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La politica del naturalismo
GILBERTO CORBELLINI
GIOVANNI JERVIS, Pensare dritto, pensare storto. Introduzione alle illusioni
sociali, Torino, Bollati Boringhieri, pp. 206, €14,00
È stato detto e ribadito che non c'è niente di più culturale dell'idea
di natura. Nondimeno ci sono altrettante prove del fatto che non c'è niente di più
difficile da sradicare dell'idea che esistano situazioni che sono per definizione naturali,
o più naturali di altre. Un'idea che in sé non avrebbe nulla di problematico, se
non viaggiasse normalmente in compagnia, per motivi che dipendono anche dalla nostra natura,
del pregiudizio per cui ciò che è considerato "naturale", per ciò
stesso viene giudicato più "buono", più "giusto", più
"sano" e più "sicuro". Non c'è bisogno di scomodare le
indagini demoscopiche o i manuali di psicologia sociale e morale per rendersi conto che più
o meno cosí stanno le cose. Basta esaminare le controversie politico-culturali che in questo
frangente della storia dell'Occidente accendono maggiormente le passioni civili: hanno
prevalentemente a che fare con il problema di che cosa sia "naturale". Nonché
con il tentativo di giustificare o, per altri, di combattere l'idea che le cose
che sono "innaturali" sarebbero, in quanto tali, potenzialmente pericolose e dannose,
in modo particolare sul piano della morale individuale e sociale.
Si pensi alle questioni che negli ultimi anni sono state definite dai politici italiani "eticamente
sensibili", dalle controversie bioetiche sulla fecondazione assistita, sullo statuto
morale dell'embrione umano o sul diritto di disporre individualmente della propria vita
e quindi rifiutare trattamenti salvavita (o di chiedere l'eutanasia), fino alla contesa
sui cosiddetti "Dico" (il disegno di legge sui diritti e doveri delle persone stabilmente
conviventi). In tutti i casi, la questione era ed è se una persona ha il diritto di governare
la propria esistenza nel senso di ricercare per sé e per chi ama un benessere concreto, prescindendo
da cosa è considerato da altri, su base religiosa o solo morale, "naturale". Perché
l'idea che sembra prevalere è che esistano delle condizioni "naturali"
che devono essere accettate anche da chi, con validi motivi, non le considera tali, perché
codeste pratiche "naturali" sostanzierebbero dei valori morali e civili essenziali
per dare un senso all'esistenza umana.
Nel momento in cui sorge la questione di cosa sia naturale e cosa non lo sia è ovvio che si
pone subito il problema di chi abbia o meno titolo per decidere. E in che modo. Ovvero se spetti alla
politica, o alla religione, o alla scienza. Essendo per definizione la scienza un metodo di studio
razionale della natura, in grado di produrre soluzioni empiricamente dimostrabili e quindi
condivisibili dei problemi, dovrebbe essere interesse di tutti valorizzare la portata
educativa e culturale di tale metodo per venire a capo delle controversie. Invece, proprio la scienza
si trova messa sotto accusa. Rappresenterebbe oggi la principale minaccia per la libertà
e la dignità dell'uomo, in quanto, si dice, alcune sue dottrine metterebbero in discussione
la natura spirituale o metafisica della cosiddetta "creatura", mentre altre diffonderebbero
l'idea che l'uomo può conoscere e quindi disporre dei processi vitali naturali.
L'uomo cercherebbe dunque di imitare Dio, riuscendo solo a distruggere i valori morali e
civili tradizionali tramandati dalle religioni.
Sono venuti al pettine alcuni nodi irrisolti, che riguardano, in ultima istanza, la natura
della religione e della morale, nonché ovviamente del diritto. E sono venuti al pettine non
tanto per il pensiero religioso, che non ha sostanzialmente cambiato il proprio approccio, quanto
per quello laico, che non ha saputo rinnovarsi, dotarsi degli strumenti per governare le sfide
dei cambiamenti culturali, sociali ed economici. Senza pretendere di affrontare in poche righe
un argomento di una certa complessità, credo si possa sostenere che la vera minaccia per
la libertà e la democrazia sono oggi le religioni. Non intendo discutere in questa sede
le tesi, per alcuni aspetti anche sensate, che identificano nella religione cristiana la sorgente
del pensiero, della società e dell'economia liberali.1 In effetti, anche se il cristianesimo
avesse svolto tale ruolo, allo stato attuale si rivela molto pericolosa l'idea che esso tenta
da più parti di affermare sul piano civile, di possedere un accesso privilegiato ai valori
costitutivi della natura umana e di conseguenza anche un titolo superiore per discernere tra ciò
che è bene e ciò che è male. In primo luogo, è quasi superfluo ricordare che
l'organizzazione delle strutture religiose non è e non può essere ispirata da
princípi di democrazia. Inoltre, perché le tesi sopra indicate reintroducono la pratica,
che storicamente ha prodotto e ancora produce immani tragedie nei regimi teocratici, di attribuire,
più che qualche privilegio, un vero e proprio primato civile alla religione.
