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Università: dizionario minimo
PAOLO TROVATO
Cari lettori (e cari ministri della repubblica),
mi permetto di girarvi, in ordine sparso, una mezza dozzina di pensierini sull'università,
che mi sembrano stranamente assenti dal dibattito. Non ho particolari competenze sull'argomento,
salvo il fatto che dal 1971 (cioè per trentasei anni) ho frequentato ininterrottamente aule
universitarie prima studiando e poi insegnando e facendo ricerca in pianta più o meno stabile
(dai sei mesi in su) a Venezia, Leiden, Salerno, Firenze (ma presso il centro di studi rinascimentali
della Harvard University), Aix en Provence, Ferrara, Gerusalemme e frequentando, più fugacemente,
anche altre istituzioni sparpagliate nel vasto mondo: dalla Norvegia alle Ande. All'università
ho fatto praticamente di tutto, occasionalmente anche il preside (prima) e il facchino e l'uomo
delle pulizie (poi).
Dimenticavo un'altra piccola competenza: da giovane ho fatto un po' di sport di
squadra (pallacanestro e soprattutto rugby) e ho frequentato vari uomini di sport, che mi hanno
insegnato cose interessanti.
Giornalistii
Dal primo governo della seconda repubblica in avanti i giornalisti rovesciano carrettate
di letame sull'università (pubblica). In qualche caso hanno ragione. In molti altri,
sono paurosamente disinformati o in mala fede. In altri ancora, sono solo lenti di riflessi e non
si sono accorti che con questo governo la distruzione dell'università pubblica
non è più una priorità politica. O lo è ancora?
Cooptazione
Una massima che tutti dovrebbero adottare è distingue frequenter, ovvero non
facciamo di ogni erba un fascio. In ogni efficiente sistema di trasmissione di saperi (si tratti
di fabbricare scarpe o bombe all'idrogeno) i maestri sono dovrebbero essere
in grado di individuare i più capaci tra i loro allievi. In ogni gara sportiva gli addetti ai
lavori più esperti sono in grado di prevedere un numero significativo di vincitori.
Se il criterio è quello di scegliere i migliori, il problema non è la cooptazione
scientifica in sé, né il fatto che molti esiti concorsuali siano scontati e nemmeno
(al di là di facili e sprovvedute campagne scandalistiche) che alcuni vincitori di concorsi
universitari siano figli o nipoti di professori universitari anziani (le ricerche più solide
non sono sempre politically correct e insegnano, per esempio, che la scuola occidentale
non è in grado di colmare se non parzialmente i dislivelli culturali degli ambienti di provenienza).
Il guaio vero sta nella caricatura-degenerazione familistica della cooptazione, che ha trovato
incentivo nel vigente sistema di concorsi universitari locali. Come tutti sanno il sistema è
stato partorito da una insospettabile squadra di esperti, tra i quali Umberto Eco. Ma non tutti
sanno o ricordano che in parlamento una lobby trasversale ha cancellato da un sistema di regole
antilocalistico l'art. 1 che proibiva a un ricercatore o professore di ruolo presso un'università
di partecipare ai concorsi banditi dalla sua università: stravolgendo cosí la riforma
dei concorsi a licenza di promuovere sempre e comunque i candidati locali.
Rispetto a noi anziani (vincitori e prima ancora partecipanti a concorsi nazionali e che, anche
se trombati per un soffio, eravamo orgogliosi di essere considerati, mettiamo, tra i migliori
2 giovani studiosi della nostra generazione per il Triveneto o la Toscana), anche i più meritevoli
tra i vincitori di concorsi locali sono drammaticamente consapevoli dell'iniquità
della procedura e, nei casi migliori, portatori sani del virus dell'ormai-noi-ci-siamo-e-tiriamo-a-campare.
