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Caccia al tesoro veneziana
WILLIAM DALRYMPLE

Venezia e l'Islam, 828-1797, mostra al Palazzo Ducale di Venezia 28 luglio – 25 novembre 2007 (precedentemente presso l'Institut du Monde Arabe a Parigi e al Metropolitan Museum of Art di New York). Catalogo della mostra a cura di Stefano Carboni, Venezia, Marsilio, pp. 386, €49,00

Nell'autunno del 1271, Marco Polo partí da Venezia per il lungo viaggio verso la residenza estiva del Kublai Khan a Xanadu, nella steppa mongolica. La sua spedizione aveva due obiettivi. Il primo era convertire l'imperatore mongolo al cristianesimo – un proposito meno improbabile di quanto potrebbe sembrare. Tra i mongoli si trovavano parecchi cristiani orientali: lo stesso fratellastro del Kublai Khan, Hulagu, era di madre nestoriana. Quando Matteo e Niccolò, rispettivamente padre e zio di Marco, avevano incontrato il Gran Khan tre anni prima nel loro primo viaggio in Oriente, l'imperatore aveva mostrato grande interesse verso la configurazione occidentale del cristianesimo, e consegnato loro una lettera indirizzata al papa, ove avanzava richiesta di un «centinaio di uomini savi e che sapessero tutte le sette arti», in grado di dimostrare senza ombra di dubbio agli idolatri che la loro legge «era tutta opera del diavolo», e che «sapessero mostrare per ragione come la cristiana legge era migliore».1

Al legato pontificio cui consegnarono la lettera nel regno crociato di Acri, circondato da nemici, dissero che se fossero riusciti a esaudire la richiesta, il Kublai Khan e tutti i suoi sudditi avrebbero potuto convertirsi. Ai fratelli Polo il Gran Khan aveva anche chiesto di recargli quella che, da quanto aveva sentito dire, era la più sacra tra tutte le reliquie cristiane: un campione di olio santo delle lucerne che ardevano nel presunto luogo della Resurrezione, il Santo Sepolcro di Gerusalemme, e cui si attribuivano miracolosi poteri.

Il legato pontificio si rese conto che si trattava di un'occasione unica per la cristianità. L'impero mongolo, il più vasto che il mondo avesse mai visto, si estendeva dall'Eufrate al Pacifico. Se si fosse riusciti a farne un impero cristiano, il potere islamico avrebbe avuto i giorni contati e il regno crociato sarebbe stato salvo. Autorizzò pertanto i Polo a prelevare un campione di olio santo, e li congedò, se non con cento, perlomeno con due «uomini savi», frati entrambi, cui erano stati conferiti poteri straordinari di assoluzione e di amministrazione degli ordini sacri.

 

Ma nell'intraprendere un viaggio cosí impegnativo in capo al mondo, i Polo erano anche animati da un secondo, ben più pragmatico e meno idealistico intento. Difatti, non erano diplomatici di professione, ma ambiziosi mercanti veneziani. Con la loro spedizione, speravano di ottenere lauti guadagni attraverso l'acquisto di sete, gioielli e molto altro, e di procacciarsi altresí preziose informazioni riguardo a ulteriori opportunità commerciali in Oriente.

Nel Milione di Marco Polo tali interessi finanziari sono evidenti. Questo famosissimo benché oggi poco frequentato libro è in realtà una guida singolarmente sobria e oggettiva ai traffici commerciali dei paesi prevalentemente islamici attraversati dall'autore: la Turchia selgiuchide, la Persia dell'Ilkhanato, l'Asia centrale afghana, e le città islamiche della Via della Seta ai margini del deserto del Gobi. Affronta anche la questione dell'attività economica della Cina propriamente detta e della grande capitale del Kublai Khan, Khan Balik, l'attuale Pechino. Il Milione contiene elenchi delle merci reperibili sulle piste carovaniere, e consigli su come sormontare le difficoltà del viaggio: dove fare scorta di rifornimenti, come evitare le strade battute dai predoni, come attraversare il deserto. In breve, il libro di un mercante scritto a uso dei mercanti.