Basta semplicemente leggere i giornali per rendersi conto di cosa stia accadendo in diverse
parti del mondo come conseguenza dell'accentuarsi dell'azione politica sviluppata
da alcune religioni, in particolar modo quelle giudaico-cristiano-islamiche. E, per quel che
ci riguarda, che cosa sta succedendo in Italia, dove le gerarchie cattoliche sulla spinta della
dottrina di papa Ratzinger, intervengono ogni giorno, trovando cori di consensi a destra e a manca,
per affermare che per quanto riguarda le domande circa ciò che è naturale per l'uomo,
la religione cattolica ha già dato le sue risposte, e queste «non sono negoziabili».
Il che non costituisce certo un invito al dialogo democratico.
Nel contesto di una democrazia liberale, quando qualcuno dice che le sue posizioni non sono
negoziabili, è piuttosto arduo insistere a voler discutere. Infatti, essendo la comunicazione
tra attori sociali una negoziazione di significati, è difficile capire come vi possa essere
dialogo con chi sostiene che i propri significati non sono negoziabili. È come cercare di
parlarsi stando in due celle di isolamento. Per la verità, grazie al pavido e opportunistico
schieramento della stampa nazionale, ipocritamente definito rispettoso delle sensibilità
religiose, sta accadendo che in Italia chiunque non si allinei con il monopensiero delle gerarchie
cattoliche (e resta da vedere come la pensino veramente le varie sensibilità presenti
nel mondo cattolico) e con quello dei laici ossequienti e genuflessi, viene automaticamente isolato.2
Da quando esiste la democrazia, il problema che si pone nel momento in cui qualcuno afferma la
non negoziabilità dei propri valori, è quello di capire quale ruolo ricopre. Cioè
se incarna una funzione sociale vitale per il mantenimento dei princípi che sono costitutivi
della democrazia stessa (se si tratta per esempio di un giudice), e quindi difende dei valori che
sono essenziali per garantire la convivenza civile. In seconda istanza, qualora verificato che
il portatore della tesi non ha un ruolo istituzionale definito, la questione è se quanto afferma
è innocuo o, invece, pericoloso per la convivenza civile. Se è pericoloso, allora ci
si dovrebbe domandare a cosa mira. Perché magari si è di fronte a un processo in cui attraverso
messaggi deliranti, ma efficaci, di uno o più personaggi percepiti come carismatici, che
assumono un ruolo politico e coagulano intorno a sé interessi di potere, si sta cercando di
cancellare le libertà politiche e distruggere la democrazia stessa.
Forse non ci sono elementi concreti per temere conseguenze immediate ai danni della democrazia
italiana dall'assalto lanciato da papa Ratzinger ai princípi della nostra carta costituzionale.
Se però il presidente della Repubblica provasse ogni tanto anche a difendere la laicità
del nostro stato, non contravverrebbe al proprio dovere.
Si può dire, come sostiene Gian Enrico Rusconi, che «la natura umana è …
laica»? Ovvero che «la natura umana, come dato immanente, scientificamente esplorabile,
è congruente con la somma dei valori che chiamiamo laici»? Indubbiamente lo sforzo
di Rusconi per rendere tra loro compatibili la tradizione kantiana, o più in generale razionalista
e deontologica, del pensiero laico, e le sfide che a tale concezione sta portando la comprensione
scientifica della natura umana, è di grande interesse e spessore intellettuale. Tuttavia,
egli non prende in considerazione la possibilità che le difficoltà che il pensiero
laico sta affrontando sul piano della efficacia a contrastare culturalmente l'azione politica
di quella che lui definisce benissimo come cultura religiosa-di-chiesa3 dipenda proprio dal
limite della concezione kantiana dell'autonomia e del primato della ragione sul piano fondazionale.
Per esempio, Rusconi ritiene che la scienza non stia rispondendo alla domanda kantiana «che
cosa è l'uomo?». In realtà, la biologia evoluzionistica e la neurobiologia
hanno di fatto dimostrato che quella domanda è priva di senso. La domanda che ci si può
legittimamente fare alla luce della conoscenza empirica della natura umana è quella che
si poneva Paul Valéry: «Che cosa può un uomo?».4 E se si entra nel merito di
come stanno rispondendo le scienze empiriche a questa domanda, ci si rende conto che anche le regole
che storicamente definiscono lo statuto politico del cittadino esprimono le potenzialità
e i limiti della natura umana.
