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La democrazie delle caste
FEDERICO RAMPINI

PANKAJ MISHRA, La tentazione dell'Occidente. India, Pakistan e dintorni: come essere moderni, trad. di Federica Oddera, Parma, Guanda, pp. 416, €18,00

Bakha è un giovane robusto, bello e intelligente, ma nel vederlo passare per la strada gli altri indiani si scostano ai lati come se fosse un appestato. Quando va a comprarsi da mangiare, non può consegnare direttamente le monete in mano al negoziante. Per non "inquinare" il mercante, Bakha deve posare il denaro in un cesto dove sarà purificato con spruzzi d'acqua. L'accesso al tempio indù gli è vietato perché la sua sola presenza renderebbe impuro quel luogo sacro. Bakha è un "intoccabile", la più bassa delle caste induiste. Dal padre ha ereditato un mestiere che le credenze religiose riservano solo a loro: pulire le latrine e spazzare dalle strade gli escrementi animali. Il contatto con le feci è proibito alle altre caste, da millenni il letame è l'appannaggio dei reietti della società indiana. Bakha è il protagonista di Intoccabile (edito in Italia da Guanda), il grande romanzo-denuncia con cui nel 1935 lo scrittore Mulk Raj Anand espose al mondo intero l'inferno delle caste inferiori nel suo paese. È un personaggio di fantasia, ma la sua storia settant'anni fa offrí una sconvolgente e precisa ricostruzione delle condizioni di vita degli intoccabili, oggi più spesso definiti dalit (oppressi).

Nel romanzo di Anand la sorella di Bakha deve alzarsi tutte le mattine presto per procurare l'acqua alla famiglia: gli intoccabili non possono avvicinarsi al pozzo e neanche al fiume, altrimenti le caste superiori non potrebbero più bere quell'acqua contaminata; dunque le donne dei dalit si appostano nelle vicinanze del pozzo cittadino sperando che un indù di buon cuore comandi ai suoi servitori di andare a prendere un po' di acqua anche per loro. L'episodio centrale di Intoccabile avviene quando Bakha per una distrazione dimentica il dovere di annunciare ad alta voce il proprio passaggio, gridando «spazzino, spazzino!» mentre attraversa il quartiere. Un indù di alto rango lo urta, si accorge di aver toccato un essere immondo, lo maledice urlando, circondato da una folla inorridita e furiosa, compatta nel condannare l'oltraggio compiuto dall'intoccabile.

 

La permanenza delle caste nel XXI secolo è l'aspetto per noi più sconcertante della realtà indiana. Il 16 aprile 2007 il quotidiano The Hindu pubblicava la denuncia di 17 presidenti di consigli municipali nella provincia di Madurai (Tamil Nadu). Tutti intoccabili, quegli eletti del popolo raccontavano al giornale il loro stato di inferiorità sancito dalla tradizione e dal peso dei condizionamenti ancestrali: «Quando si riunisce il consiglio municipale il presidente deve stare seduto sulla nuda terra perché è un intoccabile, mentre i semplici consiglieri siedono al tavolo se appartengono a caste superiori. Gli intoccabili fanno scena muta, anche se sono presidenti, mentre i consiglieri delle caste superiori dibattono l'ordine del giorno. Nei villaggi un bambino figlio di bramini può chiamare un anziano dalit per nome e senza alcun rispetto, mentre il dalit deve rivolgersi al bambino con deferenza».

