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Lettere cinesi
FEDERICO RAMPINI
JIN YONG, Volpe Volante della montagna innevata, trad. di Flavio Aulino, Isola
del Liri (Fr), Pisani, pp. 388, €18,50
JIANG RONG, Il totem del lupo, trad. di Maria Gottardo e Monica Morzenti, revisione
di Giuseppe Gallo, Milano, Mondadori, pp. 653, €19,00
QIU XIAOLONG, La misteriosa morte della compagna Guan, trad. di Paola Vertuani,
Venezia, Marsilio, pp. 543, €17,00
YAN LIANKE, Servire il popolo, trad. di Patrizia Liberati, Torino,
Einaudi, pp. 139, €10,00
MO YAN, Il supplizio del legno di sandalo, trad. di Patrizia Liberati,
Torino, Einaudi, pp. 504, €20,00
Perché è tanto diverso ciò che leggono i cinesi da quello che leggiamo noi di
loro, tradotto dal cinese? Un confronto tra i best-seller della narrativa a Pechino, e la lista
dei romanzi cinesi tradotti in casa nostra, riserva delle sorprese.1 Da un campionario degli autori
in voga in Occidente si intuisce che ci ostiniamo a immaginare una Cina che guarda a se stessa in maniera
molto più tormentata, problematica e autoironica di quanto essa non faccia in realtà.
Il pubblico cinese, anche quando cerca letteratura di qualità e non solo di evasione, promuove
degli autori dai messaggi molto diversi solitamente più tradizionali o rassicuranti
rispetto a quegli scrittori "di battaglia" che noi preferiamo.
La possibilità di fare questo confronto oggi è alla portata anche del lettore
italiano. Forse perché la Cina è di moda, e la sua visibilità è cresciuta,
sono arrivati sul nostro mercato anche due autori che in Cina hanno un'audience di massa.
Il primo di questi è una vera istituzione nella letteratura contemporanea cinese: Jin Yong,
autore di Volpe Volante della montagna innevata. Per un lettore occidentale l'accesso
a questo romanziere rischia di essere ostacolato da molti pregiudizi, a cominciare da questo:
per anni la nostra percezione del fervore cinese per le arti marziali è venuta dal cinema di
serie B di Bruce Lee, donde l'idea che il kung fu fosse una volgare declinazione asiatica del
culto della violenza già mercificato da Hollywood e dai videogiochi. Poi il successo mondiale
del film La tigre e il dragone di Ang Lee (1999) lasciò intuire che c'era dietro
qualcosa di diverso, un'estetica, una visione fiabesca, uno sfondo di leggende. Jin Yong
in realtà è il maestro di un genere essenziale per capire l'identità
cinese. Pseudonimo dell'ottantaduenne Cha Liang Yong, l'autore di Volpe Volante
rappresenta da solo una corrente letteraria e un fenomeno di costume. I trentasei romanzi di gesta
cavalleresche che ha prodotto dal 1955 al 1974 hanno avuto una diffusione con pochi precedenti
al mondo: almeno cento milioni di libri venduti nella Cina popolare, decine di milioni a Hong Kong,
Taiwan, in tutta la diaspora dal sud-est asiatico alle Chinatown di New York e San Francisco. Ovunque
ci siano dei cinesi nel mondo ci sono i libri di Jin Yong. Al tempo stesso l'autore ha suscitato
interesse accademico e rispetto fra i letterati, che non hanno ridotto la sua produzione a semplice
"arte popolare". Università asiatiche e americane hanno organizzato simposi
su di lui, è stato insignito di onorificenze dalla laurea honoris causa di Cambridge all'Ordre
des Arts et des Lettres in Francia. È stato vietato ai tempi della Rivoluzione culturale ma
il successore di Mao, Deng Xiaoping, era un suo avido lettore. Per l'uso delle arti marziali
come una metafora delle lotte di potere e della rivolta contro il male, per la dettagliata ricostruzione
degli scenari storici, per la solidità del suo stile e la padronanza del ritmo avventuroso,
Jin Yong è quanto di più si avvicina a un moderno Alexandre Dumas cinese. Il paragone
viene suggerito anche dalla forma iniziale che ebbero le sue storie: il feuilleton a puntate.
