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La democrazie delle caste
FEDERICO RAMPINI
PANKAJ MISHRA, La tentazione dell'Occidente. India, Pakistan e dintorni:
come essere moderni, trad. di Federica Oddera, Parma, Guanda, pp. 416, €18,00
Bakha è un giovane robusto, bello e intelligente, ma nel vederlo passare per la strada
gli altri indiani si scostano ai lati come se fosse un appestato. Quando va a comprarsi da mangiare,
non può consegnare direttamente le monete in mano al negoziante. Per non "inquinare"
il mercante, Bakha deve posare il denaro in un cesto dove sarà purificato con spruzzi d'acqua.
L'accesso al tempio indù gli è vietato perché la sua sola presenza renderebbe
impuro quel luogo sacro. Bakha è un "intoccabile", la più bassa delle caste
induiste. Dal padre ha ereditato un mestiere che le credenze religiose riservano solo a loro: pulire
le latrine e spazzare dalle strade gli escrementi animali. Il contatto con le feci è proibito
alle altre caste, da millenni il letame è l'appannaggio dei reietti della società
indiana. Bakha è il protagonista di Intoccabile (edito in Italia da Guanda), il grande
romanzo-denuncia con cui nel 1935 lo scrittore Mulk Raj Anand espose al mondo intero l'inferno
delle caste inferiori nel suo paese. È un personaggio di fantasia, ma la sua storia settant'anni
fa offrí una sconvolgente e precisa ricostruzione delle condizioni di vita degli intoccabili,
oggi più spesso definiti dalit (oppressi).
Nel romanzo di Anand la sorella di Bakha deve alzarsi tutte le mattine presto per procurare l'acqua
alla famiglia: gli intoccabili non possono avvicinarsi al pozzo e neanche al fiume, altrimenti
le caste superiori non potrebbero più bere quell'acqua contaminata; dunque le donne
dei dalit si appostano nelle vicinanze del pozzo cittadino sperando che un indù di
buon cuore comandi ai suoi servitori di andare a prendere un po' di acqua anche per loro. L'episodio
centrale di Intoccabile avviene quando Bakha per una distrazione dimentica il dovere
di annunciare ad alta voce il proprio passaggio, gridando «spazzino, spazzino!» mentre
attraversa il quartiere. Un indù di alto rango lo urta, si accorge di aver toccato un essere
immondo, lo maledice urlando, circondato da una folla inorridita e furiosa, compatta nel condannare
l'oltraggio compiuto dall'intoccabile.
La permanenza delle caste nel XXI secolo è l'aspetto per noi più sconcertante
della realtà indiana. Il 16 aprile 2007 il quotidiano The Hindu pubblicava la denuncia
di 17 presidenti di consigli municipali nella provincia di Madurai (Tamil Nadu). Tutti intoccabili,
quegli eletti del popolo raccontavano al giornale il loro stato di inferiorità sancito
dalla tradizione e dal peso dei condizionamenti ancestrali: «Quando si riunisce il consiglio
municipale il presidente deve stare seduto sulla nuda terra perché è un intoccabile,
mentre i semplici consiglieri siedono al tavolo se appartengono a caste superiori. Gli intoccabili
fanno scena muta, anche se sono presidenti, mentre i consiglieri delle caste superiori dibattono
l'ordine del giorno. Nei villaggi un bambino figlio di bramini può chiamare un anziano
dalit per nome e senza alcun rispetto, mentre il dalit deve rivolgersi al bambino
con deferenza».
