delle forze di mercato, sembra che solo
la religione disponga della possibilità di riempire il vuoto normativo presente
nei contesti in cui le versioni estreme del capitalismo sembrano non avere avversari» (il
corsivo è mio).
È difficile non concordare con Terry Nardin (Università del Wisconsin), autore
di un epilogo scettico a questo volume, secondo cui l'abbraccio della religione da parte
di Falk rivela motivi pragmatici. «Coloro che sostengono che la religione è necessaria
per fornire appoggio alla "governance umana globale"» e Nardin
mette Falk chiaramente in questa categoria forniscono una versione attuale della «"religione
civile" proposta da Machiavelli, Hobbes e Rousseau. Come questi filosofi, essi adottano
un atteggiamento strumentale verso la religione che enfatizza la sua utilità politica
piuttosto che la sua intrinseca verità o il valore morale». Quanto realistica è
la visione politica di Falk? Il suo saggio, pubblicato per la prima volta nel 2003, contiene questa
previsione: l'autore «procede sulla base dell'assunto che la normalità
globale dovrebbe ristabilirsi più o meno entro i prossimi anni e con essa una rinnovata preoccupazione
per la governance globale in un'era di globalizzazione, quasi come se gli attentati
dell'11 settembre non si fossero verificati. Forse, l'impatto traumatico di questa
imprevista azione di guerra renderà i leader e le forze sociali più attenti a conciliare
i mercati e il benessere degli uomini, che era la sfida di maggior valore mondiale prima dell'11
settembre 2001».
La maggior parte degli autori di questo libro sembra condividere l'opinione che relazioni
internazionali (la prassi) e Relazioni Internazionali (la disciplina) abbiano entrambi bisogno
della religione. Non riconoscono, come osserva Nardin, che il tipo di religione che potrebbe contribuire
a un mondo pacifico e giusto non è una religione contraria ai valori dell'Illuminismo
che ispira il sistema internazionale westphaliano. Invece, come spiega Nardin, sarebbe una religione
«illuminata» un'etichetta che Nardin ha scelto apposta «per contrastare
l'endemica ostilità religiosa verso l'Illuminismo europeo del XVIII secolo».
Secondo Nardin, «la religione illuminata è tollerante verso le altre fedi. È
aperta al dialogo interreligioso e ad accogliere idee e istituzioni di natura laica». Una
religione esclusivista, intollerante, e regressiva non contribuisce alla pace e alla convivenza.
C'è un ultimo punto che gli autori non riescono a cogliere, quando insistono sulla
superiorità dei valori religiosi sul diritto internazionale secolare: le norme che sostengono
le relazioni internazionali sono basate su precetti religiosi largamente condivisi. L'esempio
più ovvio è il diritto internazionale umanitario (diritto bellico), che attinge alla
tradizione cattolica di guerra giusta e condivide princípi come l'immunità
dei non combattenti con tutte le grandi fedi del mondo. Neppure quest'eredità
comune e questi valori condivisi sono stati sufficienti a impedire il massacro di migliaia di civili
l'11 settembre o la morte di centinaia di migliaia di iracheni a seguito di una guerra preventiva
illegale. Nel caso delle guerre in Iraq e Afghanistan, i funzionari americani insistono che le
morti siano involontarie, «danni collaterali». Ma se neppure si preoccupano di tener
conto del numero di civili che uccidono («non facciamo il conteggio dei corpi», ha detto
Rumsfeld),9 come possono onorare il principio della proporzionalità e della distinzione
tra combattenti e non combattenti, al centro della teoria della guerra giusta e del diritto internazionale
umanitario? Quando i rappresentanti di entrambi gli schieramenti nella guerra contro il terrore
violano cosí palesemente questi princípi comuni, mentre affermano la loro fedeltà
a un'Autorità superiore, come possiamo realmente riporre la nostra fiducia nella
religione per creare un mondo più umanitario?
1. M. Crowley, "James Dobson: The religious right's new kingmaker", Slate,
12 novembre 2004, <http://www.slate.com/id/2109621/>.
2. M. Blumenthal, "Bush met with Dobson and conservative Christian leaders to rally support
for Iran policy", 14 maggio 2007, <http://rawstory.com/news/2007/Bush_meets_with_Dobson_Christian_right_0514.html>.
3. "Ahmadinejad: «L'Olocausto è un mito»", Corriere
della Sera, 14 dicembre 2005; "Iran, Ahmadinejad attacca ancora Israele: «L'Olocausto
è una falsa leggenda»", la Repubblica, 20 ottobre 2006.
4. La dichiarazione sul giornale Al Quds Al Arabi (Londra), pubblicata nell'agosto1996,
è stata tradotta in inglese: <http:/www.pbs.org/newshour/terrorism/international/fatwa_1996.html>.
5. R.T. Cooper, "General Casts War in Religious Terms," e William M. Arkin, "The
Pentagon Unleashes a Holy Warrior," ambedue in Los Angeles Times, 16 ottobre 2003.
6. S. Zunes, "L'influenza della destra cristiana sulla politica Usa in Medioriente",
Znet Activism, 14 luglio 2004, <http://www.zmag.org/italy/zunes-destracristiana.htm>.
7. S.M. Hersh, "The Coming Wars: What the Pentagon Can Now Do in Secret", The New
Yorker, 24 January 2005; G. Wills, "A Country Ruled by Faith", The New York Review
of Books, vol. 53, n. 18, 16 novembre 2006; R. Bonner, "La tortura segreta della CIA",
la Rivista dei Libri, maggio 2007.
8. Per una discussione recente e importante sulle implicazioni di tali cambiamenti nella natura
delle società per la limitazione delle guerre, si veda A. Colombo, La guerra ineguale.
Pace e violenza nel tramonto della società internazionale, Bologna, Il Mulino, 2006.
9. Transcript: Donald Rumsfeld on "FOX News Sunday", 2 novembre 2003, <http://www.foxnews.com/story/0,2933,101956,00.html>.
MATTHEW EVANGELISTA insegna Scienze politiche negli Stati Uniti presso la Cornell University,
dove dirige il programma "Peace Studies". I suoi libri più recenti includono:
Partners or Rivals? European-American Relations After Iraq (curato con Vittorio Emanuele
Parsi, Vita e Pensiero, 2005), e Law, Ethics and the War on Terror (Polity Press, 2008).
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