Malgrado il taglio romanzesco dato al libro da colui che collaborò con l'autore alla sua stesura, un trovatore genovese di nome Rustichello, e per quanto il volume fosse considerato dagli stupefatti contemporanei di Marco una sorta di compendio di fatti meravigliosi (da cui il titolo dato ad alcuni manoscritti dell'opera: Milione – sottinteso, "di meraviglie"), esso era in realtà molto simile ad altri manuali "specializzati" del medesimo periodo, come la Pratica della mercatura del mercante fiorentino Francesco Pegolotti, rappresentandone per altro un esempio particolarmente pregevole.

Di fatto, il risvolto diplomatico della spedizione dei Polo fu un completo fallimento. Appena giunti sulla costa dell'Asia Minore, i due frati ripartirono terrorizzati per Acri, e il Kublai Khan non si convertí mai al cristianesimo. Alcuni suoi discendenti, e tutti quelli di Hulagu, divennero invece musulmani. In compenso, i Polo riuscirono magnificamente nell'altro obiettivo – tornare a Venezia con informazioni sul commercio della Via della Seta più ampie e dettagliate di quelle disponibili all'epoca da ogni altra fonte, sia nel mondo islamico che in quello cristiano, tutte scrupolosamente annotate da Marco nella sua opera.

Esaudendo le loro speranze e i loro progetti, i Polo avrebbero anche accumulato una grande fortuna. Stando a un amico di famiglia, Gasparo Malipiero, i tre viaggiatori fecero ritorno a Venezia in rozzi abiti tartari, e con un che di tartarico nei volti, lasciando tutti inorriditi. Andarono a casa, si cambiarono d'abito, e dopo aver donato stoffe ai propri servitori, organizzarono un banchetto per i parenti. All'apice del convito, si alzarono in piedi davanti a tutti e, sollevati i ruvidi abiti di viaggio, ne tagliarono le fodere rivelando al loro interno una messe di gioielli.2

Incredibilmente, il nocciolo della storia ha di recente trovato conferma nelle datazioni radiocarboniche svolte presso gli scavi archeologici dell'antica abitazione dei Polo a Venezia, dimostrando che la casa aveva subito lavori di ricostruzione proprio all'epoca del ritorno di Marco Polo, a indicare che almeno parte dei suoi vasti introiti commerciali furono investiti in opere di ampliamento della sua residenza familiare.

Considerata l'importanza simbolica di Marco Polo per Venezia – perfino l'aeroporto cittadino porta il suo nome –, era decisamente appropriato che il primo oggetto esposto nella magnifica mostra di New York organizzata dal Met in collaborazione con l'Institut du Monde Arabe di Parigi – e attualmente al Palazzo Ducale di Venezia – fosse una splendida miniatura a tutta pagina di un incunabolo francese primocinquecentesco del Milione appartenente alla Bodleian Library, raffigurante la partenza di Marco Polo da Venezia. Vi si vedono i tre Polo, abbigliati di rosa, alla testa di un gruppo di dignitari veneziani, transitare lungo la Riva degli Schiavoni oltre Piazza San Marco verso il molo lagunare, dove li attende all'ancora un galeone. Nell'angolo in basso a destra, vediamo nuovamente Marco salpare sulla sua nave, mentre sulla sinistra alcuni animali esotici – un leopardo, dei leoni, un orso – si aggirano per la costa rocciosa più oltre, a sottolineare gli ignoti pericoli delle inesplorate contrade verso cui facevano rotta i viaggiatori.

La storia dei Polo ha qualcosa di molto veneziano se si pensa che, nella storia della città, richiamo del profitto e avveduto pragmatismo mercantile trionfarono coerentemente tanto sul pregiudizio religioso che sull'idealismo politico. Innocenzo III non fu il solo pontefice a deplorare il fatto che Venezia ponesse i propri interessi coloniali ed economici al di sopra del vessillo della cristianità. Marco Polo, in effetti, fu solo uno delle decine di migliaia di veneziani che salparono verso Oriente, ignorando in molti casi le episodiche interdizioni papali di intrattenere rapporti commerciali con gli infedeli, anche se sostenute da minacce di scomunica.

Secolo dopo secolo, Venezia rimase la "frontiera liquida" tra Islam e Cristianità. Per gran parte della sua storia, di fatto, mancò di un impero di terra degno di questo nome, e la sua vita commerciale fu dipendente in toto dai rapporti con l'Oriente: la storia di Venezia, e ben lo attesta la mostra Venezia e l'Islam, 828-1797, è una storia di fortune economiche create attraverso gli scambi commerciali con le terre del Medio Oriente e del mondo islamico in generale. La condizione simbiotica di Venezia nei riguardi dei musulmani era efficacemente riassunta da un diplomatico veneziano. Essendo mercanti, scriveva, non possiamo vivere senza di loro.

