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Lettere cinesi
FEDERICO RAMPINI

JIN YONG, Volpe Volante della montagna innevata, trad. di Flavio Aulino, Isola del Liri (Fr), Pisani, pp. 388, €18,50

JIANG RONG, Il totem del lupo, trad. di Maria Gottardo e Monica Morzenti, revisione di Giuseppe Gallo, Milano, Mondadori, pp. 653, €19,00

QIU XIAOLONG, La misteriosa morte della compagna Guan, trad. di Paola Vertuani, Venezia, Marsilio, pp. 543, €17,00

YAN LIANKE, Servire il popolo, trad. di Patrizia Liberati, Torino, Einaudi, pp. 139, €10,00

MO YAN, Il supplizio del legno di sandalo, trad. di Patrizia Liberati, Torino, Einaudi, pp. 504, €20,00

Perché è tanto diverso ciò che leggono i cinesi da quello che leggiamo noi di loro, tradotto dal cinese? Un confronto tra i best-seller della narrativa a Pechino, e la lista dei romanzi cinesi tradotti in casa nostra, riserva delle sorprese.1 Da un campionario degli autori in voga in Occidente si intuisce che ci ostiniamo a immaginare una Cina che guarda a se stessa in maniera molto più tormentata, problematica e autoironica di quanto essa non faccia in realtà. Il pubblico cinese, anche quando cerca letteratura di qualità e non solo di evasione, promuove degli autori dai messaggi molto diversi – solitamente più tradizionali o rassicuranti – rispetto a quegli scrittori "di battaglia" che noi preferiamo.

La possibilità di fare questo confronto oggi è alla portata anche del lettore italiano. Forse perché la Cina è di moda, e la sua visibilità è cresciuta, sono arrivati sul nostro mercato anche due autori che in Cina hanno un'audience di massa. Il primo di questi è una vera istituzione nella letteratura contemporanea cinese: Jin Yong, autore di Volpe Volante della montagna innevata. Per un lettore occidentale l'accesso a questo romanziere rischia di essere ostacolato da molti pregiudizi, a cominciare da questo: per anni la nostra percezione del fervore cinese per le arti marziali è venuta dal cinema di serie B di Bruce Lee, donde l'idea che il kung fu fosse una volgare declinazione asiatica del culto della violenza già mercificato da Hollywood e dai videogiochi. Poi il successo mondiale del film La tigre e il dragone di Ang Lee (1999) lasciò intuire che c'era dietro qualcosa di diverso, un'estetica, una visione fiabesca, uno sfondo di leggende. Jin Yong in realtà è il maestro di un genere essenziale per capire l'identità cinese. Pseudonimo dell'ottantaduenne Cha Liang Yong, l'autore di Volpe Volante rappresenta da solo una corrente letteraria e un fenomeno di costume. I trentasei romanzi di gesta cavalleresche che ha prodotto dal 1955 al 1974 hanno avuto una diffusione con pochi precedenti al mondo: almeno cento milioni di libri venduti nella Cina popolare, decine di milioni a Hong Kong, Taiwan, in tutta la diaspora dal sud-est asiatico alle Chinatown di New York e San Francisco. Ovunque ci siano dei cinesi nel mondo ci sono i libri di Jin Yong. Al tempo stesso l'autore ha suscitato interesse accademico e rispetto fra i letterati, che non hanno ridotto la sua produzione a semplice "arte popolare". Università asiatiche e americane hanno organizzato simposi su di lui, è stato insignito di onorificenze dalla laurea honoris causa di Cambridge all'Ordre des Arts et des Lettres in Francia. È stato vietato ai tempi della Rivoluzione culturale ma il successore di Mao, Deng Xiaoping, era un suo avido lettore. Per l'uso delle arti marziali come una metafora delle lotte di potere e della rivolta contro il male, per la dettagliata ricostruzione degli scenari storici, per la solidità del suo stile e la padronanza del ritmo avventuroso, Jin Yong è quanto di più si avvicina a un moderno Alexandre Dumas cinese. Il paragone viene suggerito anche dalla forma iniziale che ebbero le sue storie: il feuilleton a puntate.