Il sistema delle caste è cosí antico che le sue origini si confondono con la stessa genesi dell'induismo. Fino a un'epoca recente del resto si usavano indifferentemente il termine di induismo o quello di "religione braminica", dal nome della classe di sacerdoti e letterati che ha creato e domina il sistema delle caste. Il sistema braminico è la religione più antica che sia sopravvissuta senza interruzione nella storia umana. Le sue fonti scritte originarie (Rig-Veda) risalgono al 1200 prima di Cristo e forse ancora più indietro. Organizza il sistema delle caste secondo una scala gerarchica di "purezza": sotto i bramini vengono i guerrieri (kshatriya), quindi i commercianti (vaishya). In fondo ci sono le basse caste (shudra) che includono gli agricoltori e vari mestieri "impuri" come lavandai o barbieri. Oggi questi gruppi giuridicamente definiti come other backward classes (ODC), cioè "altre classi arretrate" rappresentano almeno metà della popolazione indiana. Infine all'ultimo gradino ci sono gli intoccabili, che Gandhi volle ribattezzare «i bambini di Dio» (harijans) e che dalla burocrazia vengono classificati come "caste schedate": si stima che siano il 17% della popolazione. Queste grandi categorie si suddividono poi in un'infinità di sottocaste diverse a seconda dei mestieri e delle regioni dell'India. La stratificazione si è arricchita e complicata nei secoli, anche con fenomeni di mobilità sociale verso l'alto e verso il basso: alcune caste sono state "promosse" col tempo grazie al successo economico delle loro attività.

 

Oggi a noi occidentali ripugna il concepire che una civiltà raffinata come quella indiana si basi su un apartheid sociale sancito dalla religione. Nell'India contemporanea molte forze sono impegnate per superare questo sistema, ma altre forze di segno opposto contribuiscono a mantenerlo in vita. Basta risalire a pochi decenni fa per trovare una giustificazione nobile e autorevole, colta e intransigente delle caste. Ecco come ne descrive la legittimità e il ruolo uno dei più grandi filosofi indù del Novecento, Ananda Coomaraswamy: «L'essere umano nella sua completezza possiede in se stesso una gerarchia di facoltà spirituali, politiche e amministrative, e ha poi degli organi fisici dedicati all'azione e alle sensazioni, i quali trattano la materia prima o nutrimento. Perché l'organismo si sviluppi in armonia le funzioni spirituali, politiche e commerciali devono essere maestre in ordine d'importanza; gli organi che trattano la materia prima devono essere servitori. Allo stesso modo la prosperità di un regno dipende dalla giusta gerarchia delle funzioni e dall'ordine del sacrificio. Le caste sono nate dal sacrificio. Nell'ordine sacro il lavoro di tutti gli uomini è necessario e ha un posto. Nella logica secondo cui ogni lavoro è sacrificio – per quanto ciò possa sembrare strano alla mentalità moderna dei profani – dal bramino al re e dal vasaio allo spazzino ognuno esercita un sacerdozio e ogni loro azione è un rito. Ciascuna delle loro sfere ha la sua etica professionale. A differenza della divisione industriale del lavoro nata in Occidente, l'istituzione delle caste non comporta diversi gradi di responsabilità. Questa organizzazione indiana dei ruoli, delle lealtà, dei doveri reciproci, è assolutamente incompatibile con il carattere competitivo della società industriale: per questo viene sempre dipinta in modo negativo dai sociologi. Una totale confusione delle caste segna la morte di una società, trasformata in una folla amorfa. Di fatto è in questo modo che le società tradizionali vengono uccise e la loro cultura viene distrutta, a contatto con le civiltà industriali e proletarie». Coomaraswamy nella sua difesa radicale della gerarchia sociale antica mobilita anche il buddismo (di cui era un profondo studioso) affermando che per la sua derivazione dall'induismo non è affatto avverso alle caste e non ha aspirazioni di riforma sociale. Il pensatore indiano, per descrivere lo scontro di valori tra noi e loro, ricorda il giudizio dell'Oriente tradizionale sulla civiltà occidentale come fu descritto da Thomas Babington Macaulay (giurista inglese che si battè per l'abolizionismo e fu il padre del codice penale indiano) in questa immagine ironica: «L'Oriente si è inchinato davanti all'Occidente con un paziente e profondo disprezzo». Secondo Coomaraswamy, però, «una tale opposizione esiste fra l'Oriente ortodosso e l'Occidente moderno, non sarebbe stata vera invece nel XIII secolo». Il filosofo metafisico indiano non esita a rivendicare un'affinità con la società feudale europea, il nostro sistema medievale delle corporazioni, la trasmissione ereditaria dei mestieri. È un argomento condiviso da Pier Paolo Pasolini nel suo amaro disincanto verso la modernità. Pasolini nelle sue Pagine corsare del 1973 (ripubblicate in Descrizioni di descrizioni, Garzanti 1996) scrive: «Il reazionarismo della religione indù è un errore di ottica, come osserva Ananda Coomaraswamy. E ha ragione: la Chiesa Cattolica non era reazionaria nel Medioevo. La cultura del feudatario e quella del contadino erano la stessa cultura. La rassegnazione non ha niente da invidiare alla rivolta, naturalmente in una società sostanzialmente non contraddittoria: dove il figlio assume il ruolo del padre, e la obbedienza che – nelle società antiche – porta a questo, è suprema dignità. L'assimilazione al padre e la riassunzione dei suoi doveri, che divengono casi ereditari, è la causa prima della divisione della società in caste, secondo il credente Ananda Coomaraswamy. Certo non lo è unicamente, ma che importa? Chi pativa e viveva questa forma arcaica di divisione del lavoro ci credeva fermamente e l'accettava: un universo umano conta solo visto dal suo interno».