Neanche ci provarono. Venezia concluse importanti rapporti commerciali con la musulmana Granada, con gli emiri del Marocco, e con i regnanti della Turchia selgiuchide. Ma più intimi e più proficui alleati e partner commerciali della Repubblica veneziana furono sempre i mamelucchi del Cairo – casta di guerrieri il cui regime dominò l'Egitto e i cui eserciti, guidati dal sultano Baybars (un ex schiavo che, si favoleggiava, era stato rispedito al mercato degli schiavi a causa della sua straordinaria bruttezza) stavano soffocando le ultime enclavi crociate della costa palestinese, proprio mentre i Polo si mettevano in viaggio verso la corte del Gran Khan.

E anzi, una delle principali ragioni per dirottare la Quarta Crociata da un attacco nei confronti dell'Egitto musulmano a un assalto contro la cristiana Costantinopoli nel 1204 fu, per Venezia, proprio quella di proteggere gli ingenti privilegi commerciali di cui godeva presso gli egiziani. Proprio nel momento in cui il doge veneziano Enrico Dandolo negoziava coi condottieri crociati il prezzo da pagare per trasportarli in Oriente, una sua deputazione diplomatica si trovava al Cairo per trattare col sultano un accordo commerciale, garantendogli formalmente che Venezia non avrebbe mai appoggiato una spedizione contro l'Egitto.3

I rapporti tra i due partner commerciali divennero cosí stretti che i mamelucchi ricorsero in più di un'occasione alla forza navale veneziana per proteggere le proprie coste, mentre i veneziani riservavano a loro volta il 45 per cento dei propri investimenti di commercio estero agli scambi coi mamelucchi. Sia egiziani sia veneziani erano semplici intermediari mediterranei di una ben più vasta rete commerciale che da India, Cina ed Estremo Oriente trasportava spezie e generi di lusso alle città emergenti dell'Europa nord-occidentale; ma da qui entrambi ricavarono gli enormi guadagni che costellarono il Cairo e Venezia degli splendidi edifici che si possono ammirare ancora oggi.

 

A dispetto dei ripetuti anatemi pontifici, i veneziani continuarono a vendere ai mamelucchi metalli di vario genere – in particolare oro, argento, stagno e piombo – lana, lino, pellicce, carbone e, strano a dirsi, cappelli, per tornare carichi di un vasto assortimento di spezie, soprattutto pepe, e poi pigmenti, perle, pietre preziose e damaschi, nonché migliaia di splendidi oggetti d'arte, presenti in forze nella magnifica mostra: tappeti e velluti pregiati, strepitosi broccati di seta, cristalli, porcellane, rilegature dorate, manoscritti persiani miniati e oggetti metallici intarsiati.

Le missioni diplomatiche tra Venezia e i mamelucchi erano all'ordine del giorno: la mostra Venezia e l'Islam presenta una sfarzosa tela a tutta parete raffigurante l'arrivo a Damasco di un'ambasceria veneziana, nel 1511. I togati emissari, in veste nera e cintura, si trovano allineati sullo sfondo della grande moschea di Ummayad, degli sporgenti chioschi di legno, dei tetti piatti e delle finestre a graticcio della Città Vecchia, in composta attesa che il capodelegazione presenti le sue credenziali al sovrano locale, il quale indossa un sorprendente copricapo a forma di ventaglio (noto come "turbante a noria"). Gli emissari erano soliti recare gran quantità di forme di parmigiano – dono, a quanto pare, particolarmente apprezzato dai governatori mamelucchi del XVI secolo.

Per favorire questo reciprocamente giovevole commercio, consolati permanenti e vaste comunità veneziane si trovavano in tutte le più importanti città commerciali mamelucche – non solo il Cairo, ma anche Alessandria, Damasco e Aleppo (nonché, nella più tarda epoca ottomana, a Salonicco, Bursa e Istanbul). Qui, i viaggiatori veneziani potevano trovare alloggio, cibo, una chiesa, e perfino un bagno pubblico.