Nato nel 1924 nella contea di Haining, regione di Zhejiang, Jin Yong ha trascorso la maggior
parte della sua esistenza a Hong Kong. Iniziò a lavorare come giornalista, redattore del
supplemento letterario di una testata di Shanghai. Alla narrativa arrivò per caso: essendosi
esaurito il ciclo di puntate che uno scrittore locale pubblicava sul suo giornale, il direttore
chiese a Jin Yong di "tappare il buco" momentaneamente. Ebbe inizio cosí una carriera
che ha rilanciato e rinnovato uno dei generi più antichi della letteratura cinese: il wuxia,
storie di cavalieri erranti e di società segrete, di monaci-eroi e arti marziali. È
un filone che nelle sue molteplici varianti ha avuto analogie con grandi opere della cultura occidentale:
da Omero alla Chanson de Roland, da Cervantes a Walter Scott. Le prime forme di romanzo wuxia
risalgono alla dinastia Tang nel 600 dopo Cristo, la nobilitazione definitiva avviene sotto la
dinastia Qing a partire dal 1644: non a caso la seconda importante dinastia "straniera"
(mancese) dopo il regno mongolo del Kublai Khan. Uno dei leitmotiv della letteratura wuxia
è infatti la lotta di eroiche minoranze illuminate che intendono guidare il popolo han (l'etnía
cinese per eccellenza) alla riscossa contro la penetrazione dei barbari che minacciano la purezza
di valori della civiltà locale. La letteratura wuxia ha avuto alterne vicende
nei secoli, dai capolavori antichi è precipitata fino a diventare per lunghi periodi un genere
ripetitivo e stereotipato. Jin Yong le ha restituito la nobiltà e la capacità di
esercitare un fascino universale su centinaia di milioni di cinesi. Una chiave è la ricerca
storica approfondita che sta dietro alle sue avventure, l'attendibilità dei dettagli,
la precisa ricostruzione degli ambienti, delle tradizioni, dei costumi e dei linguaggi. Il parallelo
con Dumas o Balzac non è eccessivo: come gli autori francesi tracciano affreschi della loro
società nel XVIII secolo, cosí i romanzi storici di Jin Yong sono una fonte preziosa
sulle vicende della Cina dall'era Ming in poi. L'autore, una volta conclusa la sua carriera
narrativa, si è cimentato con saggi sulla storia e la religione, da una biografia di Gengis
Khan a un'opera sul concetto di materia nel pensiero buddista.
La storia di Volpe Volante si svolge sulle montagne della Manciuria dove i guerrieri della setta
del Drago Celeste incontrano la banda del Fiume Yinma. Tutti cercano l'antico scrigno che
contiene il pugnale della Fratellanza Marziale. Un monaco dotato di poteri magici li guida fino
alla residenza del Signore dei Rapaci dove si svolgerà il duello finale contro il celebre
guerriero Volpe Volante. La ricchezza dell'opera è nella densità dei riferimenti
a storie, leggende e costumi, il senso dei valori come la fedeltà e la lealtà. La
massima attrazione è il condensato di cultura cinese. Dal kung fu alla calligrafia, dal gioco
del Go alla pittura, dalla medicina a base di erbe alla musica tradizionale degli strumenti a corde,
ogni tassello di una civiltà millenaria è meticolosamente inserito al suo posto.
Il genere wuxia era stato messo all'indice non solo da Mao Zedong i comunisti
lo definirono un «inquinamento spirituale» ma anche da tutta l'intellighenzia
progressista del primo Novecento, con in testa il grande romanziere Lu Xun. Alla caduta dell'ultima
dinastia imperiale (Qing) nel 1911, le correnti modernizzatrici e repubblicane s'interrogarono
sulle cause della decadenza del paese, cercarono una ricetta per inseguire la modernità
occidentale. Misero sotto accusa il confucianesimo di cui la letteratura wuxia
è impregnata e tutte le tradizioni. Jin Yong è stato il primo a capire che i cinesi
non potevano modernizzarsi rinnegando il passato. La biografia dell'autore testimonia
di una visione politica lucida: a Hong Kong, come proprietario ed editorialista dell'autorevole
quotidiano Ming Pao, denunciò i crimini del comunismo da Mao a Piazza Tienanmen,
al tempo stesso accettò da Pechino un incarico di consulenza per definire le regole del ritorno
di Hong Kong alla Cina nel 1997. Quel che Jin Yong ha colto è il bisogno di definire un'identità
cinese, l'urgenza per il popolo più antico del pianeta di riappropriarsi della storia
e della cultura aggredite prima dalle Guardie rosse, poi dalla globalizzazione. Oggi per milioni
di suoi connazionali la narrativa wuxia è la risposta più immediata alla domanda:
che cosa vuole dire essere cinesi?