L'analisi storico-sociale di Rusconi è implacabile e crudamente veritiera per
quanto riguarda la messa a fuoco delle peculiarità dell'azione politica della religione
cattolica, che caratterizza correttamente, e con buona pace degli atei devoti o dei filosofi tormentati
che esaltano ogni giorno le qualità filosofiche del papa tedesco, come «una religione
a basso contenuto teologico e culturalmente anche molto impoverita». Rusconi dimostra
altresí come l'essenza dello scontro tra la cultura religiosa-di-chiesa e il fondamento
laico dello stato liberale ha a che fare con l'origine delle norme morali e il rapporto tra
etica e legge. Per la cultura religiosa-di-chiesa le norme morali «sono iscritte nella condizione
di creatura e quindi possiedono un carattere ontologicamente trascendente. Per il laico invece
le norme rispondono a una esigenza etica argomentabile soltanto razionalmente». Ma
il laico, osserva lo storico e sociologo torinese, dispone in più, per costruire le sue argomentazioni,
del metodo razionale scientifico.
Ben tre capitoli del libro riguardano quindi i rapporti fra la tradizione del pensiero religioso,
morale e politico, e la scienza. Ovvero, ancora, la questione del naturalismo e delle sue conseguenze.
Rusconi si chiede che cosa rimanga delle tradizionali credenze religiose e umanistiche alla luce
delle scoperte della biologia evoluzionistica e delle neuroscienze, e in che modo si possa ridare
attualità alla concezione kantiana che assume quale presupposto della moralità
l'autonomia della libertà umana. Ora, la posizione della chiesa sulla natura è
molto trasparente, e per questo anche cosí appealing: la verità religiosa
è che la natura umana è un progetto divino, e quindi reca in sé i diritti fondamentali
che la struttura laica della società non deve far altro che accogliere nella sua legislazione.
Affidandosi ovviamente alla religione, che ha direttamente accesso al soprannaturale, per sapere
quali sono questi diritti. Ne consegue che la ragione per cui le gerarchie della religione cattolica
stanno valutando ultimamente se passare all'attacco della teoria dell'evoluzione
è, come giustamente osserva Rusconi, quella di garantirsi il primato a livello morale.
Per Rusconi la visione laica è più universalista, ma deve guardarsi da certe derive
del naturalismo. Infatti, ci sarebbe un naturalismo «scientifico o scientista» che
considera epistemologicamente fondate solo le scienze naturali, e un naturalismo «liberale»,
che difende un pluralismo concettuale, ovvero la legittimità di affrontare lo studio
della natura umana sulla base del presupposto che vi sarebbero dimensioni irriducibili a livello
fisico-biologico.
È ormai un leitmotiv l'idea che il naturalismo riduzionistico implicherebbe una
concezione deterministica e quindi metterebbe in discussione l'idea di libertà
umana. Prendendo le distanze dal riduzionismo, si rischia di far rientrare dalla finestra quello
che si vorrebbe cacciare dalla porta. E non è da sottovalutare il fatto che le ontologie religiose
hanno avuto negli ultimi decenni una svolta in senso fortemente "riduzionista": basti
pensare alla definizione "zigotica" o "genomica" della persona umana
implicita nella tesi della bioetica cattolica ortodossa circa l'inizio della vita. Insomma,
c'è la tendenza nel discorso pubblico laico a liquidare il riduzionismo, come se il
riduzionismo avesse prodotto chissà quali danni senza specificare di quale riduzionismo
si sta parlando: ontologico, epistemologico o metodologico? Sul piano metodologico, cioè
per quanto riguarda il metodo della ricerca, è del tutto scontato che l'approccio allo
studio di un fenomeno naturale possa essere sia analitico sia sintetico. Il riduzionismo epistemologico
non lo pratica più nessuno, nel senso che ogni livello di organizzazione può avere i
suoi concetti e le sue teorie. Anche se rimane un fatto che nello studio dei fenomeni biologici tutte
le spiegazioni devono trovare un senso alla luce dell'evoluzione come diceva Theodosius
Dobzhansky. Mentre sul piano ontologico, a meno di non credere ai miracoli, la vita è davvero
null'altro che molecole e reazioni biochimiche organizzate in un modo del tutto particolare.5
Richiamandosi a un confronto avvenuto in Germania l'anno scorso tra il neurofisiologo
Wolf Singer e il filosofo Jürgen Habermas sulla questione delle questioni, cioè se
si possa ancora difendere un'idea astratta del libero arbitrio alla luce delle moderne conoscenze
biologiche, Rusconi ritiene che il punto di vista laico in qualche modo dovrebbe assestarsi sull'idea
che «la libertà è il darsi norme di comportamento in un mondo di contingenze.