Il sistema delle caste è cosí antico che le sue origini si confondono con la stessa
genesi dell'induismo. Fino a un'epoca recente del resto si usavano indifferentemente
il termine di induismo o quello di "religione braminica", dal nome della classe di sacerdoti
e letterati che ha creato e domina il sistema delle caste. Il sistema braminico è la religione
più antica che sia sopravvissuta senza interruzione nella storia umana. Le sue fonti scritte
originarie (Rig-Veda) risalgono al 1200 prima di Cristo e forse ancora più indietro. Organizza
il sistema delle caste secondo una scala gerarchica di "purezza": sotto i bramini vengono
i guerrieri (kshatriya), quindi i commercianti (vaishya). In fondo ci sono le
basse caste (shudra) che includono gli agricoltori e vari mestieri "impuri"
come lavandai o barbieri. Oggi questi gruppi giuridicamente definiti come other backward
classes (ODC), cioè "altre classi arretrate" rappresentano almeno metà
della popolazione indiana. Infine all'ultimo gradino ci sono gli intoccabili, che Gandhi
volle ribattezzare «i bambini di Dio» (harijans) e che dalla burocrazia vengono
classificati come "caste schedate": si stima che siano il 17% della popolazione. Queste
grandi categorie si suddividono poi in un'infinità di sottocaste diverse a seconda
dei mestieri e delle regioni dell'India. La stratificazione si è arricchita e complicata
nei secoli, anche con fenomeni di mobilità sociale verso l'alto e verso il basso:
alcune caste sono state "promosse" col tempo grazie al successo economico delle loro
attività.
Oggi a noi occidentali ripugna il concepire che una civiltà raffinata come quella indiana
si basi su un apartheid sociale sancito dalla religione. Nell'India contemporanea
molte forze sono impegnate per superare questo sistema, ma altre forze di segno opposto contribuiscono
a mantenerlo in vita. Basta risalire a pochi decenni fa per trovare una giustificazione nobile
e autorevole, colta e intransigente delle caste. Ecco come ne descrive la legittimità
e il ruolo uno dei più grandi filosofi indù del Novecento, Ananda Coomaraswamy: «L'essere
umano nella sua completezza possiede in se stesso una gerarchia di facoltà spirituali,
politiche e amministrative, e ha poi degli organi fisici dedicati all'azione e alle sensazioni,
i quali trattano la materia prima o nutrimento. Perché l'organismo si sviluppi in armonia
le funzioni spirituali, politiche e commerciali devono essere maestre in ordine d'importanza;
gli organi che trattano la materia prima devono essere servitori. Allo stesso modo la prosperità
di un regno dipende dalla giusta gerarchia delle funzioni e dall'ordine del sacrificio.
Le caste sono nate dal sacrificio. Nell'ordine sacro il lavoro di tutti gli uomini è
necessario e ha un posto. Nella logica secondo cui ogni lavoro è sacrificio per quanto
ciò possa sembrare strano alla mentalità moderna dei profani dal bramino
al re e dal vasaio allo spazzino ognuno esercita un sacerdozio e ogni loro azione è un rito.
Ciascuna delle loro sfere ha la sua etica professionale. A differenza della divisione industriale
del lavoro nata in Occidente, l'istituzione delle caste non comporta diversi gradi di responsabilità.
Questa organizzazione indiana dei ruoli, delle lealtà, dei doveri reciproci, è
assolutamente incompatibile con il carattere competitivo della società industriale:
per questo viene sempre dipinta in modo negativo dai sociologi. Una totale confusione delle caste
segna la morte di una società, trasformata in una folla amorfa. Di fatto è in questo
modo che le società tradizionali vengono uccise e la loro cultura viene distrutta, a contatto
con le civiltà industriali e proletarie». Coomaraswamy nella sua difesa radicale
della gerarchia sociale antica mobilita anche il buddismo (di cui era un profondo studioso) affermando
che per la sua derivazione dall'induismo non è affatto avverso alle caste e non ha aspirazioni
di riforma sociale. Il pensatore indiano, per descrivere lo scontro di valori tra noi e loro, ricorda
il giudizio dell'Oriente tradizionale sulla civiltà occidentale come fu descritto
da Thomas Babington Macaulay (giurista inglese che si battè per l'abolizionismo e
fu il padre del codice penale indiano) in questa immagine ironica: «L'Oriente si è
inchinato davanti all'Occidente con un paziente e profondo disprezzo». Secondo Coomaraswamy,
però, «una tale opposizione esiste fra l'Oriente ortodosso e l'Occidente
moderno, non sarebbe stata vera invece nel XIII secolo». Il filosofo metafisico indiano
non esita a rivendicare un'affinità con la società feudale europea, il nostro
sistema medievale delle corporazioni, la trasmissione ereditaria dei mestieri. È un argomento
condiviso da Pier Paolo Pasolini nel suo amaro disincanto verso la modernità. Pasolini
nelle sue Pagine corsare del 1973 (ripubblicate in Descrizioni di descrizioni,
Garzanti 1996) scrive: «Il reazionarismo della religione indù è un errore di
ottica, come osserva Ananda Coomaraswamy. E ha ragione: la Chiesa Cattolica non era reazionaria
nel Medioevo. La cultura del feudatario e quella del contadino erano la stessa cultura. La rassegnazione
non ha niente da invidiare alla rivolta, naturalmente in una società sostanzialmente
non contraddittoria: dove il figlio assume il ruolo del padre, e la obbedienza che nelle
società antiche porta a questo, è suprema dignità. L'assimilazione
al padre e la riassunzione dei suoi doveri, che divengono casi ereditari, è la causa prima
della divisione della società in caste, secondo il credente Ananda Coomaraswamy. Certo
non lo è unicamente, ma che importa? Chi pativa e viveva questa forma arcaica di divisione
del lavoro ci credeva fermamente e l'accettava: un universo umano conta solo visto dal suo
interno».