 

Lo scrittore umanista Anand pubblica L'intoccabile nel 1935. A metà tra le due guerre mondiali il suo romanzo trasuda indignazione, invoca per l'India una cultura dei diritti dell'uomo di stampo occidentale, ispirata dalle rivoluzioni americana e francese. Nella sua storia il giovane intoccabile Bakha diventa filoinglese: ingaggiato per pulire latrine in una caserma britannica, scopre che i soldati bianchi lo considerano un domestico, sí, ma uguale a tutti gli altri indiani, e quindi per la prima volta in vita sua si sente «trattato come un essere umano». Coomaraswamy scrive il suo saggio Induismo e buddismo otto anni dopo, nel 1943, rivendicando invece la dignità del sistema delle caste. Queste due anime dell'India si affrontano da tempo. Da secoli la penetrazione dell'Islam e del cristianesimo mette a contatto l'induismo con religioni monoteiste, universaliste e soprattutto "egualitarie", anche se spesso sono queste ultime a scendere a compromessi con il sistema delle caste per farsi accettare dalla società locale. L'imperialismo britannico a sua volta imprime dei segni contraddittori. Da una parte, pur sfruttando la colonia con metodi autoritari, introduce nella élite locale degli ideali di libertà e di eguaglianza. Il fondatore dell'India indipendente, Jawaharlal Nehru, studia in Inghilterra dove diventa un ammiratore del movimento fabiano, precursore del Labour Party. D'altra parte gli inglesi nella loro maniacale efficienza amministrativa catalogano per la prima volta le caste in modo ufficiale, dando loro la precisione e la forza di un "sistema". Sono infatti gli inglesi a promuovere il primo e unico censimento demografico per caste mai realizzato in India, nel 1931. È anche durante il Raj britannico che inizia, per compensare le diseguaglianze socioeconomiche, una sorta di affirmative action: cioè la politica dei posti riservati alle categorie inferiori nelle assunzioni del pubblico impiego. I primi esperimenti avvengono nelle aree meridionali, nel 1918 nella zona del Karnataka e nel 1921 a Madras. In seguito questa azione viene estesa in tutto il territorio nazionale dall'India indipendente, che da vari decenni riserva alle caste inferiori il 27% dei posti nella burocrazia statale, nonché il 22% nei licei e nelle università. Il sistema delle quote ha prodotto effetti paradossali. Gli appartenenti alle categorie più sfavorite sono strenuamente favorevoli a questa forma di promozione socioeconomica. Per trarne vantaggio, però, devono dichiarare e rivendicare la propria appartenenza a una casta inferiore. In questo modo, mentre le diseguaglianze tendono effettivamente a ridursi – almeno nelle zone più sviluppate – e mentre i rapporti di forza si rimescolano, "l'identità di casta" ne esce perfino rafforzata. Anche la vita politica segue la stessa tendenza. Il sistema democratico consente ai ceti oppressi di far valere i propri diritti in Parlamento. Questo avviene attraverso una miriade di partiti che rappresentano le caste inferiori, e cosí rafforzano la coesione interna delle stesse caste.