Era pratica comune che i rampolli della nobiltà veneziana venissero inviati a trascorrere gli anni dell'adolescenza ad apprendere l'arabo e il persiano, oltre al mestiere della "mercatura", nelle sedi commerciali del Levante. Non pochi dogi, tra cui quello che governò in assoluto più a lungo (dal 1423 al 1457), il volpino Francesco Foscari, vi erano di fatto nati e cresciuti. Andrea Gritti, doge dal 1523 al 1538, trascorse la giovinezza a Istanbul, dove generò tre figli illegittimi, uno dei quali divenne in seguito intimo amico di Ibrahim Pasha, gran visir di Solimano il Magnifico. Fu cosí che una straordinaria quantità di termini di provenienza araba (e, in qualche caso, persiana e turca) entrarono nel dialetto veneziano, tra cui la parola che designava il ducato d'oro della Serenissima, ovvero lo zecchino, dall'arabo sikka (conio). Allo stesso modo tanta cultura, filosofia, scienza e tecnologia islamiche, nonché ricette, rimedi, gusti e idee più comuni si diffusero a Occidente dall'imbocco della laguna veneziana.

Inventari e testamenti lasciati da questi mercanti veneziani residenti all'estero indicano fino a che punto essi si fossero acclimatati alla vita nel mondo musulmano, lasciando ai propri eredi numerosi oggetti di chiara origine levantina: calamai intarsiati, portapenne, profumatori e bilance erano tutti di produzione locale, al pari dei pregiatissimi tappeti mamelucchi che gli artigiani veneziani tentarono invano di imitare. In un secondo momento, i testamenti presentano anche gran quantità di capi di vestiario arabi (che i veneziani chiesero esplicitamente di poter indossare nella rinegoziazione di un accordo coi mamelucchi, nel 1442). Stando al catalogo della mostra, un paio di lunghi mutandoni mamelucchi di seta arancio vivo un tempo indossati da un mercante veneziano sono tuttora conservati a Bruxelles.

 

Da tempo gli specialisti in materia si sono dedicati al ruolo assolto da Venezia nell'introdurre in Europa idee e aspetti della cultura musulmana, in particolare lo splendido studio di Deborah Howard, Venice and the East,4 ove si sottolinea in particolare il profondo influsso dell'architettura mamelucca su quella veneziana. Anche il grande Palazzo Ducale si ispirava da vicino a un edificio del Cairo, mentre l'intricato motivo di base che ne contraddistingue la facciata esterna si ispira ai laterizi di tombe e moschee della Turchia selgiuchide. Molti altri importanti edifici pubblici di Venezia, come la Basilica di San Marco, il Fondaco dei Tedeschi e quello dei Turchi, per non parlare di centinaia di altre case e palazzi più modesti, denotano inconfondibili influenze islamiche nelle finestre ogivali, nei reticoli delle inferriate, nelle terrazze sul tetto, nei balconi coperti, nelle merlature e nelle corti, come nella generalizzata propensione per l'ornamento sgargiante ed elaborato e per i riquadri scultorei.

Com'è ovvio, la mostra non poteva comprendere nella sua rassegna anche l'architettura, se non attraverso dipinti e fotografie, ma vi ha posto rimedio con uno sfoggio davvero sensazionale di beni mobili: mai in precedenza è stato possibile ammirare in tale quantità le splendide opere d'arte islamica prelevate in Oriente dai mercanti veneziani – e vederle accanto agli oggetti di cui furono diretta ispirazione dopo essere giunti nella Serenissima.

In alcuni casi, gli artigiani veneziani si impegnarono a fondo in un lavoro di copiatura: a partire dall'XI secolo i metalli intarsiati islamici furono oggetto di attenta imitazione. E, strano a dirsi, l'intera manifattura del vetro facente capo all'isola di Murano, forma d'arte veneziana per antonomasia, a tutt'oggi floridissima, fu il portato della tecnologia araba ed ebbe inizio dalla pedissequa riproduzione di disegni, motivi, forme e colori gemmei di origine fatimide e mamelucca – tanto che le precedenti generazioni di studiosi ritenevano a torto che numerosi manufatti veneziani del primo periodo, vetri smaltati in particolare, fossero importazioni da Siria ed Egitto.

Tra gli oggetti in mostra a New York, un pregevole vetro dipinto, proveniente da una collezione veneziana, raffigura l'ingresso di Gesù a Gerusalemme in groppa a un asino, mentre un altro ritrae il Santo Sepolcro e la Moschea della Roccia, entrambi in stile puramente islamico. Non è chiaro se gli oggetti siano di produzione arabo-cristiana, ideati per i pellegrini in visita o destinati al mercato europeo – o più semplicemente se la decorazione riflette un milieu culturale singolarmente libero da linee di demarcazione religiosa.