Lo scrittore umanista Anand pubblica L'intoccabile nel 1935. A metà
tra le due guerre mondiali il suo romanzo trasuda indignazione, invoca per l'India una cultura
dei diritti dell'uomo di stampo occidentale, ispirata dalle rivoluzioni americana e francese.
Nella sua storia il giovane intoccabile Bakha diventa filoinglese: ingaggiato per pulire latrine
in una caserma britannica, scopre che i soldati bianchi lo considerano un domestico, sí,
ma uguale a tutti gli altri indiani, e quindi per la prima volta in vita sua si sente «trattato
come un essere umano». Coomaraswamy scrive il suo saggio Induismo e buddismo otto
anni dopo, nel 1943, rivendicando invece la dignità del sistema delle caste. Queste due
anime dell'India si affrontano da tempo. Da secoli la penetrazione dell'Islam e del
cristianesimo mette a contatto l'induismo con religioni monoteiste, universaliste e soprattutto
"egualitarie", anche se spesso sono queste ultime a scendere a compromessi con il sistema
delle caste per farsi accettare dalla società locale. L'imperialismo britannico
a sua volta imprime dei segni contraddittori. Da una parte, pur sfruttando la colonia con metodi
autoritari, introduce nella élite locale degli ideali di libertà e di eguaglianza.
Il fondatore dell'India indipendente, Jawaharlal Nehru, studia in Inghilterra dove diventa
un ammiratore del movimento fabiano, precursore del Labour Party. D'altra parte gli inglesi
nella loro maniacale efficienza amministrativa catalogano per la prima volta le caste in modo
ufficiale, dando loro la precisione e la forza di un "sistema". Sono infatti gli inglesi
a promuovere il primo e unico censimento demografico per caste mai realizzato in India, nel 1931.
È anche durante il Raj britannico che inizia, per compensare le diseguaglianze socioeconomiche,
una sorta di affirmative action: cioè la politica dei posti riservati alle categorie
inferiori nelle assunzioni del pubblico impiego. I primi esperimenti avvengono nelle aree meridionali,
nel 1918 nella zona del Karnataka e nel 1921 a Madras. In seguito questa azione viene estesa in tutto
il territorio nazionale dall'India indipendente, che da vari decenni riserva alle caste
inferiori il 27% dei posti nella burocrazia statale, nonché il 22% nei licei e nelle università.
Il sistema delle quote ha prodotto effetti paradossali. Gli appartenenti alle categorie più
sfavorite sono strenuamente favorevoli a questa forma di promozione socioeconomica. Per trarne
vantaggio, però, devono dichiarare e rivendicare la propria appartenenza a una casta inferiore.
In questo modo, mentre le diseguaglianze tendono effettivamente a ridursi almeno nelle
zone più sviluppate e mentre i rapporti di forza si rimescolano, "l'identità
di casta" ne esce perfino rafforzata. Anche la vita politica segue la stessa tendenza. Il
sistema democratico consente ai ceti oppressi di far valere i propri diritti in Parlamento. Questo
avviene attraverso una miriade di partiti che rappresentano le caste inferiori, e cosí rafforzano
la coesione interna delle stesse caste.