 

Nato nel 1924 nella contea di Haining, regione di Zhejiang, Jin Yong ha trascorso la maggior parte della sua esistenza a Hong Kong. Iniziò a lavorare come giornalista, redattore del supplemento letterario di una testata di Shanghai. Alla narrativa arrivò per caso: essendosi esaurito il ciclo di puntate che uno scrittore locale pubblicava sul suo giornale, il direttore chiese a Jin Yong di "tappare il buco" momentaneamente. Ebbe inizio cosí una carriera che ha rilanciato e rinnovato uno dei generi più antichi della letteratura cinese: il wuxia, storie di cavalieri erranti e di società segrete, di monaci-eroi e arti marziali. È un filone che nelle sue molteplici varianti ha avuto analogie con grandi opere della cultura occidentale: da Omero alla Chanson de Roland, da Cervantes a Walter Scott. Le prime forme di romanzo wuxia risalgono alla dinastia Tang nel 600 dopo Cristo, la nobilitazione definitiva avviene sotto la dinastia Qing a partire dal 1644: non a caso la seconda importante dinastia "straniera" (mancese) dopo il regno mongolo del Kublai Khan. Uno dei leitmotiv della letteratura wuxia è infatti la lotta di eroiche minoranze illuminate che intendono guidare il popolo han (l'etnía cinese per eccellenza) alla riscossa contro la penetrazione dei barbari che minacciano la purezza di valori della civiltà locale. La letteratura wuxia ha avuto alterne vicende nei secoli, dai capolavori antichi è precipitata fino a diventare per lunghi periodi un genere ripetitivo e stereotipato. Jin Yong le ha restituito la nobiltà e la capacità di esercitare un fascino universale su centinaia di milioni di cinesi. Una chiave è la ricerca storica approfondita che sta dietro alle sue avventure, l'attendibilità dei dettagli, la precisa ricostruzione degli ambienti, delle tradizioni, dei costumi e dei linguaggi. Il parallelo con Dumas o Balzac non è eccessivo: come gli autori francesi tracciano affreschi della loro società nel XVIII secolo, cosí i romanzi storici di Jin Yong sono una fonte preziosa sulle vicende della Cina dall'era Ming in poi. L'autore, una volta conclusa la sua carriera narrativa, si è cimentato con saggi sulla storia e la religione, da una biografia di Gengis Khan a un'opera sul concetto di materia nel pensiero buddista.

La storia di Volpe Volante si svolge sulle montagne della Manciuria dove i guerrieri della setta del Drago Celeste incontrano la banda del Fiume Yinma. Tutti cercano l'antico scrigno che contiene il pugnale della Fratellanza Marziale. Un monaco dotato di poteri magici li guida fino alla residenza del Signore dei Rapaci dove si svolgerà il duello finale contro il celebre guerriero Volpe Volante. La ricchezza dell'opera è nella densità dei riferimenti a storie, leggende e costumi, il senso dei valori come la fedeltà e la lealtà. La massima attrazione è il condensato di cultura cinese. Dal kung fu alla calligrafia, dal gioco del Go alla pittura, dalla medicina a base di erbe alla musica tradizionale degli strumenti a corde, ogni tassello di una civiltà millenaria è meticolosamente inserito al suo posto.

Il genere wuxia era stato messo all'indice non solo da Mao Zedong – i comunisti lo definirono un «inquinamento spirituale» – ma anche da tutta l'intellighenzia progressista del primo Novecento, con in testa il grande romanziere Lu Xun. Alla caduta dell'ultima dinastia imperiale (Qing) nel 1911, le correnti modernizzatrici e repubblicane s'interrogarono sulle cause della decadenza del paese, cercarono una ricetta per inseguire la modernità occidentale. Misero sotto accusa il confucianesimo – di cui la letteratura wuxia è impregnata – e tutte le tradizioni. Jin Yong è stato il primo a capire che i cinesi non potevano modernizzarsi rinnegando il passato. La biografia dell'autore testimonia di una visione politica lucida: a Hong Kong, come proprietario ed editorialista dell'autorevole quotidiano Ming Pao, denunciò i crimini del comunismo da Mao a Piazza Tienanmen, al tempo stesso accettò da Pechino un incarico di consulenza per definire le regole del ritorno di Hong Kong alla Cina nel 1997. Quel che Jin Yong ha colto è il bisogno di definire un'identità cinese, l'urgenza per il popolo più antico del pianeta di riappropriarsi della storia e della cultura aggredite prima dalle Guardie rosse, poi dalla globalizzazione. Oggi per milioni di suoi connazionali la narrativa wuxia è la risposta più immediata alla domanda: che cosa vuole dire essere cinesi?