Un esempio minimo. Nella mia facoltà (pur svecchiata dalle chiamate con incentivi
ministeriali e popolata di giovani professori molto preparati nelle rispettive discipline)
mi è capitato recentissimamente di segnalare con dovizia di esempi che un giovanissimo dottore
di ricerca in storia moderna che concorreva a un semplice contratto di insegnamento (cioè
un posto provvisorio) aveva il grave difetto di essere, come dire?, pochissimo informato sulle
cose che doveva insegnare (non sapeva riconoscere nell'unico testo da lui curato nomi di
papi o di grandi condottieri o di santi, non capiva nemmeno che il cronista da lui pubblicato era
un semianalfabeta ecc.). Con mio grande stupore (credevo che i docenti giovani fossero una risorsa
per chi voleva migliorare il livello dell'università), la minoranza che ha votato
scandalizzata contro l'assegnazione di quel contratto aveva un'età media
prossima ai sessant'anni. I giovani, forse spaventati dalle possibili ripercussioni hobbesiane
di una meritocrazia generalizzata, hanno votato in massa per il todos caballeros e ognuno
padrone in casa sua fingendo di prendere per buona l'imbarazzata e imbarazzante difesa di
ufficio del concorrente attuata dagli storici medievali e moderni della facoltà.
Ricerca (Valutazione della)
Tra il 2003 e il 2004 il precedente governo ha posto le basi per un censimento della ricerca nazionale
2001-2003 rendendo operativo il fino ad allora puramente cartaceo Comitato di indirizzo per la
valutazione della ricerca (Civr). Dai proclami sui giornali di allora par di capire che la valutazione
della qualità della ricerca avrebbe dovuto dimostrare in modo schiacciante che la politica
seguita un po' da tutti i governi dell'ultimo decennio di smantellare il sistema
universitario pubblico partendo dalle università piccole e medie era corretta.
Come in America, anche in Italia la ricerca vera si faceva soltanto in pochi centri d'eccellenza.
In realtà, aveva ragione mio padre (anche lui privo di competenze particolari sull'argomento)
che sosteneva, in tempi non sospetti, che, a parità di condizioni, in qualsiasi comunità
umana, sia essa costituita da spazzini o da fisici nucleari, quelli che sanno fare bene il loro mestiere
(che hanno e usano il cervello) sono una minoranza. Semplificando drasticamente il senso delle
numerosissime tabelle allegate, dal Civr 2001-2003 (i cui risultati sono leggibili nel sito http://vtr2006.cineca.it)
è uscita una bellissima curva di Gauss che mostra che in qualsiasi università
la ricerca veramente importante è una piccolissima parte del totale, più o
meno in tutte le discipline. (Per chi non lo sapesse, Karl Friedrich Gauss, 1777-1855, fu uno
straordinario matematico-fisico-astronomo ecc. La sua curva a campana o gaussiana, divenuta
ben presto fondamentale nella statistica e nel calcolo delle probabilità, permette di
prevedere la distribuzione delle misure più disparate entro un insieme casuale. Come mi
spiega un esperto, esiste inoltre un teorema di calcolo delle probabilità detto teorema
del limite centrale gloria della matematica di fine XIX secolo che recita più
o meno cosí: quando una variabile è data dalla somma di tante variabili indipendenti
fra di loro, tale variabile somma tende a distribuirsi come una gaussiana, indipendentemente
dalla distribuzione di ciascuna variabile individualmente.)
Attribuendo un senso alto al Civr 2003-2006, potremmo dire che si è cercato, alla maniera
di Popper, di "falsificare" il teorema del limite centrale, ma che il paradigma ha brillantemente
resistito alla verifica. I maligni (e con loro mio padre, se fosse ancora vivo) potrebbero dire
però che il risultato era largamente prevedibile senza scomodare Gauss, Popper e il Civr.
(È di qualche mese fa l'annuncio che è allo studio un nuovo modo di valutare la ricerca
nazionale).