Allo stesso quesito sull'identità cinese dà una risposta diversa e conflittuale
l'altro best-seller cinese oggi disponibile in Italia, Il totem del lupo di Jiang
Rong. «I cinesi adorano il drago. Ed è davanti a lui, che regola i ritmi della natura,
che si prostrano terrorizzati, rassegnati a subire ogni avversità … La verità
è che noi ci siamo isolati dal resto del mondo, abbiamo eretto la Grande Muraglia per chiuderci
nello splendore del nostro recinto. E mentre i cinesi si consideravano il centro del mondo, gli
altri gli occidentali pensavano alla Cina semplicemente come al paese della seta,
della porcellana o del tè … Sí, la storia cinese sarebbe stata diversa se avessimo
avuto più familiarità con i lupi … Gengis Khan … nonostante l'indiscutibile
genio militare, era un uomo senza cultura, e analfabeti o semianalfabeti erano anche i condottieri
e gli altri ufficiali di molte popolazioni barbariche … Eppure tutti costoro avevano rivoluzionato
il corso della storia. Avevano rovesciato le più potenti e splendide dinastie e ridotto in
polvere lo sterminato impero cinese, patria di Sun Tzu, il grande stratega autore del più
famoso trattato militare, L'arte della guerra. Quegli uomini incolti e barbari
avevano terrorizzato mezzo mondo perché avevano dei maestri eccezionali di strategia bellica:
i lupi»; «Se [i cinesi] vogliono uscire dal proprio nido e conquistare il mondo, devono
decidersi a fare come i nomadi, ed essere più determinati». Attraverso queste riflessioni
matura l'educazione sentimentale di Chen Zhen, il protagonista del romanzo, giovane studente
mandato a lavorare in Mongolia durante la Rivoluzione culturale maoista (1966-76). Il suo maestro
di vita è il vecchio Bileg, pastore e cacciatore: gli rivela gli antichi segreti della spiritualità
mongola, lo addestra a braccare le gazzelle nella neve imitando l'astuzia, la pazienza e
la solidarietà di squadra dei branchi di lupi, lo inizia alle grandi differenze di valori
tra i popoli sedentari e contadini (come gli han, l'etnia dominante della Cina di oggi) e le
tribù di nomadi guerrieri. Chen Zhen si lascia sedurre a tal punto dalla cultura mongola che
si dedica ad allevare un cucciolo di lupo, e nel rapporto con questo animale selvaggio impara a scoprire
se stesso.
Chen Zhen, Bileg e le loro avventure in mezzo ai lupi sono i protagonisti della storia che è
il più importante caso letterario cinese dei tempi recenti: da tre anni primo assoluto nella
classifica dei best-seller, due milioni di libri "regolari" venduti e oltre dieci
milioni di copie-pirata,2 più venticinque edizioni nei vicini paesi asiatici. In questo
romanzo epico la natura diventa una potente evocatrice di riflessioni filosofiche come nel Moby
Dick di Melville o nelle opere di Joseph Conrad e Jack London. «Nelle passioni estreme
che ha suscitato Il totem del lupo», dice l'autore, «insieme
agli entusiasmi ci sono state anche reazioni violente: alcuni mi hanno accusato di essere un fascista,
altri un sadico, ho ricevuto minacce di morte contro di me e contro la mia famiglia. È quasi
un miracolo (ma lo trovo un segnale positivo) che in mezzo a reazioni cosí eccessive il governo
non abbia deciso di censurarmi». Una spiegazione per la tolleranza delle autorità
però non è del tutto benigna. Lo stesso Jiang Rong sa distinguere almeno due ingredienti
che sono all'origine del successo di pubblico: «Da una parte i cinesi sono rimasti affascinati
dalla scoperta del lupo: per secoli nella nostra cultura è stato un simbolo del male, una forza
oscura, invece nella mia storia mongola è un dio, oltre che il simbolo della nostalgia per
una natura incontaminata. D'altra parte però il carattere del lupo come lo descrive
la mitologia mongola si adatta perfettamente all'economia di mercato: è aggressivo,
libero e intraprendente, ha un forte senso della competizione ma sa anche disciplinare i suoi istinti
dentro un gioco di squadra».