Nell'India di oggi un membro delle caste inferiori è presidente della Corte Suprema.
La nazione moderna e politically correct tende a ripudiare le caste e quindi evita
di usarle nei suoi censimenti demografici. Effettua però delle indagini parlamentari sul
problema, e i risultati sono sconcertanti. L'indagine del 1955 rivelava l'esistenza
di 2.399 caste arretrate, 25 anni dopo un'altra inchiesta ne contava ben 3.743. Purushottam
Agrawal, docente alla Nehru University di New Delhi, conclude senza esitazione: «Nel corso
degli anni la coscienza di casta, invece di affievolirsi, ha continuato ad affermarsi».
Mentre una parte dell'India insegue gli ideali egualitari e meritocratici di Anand e del
suo Intoccabile, resiste con vitalità anche la visione di Coomaraswamy di una
società fondata sull'identità antica e rassicurante delle corporazioni.
A fianco all'effetto emancipatore delle quote di posti di lavoro riservati alle caste
inferiori, almeno altrettanto importante è l'accelerazione del declino che investe
da anni la categoria dei bramini. Dal risentimento dei privilegiati sono nate proteste clamorose,
e una nuova forma di revanscismo indù che dietro l'ideologia nazionalista nasconde
un volto reazionario. Questi fenomeni sono al centro della riflessione di Pankaj Mishra. Nato
nel 1969, Mishra è un geniale esponente della più cosmopolita intellighenzia indiana.
La sua vita si divide tra l'India e Londra, i suoi saggi escono su sofisticate riviste occidentali
come The New Yorker, The New York Review of Books la Rivista dei Libri,
The Times Literary Supplement. Nel libro La tentazione dell'Occidente,
Mishra parte dai suoi ricordi di studente universitario a Benares, la città sacra sul Gange.
«Appartenevo anch'io a una casta alta», scrive, «ero privo di mezzi e non
versavo in condizioni molto migliori di mio padre subito dopo l'indipendenza, quando le
leggi di riforma agraria del 1951 avevano ridotto in miseria la sua famiglia di bramini un tempo
benestanti. (La riforma costituiva un altro dei tentativi di Nehru per realizzare l'uguaglianza
sociale, trasformando i fittavoli sfruttati in piccoli proprietari). I parenti di mia madre avevano
subito un tracollo simile. Al pari di tanti altri dei miei congiunti, costretti a reinventarsi
a fatica un ruolo all'interno della classe media, anch'io dovevo aprirmi una strada
nel mondo. Se ripenso a quell'epoca, la mia ossessione per i libri e il loro universo calmo
e ordinato, in stridente contrasto con la rabbia e la disperazione che mi circondavano, mi appare
come uno stratagemma per differire un futuro cupo e già segnato».
Nella città di Benares, Mishra osserva la perdita di prestigio e di autorità
di una famosa famiglia di bramini locali, un tempo intimi alleati e amici della dinastia Nehru-Gandhi,
e oggi condannati all'irrilevanza dall'emergere di un nuovo ceto politico espresso
dalle caste inferiori. Sembra un'atmosfera finale del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa,
con un senso ancora più tragico della decadenza sociale e del tramonto di un'epoca.
«I membri della famiglia continuavano a portare sulla fronte gli emblemi dei bramini, rispettavano
i digiuni prescritti, si bagnavano con regolarità nel Gange, figuravano come ospiti d'onore
nei templi in occasione delle varie festività e non accettavano cibo dagli appartenenti
alle caste inferiori. Ma questa eccessiva preoccupazione per l'immagine pubblica e il timore
esasperato di contaminarsi e di perdere la purezza erano tutto ciò che rimaneva del loro bramanesimo.
Davanti alla dimora ancestrale non si radunavano più folle di tirapiedi e supplicanti in
cerca di lavoro; le donne della casa giravano per i bazar non accompagnate e nessuno le riconosceva;
i giornalisti in visita andavano altrove a cercare storie interessanti».