 

Allo stesso quesito sull'identità cinese dà una risposta diversa e conflittuale l'altro best-seller cinese oggi disponibile in Italia, Il totem del lupo di Jiang Rong. «I cinesi adorano il drago. Ed è davanti a lui, che regola i ritmi della natura, che si prostrano terrorizzati, rassegnati a subire ogni avversità … La verità è che noi ci siamo isolati dal resto del mondo, abbiamo eretto la Grande Muraglia per chiuderci nello splendore del nostro recinto. E mentre i cinesi si consideravano il centro del mondo, gli altri – gli occidentali – pensavano alla Cina semplicemente come al paese della seta, della porcellana o del tè … Sí, la storia cinese sarebbe stata diversa se avessimo avuto più familiarità con i lupi … Gengis Khan … nonostante l'indiscutibile genio militare, era un uomo senza cultura, e analfabeti o semianalfabeti erano anche i condottieri e gli altri ufficiali di molte popolazioni barbariche … Eppure tutti costoro avevano rivoluzionato il corso della storia. Avevano rovesciato le più potenti e splendide dinastie e ridotto in polvere lo sterminato impero cinese, patria di Sun Tzu, il grande stratega autore del più famoso trattato militare, L'arte della guerra. Quegli uomini incolti e barbari avevano terrorizzato mezzo mondo perché avevano dei maestri eccezionali di strategia bellica: i lupi»; «Se [i cinesi] vogliono uscire dal proprio nido e conquistare il mondo, devono decidersi a fare come i nomadi, ed essere più determinati». Attraverso queste riflessioni matura l'educazione sentimentale di Chen Zhen, il protagonista del romanzo, giovane studente mandato a lavorare in Mongolia durante la Rivoluzione culturale maoista (1966-76). Il suo maestro di vita è il vecchio Bileg, pastore e cacciatore: gli rivela gli antichi segreti della spiritualità mongola, lo addestra a braccare le gazzelle nella neve imitando l'astuzia, la pazienza e la solidarietà di squadra dei branchi di lupi, lo inizia alle grandi differenze di valori tra i popoli sedentari e contadini (come gli han, l'etnia dominante della Cina di oggi) e le tribù di nomadi guerrieri. Chen Zhen si lascia sedurre a tal punto dalla cultura mongola che si dedica ad allevare un cucciolo di lupo, e nel rapporto con questo animale selvaggio impara a scoprire se stesso.

Chen Zhen, Bileg e le loro avventure in mezzo ai lupi sono i protagonisti della storia che è il più importante caso letterario cinese dei tempi recenti: da tre anni primo assoluto nella classifica dei best-seller, due milioni di libri "regolari" venduti e oltre dieci milioni di copie-pirata,2 più venticinque edizioni nei vicini paesi asiatici. In questo romanzo epico la natura diventa una potente evocatrice di riflessioni filosofiche come nel Moby Dick di Melville o nelle opere di Joseph Conrad e Jack London. «Nelle passioni estreme che ha suscitato Il totem del lupo», dice l'autore, «insieme agli entusiasmi ci sono state anche reazioni violente: alcuni mi hanno accusato di essere un fascista, altri un sadico, ho ricevuto minacce di morte contro di me e contro la mia famiglia. È quasi un miracolo (ma lo trovo un segnale positivo) che in mezzo a reazioni cosí eccessive il governo non abbia deciso di censurarmi». Una spiegazione per la tolleranza delle autorità però non è del tutto benigna. Lo stesso Jiang Rong sa distinguere almeno due ingredienti che sono all'origine del successo di pubblico: «Da una parte i cinesi sono rimasti affascinati dalla scoperta del lupo: per secoli nella nostra cultura è stato un simbolo del male, una forza oscura, invece nella mia storia mongola è un dio, oltre che il simbolo della nostalgia per una natura incontaminata. D'altra parte però il carattere del lupo come lo descrive la mitologia mongola si adatta perfettamente all'economia di mercato: è aggressivo, libero e intraprendente, ha un forte senso della competizione ma sa anche disciplinare i suoi istinti dentro un gioco di squadra».