In effetti Il totem del lupo è stato esaltato come la nuova Bibbia del capitalismo
cinese, plebiscitato dal pubblico dei manager, dei giovani professionisti in carriera. Nelle
Business School che sfornano la classe dirigente della nuova superpotenza economica molti docenti
usano il romanzo per formare i giovani ai valori "darwiniani" della nuova Cina: iperselettiva,
competitiva, meritocratica, perfino spietata nell'accettazione delle crescenti diseguaglianze
sociali. Nel mondo dello sport il campione più popolare, il cestista Yao Ming, ha cantato
le lodi del romanzo. Gli allenatori olimpici lo prescrivono come una lettura obbligatoria ai giovani
atleti in vista dei Giochi del 2008. La consacrazione politica finale è venuta dall'Esercito
di Liberazione Popolare, colonna portante del regime, dove alcuni generali sono diventati dei
"fan" di Jiang Rong e consigliano Il totem del lupo come libro di testo nelle
accademie militari.
L'autore ha una storia analoga alla vicenda del romanzo. Figlio di un alto dirigente di
governo, Jiang Rong resta orfano di madre all'età di 11 anni. Trascorre gli anni dell'infanzia
tra Shanghai e Nanchino. Quando esplode la Rivoluzione culturale ispirata da Mao Zedong lui diventa
una Guardia rossa. Nel 1967, all'età di 21 anni, Jiang Rong si sente attratto irresistibilmente
dalla Mongolia. Anticipa di un anno il celebre appello di Mao ai giovani «Andate all'Ovest»,
cioè nelle regioni più arretrate e meno popolose della Cina. Mentre per molti suoi coetanei
il lavoro nei campi è una condanna che assomiglia all'esilio e alla deportazione, lui
parte volontario. Ha un solo impulso trasgressivo: porta con sé due casse di libri proibiti,
autori occidentali messi all'indice dalla censura maoista. Stendhal, Victor Hugo, Tolstoj,
Dostoevskij, Jack London, Romain Rolland saranno le sue letture per un decennio, nei lunghi inverni
gelidi della steppa mongola. Vive in una yurta, una tenda mongola, lavora come pastore
in una fattoria collettivizzata, una Comune che amministra terre da pascolo su 400 km quadrati
con appena 800 abitanti. La storia del cucciolo di lupo da lui allevato è vera. Lo choc culturale
del suo incontro con la cultura mongola lo ha segnato. «Migliaia di anni fa», mi ha detto
Jiang Rong, «i pastori nomadi di quelle pianure già rispettavano il lupo come un dio.
E sono proprio quei nomadi, cresciuti nel culto del lupo, che hanno saputo invadere, dominare e
lasciare l'impronta della loro influenza su territori sterminati che vanno dalla Manciuria
fino alla Turchia e all'Ungheria. Noi cinesi han all'epoca di Gengis Khan e per diversi
secoli successivi non capimmo la forza dei valori mongoli. Siamo stati condizionati dal buddismo,
una religione fatta per i deboli e i perdenti. I veri eredi del nomadismo mongolo in fondo furono
storicamente gli imperi navali e mercantili dell'Occidente: la Spagna, l'Inghilterra,
l'America, proiettate alla conquista del mondo. Oggi i cinesi si accorgono che i valori del
lupo sono i più adatti per combattere nell'economia di mercato». Nel successo
del «lupo come totem» affiora una Cina che prende le distanze dal pensiero confuciano.
Nella sua interpretazione paternalistica e autoritaria per secoli il confucianesimo è
stato avverso all'individualismo, intriso di obbedienza e subordinazione. È difficile
trovare in Confucio un pensiero che esalti la competizione.
Una rassegna di alcuni autori emblematici perché piacciono a "noi" ma hanno
scarso seguito nel loro paese, può cominciare dal filone della letteratura cinese in stile
noir che ricorda la California spietata e brutale di Raymond Chandler negli anni Trenta,
o le atmosfere crepuscolari della provincia francese sordida e immorale di Georges Simenon. Un
esponente del noir cinese oggi è He Jiagong, noto giurista e criminologo, docente
di diritto penale all'università di Pechino. È un esperto stimato nel suo primo
mestiere, ma ha una doppia vita da romanziere tutt'altro che politically correct.
