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Una città che sfuggendo ti abbraccia
MARIA NADOTTI
SILVIO PERRELLA, Giùnapoli, Vicenza, Neri Pozza, pp. 186, €15,00
«Scrivere per me … è innanzitutto ricreare nella lingua che abito il movimento
incontenibile del "corpo all'aperto", direi quasi il suo volo … Per me,
dunque, il desiderio delle parole da scrivere, da lanciare agli altri o semplicemente al cielo,
nasce dai piedi, dalle gambe e dal mio sguardo libero, posato sugli altri.»i
(Assia Djebar)
Giùnapoli. Un'indicazione geografica e un'invenzione linguistica.
Sin dal titolo l'autore, il critico letterario Silvio Perrella, sembra oscillare tra due
incantamenti che hanno su di lui una presa altrettanto forte: quello dello spazio e quello della
parola. Sono due direzioni possibili: indagare la dimensione spaziale, fisica, concreta, materiale
di Napoli, domicilio d'elezione e luogo dell'anima, oppure esplorarne la lingua,
il vocabolario e le infinite narrazioni cui ha dato e incessantemente dà origine. Affidarsi
al movimento dei piedi e degli occhi e perdersi nella sua vertiginosa, stratificata verticalità
o arrendersi alle sue cacofonie e ai suoi idioletti. Attraversare la città reale, lasciandosi
attrarre dalle sue prospettive ingannevoli, dalla sua inafferrabile, liquida geometria; oppure
percorrerla "per interposta persona", sulle pagine di libri che hanno cercato di dare
risposta ai medesimi interrogativi da altri interni e con un'urgenza diversamente febbrile;
o, ancora, vagabondarvi in compagnia di autori capaci di essere mentori e maestri, esperti nell'arte
sottile dell'ascolto che induce al racconto.
Un'involontaria autobiografia la si può costruire anche cosí, interrogandosi
sul perché, a poco a poco, un paese o una città dove non siamo nati si trasformi nell'unico
luogo dove vogliamo vivere, in una seconda pelle, forse in destino. E l'indagine non può
che passare dal corpo e dalla sua memoria, dal complesso intrecciarsi di esperienze sensoriali
da cui la scrittura può nascere o essere uccisa. Vale anche per quelle città dove non
riusciamo a stare e dalla cui pelle/sudario dobbiamo liberarci prima che ne vada della nostra vita.
A Napoli Perrella, figlio di una siciliana e di un veneto, palermitano per nascita, ci arriva
quattordicenne, nel 1973, "l'anno del colera". E il primo impatto, o perlomeno
il primo impatto che gli si incide nella memoria tanto da potersi tradurre in mitologia personale
e racconto, è fisico e verbale insieme. Sulla sua strada di nuovo arrivato, e dunque di intruso,
si para un piccolo gruppo di coetanei locali, una sorta di banda territoriale che stabilisce confini
e appartenenze, decretando chi può stare dove: un precoce e roccioso "noi/loro".
Riandando a quell'episodio iniziatico e collocandolo a mo' di metaforica epigrafe
del suo narrarsi dentro e attraverso Napoli, l'autore, più incline alla curiosità
e allo stupore che alla paura, osserva e registra acusticamente l'estraneità e il
fascino di una lingua altra, aggressiva e misteriosa, dalle sonorità aspre, secche, trancianti:
«Chi sí, che vvùo, comme te sí ppermíso...».