Nell'India di oggi un membro delle caste inferiori è presidente della Corte Suprema. La nazione moderna e politically correct tende a ripudiare le caste e quindi evita di usarle nei suoi censimenti demografici. Effettua però delle indagini parlamentari sul problema, e i risultati sono sconcertanti. L'indagine del 1955 rivelava l'esistenza di 2.399 caste arretrate, 25 anni dopo un'altra inchiesta ne contava ben 3.743. Purushottam Agrawal, docente alla Nehru University di New Delhi, conclude senza esitazione: «Nel corso degli anni la coscienza di casta, invece di affievolirsi, ha continuato ad affermarsi». Mentre una parte dell'India insegue gli ideali egualitari e meritocratici di Anand e del suo Intoccabile, resiste con vitalità anche la visione di Coomaraswamy di una società fondata sull'identità antica e rassicurante delle corporazioni.

 

A fianco all'effetto emancipatore delle quote di posti di lavoro riservati alle caste inferiori, almeno altrettanto importante è l'accelerazione del declino che investe da anni la categoria dei bramini. Dal risentimento dei privilegiati sono nate proteste clamorose, e una nuova forma di revanscismo indù che dietro l'ideologia nazionalista nasconde un volto reazionario. Questi fenomeni sono al centro della riflessione di Pankaj Mishra. Nato nel 1969, Mishra è un geniale esponente della più cosmopolita intellighenzia indiana. La sua vita si divide tra l'India e Londra, i suoi saggi escono su sofisticate riviste occidentali come The New Yorker, The New York Review of Books – la Rivista dei Libri, The Times Literary Supplement. Nel libro La tentazione dell'Occidente, Mishra parte dai suoi ricordi di studente universitario a Benares, la città sacra sul Gange. «Appartenevo anch'io a una casta alta», scrive, «ero privo di mezzi e non versavo in condizioni molto migliori di mio padre subito dopo l'indipendenza, quando le leggi di riforma agraria del 1951 avevano ridotto in miseria la sua famiglia di bramini un tempo benestanti. (La riforma costituiva un altro dei tentativi di Nehru per realizzare l'uguaglianza sociale, trasformando i fittavoli sfruttati in piccoli proprietari). I parenti di mia madre avevano subito un tracollo simile. Al pari di tanti altri dei miei congiunti, costretti a reinventarsi a fatica un ruolo all'interno della classe media, anch'io dovevo aprirmi una strada nel mondo. Se ripenso a quell'epoca, la mia ossessione per i libri e il loro universo calmo e ordinato, in stridente contrasto con la rabbia e la disperazione che mi circondavano, mi appare come uno stratagemma per differire un futuro cupo e già segnato».

Nella città di Benares, Mishra osserva la perdita di prestigio e di autorità di una famosa famiglia di bramini locali, un tempo intimi alleati e amici della dinastia Nehru-Gandhi, e oggi condannati all'irrilevanza dall'emergere di un nuovo ceto politico espresso dalle caste inferiori. Sembra un'atmosfera finale del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, con un senso ancora più tragico della decadenza sociale e del tramonto di un'epoca. «I membri della famiglia continuavano a portare sulla fronte gli emblemi dei bramini, rispettavano i digiuni prescritti, si bagnavano con regolarità nel Gange, figuravano come ospiti d'onore nei templi in occasione delle varie festività e non accettavano cibo dagli appartenenti alle caste inferiori. Ma questa eccessiva preoccupazione per l'immagine pubblica e il timore esasperato di contaminarsi e di perdere la purezza erano tutto ciò che rimaneva del loro bramanesimo. Davanti alla dimora ancestrale non si radunavano più folle di tirapiedi e supplicanti in cerca di lavoro; le donne della casa giravano per i bazar non accompagnate e nessuno le riconosceva; i giornalisti in visita andavano altrove a cercare storie interessanti».