In altri casi, l'influenza è di tipo più sottile: la manifattura tessile islamica riveste le Vergini rinascimentali di sontuosi broccati e preziosi damaschi; Madonne tengono in braccio il bambin Gesù in velluti con frange in stile kufico, orlati con motivi a palmetta e a melograno. Nei loro rossi, verdi e azzurri accesi, tappeti mamelucchi adornano i pavimenti, le pareti e fin le tavole dei ritratti di famiglia veneziani.

Tale ascendente comportò inoltre un flusso bidirezionale di gusti e influenze, una compenetrazione e un dialogo di civiltà reciprocamente giovevoli. La moda delle sete veneziane, a esempio, prese d'assalto la Turchia ottomana: «Le importanti collezioni di vesti di corte ottomane conservate oggi a Istanbul nel palazzo di Topkapi», si legge nel catalogo, «comprendono oltre trenta caffettani, o abiti da cerimonia, confezionati in velluto di seta. Alcuni sono di chiara origine straniera, in velluto italiano o francese. Altri appaiono di fattura ottomana … Un esame tecnico più attento permette di constatare tuttavia che molti caffettani appartenenti a quest'ultima categoria sono in realtà anch'essi confezionati con velluto italiano». Allo stesso tempo, le sete islamiche di Bursa erano di uso comune per i paramenti sacri della città lagunare.

I veneziani furono anche importatori delle ultime novità della tecnologia islamica: ben lo attestano i complicatissimi astrolabi mamelucchi del XIV secolo. A loro volta, antichi autori greci dimenticati da tempo fecero la propria ricomparsa a Venezia in traduzioni dall'arabo. Pure, a partire dal XVII secolo, i veneziani esportarono in misura crescente le loro invenzioni sui mercati orientali: da un torchio tipografico veneziano – e non arabo – uscí il primo Corano a stampa.

Tutta la mostra, anzi, può essere letta come un implicito rabbuffo a coloro cui piace considerare semplicisticamente il rapporto tra mondo cristiano e mondo islamico solo come una faccenda di guerre sante, crociate, scontri, violenza e distruzione. Certo non mancarono gli interludi belligeranti, ma si trattò di un rapporto assai più complesso e sfaccettato, in cui i contatti furono alimentati parte dal pragmatismo parte dall'interesse reciproco; dall'affascinata ammirazione della classe colta e dal plagio degli artigiani.

«È interessante osservare», osserva Deborah Howard nel suo illuminato contributo al catalogo, «che il tasso di interazione tende ad aumentare duranti i periodi di conflitto. Nei momenti di tensione, le iniziative diplomatiche si intensificavano e la produzione e raccolta di informazioni si incrementavano sensibilmente … Questo effetto è evidente dopo la caduta di Costantinopoli, nel 1453, quando si verificò un notevole incremento di raffigurazioni dell'Oriente nella pittura veneziana, ulteriormente incentivate dalla visita di Gentile Bellini alla corte di Mehmed II nel 1479-1481. Lo stesso Mehmed cominciò a mostrare un interesse sempre maggiore per la cultura e i progressi dell'Occidente».

La mostra Venezia e l'Islam dà perfettamente conto di questa fruttuosa fecondazione incrociata. Come mai prima è possibile prendere atto di come la cultura veneziana sia fiorita a contatto con il mondo islamico – un perfetto microcosmo di ciò che Sir Steven Runciman descriveva come la «lunga serie di influenze reciproche e di fusioni tra l'Oriente e l'Occidente, da cui si è sviluppata la nostra civiltà».5

 

Uno dei pochi punti deboli di questa importante mostra, fenomenale sul piano visivo, è che l'esclusivo incentrarsi su Venezia – sia pur comprensibile per ragioni di interesse, e anche perché città natale del curatore, Stefano Carboni – rischia di dare a intendere che l'Europa medievale e il mondo islamico non avessero conosciuto anche molti altri punti d'incontro e d'interazione. In realtà, molte altre città mercantili italiane – in particolare Genova, Pisa, Amalfi e Firenze – intrattennero rapporti commerciali e un attivo dialogo culturale con il mondo islamico. Al pari dei veneziani, anche queste città-stato si impegnarono alacremente per negoziare privilegi commerciali e ratificare lucrative concessioni, come quelle che i fiorentini ottennero dal re hafside della Tunisia nel 1421, e dai mamelucchi nel 1488.