Protagonista delle sue crime-story è l'avvocato Hong Jun (nome che foneticamente
può significare "armata rossa") laureatosi negli Stati Uniti e rientrato nella
nativa Cina per praticare il diritto penale e raddrizzare i torti di un sistema giudiziario oppressivo.
La sua seducente segretaria non si stanca di rinfacciargli questo idealismo: «Proprio in
pieno boom economico, quando i tuoi colleghi fanno soldi a palate come avvocati d'affari
delle multinazionali, che razza di clienti vuoi avere facendo il penalista?». Nel romanzo
Feng Nu ("la donna pazza", tradotto solo in Francia, con il titolo Crime
de sang) l'avvocato Hong trasporta i lettori nel profondo Nord della Manciuria
dove l'autore fu deportato per otto anni da giovane durante la Rivoluzione culturale
in una zona rimasta ai margini dello sviluppo industriale, tra popolazioni arcaiche, paesaggi
lugubri che fanno da sfondo a terribili errori giudiziari, innocenti condannati a vita, e una disonestà
diffusa. «Da noi», constata un personaggio, «i poliziotti sono diventati come
i cani dell'esercito nazionalista dei film della nostra infanzia» (era noto per la
corruzione l'esercito del Guomindang guidato da Chiang Kai-shek, che affrontò i comunisti
di Mao Zedong nella guerra civile degli anni Quaranta).
Il maestro del noir cinese è Qiu Xiaolong, che oggi vive negli Stati Uniti. 3 La
misteriosa morte della compagna Guan (nel titolo originale "Morte di un'eroina
rossa") è il capolavoro di questo genere. Ambientato a Shanghai nel 1990 ha per protagonista
una sorta di detective Marlowe con tessera del partito comunista: Chen Cao, ispettore-suo-malgrado
della squadra speciale, a tempo perso poeta e traduttore di letteratura inglese, conduce le inchieste
citando antiche liriche della dinastia Tang. L'eroina rossa è la bella lavoratrice
modello Guan Hongying, il cui cadavere viene ritrovato in un sacco di plastica che galleggia nel
fiume alla periferia di Shanghai. L'inchiesta di Chen lo conduce nell'ambiente perverso
dei "principini", i figli viziati e arroganti della nomenklatura di regime. Uno di
questi rampolli privilegiati è l'assassino che l'ispettore riesce a smascherare
grazie alle foto dei suoi amplessi con l'eroina rossa, ma l'inchiesta viene avocata
dalla polizia segreta che monopolizza le azioni disciplinari dentro il partito. Nel finale amaro
il colpevole viene condannato a morte… per la ragione sbagliata. L'utopica giustizia
di Chen si infrange contro le logiche implacabili del potere. È la Cina degli anni Novanta
la vera protagonista del romanzo. Qiu Xiaolong racconta la fase della transizione più sconvolgente.
Il paese ha appena imboccato la riforma capitalistica di Deng Xiaoping, è ancora a metà
del guado. I figli della nuova razza padrona organizzano orge sessuali con attrici e top-model
come in una Hollywood decadente, mentre al loro fianco vive un'umanità povera e disillusa,
quartieri popolati di vecchi comunisti che usano ancora l'appellativo di "compagno"
e sopravvivono a stento con la pensione di stato, in tuguri fatiscenti senza bagno né elettrodomestici.
Quando l'indagine si trasferisce a Guangzhou (Canton), dove Deng Xiaoping sperimenta il
neoliberismo più spinto, Qiu Xiaolong descrive magnificamente l'ambiente da boom-town
e sin-city, città di frontiera in cui tutto è permesso, capitale del
vizio dove l'ispettore Chen solidarizza più con le prostitute che con i colleghi poliziotti.
Il detective comunista è un perfetto eroe da noir che subisce la vita con disincanto
e malinconia, cercando un inutile conforto nel ricordo del padre defunto, austero intellettuale
dalla morale confuciana e vittima della persecuzione delle Guardie rosse. Anche gli amori di Chen
sono segnati dalle amarezze: una giornalista decide di fuggire in Giappone proprio la sera in cui
l'ispettore sta per conquistarla; la sua prima fidanzata lo salva in extremis dalla rovina
ma è anche lei una figlia di alti dirigenti del partito, parte di un mondo da cui Chen si sente
sempre più estraneo.
"Servire il popolo", il più celebre slogan maoista, dà il titolo al
romanzo erotico scritto da un ex ufficiale dell'Esercito di liberazione popolare, Yan Lianke.