 

Appena due decenni fa, quando l'India ancora era lontana dal boom economico attuale e pochi visionari immaginavano il suo futuro di superpotenza delle tecnologie avanzate, la battaglia per entrare nella pubblica amministrazione era una questione di vita o di morte. L'impatto delle "quote" sui giovani bramini era un micidiale colpo alle loro aspettative. Dentro la casta dei bramini infatti c'era e c'è di tutto, ivi compreso un modesto ceto medio di provincia le cui origini aristocratiche convivono con una cronica angustia di risorse, e la nostalgia dello status antico rende ancora più dolorosa la percezione del declino. «In maggioranza», scrive Mishra, «gli studenti di quelle regioni indiane afflitte da una storica arretratezza provenivano da famiglie ancora feudali o semirurali e aspiravano a un posto nella burocrazia, l'invenzione coloniale che anche dopo l'indipendenza continuava a offrire la via più facile e veloce verso il benessere economico e il potere politico. Ma entrare nel settore pubblico era diventato sempre più arduo… Gli studenti delle caste alte, impoveritesi di recente, erano i più penalizzati… I giovani delle caste alte lottavano per adattarsi alla vita urbana, soffocati dalla tetra prospettiva di vedersi ricacciare nell'oblio al quale avevano tentato di sfuggire; e la consapevolezza di non avere un futuro … avrebbe toccato una tragica acme nel 1990, con l'ondata di autoimmolazioni seguita alla decisione del governo centrale di incrementare ulteriormente la quota degli impieghi riservati alle caste depresse».

Dalla fine degli anni Novanta a oggi la crescita economica ha allargato le opportunità esistenti sul mercato del lavoro. La burocrazia statale non è più uno sbocco esclusivo e prezioso. La controversia delle quote è meno esasperata di un tempo. I casi di "falò umani", suicidi sacrificali per protesta, non si sono ripetuti nei tempi recenti. Ma la tensione continua. Quando nel 2007 il governo di Manmohan Singh ha varato una legge per alzare al 27% i posti riservati alle caste inferiori anche nelle università, ha scatenato lunghi scioperi e manifestazioni studentesche. L'argomento più aggiornato che usano i bramini è la meritocrazia. La campagna antiquote ora si erge in difesa del prestigio delle università di eccellenza, come i celebri Indian Institutes of Technology, minacciati da un'invasione di studenti mediocri ammessi solo grazie alla loro appartenenza alle caste inferiori. A furia di allargare il campo di applicazione della affirmative action egualitaria – sostengono i suoi avversari – l'India rischia di rallentare il suo slancio competitivo nell'economia globale.

 

Il progresso economico delle caste svantaggiate è il risultato della loro mobilitazione politica. L'India è l'unica democrazia al mondo dove i poveri votano più dei ricchi. Si capisce il perché: nel sistema parlamentare i diseredati hanno trovato lo strumento più efficace per difendere i propri diritti e conquistare un potere contrattuale. L'India è diventata una "democrazia delle caste", dove proliferano partiti specializzati nel difendere interessi corporativi, rivendicazioni di categoria. Com'è logico questo fenomeno si accompagna all'ascesa di un ceto politico non particolarmente elegante. Rispetto alla élite di una volta, formata come Nehru nelle migliori università inglesi, la caduta di stile è impressionante. Di questa leva di professionisti della politica venuti dal basso Mishra offre una descrizione spietata. «Sono emersi a migliaia dalle schiere indifferenziate degli indigenti per assumere posizioni di rilievo negli organismi legislativi statali e nazionali. Non dispongono di particolari capacità né di una preparazione specifica; a volte non possiedono neppure le basi della scrittura e dell'oratoria. Molti sono criminali. Pochi hanno da offrire qualcosa di più della loro casta e della loro identità religiosa. Nella maggior parte si accontentano di saccheggiare le risorse del paese, e talora condividono il bottino con i membri del gruppo castale o familiare. Tutti inseguono il potere, che … si riduce quasi sempre a poco più dell'opportunità di innalzarsi al di sopra degli altri, per assaporare i lussi del mondo: viaggi a New York a spese del governo …, giri in elicottero …, biglietti ferroviari e forniture di gas gratis, guardie personali, macchine con l'autista, folle di postulanti in attesa davanti alla porta di casa … Dietro il melodramma infinito della politica indiana non c'è molto più della paura che attanaglia questi uomini elevati al di sopra del loro status: il timore di perdere da un momento all'altro il diritto acquisito alle ricchezze della terra, e di vedersi relegare da capo nello squallore di una stanzetta in un vicolo, nella mediocrità e nell'insignificanza dalle quali li ha salvati la professione della politica».