Molti altri italiani di origine extraveneziana si fecero un nome nelle grandi città mercantili della metà islamica del Mediterraneo: nella celeberrima battaglia navale di Lepanto, nel 1571, quando Venezia si alleò con la Lega Santa contro gli ottomani, uno dei comandanti della flotta turca, Kilic Ali Pasha, era in realtà un calabrese di nome Occiali convertitosi all'Islam, che aveva fatto una brillante carriera nella marina ottomana.6 Nello stesso periodo Genova intratteneva rapporti particolarmente buoni con la Spagna musulmana, i cui prodotti tessili erano a loro volta importante fonte di ispirazione per la manifattura lucchese della seta. Come osserva Rosamond E. Mack nel suo Bazaar to Piazza: Islamic Trade and Italian Art, 1300-1600, vasta analisi storico-artistica delle relazioni italo-islamiche: «Non fu una semplice coincidenza che l'Italia diventasse una fucina d'arte durante il suo più attivo e proficuo coinvolgimento nel commercio internazionale di prodotti di lusso».7

I risultati sono visibili non solo a Venezia ma in tutta Italia. La cattedrale di San Minato, vicino a Pisa, come tante altre facciate di chiese medievali italiane, fu decorata con formelle di terracotta islamiche importate dal Nord Africa, e per tutto il Medioevo il timpano del vicino Duomo di Pisa fu sormontato da un grosso grifone, il più voluminoso esempio di arte islamica nella lavorazione dei metalli, proveniente con tutta probabilità dalla Spagna moresca. Immagini di bacili siriaci, originariamente concepiti per i lavacri rituali precedenti la preghiera, ricorrono un po' in tutta l'arte italiana, dai pulpiti bronzei di Donatello alla Nascita della Vergine di Paolo di Giovanni Fei. Tessuti di fattura islamica sono chiaramente visibili negli affreschi di Assisi e nei dipinti toscani di Duccio, Giotto e Simone Martini. Padova, poi, aveva una vera e propria industria ceramica basata sulla ricopiatura dei modelli ottomani di Iznik.

La Sicilia, in particolare, sia sotto re normanni che, in modo ancor più sontuoso, ai tempi dell'imperatore Federico II, lo "Stupor Mundi", fu un fertile crocevia di cultura araba, greca e occidentale. Qui, gli artigiani arabi della seta continuarono a produrre per i nuovi regnanti cristiani tessuti orlati di ricami calligrafici, e operai arabi costruirono il soffitto della Cappella Palatina di Palermo usando l'aggrovigliatissima tecnica stalattiforme degli stucchi muqarna, tipici dell'architettura islamica.

Fu attraverso questi e molti altri punti di contatto – non solo Venezia – che la polvere da sparo, la carta, i numeri arabi, l'algebra, l'abaco, la xilografia, nonché l'idea delle università, affluirono in Occidente. Da tempo gli studiosi hanno ravvisato altresí l'incidenza islamica nell'evoluzione occidentale della medicina, della matematica, della filosofia e degli ideali poetici dell'amor cortese.8

Alla mostra Venezia e l'Islam si può altresí imputare di aver sminuito il grado di iniziativa musulmana negli scambi commerciali con Venezia e con l'Occidente. Sia mostra che catalogo tendono a indicare nei veneziani gli agenti primi e nei musulmani osservatori poco più che passivi, impegnati unicamente ad allettare i mercanti della Serenissima attraverso generose prerogative commerciali. Un assunto assai discutibile. Lo storico Fernand Braudel rileva come nel XVI secolo i mercanti musulmani avessero cominciato a formare delle colonie nei porti adriatici dell'Italia, e che fondaci per i mercanti musulmani si trovassero ad Ancona, Ferrara, Pesaro e Napoli, oltre che a Venezia, dove il Palazzo del Duca di Ferrara fu destinato a quest'uso nel 1621, diventando da allora il Fondaco dei Turchi.9

 