Ricerca applicata e ricerca di base
In tutto il mondo occidentale è di moda "tagliare i rami secchi", cioè
si chiudono istituti e dipartimenti poco frequentati (e dunque poco economici da gestire: nel
riscaldamento e nell'utilizzo delle aule, negli stipendi a segretarie e docenti che insegnano
o fanno lavoro amministrativo per 6 o 7 studenti). In tutto il mondo (via via che i soldi statali calano)
si guarda con favore ai finanziamenti "mirati" dell'industria: che paga 2 o 3
posizioni di ricercatore o professore ecc. a condizione che l'università garantisca
lo svolgimento di una ricerca con ricadute economiche pressoché immediate (per es. una vernice
fosforescente che costi qualche centesimo meno di quelle che si producono attualmente) e tralasci
la ricerca di base. Ma lo sanno gli industriali e i politici che la storia della scienza è discontinua?
Che materie poco frequentate (come da noi fisica o statistica o, agli inizi, informatica) possono
diventare di colpo anche quando non lo siano già come nei casi appena citati
centrali nello sviluppo economico oltre che nella formazione culturale di un paese? Che quasi
tutte le grandi scoperte scientifiche sono state fatte, in una certa misura, per caso, da studiosi
che erano liberi di fare ricerca a 360 gradi? Che rischiamo di fare tabula rasa di competenze che
fra 10 anni dovremmo cercare di importare dall'estero e che quando va bene i
gap culturali non si superano in meno di un paio di generazioni?
Studenti
Come scrive una di loro, Benedetta Cosmi, sulla Repubblica del 1° giugno: «Vogliamo
una scuola e una università difficili, non la mediocrità che fa dire ai docenti
che non hanno missioni … Riaccendiamo una magia, il motore Università: puntate
su chi ha scelto di abbandonarsi agli studi».
Tesi di laurea
Il cosiddetto 3 + 2 (Tre più due uguale a zero è il titolo, purtroppo molto
suggestivo, di un pamphlet curato da Gian Luigi Beccaria)1 ha ucciso, almeno fino a oggi, la tesi
di laurea "vera". Cioè (nei casi migliori) un'esperienza fondamentale
per la vita e la formazione professionale. Un incontro ravvicinato del terzo tipo tra un docente
in molti casi informato sulle cose che vale davvero la pena di studiare e un postadolescente pieno
di energie e di disponibilità a imparare, che aspetta solo di essere motivato (e quale motivazione
migliore del costruirsi, in solitario, un oggetto utile? Di scriversi finalmente il proprio libro?
Sul proprio argomento?). Una buona tesi di laurea poteva riscattare il senso di molti anni di studio
grigi o quanto meno svogliati. Una buona tesi di laurea permetteva ai nostri laureati in chimica,
biologia, fisica, lettere (magari dopo essere stati fuoricorso per 2 o 3 anni, ma ne valeva la pena!)
di competere ad armi pari con i Ph.D. inglesi, francesi e tedeschi. Una buona tesi di laurea è
(era) per sempre. Ricordiamocene prima che sia troppo tardi.
Dimenticavo la D e la F. Rimedio subito.
Didattica di qualità
Ai miei tempi mi sono laureato in lettere con una ventina di esami. Allora come oggi non era ragionevole
pensare che tutti i docenti fossero studiosi eccellenti, né che tutti gli studiosi eccellenti
sapessero insegnare bene (di nuovo Gauss!). Se uno ne incontrava due o tre su venti era straordinariamente
fortunato (e io lo fui, come diceva Totò, dato che nella Venezia degli anni '70
per citare solo i defunti insegnavano Marino Berengo, Gaetano Cozzi, Alberto Limentani,
Alberto Tenenti…). Ma la cosa più importante era che la stragrande maggioranza dei
docenti di allora aveva (e trasmetteva) agli studenti un'idea alta e condivisa della scuola
universitaria e delle caratteristiche che doveva avere il prodotto finito, cioè il laureato.
Da un po' d'anni (e già al livello più alto, cioè entro la dirigenza
ministeriale) convivono rovinosamente tre o quattro idee alternative e contraddittorie di a
cosa serve l'università e cosa deve essere un laureato.