È una satira politica il cui protagonista è un soldato costretto a "servire le
masse" in modo speciale, appagando i desideri sessuali della giovane moglie del suo comandante.
Il libro di Yan fin dal primo dialogo annuncia un'esilarante commedia degli equivoci per
esporre la retorica ipocrita e il cinismo del regime. Il soldato Wu Dawang, promosso come attendente
e cuoco personale del comandante della caserma «per aver recitato alla perfezione le 286
citazioni dalle opere del Presidente Mao», viene interrogato sui principi fondamentali
che deve osservare nel suo lavoro e risponde senza esitazione: «Non chiedere ciò che
non va chiesto, non fare ciò che non va fatto e non dire ciò che non va detto … Ricordare
sempre che servire in casa dei superiori vuol dire servire il popolo». Lo prende alla lettera
Liu Lian, la moglie trascurata del comandante, pronta ad avvalersi del detto di Mao: «Tutti
gli appartenenti alle file rivoluzionarie devono aver cura gli uni degli altri, devono amarsi
e aiutarsi reciprocamente». Proprio una tavoletta di legno con la scritta «servire
il popolo», spostata in luoghi strategici della casa o del giardino, diventa il segnale in
codice con cui la signora ordina al giovane militare di assolvere ai suoi compiti raggiungendola
a letto. Complice la stagione delle manovre militari che svuotano la caserma, i due diventano i
protagonisti di una maratona erotica, chiusi in casa per giornate intere, nudi, a fare l'amore
fino allo sfinimento. Quando rischia di spegnersi l'eccitazione, un gioco proibito risveglia
i sensi: la distruzione delle statue e dei ritratti di Mao, dei manifesti di propaganda, delle opere
ideologiche di cui è piena la casa del comandante, scatena tra i due dei raptus di aggressività
che risvegliano l'erotismo con un pizzico di sado-maso. Non è difficile vedere nello
sfrenato abbandono sensuale dei due la metafora della Cina contemporanea lanciata in un edonismo
individualista che travolge ogni resistenza e distrugge tutto il vecchio. In Servire il popolo
è di scena un esercito fatto di opportunisti e di raccomandati, dove si fa carriera solo attraverso
scambi di favori, regnano il clientelismo e il nepotismo, il servilismo e la piaggeria. In tutto
il romanzo la ripetizione della propaganda comunista maschera l'egoismo brutale degli
interessi privati. Il finale è feroce. La moglie del comandante rimane incinta del soldato
Wu, l'alto ufficiale in preda a una furia autodistruttiva scioglie l'intera compagnia
ma le pressioni della consorte sono cosí efficaci che l'unico a salvarsi dal disastro
è proprio il giovane amante: Wu torna alla vita civile a testa alta, insignito di una prestigiosa
medaglia e con un posto di lavoro assicurato. Si intuisce che il comandante subisce i diktat della
moglie perché lei protegge il segreto della sua impotenza sessuale: un'allusione
alla fragilità che insidia l'esercito e tutto il regime cinese.
Fa da sfondo al romanzo il clima intensamente patriottico degli anni Sessanta e Settanta, quando
Mao alimentava in Cina la psicosi dello stato d'assedio, convinceva il suo popolo che era
imminente un attacco atomico (di volta in volta americano o sovietico), proclamava che la Cina
avrebbe vinto la terza guerra mondiale grazie alle eroiche forze armate. Da quei tempi tutto è
cambiato in Cina ma non l'indottrinamento sciovinista, la venerazione delle divise. Nel
culto di Mao si esalta la dimensione nazionalista del leader defunto. In assenza di altri valori
comuni, in un paese che ha sposato l'economia di mercato nelle sue versioni più estreme,
il regime usa il nazionalismo come il nuovo collante ideologico.
Un altro autore che in Occidente riscuote un successo superiore a quello che gli riservano i
suoi connazionali è Mo Yan. La sua ultima opera tradotta in Italia è Il supplizio
del legno di sandalo. La vicenda, ambientata nella cittadina natale dello scrittore
Gaomi nella provincia dello Shandong offre una struggente ricostruzione del primo Novecento
in Cina: la fine indegna della dinastia Qing tra gli intrighi dell'imperatrice madre Cixi
e le aggressioni delle potenze occidentali, la rivolta xenofoba dei Boxer e la sua repressione
cruenta, la spirale del caos e le avvisaglie della guerra civile. Una ferrovia costruita dai tedeschi
nello Shandong, che offende le tombe degli antenati e distrugge l'armonia fengshui della
zona, diventa il simbolo delle umiliazioni patite dai cinesi nel periodo delle concessioni straniere.