Una delle più interessanti ricusazioni del modo eurocentrico di guardare agli scambi commerciali con il mondo musulmano è un eccellente studio stranamente assente dalla per il resto esaustiva bibliografia del catalogo. Nel suo Making Big Money in 1600: The Life and Times of Isma'il Abu Taqiyya, Egyptian Merchant, Nelly Hanna, illustre studiosa di storia economica cairota, ha ricostruito l'impero finanziario e la vita domestica di un ricco mercante egiziano sulla base degli atti processuali delle numerose vertenze da lui energicamente affrontate.10

Il libro di Hanna fa piena luce sui risvolti di questo fiorire di fondaci musulmani per tutta Italia tra il XVI e la prima metà del XVII secolo, mostrando con quale rapidità i mercanti egiziani si ripresero dalla scoperta portoghese di un diretto itinerario marittimo per le Indie e dal conseguente dissesto del tradizionale commercio delle spezie. Accanto a consueti generi alimentari come riso e grano, infatti, gli egiziani come Isma'il cominciarono a esportare due nuovi prodotti – caffè e zucchero – che divennero di lí a breve altrettanto preziosi e richiesti dal mercato europeo di quanto lo erano state in precedenza le spezie, e che ora i mercanti egiziani trattavano per conto proprio e trasportavano in Europa spesso con le proprie imbarcazioni.

Nel caso di Isma'il, molte commesse per le destinazioni più disparate (Cano in Nigeria, Yemen, Goa e Salonicco) erano affidate alla supervisione dei suoi schiavi liberati; tuttavia, per gli scambi con Venezia, inviava le merci e passava gli ordinativi tramite mercanti ebrei che vi erano diretti. Il nuovo commercio si rivelò in tutto e per tutto altrettanto fruttuoso di quello vecchio, e Isma'il, come tanti altri mercanti islamici della sua generazione, accumulò ricchezze non meno favolose di quelle dei suoi contemporanei veneziani.

Nel corso del XVII secolo, tuttavia, e con l'accrescersi della potenza di un impero ottomano sempre più minaccioso, i rapporti tra Venezia e il sultanato turco cominciarono a deteriorarsi. Le cose, del resto, avevano preso a guastarsi già da un po'. L'avanzata delle forze ottomane verso Vienna nel 1683 era stata preceduta da un lungo, prepotente dominio marittimo nel Mediterraneo, perlopiù a spese di Venezia. Corfù, Creta e Cipro furono solo alcune delle colonie veneziane cadute in mano turca tra il XV e il XVI secolo. E anche in periodi di pace, la crescente aggressività della marina ottomana rese viaggi e scambi commerciali decisamente più precari e incerti.

In questo clima di cambiamento, gli artisti veneziani cominciarono a ritrarre i musulmani in maniera meno favorevole: ne è tipico esempio un magnifico Carpaccio, La lapidazione di Santo Stefano (1520). Qui i lapidatori ebrei degli Atti degli Apostoli sono diventati turchi con barba e turbante, dal cipiglio ferocemente crudele. A differenza dei secoli precedenti, questo non fu un periodo particolarmente segnato da fruttuose interazioni culturali, e fu allora che gli architetti di Venezia abbandonarono lo stile gotico islameggiante in favore di un lineare classicismo occidentale di tipo palladiano.

Ma anche a questo punto, con gli ottomani accampati sulle rive del Danubio, i veneziani non si rivelarono crociati più ferventi di un secolo prima: meno di cinque mesi dopo aver sconfitto i turchi a Lepanto nell'ottobre del 1571, avevano rotto i ponti con gli alleati della Lega Santa per negoziare un segreto accordo unilaterale con la Sublime Porta, avendo compreso, giustamente, che le loro fortune continuavano a dipendere in larga misura dal favore dei sultani ottomani. Si rendevano conto che il mondo islamico rappresentava più una vitale linea di rifornimento che una minaccia per la propria esistenza. In questo avevano ragione. In ultima istanza, non fu l'impero ottomano a decretare la fine di Venezia, ma un regnante occidentale, Napoleone, che abolí la Repubblica nel 1797.

Strano a dirsi, la più ragguardevole – e di certo la meno verosimile – esportazione di cultura veneziana era ancora di là da venire. Ma non furono né i veneziani né gli ottomani a procacciare quella che si può forse ritenere la più spettacolare fioritura di architettura "lagunare" a Oriente, bensí i britannici. Benché in larga misura inconsapevoli di quanto il gotico veneziano fosse debitore all'arte mamelucca, gli inglesi erano pur sempre in grado di riconoscerne le qualità esotiche; e quando l'India vittoriana si mise in cerca di uno stile architettonico, gli specialisti si trovarono a portata di mano il campionario delle Pietre di Venezia di John Ruskin,11 pubblicato in tre volumi fra il 1851 e il 1853, mezzo secolo dopo la fine della Repubblica, e appena cinque anni prima dell'inizio del Raj.