Appena due decenni fa, quando l'India ancora era lontana dal boom economico attuale e
pochi visionari immaginavano il suo futuro di superpotenza delle tecnologie avanzate, la battaglia
per entrare nella pubblica amministrazione era una questione di vita o di morte. L'impatto
delle "quote" sui giovani bramini era un micidiale colpo alle loro aspettative. Dentro
la casta dei bramini infatti c'era e c'è di tutto, ivi compreso un modesto ceto
medio di provincia le cui origini aristocratiche convivono con una cronica angustia di risorse,
e la nostalgia dello status antico rende ancora più dolorosa la percezione del declino. «In
maggioranza», scrive Mishra, «gli studenti di quelle regioni indiane afflitte da
una storica arretratezza provenivano da famiglie ancora feudali o semirurali e aspiravano a un
posto nella burocrazia, l'invenzione coloniale che anche dopo l'indipendenza continuava
a offrire la via più facile e veloce verso il benessere economico e il potere politico. Ma entrare
nel settore pubblico era diventato sempre più arduo… Gli studenti delle caste alte,
impoveritesi di recente, erano i più penalizzati… I giovani delle caste alte lottavano
per adattarsi alla vita urbana, soffocati dalla tetra prospettiva di vedersi ricacciare nell'oblio
al quale avevano tentato di sfuggire; e la consapevolezza di non avere un futuro … avrebbe
toccato una tragica acme nel 1990, con l'ondata di autoimmolazioni seguita alla decisione
del governo centrale di incrementare ulteriormente la quota degli impieghi riservati alle caste
depresse».
Dalla fine degli anni Novanta a oggi la crescita economica ha allargato le opportunità
esistenti sul mercato del lavoro. La burocrazia statale non è più uno sbocco esclusivo
e prezioso. La controversia delle quote è meno esasperata di un tempo. I casi di "falò
umani", suicidi sacrificali per protesta, non si sono ripetuti nei tempi recenti. Ma la tensione
continua. Quando nel 2007 il governo di Manmohan Singh ha varato una legge per alzare al 27% i posti
riservati alle caste inferiori anche nelle università, ha scatenato lunghi scioperi
e manifestazioni studentesche. L'argomento più aggiornato che usano i bramini è
la meritocrazia. La campagna antiquote ora si erge in difesa del prestigio delle università
di eccellenza, come i celebri Indian Institutes of Technology, minacciati da un'invasione
di studenti mediocri ammessi solo grazie alla loro appartenenza alle caste inferiori. A furia
di allargare il campo di applicazione della affirmative action egualitaria sostengono
i suoi avversari l'India rischia di rallentare il suo slancio competitivo nell'economia
globale.
Il progresso economico delle caste svantaggiate è il risultato della loro mobilitazione
politica. L'India è l'unica democrazia al mondo dove i poveri votano più
dei ricchi. Si capisce il perché: nel sistema parlamentare i diseredati hanno trovato lo
strumento più efficace per difendere i propri diritti e conquistare un potere contrattuale.
L'India è diventata una "democrazia delle caste", dove proliferano partiti
specializzati nel difendere interessi corporativi, rivendicazioni di categoria. Com'è
logico questo fenomeno si accompagna all'ascesa di un ceto politico non particolarmente
elegante. Rispetto alla élite di una volta, formata come Nehru nelle migliori università
inglesi, la caduta di stile è impressionante. Di questa leva di professionisti della politica
venuti dal basso Mishra offre una descrizione spietata. «Sono emersi a migliaia dalle schiere
indifferenziate degli indigenti per assumere posizioni di rilievo negli organismi legislativi
statali e nazionali. Non dispongono di particolari capacità né di una preparazione
specifica; a volte non possiedono neppure le basi della scrittura e dell'oratoria. Molti
sono criminali. Pochi hanno da offrire qualcosa di più della loro casta e della loro identità
religiosa. Nella maggior parte si accontentano di saccheggiare le risorse del paese, e talora
condividono il bottino con i membri del gruppo castale o familiare. Tutti inseguono il potere,
che … si riduce quasi sempre a poco più dell'opportunità di innalzarsi
al di sopra degli altri, per assaporare i lussi del mondo: viaggi a New York a spese del governo …,
giri in elicottero …, biglietti ferroviari e forniture di gas gratis, guardie personali,
macchine con l'autista, folle di postulanti in attesa davanti alla porta di casa …
Dietro il melodramma infinito della politica indiana non c'è molto più della
paura che attanaglia questi uomini elevati al di sopra del loro status: il timore di perdere da un
momento all'altro il diritto acquisito alle ricchezze della terra, e di vedersi relegare
da capo nello squallore di una stanzetta in un vicolo, nella mediocrità e nell'insignificanza
dalle quali li ha salvati la professione della politica».