Norme che non sono ontologicamente inscritte in una natura-physis, che non sono direttamente
dettate da un Legislatore onnipotente, onnisciente, benevolo, ma non sono neppure il sottoprodotto
di qualche processo neuronale». Rusconi e Habermas6 considerano irrilevanti,
alla luce di una discutibile interpretazione normativa del principio della fallacia naturalistica,
le prove neuroscientifiche del fatto che gli stati di coscienza o volontarietà, cosí
come le disposizioni morali, sono il risultato di attivazioni specifiche e individuali di strutture
nervose.
Per la verità, le neuroscienze, assieme alla biologia evoluzionistica, hanno negli
ultimi decenni conquistato un'epistemologia in cui gli approcci riduzionistici stanno
dando conto proprio dell'imprevedibilità delle risposte evolutive e individuali,
ovvero delle dinamiche non deterministiche che governano i cambiamenti adattativi.7 Le neuroscienze,
inoltre, stanno riscuotendo una crescente attenzione tra i bioeticisti e i teorici del diritto
di tradizione anglosassone, ed è ineludibile il confronto con le più recenti novità,
proprio se si vuole che i princípi fondanti della democrazia, che sono la libertà
e la giustizia, vengano declinati più appropriatamente quando si definiscono, nelle scelte
di governo politico, le regole concrete della convivenza civile.8
Se il tema cruciale del confronto culturale e politico è che cosa sia naturale e se dobbiamo
cercare nella natura la fonte dei valori morali e politici, è evidente che il pensiero laico
non può più continuare a tenere i piedi in tutte le scarpe, o continuare ad agganciare
le sue tesi nel vuoto. Serve una scelta di parte decisa, che può avvenire solo facendo seriamente
i conti con le conoscenze e i fatti emersi dallo studio scientifico, ovvero naturalistico, del
comportamento umano. E quando si parla di aspetti che riguardano la natura biologica dell'uomo
è inevitabile discuterne alla luce della teoria dell'evoluzione. Per cui forse non
è un caso che il darwinismo sia oggi sotto attacco da parte di tutte le religioni.9
Anche per Giovanni Jervis, «è tipico del pensiero laico non già il fondarsi
su un credo ma il discutere l'applicabilità di una serie di orientamenti riguardanti
problemi di convivenza». Perché «il pretendere di sacralizzare questi orientamenti
fino a congelarli in una serie di princípi non conduce a buoni esiti». Ma Jervis ritiene
che «l'orientamento darwiniano» sia «materialista, per taluni aspetti
persino meccanicista». Al punto da indurci al «dubbio inquietante di non essere pienamente
padroni della nostra intelligenza e forse neppure della nostra moralità».
In virtù di una straordinaria storia personale di ricerca intellettuale e di pratica medica,
ma anche politica, nel campo della psichiatria, Jervis si muove con grande disinvoltura nella
letteratura neuropsicologica che negli ultimi decenni ha scavato a fondo nelle nostre predisposizioni
naturali, e non dà prova di nessun ossequio verso il "politicamente corretto".
Anche per Jervis, la questione centrale del tempo che stiamo vivendo è la reazione culturale
in risposta al nuovo naturalismo e alle sue conseguenze.
Lo psichiatra italiano illustra come le scoperte scaturite dalle neuroscienze e dalla psicologia
sperimentale hanno significativamente modificato le idee tradizionali sulla nostra natura.
Si è scoperto che non siamo del tutto buoni, né mediamente cosí intelligenti come
farebbero ritenere i risultati raggiunti, e tanto meno razionali quando prendiamo decisioni
nel contesto della quotidianità. Si è visto che le emozioni giocano un ruolo importante
e che l'educazione è essenziale, anche se non sufficiente, per tenere a bada impulsi
egoistici o antisociali.
Ormai queste cose, è vero, le sanno anche i sassi. Ma continua a ignorarle la maggior parte
degli intellettuali e dei politologi: il libro di Jervis affronta proprio le implicazioni per
la teoria e l'azione politica delle nuove conoscenze sui limiti della razionalità
e della bontà umana. Si può cosí leggere una serie di sensatissime argomentazioni
circa il fatto che l'esistenza e la sopravvivenza della democrazia dipendono da delicati
equilibri, che possono essere destabilizzati dalla ricerca o dall'imposizione politica
di certezze e di valori assoluti. Come in pratica stanno facendo i politici italiani, che impongono,
alla faccia della Costituzione vigente e dei suoi princípi, a tutti i cittadini proprio quei
valori che le gerarchie cattoliche giudicano dal loro punto di vista «non negoziabili».