In effetti Il totem del lupo è stato esaltato come la nuova Bibbia del capitalismo cinese, plebiscitato dal pubblico dei manager, dei giovani professionisti in carriera. Nelle Business School che sfornano la classe dirigente della nuova superpotenza economica molti docenti usano il romanzo per formare i giovani ai valori "darwiniani" della nuova Cina: iperselettiva, competitiva, meritocratica, perfino spietata nell'accettazione delle crescenti diseguaglianze sociali. Nel mondo dello sport il campione più popolare, il cestista Yao Ming, ha cantato le lodi del romanzo. Gli allenatori olimpici lo prescrivono come una lettura obbligatoria ai giovani atleti in vista dei Giochi del 2008. La consacrazione politica finale è venuta dall'Esercito di Liberazione Popolare, colonna portante del regime, dove alcuni generali sono diventati dei "fan" di Jiang Rong e consigliano Il totem del lupo come libro di testo nelle accademie militari.

 

L'autore ha una storia analoga alla vicenda del romanzo. Figlio di un alto dirigente di governo, Jiang Rong resta orfano di madre all'età di 11 anni. Trascorre gli anni dell'infanzia tra Shanghai e Nanchino. Quando esplode la Rivoluzione culturale ispirata da Mao Zedong lui diventa una Guardia rossa. Nel 1967, all'età di 21 anni, Jiang Rong si sente attratto irresistibilmente dalla Mongolia. Anticipa di un anno il celebre appello di Mao ai giovani – «Andate all'Ovest», cioè nelle regioni più arretrate e meno popolose della Cina. Mentre per molti suoi coetanei il lavoro nei campi è una condanna che assomiglia all'esilio e alla deportazione, lui parte volontario. Ha un solo impulso trasgressivo: porta con sé due casse di libri proibiti, autori occidentali messi all'indice dalla censura maoista. Stendhal, Victor Hugo, Tolstoj, Dostoevskij, Jack London, Romain Rolland saranno le sue letture per un decennio, nei lunghi inverni gelidi della steppa mongola. Vive in una yurta, una tenda mongola, lavora come pastore in una fattoria collettivizzata, una Comune che amministra terre da pascolo su 400 km quadrati con appena 800 abitanti. La storia del cucciolo di lupo da lui allevato è vera. Lo choc culturale del suo incontro con la cultura mongola lo ha segnato. «Migliaia di anni fa», mi ha detto Jiang Rong, «i pastori nomadi di quelle pianure già rispettavano il lupo come un dio. E sono proprio quei nomadi, cresciuti nel culto del lupo, che hanno saputo invadere, dominare e lasciare l'impronta della loro influenza su territori sterminati che vanno dalla Manciuria fino alla Turchia e all'Ungheria. Noi cinesi han all'epoca di Gengis Khan e per diversi secoli successivi non capimmo la forza dei valori mongoli. Siamo stati condizionati dal buddismo, una religione fatta per i deboli e i perdenti. I veri eredi del nomadismo mongolo in fondo furono storicamente gli imperi navali e mercantili dell'Occidente: la Spagna, l'Inghilterra, l'America, proiettate alla conquista del mondo. Oggi i cinesi si accorgono che i valori del lupo sono i più adatti per combattere nell'economia di mercato». Nel successo del «lupo come totem» affiora una Cina che prende le distanze dal pensiero confuciano. Nella sua interpretazione paternalistica e autoritaria per secoli il confucianesimo è stato avverso all'individualismo, intriso di obbedienza e subordinazione. È difficile trovare in Confucio un pensiero che esalti la competizione.