È brutta ma funziona, questa democrazia indiana. Perfino lo scettico Mishra, dopo aver
demolito il nuovo ceto di politici di professione, non riesce a trattenere un moto di ammirazione
e di rispetto quando è testimone nel settembre del 1999 di una festosa giornata elettorale
in una zona di campagna. «Le capanne dei villaggi sembravano appena ripulite e pavimentate
con un nuovo strato di letame. Le donne indossavano i sari più variopinti; gli uomini esibivano
baffi impomatati con cura, e portavano kurta e turbanti rigidi di amido. Quel pomeriggio, in un
centro abitato dopo l'altro, la gente aspettava con pazienza, allineata in lunghe file sotto
il sole rovente della stagione monsonica, i volti di solito impassibili accesi dall'eccitazione.
La scena offriva un'immagine stereotipata del processo elettorale e della democrazia indiana,
un'immagine da cui restavano escluse troppe verità nascoste: le pastoie del sistema
castale, i voti irreggimentati, i decreti feudali, l'ignoranza e la brutalità.
Eppure era quasi impossibile non percepire la forza delle speranze e dei desideri di chi faceva
la coda per votare; non lasciarsi commuovere dalla serietà e dalla sollecitudine con cui
quelle persone mettevano in atto la loro unica, limitatissima possibilità di intervenire
su una realtà estranea e sconosciuta; non essere inteneriti dal fervore con il quale approfittavano
dell'occasione di cambiare quel mondo che governava le loro vite con un potere tanto arbitrario».
L'appropriazione del sistema parlamentare da parte delle caste inferiori, e il rafforzamento
di politiche perequative come le quote, hanno seminato dentro la vasta categoria dei bramini i
germi di un movimento reazionario. È il nuovo nazionalismo induista, intollerante e bigotto.
In apparenza non si presenta come un'ideologia per soli bramini. Al contrario, afferma di
voler difendere la purezza dell'India autentica, i suoi valori più puri. Dietro questa
apologia della tradizione vi è in realtà un solido ancoraggio alla visione gerarchica
del sistema delle caste, ma ufficialmente l'avversario è la contaminazione religiosa
e culturale. Oltre ai periodici attacchi contro Hollywood, la volgarità e l'oscenità
sessuale venuta dall'Occidente, l'induismo reazionario dipinge l'Islam e
perfino il cristianesimo (ben più minoritario) come due gravi pericoli per l'identità
nazionale. Propugna un'idea dell'India settaria, fanatica, violenta.
Questo nazionalismo vanta antenati illustri. È l'ultima reincarnazione di movimenti
antichi. Uno dei leader del revanscismo indù, Ramchandra Paramhans, morto nel 2004 all'età
di 93 anni, ha guidato una setta di "sadhu combattenti". Alle nostre orecchie
questa suona come una contraddizione. Sadhu vuol dire uomo di bene, sant'uomo, asceta
che ha rinunciato ai beni terreni, che pratica lo yoga per esercitare l'autodisciplina e
l'abbandono degli interessi materiali. Secondo Paramhans la setta dei sadhu combattenti
era stata creata quattro secoli fa per difendere il paese dall'oppressione degli invasori
musulmani. Lui si presentava come l'erede di un gruppo che avrebbe combattuto sessantasei
guerre e annoverato duecentomila martiri per un solo scopo, restituire al culto induista il sito
profanato dalla moschea di Babur, la Babri Masjid.