Sulla «forza tellurica di questa lingua gutturale, roca, cavernosa, dura come spada
d'acciaio, che a dirla ad alta voce deformava la bocca», Perrella tornerà più
volte nelle sue pagine imbevute di suoni non meno che di vedute. Qui, però, in questo incipit
da film americano, dove l'individuo venuto da fuori, alla lettera il forestiero, deve piegarsi
alle maschie leggi di chi al luogo sa di appartenere per via di sangue prima ancora che di suolo, la
posta in gioco è un'altra. La lingua è strumento di un'esclusione o di un'inclusione,
esattamente come le moto che fanno barriera al libero movimento dello "straniero"
nello spazio "pubblico" di una città che ha contratto l'abitudine di
usarlo come cosa privata. «Chi sí» non è una domanda, bensí un'affermazione:
"visto che non ti conosciamo, tu non esisti". «Che vvùo» di nuovo non
è una domanda, ma un'accusa: "visto che hai sconfinato, vuol dire che sei venuto
a portare via qualcosa che appartiene a noi di diritto". «Comme te sí ppermíso»,
ancora una volta non è una domanda, bensí una minaccia: "venendo qui, dimostri
di non riconoscere la nostra autorità su questo territorio, perciò o te ne vai, o mostri
rispetto o muori".
Di fronte a quella sbalorditiva diversità, a quella sedimentata pratica dell'arroganza
o dell'impotenza, l'autore sceglie di esercitare l'arte morbida dell'empatia.
Sulla scia di Thomas Belmonte, un giovane antropologo allievo di Margaret Mead trasferitosi a
Napoli proprio in quegli anni, si sforza di imparare a «riconoscere l'Altro come lo
Stesso». Giùnapoli è il racconto di questo apprendistato e delle scoperte
che a esso si accompagnano, ma anche delle modalità percettive che lo rendono possibile.
Le sue pagine sono percorse da una serie di indicazioni operative, che prendono la forma dell'ossimoro
e sono evidentemente segno di una battaglia personale tuttora in corso, con la città e nella
città.
È attraverso un «abbandono attivo» o «vigile», scrive Perrella,
«che ho imparato a diventare l'uomo che sono». Ma che cosa significa esattamente
diventare l'uomo che si è in una città dove "abbandono" può
significare passività, acquiescenza, indifferenza, ma anche coscienza della propria
inadeguatezza rispetto a un disastro avvenuto e perennemente annunciato, e dove attività
e vigilanza coincidono spesso con qualche forma di compromesso o con una solitudine che sconfina
nell'autoreclusione? Come si abita questa metropoli «malinconica», che negli
«anni Cinquanta era scivolata fuori dalla Storia», precipitando in un «tempo
immobile»? Come si vive, si lavora, si immagina e si costruisce il futuro personale e collettivo
in una città che, nonostante le sue «dimensioni e la sua collocazione geografica,
era diventata come una stazione dalla quale non passano quasi più treni, trasformandosi
in un binario morto della Storia?». E quando è iniziato questo lento degrado che ha fatto
di Napoli un capolinea, un luogo da cui andarsene finché si è in tempo, e che tuttavia
ti trattiene?
Domande, tante domande, cui l'autore non dà risposte categoriche e definitive.
In una città dove le luci e le ombre si addensano in «un miscuglio, una sospensione
e un intrico di tempi, un sortilegio», dove il passato non è passato, bensí «passato-presente»
o «presente-passato», tentare risposte perentorie equivale a emettere un giudizio,
anzi un verdetto. Meglio lavorare di ipotesi, ascoltare le ipotesi altrui, lasciarsi incantare
e ingannare, scavare, guardare dietro, sotto, oltre, a lato. Perché Napoli è una città
di "varianti", immobile nei secoli e persistentemente mutevole. Cambia a seconda
del punto da cui la osservi, si adatta allo sguardo e tuttavia gli resiste. Tu credi di averla capita,
esplorata in tutte le sue pieghe, messa a nudo, e lei ti sorprende o smentisce rivelandoti all'improvviso
una dimensione inaspettata che non sai bene se appartenga a lei o al tuo modo di osservarla in quel
momento. Capita la stessa cosa con la persona amata, di cui ami, nel bene e nel male, proprio la capacità
di non lasciarsi prevedere. «Ciò che cambia quando sei davanti ai miei occhi è
che diventi imprevedibile. Quel che stai per fare mi è ignoto. Ti seguo. Tu agisci. E di ciò
che fai, io ogni volta mi innamoro.»ii
La Napoli di Perrella, del resto, «possiede i cinque sensi, esattamente come un uomo o
una donna, e li usa a modo suo». Fragile e duratura come la "ginestra" leopardiana,
non teme il vento e non gli si abbandona, disposta invece ad arrendersi al vuoto su cui, a tratti,
sembra poggiare, come su una voragine che potrebbe aprirsi in qualsiasi momento e restituirla
a una precedente vita che sotterraneamente ancora si respira là dove all'improvviso
le sue vie si interrompono disorientandoti. Città-corpo, città-madre, lamentosa
e rapace creatrice di figli che non sanno restarle accanto né possono abbandonarla, perché
il distacco profondo che emancipa madre e figli non nasce da un atto di fuga, bensí dal riconoscimento
reciproco. L'esatto opposto della simbiosi che ti si inscrive nella pelle e nella carne e
ti impedisce di vedere, perché quando guardi da quel viscerale interno è come se continuassi
a vedere solo te stesso nella figura materna: un puro fantasma, un'aberrazione narcisistica.