Queste operazioni, purtroppo, funzionano in quanto la nostra mente limitata ricerca naturalmente
autoinganni collettivi e illusioni sociali per far fronte al peso psicologico dell'incertezza.
Ben consapevoli del fatto che l'unico antidoto inventato dalla cultura per superare l'autoinganno
e l'illusione è l'educazione scientifica, gli strateghi e i chierici dell'attuale
campagna volta ad affermare, anche in Italia, una concezione confessionale del governo politico
tengono costantemente nel mirino la scienza e la tecnologia. In modo particolare quelle conoscenze
e tecniche che ci fanno comprendere l'origine dei nostri limiti, e ci aiutano davvero a superarli,
cosí da evitare di finire nelle mani di qualche impostore.
. Cfr., per esempio, R. Stark, The Victory of Reason. How Christianity Led to Freedom, Capitalism,
and Western Success, New York, Random House, 2005.
1 . Basta constatare le reazioni scandalizzate che ha scatenato, soprattutto tra alcuni laici
devoti o asserviti, il libro di P. Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e
meno che mai cattolici), Milano, Longanesi, 2007. Cfr. G. Corbellini, "I nervi scoperti
della Chiesa", Darwin, 19, 2007, p. 66.
2 . Si tratta della religione che, come sta accadendo in Italia, vuole rappresentare soprattutto
la fonte dei valori civili.
. Cfr. G. Fedrigo, Che cosa può un uomo? Potenzialità biologica, selezione
naturale e cervello da Paul Valéry a Gerald M. Edelman, Torino, L'Harmattan Italia,
2005.
3 . Qui vorrei ribadire la tesi contenuta nell'articolo pubblicato sul numero di aprile
della Rivista dei Libri con il titolo "Evoluzione e politica", che qualcuno,
forse in preda a un delirio di potere o forse solo impreparato sul piano intellettuale, ha frainteso
come un attacco personale (vedi Interventi: "A proposito di Evoluzione e politica",
la Rivista dei Libri, maggio 2007). È rischioso trascinare la scienza
nell'agone politico, mettendola sullo stesso piano di qualsiasi altra forma di conoscenza.
Ovvero cercando di piegarne i contenuti in funzione del "politicamente corretto".
La scienza andrebbe usata rispettandone le peculiarità epistemologiche, ma soprattutto
sforzandosi di capire che cosa davvero dice e con quali implicazioni.
. Cfr. J. Habermas, "The Language Game of Responsible Agency and the Problem of Free Will:
How Can Epistemic Dualism Be Reconciled with Ontological Monism?", Philosophical Explorations,
X, 1, marzo 2007, pp. 13-50.
4 . Il filosofo della biologia Alex Rosenberg ha dimostrato, in modo piuttosto convincente,
che la teoria della selezione naturale e la biologia molecolare costituiscono un apparato esplicativo
in grado di fornire una spiegazione riduzionistica in termini darwiniani di tutta la biologia
(e la medicina aggiungo io), ma allo stesso tempo rifiutano il determinismo genetico. Cfr. Darwinian
Reductionism. Or, How to Stop Worring and Love Molecular Biology, Londra-Chicago, The Chicago
University Press, 2006.
5 . Per cogliere l'attualità della questione cfr. J. Rosen, "The Brain on
the Stand", The New York Times, 11 marzo, 2007, p. 49. Un esame più strutturato
di questi problemi si trova in J. Illes (a cura di), Neuroethics. Defining the Issues in Therory,
Practice, and Policy, Oxford-New York, Oxford University Press, 2006.
6 . Cfr. "In the Beginning. The Debate over Creation and Evolution, Once Most Conspicuous
in America, in Fast Going Global", The Economist, 21 aprile 2007, pp. 23-26. L'Economist
svela anche il nome del teologo statunitense che sta ispirando il cambio di politica dell'attuale
pontificato in materia di evoluzionismo.
GILBERTO CORBELLINI insegna Storia della medicina e bioetica presso l'Università
di Roma "La Sapienza" ed è autore di: Le grammatiche del vivente (Laterza,
1998; 2a ed. ampliata 1999); Breve storia delle idee di salute e malattia (Carocci, 2004);
e di EBM. Medicina basata sull'evoluzione (Laterza, 2007). È
condirettore della rivista Darwin. |