 

È brutta ma funziona, questa democrazia indiana. Perfino lo scettico Mishra, dopo aver demolito il nuovo ceto di politici di professione, non riesce a trattenere un moto di ammirazione e di rispetto quando è testimone nel settembre del 1999 di una festosa giornata elettorale in una zona di campagna. «Le capanne dei villaggi sembravano appena ripulite e pavimentate con un nuovo strato di letame. Le donne indossavano i sari più variopinti; gli uomini esibivano baffi impomatati con cura, e portavano kurta e turbanti rigidi di amido. Quel pomeriggio, in un centro abitato dopo l'altro, la gente aspettava con pazienza, allineata in lunghe file sotto il sole rovente della stagione monsonica, i volti di solito impassibili accesi dall'eccitazione. La scena offriva un'immagine stereotipata del processo elettorale e della democrazia indiana, un'immagine da cui restavano escluse troppe verità nascoste: le pastoie del sistema castale, i voti irreggimentati, i decreti feudali, l'ignoranza e la brutalità. Eppure era quasi impossibile non percepire la forza delle speranze e dei desideri di chi faceva la coda per votare; non lasciarsi commuovere dalla serietà e dalla sollecitudine con cui quelle persone mettevano in atto la loro unica, limitatissima possibilità di intervenire su una realtà estranea e sconosciuta; non essere inteneriti dal fervore con il quale approfittavano dell'occasione di cambiare quel mondo che governava le loro vite con un potere tanto arbitrario».

L'appropriazione del sistema parlamentare da parte delle caste inferiori, e il rafforzamento di politiche perequative come le quote, hanno seminato dentro la vasta categoria dei bramini i germi di un movimento reazionario. È il nuovo nazionalismo induista, intollerante e bigotto. In apparenza non si presenta come un'ideologia per soli bramini. Al contrario, afferma di voler difendere la purezza dell'India autentica, i suoi valori più puri. Dietro questa apologia della tradizione vi è in realtà un solido ancoraggio alla visione gerarchica del sistema delle caste, ma ufficialmente l'avversario è la contaminazione religiosa e culturale. Oltre ai periodici attacchi contro Hollywood, la volgarità e l'oscenità sessuale venuta dall'Occidente, l'induismo reazionario dipinge l'Islam e perfino il cristianesimo (ben più minoritario) come due gravi pericoli per l'identità nazionale. Propugna un'idea dell'India settaria, fanatica, violenta.

Questo nazionalismo vanta antenati illustri. È l'ultima reincarnazione di movimenti antichi. Uno dei leader del revanscismo indù, Ramchandra Paramhans, morto nel 2004 all'età di 93 anni, ha guidato una setta di "sadhu combattenti". Alle nostre orecchie questa suona come una contraddizione. Sadhu vuol dire uomo di bene, sant'uomo, asceta che ha rinunciato ai beni terreni, che pratica lo yoga per esercitare l'autodisciplina e l'abbandono degli interessi materiali. Secondo Paramhans la setta dei sadhu combattenti era stata creata quattro secoli fa per difendere il paese dall'oppressione degli invasori musulmani. Lui si presentava come l'erede di un gruppo che avrebbe combattuto sessantasei guerre e annoverato duecentomila martiri per un solo scopo, restituire al culto induista il sito profanato dalla moschea di Babur, la Babri Masjid.