Perrella, che di Napoli non è figlio naturale, con Napoli non si confonde e può guardarla
e vederla senza esserne divorato, tenendola alla giusta distanza. Il suo sguardo del resto, pur
essendo molto tattile e corporeo, nasce da una passione razionale ed è mediato innanzitutto
dalla scrittura, la propria e quella degli autori amati. In tal senso Giùnapoli è
una sorta di amorosa passeggiata nel testo della città, un coacervo di segni contraddittori,
e nell'ipertesto delle tante opere che l'hanno narrata, apostrofata, illustrata,
descritta, cantata, allucinata, rimpianta, fantasticata, diffamata, fino a produrre un effetto
paradossale: «Napoli sembra essere cancellata dal racconto che lei stessa suggerisce».
Della complessità di raccontare (ma anche dipingere, filmare, fotografare) Napoli,
città figurativamente e narrativamente sovraesposta, usurata e opacizzata da un eccesso
di sguardi e di discorsi "interni" ed "esterni", imbalsamata in una serie
ripetitiva di vedute e di luoghi comuni, l'autore è ben consapevole. Una metropoli
dalla facciata talmente esorbitante e dalla teatralità cosí dichiarata rischia
per forza di essere compressa nella bidimensionalità, nella cartapesta di dualismi troppo
netti, tutta descrizioni liriche e paesaggistiche o tutta virata al noir e votata a un eterno
cupio dissolvi. «Napoli non è innocente, e tu non puoi prestarle un occhio innocente;
c'è la necessità di un pensiero smagato, la mente deve elaborare un'armatura
teorica che sorregga il libro, leggera ma solida ... da poter reggere ai venti contrari, e quando
si scrive di Napoli i venti contrari ci sono sempre». Glielo raccomanda l'editore e
glielo ricordano i suoi sceltissimi «compagni di passeggiata», gli scrittori, studiosi,
storici che hanno eletto Napoli a luogo privilegiato o destinale delle loro non solo intellettuali
ricognizioni. Da Domenico Rea a Anna Maria Ortese, Raffaele La Capria, Ermanno Rea, Gustaw Herling,
Italo Ferraro, Sergio De Santis, Amedeo Maiuri, Tullio Pironti, persino Benedetto Croce. Già,
perché per Perrella, leggere, ma anche scrivere, è come camminare e la flânerie
è attività che attiene nella stessa misura ai piedi, agli occhi e alle parole. Si può
camminare sulle pagine di un libro, «in una città fatta di caratteri alfabetici»,
cosí come si possono decifrare i segni e i codici di una città reale, su cui poggiare
i piedi e sperimentare gli sguardi. Si può camminare da soli o in compagnia, in silenzio o ad
alta voce, e i luoghi come per sortilegio mutano: i punti di vista si moltiplicano, le soglie cambiano
di posizione e i muri da invisibili si fanno visibili o viceversa.