Quando nei primi anni Settanta giocavo a rugby, dovevo (e sapevo) spingere in mischia, coprire
i trequarti e placcare ogni portatore di palla (ben inteso: avversario) in avvicinamento, ma avevo
chiarissimo che (a differenza di altri compagni dai piedi calcisticamente educati) non avrei
mai dovuto calciare la palla ovale perché non sapevo dove sarebbe potuta finire. Questo non
ha impedito al mio allenatore di farmi giocare tutte le volte che non ero infortunato, né alla
mia squadra di provincia di andare in serie A (dove è tuttora).
Come nello sport, anche nell'università quello che importa per far funzionare
la didattica è che ci sia un minimo di gioco di squadra. Per (cercare di) formarla è indispensabile
che qualcuno dei giocatori con più "visione di gioco" si sacrifichi e faccia per
qualche anno da allenatore cercando di favorire la formazione di un equilibrio sostenibile tra
le varie aree della gaussiana.
Finanziamenti ministeriali
Come è noto, l'Italia per la ricerca spende meno della metà degli altri paesi
sviluppati. Alcuni governi recenti hanno pensato che quel poco fosse troppo e hanno tagliato drasticamente.
Altri hanno sostenuto, almeno a parole, di voler rilanciare la ricerca.
Ora, in quasi tutti i settori scientifici, è decisiva, per andare avanti, una manciata
di milioni di euro che tutti gli anni (magari riducendone l'entità) il ministero
che si intitola appunto dell'Università e della Ricerca mette a disposizione degli
studiosi finanziando per un biennio con una procedura piuttosto complessa, ma efficiente
i migliori Progetti di ricerca di interesse nazionale (Prin) presentati. Salvo possibili
ma circoscritte eccezioni, i ricercatori italiani di punta usano queste risorse amministrate
dai dipartimenti e la cui destinazione va dettagliatamente rendicontata per scopi più
che ragionevoli (acquisto e manutenzione di macchinari o di libri che rimangono in possesso non
del singolo, ma dell'istituzione, accensione di borse di studio per giovani neolaureati,
viaggi presso centri di ricerca e biblioteche italiani e stranieri, materiali di consumo ecc.).
Di solito, i bandi escono entro aprile, i valutatori anonimi lavorano d'estate e l'entità
degli eventuali finanziamenti è resa pubblica entro dicembre. Quest'anno
e, mentre sto scrivendo, siamo quasi alla fine di giugno circola solo una bozza di bando.
I chimici, cioè una delle corporazioni che ha più bisogno di quattrini (i reagenti,
essenziali per i loro esperimenti, costano, e molto) hanno già scritto allarmati al ministro
Mussi, che da qualche tempo, come è noto, ha dato vita a una nuova formazione politica.
Un amico già campione olimpionico di pallanuoto mi spiegava che in vasca i contatti
più rudi, a dir poco inurbani, avvengono sott'acqua, dalla cintola in giù. Non
si vorrebbe che, mentre tutti parlano dell'importanza della ricerca, fosse in atto tra i
ministri della repubblica, ma sotto la linea di galleggiamento, qualche contatto alla maniera
dei pallanotisti. Attenzione: se fosse cosí, si deve sapere che le palle che rischiano danni
irreversibili non riguardano questo o quello schieramento politico, ma appartengono all'intero
sistema italiano della ricerca.
1 . G.L. Beccaria (a cura di), Tre più due uguale a zero. La riforma dell'Università
da Berlinguer alla Moratti, Milano, Garzanti, 2004.
PAOLO TROVATO insegna Storia della lingua italiana e Filologia italiana all'Università
di Ferrara. Tra i suoi lavori più recenti: il manuale Il primo Cinquecento (il Mulino,
2004 2 ) e, con il fisico Vincenzo Guidi, il saggio "Sugli stemmi
bipartiti. Decimazione, asimmetria e calcolo delle probabilità" (Filologia
italiana, 2004). È appena uscito, a sua cura, un volume su Dante: Nuove prospettive
sulla tradizione della "Commedia" (Cesati, 2007). |