Secondo Mishra il nazionalismo indù è stato coltivato dal Raj britannico: gli inglesi
avevano interesse a presentare la propria colonizzazione come una sorta di intervento umanitario,
in difesa dell'India "vera", quella buona, colta, spiritualista e tollerante,
calpestata e umiliata sotto il tallone dei tiranni di fede musulmana. Il fiorire di un orientalismo
britannico innamorato della cultura classica indiana ha contribuito a esaltare la nuova coscienza
di sé delle élite induiste. Un pezzo di intellighenzia braminica si è innamorata
della distinzione che gli inglesi tracciavano tra un'età dell'oro induista
e l'imbarbarimento del periodo indoislamico. È una distinzione in gran parte artificiosa
dal regno di Akbar all'edificazione del Taj Mahal, alcune delle pagine migliori della
civiltà indiana portano il segno di una raffinatissima cultura maomettana ma è
stata ripresa da diverse fazioni politiche, come la Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), nata negli
anni Venti con una chiara impronta fascista: uno dei suoi seguaci assassinò Gandhi nel 1948.
Da una costola della RSS è nato il più grosso partito nazionalista oggi presente sulla
scena politica, il BJP che ha governato il paese all'inizio del XXI secolo. Il nocciolo duro
della sua constituency è la casta dei bramini, la più eccitabile davanti alle
sirene della propaganda di un induismo reazionario. Nell'ondata di violenza che sconvolse
lo Stato del Gujarat nel 2002 l'attentato di una banda musulmana che bruciò vivi
58 indù nel rogo di un treno, la controreazione che fece duemila morti nei pogrom antislamici
in prima fila a saccheggiare gli empori dei mercanti musulmani c'erano borghesi benestanti
che caricavano i bagagliai dei loro fuoristrada giapponesi.
La tradizione induista viene deformata dal nazionalismo anche nei dettagli più simbolici:
il dio Rama che un tempo veniva dipinto come una figura effeminata e benevola, nei manifesti della
nuova propaganda indù diventa un guerriero vendicativo.
Mishra quasi si stupisce che di fronte a questo revisionismo storico e all'ascesa di un'identità
indù aggressiva, la reazione della comunità islamica non sia stata più forte.
«Il fatto sorprendente», scrive, «non è tanto la comparsa in India di gruppi
militanti provvisti di connessioni internazionali, come la Gujarat Muslim Revenge Force, quanto
piuttosto il ritardo nel loro emergere». Per affermazioni come questa, gli è stato
addebitato un atteggiamento eccessivamente politically correct, un pregiudizio proislamico,
quasi il frutto di un complesso di colpa da bramino pentito. Il suo merito resta quello di avere esplorato
uno dei moventi fondamentali del nazionalismo indù: la frustrazione dei bramini attaccati
nel loro status ancestrale, lo sconvolgimento socio-economico provocato dall'efficacia
della affirmative action. La politica delle quote, applicata senza una precisa misura
delle diseguaglianze, in certi casi ha effetti perversi: può accadere che conceda privilegi
a caste storicamente arretrate, ma divenute ormai benestanti, e può penalizzare miriadi
di bramini trasformati in "nuovi poveri". È un mastodontico stato sociale dagli
effetti redistributivi imprevedibili, che trasforma l'intera India in un gigantesco laboratorio
di rimescolamento delle gerarchie. Mishra applica a questa realtà uno spirito critico
acuminato, tipico di tanti intellettuali indiani. Di spirito critico è ben provvista anche
la popolazione meno colta. Lo dimostra il fatto che le caste inferiori hanno intuito l'ispirazione
braminica dietro la riscoperta della tradizione e la venerazione dell'"India eterna".
Gli intoccabili non sono cascati nella trappola. Il nazionalismo indù non ha fatto breccia
tra i più poveri, non è riuscito a trasformarli nella massa d'urto da aizzare contro
i musulmani. L'India rimane il paese dove regnano le minoranze: coalizioni di minoranze,
alleanze di minoranze, ma sempre in un controbilanciamento di pesi e contrappesi che impedisce
le derive integraliste o autoritarie. V.S. Naipaul lo aveva definito il paese di «un milione
di rivolte». Qualche volta le rivolte degenerano nel sangue. Più spesso continuano
a essere pacifiche. Incanalate nel caos vitale della democrazia più grande del pianeta e
di tutta la storia umana. Una democrazia brutta, corrotta, ed esemplare.
FEDERICO RAMPINI è corrispondente a Pechino de la Repubblica e autore dei
saggi Il secolo cinese (2005), L'impero di Cindia (2006) e L'ombra
di Mao (2007), editi da Mondadori. |