A guidare la rivolta di Gaomi contro i tedeschi è un eroe per caso, l'attore Sun Bing,
capocomico di una compagnia dell'opera dei gatti, un genere di melodramma che mescola il
sacro e il profano, la tradizione colta e il folclore paesano, la poesia e la superstizione, i riti
funebri e il balletto. Nulla predestina Sun Bing a unirsi ai Boxer, fino al giorno in cui i tedeschi
cercano di violentare sua moglie e gli brutalizzano i figli: a quel punto l'attore di provincia
diventa il trascinatore di un'Armata Brancaleone che crede di difendere l'onore della
Cina con i poteri magici e le arti marziali. Al crescendo corale verso l'epilogo atroce contribuiscono
le voci di altri quattro personaggi. Il magistrato di Gaomi, Qian Ding, è il funzionario-intellettuale
che vede con lucidità i vizi della classe dirigente ma non ha il coraggio di affrontarli
e diventa complice attivo del disastro. Il boia Zhao Jia è un terrificante caso di «psicologia
malata» di chi pratica la violenza. Suo figlio, l'idiota macellaio Xiaojia, per la
singolare facoltà onirica di trasfigurare gli uomini in bestie, è in realtà
una sorta di alter ego dello scrittore. Infine la bella Sun Meiniang, figlia dell'attore
e amante del magistrato, stritolata nella fedeltà tra i due uomini, è uno di quei meravigliosi
caratteri femminili che dominano le storie di Mo Yan, da Sorgo rosso a Grande seno fianchi
larghi. Il Supplizio è una grandiosa e feroce allegoria del potere, delle sofferenze
infinite che la ragion di stato infligge agli uomini. Se qualcuno crede che la tortura in Cina sia
una barbarie del secolo scorso, la postilla dell'Autore ricorda che «nella vita attuale
continuano a verificarsi crimini che provocano la nostra indignazione e che perdipiù vengono
lodati e premiati». Mo Yan ha una visione tragica della storia, un pessimismo temperato dall'amore
per il suo popolo, l'attaccamento alle tradizioni, alla ricchezza degli idiomi locali.
L'unica speranza che sa offrire all'umanità dei suoi lettori è nella
creazione artistica, nell'irriducibile dignità della libertà di espressione
che sopravvive all'estremo sacrificio. Mentre subisce il supplizio del legno di sandalo,
fino all'ultimo rantolo Sun Bing declama i suoi versi in faccia agli aguzzini. Il pubblico
incantato recita con lui fino alla fine l'opera dei gatti, stramazzando sotto il fuoco dei
fucili. Non sembra che i cinesi oggi abbiano voglia di fare questa fine. Stando al verdetto del mercato,
Mo Yan e altri esponenti della cosiddetta "letteratura delle ferite" rappresentano
una coscienza critica minoritaria, sempre più emarginata, e costretta a usare un linguaggio
simbolico quasi astratto, surreale, per l'impossibilità di interpellare più
direttamente la società cinese.
1 . La conclusione di quest'analisi non è radicalmente diversa se invece che all'Italia
si guarda alle traduzioni, più abbondanti, su altri mercati editoriali come quello angloamericano
e francese. L'unica variante sostanziale è data dall'esistenza a New York, Londra
e Parigi di una letteratura cinese-autoctona, nata nelle comunità degli immigrati o degli
esuli politici. Amy Tan è la scrittrice cinese-americana che meglio interpreta gli animi
della diaspora antica, mentre Ha Jin rappresenta un tipico esponente della generazione di scrittori
che hanno scelto la via dell'esilio per motivi politici.
2 . La contraffazione ha un'incidenza tale sul mercato librario cinese, che anche gli
autori di maggior successo percepiscono una modesta frazione di diritti d'autore rispetto
all'effettiva circolazione delle loro opere.
3 . I gialli di questo autore non sono stati censurati in Cina, dove tuttavia non hanno una diffusione
importante.
FEDERICO RAMPINI vive a Pechino, è corrispondente de la Repubblica dalla
Cina e autore de Il secolo cinese (2005), L'impero di Cindia (2006) e L'ombra
di Mao (2007), tutti editi da Mondadori. |