In questa triplice modalità peripatetica, leggere/scrivere/passeggiare, chi ti
sta a fianco diventa via via guida e istigatore di pensieri, sensazioni, emozioni. Camminare in
compagnia di un'altra persona, adattandosi al suo ritmo, assecondandone il movimento delle
gambe e la cadenza delle parole, modifica il campo visivo, lo allarga e lo restringe. Capita di vedere
cose che ci sono sempre state e tu non hai mai visto e di osservare un vuoto dove prima eri convinto
ci fosse un pieno. Leggere/scrivere/passeggiare: attività osmotiche che richiedono
un'allerta totale dei sensi, una disposizione per la provvisorietà, un «abbandono
vigile» appunto.
Nelle pagine forse più belle del suo bel libro Perrella analizza l'osmosi che lo
lega ai suoi «compagni di passeggiata» e che lega lui e loro al testo e al corpo di Napoli,
alla sua tridimensionalità geografica, storica, figurativa. Sono incontri reali, camminate
per le strade e i vicoli di una città piena di «scale, gradoni, scalini», dove
sono «necessari i piedi», ma anche quiete, ipotetiche conversazioni a distanza, mediate
dalla pagina scritta. È Raffele La Capria, di cui Perrella ha curato il Meridiano Mondadori,
a ricordargli che «Napoli non è solo Napoli», ma tutta la contraddittoria tensione
del suo intero golfo e delle isole che la fronteggiano, e il suo mare, soprattutto il suo mare, dal
fondo del quale ha scoperto «la duplicazione dell'universo».
È Sergio De Santis a parlargli di «malussía», una malattia,
non dissimile dalla portoghese saudade, da cui nessun napoletano è immune, che spinge
a dire: «Odio questa città, ma non riesco a lasciarla. E se me ne vado, ho presto la necessità
di tornarci». E sempre De Santis, in una conversazione che non casualmente segue di poco la
morte della madre, morte che «deve avergli sbloccato qualcosa dentro», contagia Perrella
con le sue riflessioni sull'inafferrabilità di una città la cui forma è
anche un destino. Un anfiteatro dalla verticalità rovinosa che si duplica nella collana
delle isole e nel proprio riflesso marino. Un nastro di Moebius che non ti lascia andare, anche se
credi di esserne uscito. Una città sfuggente, che tuttavia ti abbraccia e limita la tua
solitudine, che forse un po' ti salva.
Ed è Anna Maria Ortese a suggerirgli di frapporre tra il suo occhio e la luminosità
accecante e fittizia di Napoli la lente scura che ne rivela le ombre, la vocazione ctonia, «il
mare segreto» celato «nei vicoli più scuri e perduti, nella vertigine del passato».
È Ermanno Rea a rivelargli l'inconscio nero, caravaggesco della città, «la
morte in agguato» nei suoi muri e nelle sue pietre, il sentimento della paura, che te la fa percorrere
affrontando «i continui duelli con gli sguardi». È Gustaw Herling, uno scrittore
polacco innamorato di Napoli al punto da sceglierla come luogo in cui morire, a ricordargli che
«a Napoli bisogna abituarsi, ma ci si abitua a lei solo se la si ama».
«Connettere il giù con il su e viceversa mi sembra una cosa importante», dice
Perrella in una delle sue conversazioni con La Capria. «A cosa serve?», chiede il suo
interlocutore. «Mi sembra un esercizio necessario per abitare questa città.»
Ecco, Giùnapoli, è questo esercizio necessario, uno dei tanti possibili:
provvisorio, personale, parziale, mite.
i . A. Djebar, discorso pronunciato in occasione del conferimento del Friedenspreis,
Francoforte 2000; pubblicato su Il Sole 24Oore, 29 ottobre 2000.
ii . J. Berger, E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto, Napoli, L'Ancora
del Mediterraneo, 2002.
MARIA NADOTTI, gionalista, saggista e traduttrice, scrive di teatro, cinema, arte e cultura
per diverse testate tra cui Il Secolo XIX, Il Sole 24 Ore, la Repubblica Donne,
L'Indice. È autrice, con Giovanna Rizzo, di Nata due volte (Il Saggiatore,
2005) |