Fu attraverso le pagine di Ruskin che il gotico veneziano divenne lo stile per eccellenza dell'India vittoriana, impiegato nella sua variante "gotico-tropicale" per la costruzione di palazzi imperiali, università, tribunali e musei da un capo all'altro dell'Asia meridionale. Sempre questo fu lo stile prescelto per l'imponente stazione Victoria di Bombay, probabilmente il più vasto edificio in stile gotico-veneziano al mondo, Patrimonio dell'Umanità di diritto.

Si erge ancora oggi, quanto mai lontana dai palazzi lagunari della Giudecca, tra lo stridore dei risciò e le urla dei venditori ambulanti della moderna Bombay. Ma per quanto estranea possa sembrare in un tale contesto ambientale, si colloca pur sempre nel cuore di una grande città commerciale che unisce oggi Oriente e Occidente secondo una modalità che mercanti veneziani come Marco Polo, c'è da credere, non avrebbero stentato a comprendere.

(Traduzione di Alessio Catania

1 . M. Polo, Milione, Milano, Adelphi, 1994, p. 11.

2 . Si veda l'affascinante studio di D. Howard, "The Status of the Oriental Traveller in Renaissance Venice", edito in un minuto ma importante volume dal titolo Re-Orienting the Renaissance: Cultural Exchanges with the East, a cura di G. MacLean, New York-Basingstoke, Palgrave Macmillan, 2005.

3 . Si veda a riguardo lo studio di riferimento di S. Runciman, Storia delle crociate: Il regno di Acri e le ultime crociate, Torino, Einaudi, 1993 (ed. orig. 1954). Runciman considera assai negativamente gli intrighi veneziani che sfociarono poi nel sacco di Bisanzio, disastroso «per la civiltà europea. Costantinopoli era ancora il centro del mondo civilizzato cristiano ... Come la maggior parte degli invasori barbari, i soldati della quarta crociata non avevano l'intenzione di distruggere ciò che avevano trovato, ma volevano esserne partecipi e dominarlo; però la loro cupidigia e rozzezza li portarono ad abbandonarsi a distruzioni irreparabili» (p. 1090).

4 . D. Howard, Venice and the East. The Impact of the Islamic World on Venetian Architecture, New Haven, Yale University Press, 2000; cfr. la recensione di H. Honour, The New York Review of Books, 7 novembre 2002.

5 . S. Runciman, op. cit., p. 1093.

6 . Il fenomeno era tutt'altro che insolito all'epoca. Nello stesso periodo in cui Occiali si trovava al comando della flotta turca, viveva uno dei più potenti eunuchi ottomani, Hasan Aga, al secolo Samson Rowlie di Great Yarmouth, mentre in Algeria il "carnefice dei re moreschi" si rivelò essere un ex macellaio di Exeter, detto "Assalonne" (Abd-es-Salaam).

7 . R.E. Mack, Bazaar to Piazza: Islamic Trade and Italian Art, 1300-1600, Berkeley, University of California Press, 2002, p. 1.

8 . Vedi W. Montgomery Watt, The Influence of Islam on Medieval Europe, Edimburgo, Edinburgh University Press, 1972.

9 . F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll. Torino, Einaudi, 1982 (ed. orig. 1967-79), vol. 3.

10 . N. Hanna, Making Big Money in 1600: The Life and Times of Isma'il Abu Taqiyya, Egyptian Merchant, Syracuse, New York, Syracuse University Press, 1998. Di particolare interesse sono le rivelazioni sulla vita domestica di Isma'il, e i suoi rapporti con le quattro mogli, i figli, le concubine, gli schiavi, i servi liberati, i familiari e gli amici.

11 . J. Ruskin, Pietre di Venezia, Milano, Rizzoli, 1990


WILLIAM DALRYMPLE è autore di numerosi saggi sull'India, tra cui: Delhi: Un anno tra i misteri dell'India (1993), Dalla montagna sacra (1998), In India (2000), e Nella terra dei Moghul bianchi (2002), tutti tradotti in italiano da Rizzoli.

 
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