 

Secondo Mishra il nazionalismo indù è stato coltivato dal Raj britannico: gli inglesi avevano interesse a presentare la propria colonizzazione come una sorta di intervento umanitario, in difesa dell'India "vera", quella buona, colta, spiritualista e tollerante, calpestata e umiliata sotto il tallone dei tiranni di fede musulmana. Il fiorire di un orientalismo britannico innamorato della cultura classica indiana ha contribuito a esaltare la nuova coscienza di sé delle élite induiste. Un pezzo di intellighenzia braminica si è innamorata della distinzione che gli inglesi tracciavano tra un'età dell'oro induista e l'imbarbarimento del periodo indoislamico. È una distinzione in gran parte artificiosa – dal regno di Akbar all'edificazione del Taj Mahal, alcune delle pagine migliori della civiltà indiana portano il segno di una raffinatissima cultura maomettana – ma è stata ripresa da diverse fazioni politiche, come la Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), nata negli anni Venti con una chiara impronta fascista: uno dei suoi seguaci assassinò Gandhi nel 1948. Da una costola della RSS è nato il più grosso partito nazionalista oggi presente sulla scena politica, il BJP che ha governato il paese all'inizio del XXI secolo. Il nocciolo duro della sua constituency è la casta dei bramini, la più eccitabile davanti alle sirene della propaganda di un induismo reazionario. Nell'ondata di violenza che sconvolse lo Stato del Gujarat nel 2002 – l'attentato di una banda musulmana che bruciò vivi 58 indù nel rogo di un treno, la controreazione che fece duemila morti nei pogrom antislamici – in prima fila a saccheggiare gli empori dei mercanti musulmani c'erano borghesi benestanti che caricavano i bagagliai dei loro fuoristrada giapponesi.

La tradizione induista viene deformata dal nazionalismo anche nei dettagli più simbolici: il dio Rama che un tempo veniva dipinto come una figura effeminata e benevola, nei manifesti della nuova propaganda indù diventa un guerriero vendicativo.

Mishra quasi si stupisce che di fronte a questo revisionismo storico e all'ascesa di un'identità indù aggressiva, la reazione della comunità islamica non sia stata più forte. «Il fatto sorprendente», scrive, «non è tanto la comparsa in India di gruppi militanti provvisti di connessioni internazionali, come la Gujarat Muslim Revenge Force, quanto piuttosto il ritardo nel loro emergere». Per affermazioni come questa, gli è stato addebitato un atteggiamento eccessivamente politically correct, un pregiudizio proislamico, quasi il frutto di un complesso di colpa da bramino pentito. Il suo merito resta quello di avere esplorato uno dei moventi fondamentali del nazionalismo indù: la frustrazione dei bramini attaccati nel loro status ancestrale, lo sconvolgimento socio-economico provocato dall'efficacia della affirmative action. La politica delle quote, applicata senza una precisa misura delle diseguaglianze, in certi casi ha effetti perversi: può accadere che conceda privilegi a caste storicamente arretrate, ma divenute ormai benestanti, e può penalizzare miriadi di bramini trasformati in "nuovi poveri". È un mastodontico stato sociale dagli effetti redistributivi imprevedibili, che trasforma l'intera India in un gigantesco laboratorio di rimescolamento delle gerarchie. Mishra applica a questa realtà uno spirito critico acuminato, tipico di tanti intellettuali indiani. Di spirito critico è ben provvista anche la popolazione meno colta. Lo dimostra il fatto che le caste inferiori hanno intuito l'ispirazione braminica dietro la riscoperta della tradizione e la venerazione dell'"India eterna". Gli intoccabili non sono cascati nella trappola. Il nazionalismo indù non ha fatto breccia tra i più poveri, non è riuscito a trasformarli nella massa d'urto da aizzare contro i musulmani. L'India rimane il paese dove regnano le minoranze: coalizioni di minoranze, alleanze di minoranze, ma sempre in un controbilanciamento di pesi e contrappesi che impedisce le derive integraliste o autoritarie. V.S. Naipaul lo aveva definito il paese di «un milione di rivolte». Qualche volta le rivolte degenerano nel sangue. Più spesso continuano a essere pacifiche. Incanalate nel caos vitale della democrazia più grande del pianeta e di tutta la storia umana. Una democrazia brutta, corrotta, ed esemplare.


FEDERICO RAMPINI è corrispondente a Pechino de la Repubblica e autore dei saggi Il secolo cinese (2005), L'impero di Cindia (2006) e L'ombra di Mao (2007), editi da Mondadori.

 
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