 

Una rassegna di alcuni autori emblematici perché piacciono a "noi" ma hanno scarso seguito nel loro paese, può cominciare dal filone della letteratura cinese in stile noir che ricorda la California spietata e brutale di Raymond Chandler negli anni Trenta, o le atmosfere crepuscolari della provincia francese sordida e immorale di Georges Simenon. Un esponente del noir cinese oggi è He Jiagong, noto giurista e criminologo, docente di diritto penale all'università di Pechino. È un esperto stimato nel suo primo mestiere, ma ha una doppia vita da romanziere tutt'altro che politically correct. Protagonista delle sue crime-story è l'avvocato Hong Jun (nome che foneticamente può significare "armata rossa") laureatosi negli Stati Uniti e rientrato nella nativa Cina per praticare il diritto penale e raddrizzare i torti di un sistema giudiziario oppressivo. La sua seducente segretaria non si stanca di rinfacciargli questo idealismo: «Proprio in pieno boom economico, quando i tuoi colleghi fanno soldi a palate come avvocati d'affari delle multinazionali, che razza di clienti vuoi avere facendo il penalista?». Nel romanzo Feng Nu ("la donna pazza", tradotto solo in Francia, con il titolo Crime de sang) l'avvocato Hong trasporta i lettori nel profondo Nord della Manciuria – dove l'autore fu deportato per otto anni da giovane durante la Rivoluzione culturale – in una zona rimasta ai margini dello sviluppo industriale, tra popolazioni arcaiche, paesaggi lugubri che fanno da sfondo a terribili errori giudiziari, innocenti condannati a vita, e una disonestà diffusa. «Da noi», constata un personaggio, «i poliziotti sono diventati come i cani dell'esercito nazionalista dei film della nostra infanzia» (era noto per la corruzione l'esercito del Guomindang guidato da Chiang Kai-shek, che affrontò i comunisti di Mao Zedong nella guerra civile degli anni Quaranta).

Il maestro del noir cinese è Qiu Xiaolong, che oggi vive negli Stati Uniti. 3 La misteriosa morte della compagna Guan (nel titolo originale "Morte di un'eroina rossa") è il capolavoro di questo genere. Ambientato a Shanghai nel 1990 ha per protagonista una sorta di detective Marlowe con tessera del partito comunista: Chen Cao, ispettore-suo-malgrado della squadra speciale, a tempo perso poeta e traduttore di letteratura inglese, conduce le inchieste citando antiche liriche della dinastia Tang. L'eroina rossa è la bella lavoratrice modello Guan Hongying, il cui cadavere viene ritrovato in un sacco di plastica che galleggia nel fiume alla periferia di Shanghai. L'inchiesta di Chen lo conduce nell'ambiente perverso dei "principini", i figli viziati e arroganti della nomenklatura di regime. Uno di questi rampolli privilegiati è l'assassino che l'ispettore riesce a smascherare grazie alle foto dei suoi amplessi con l'eroina rossa, ma l'inchiesta viene avocata dalla polizia segreta che monopolizza le azioni disciplinari dentro il partito. Nel finale amaro il colpevole viene condannato a morte… per la ragione sbagliata. L'utopica giustizia di Chen si infrange contro le logiche implacabili del potere. È la Cina degli anni Novanta la vera protagonista del romanzo. Qiu Xiaolong racconta la fase della transizione più sconvolgente. Il paese ha appena imboccato la riforma capitalistica di Deng Xiaoping, è ancora a metà del guado. I figli della nuova razza padrona organizzano orge sessuali con attrici e top-model come in una Hollywood decadente, mentre al loro fianco vive un'umanità povera e disillusa, quartieri popolati di vecchi comunisti che usano ancora l'appellativo di "compagno" e sopravvivono a stento con la pensione di stato, in tuguri fatiscenti senza bagno né elettrodomestici. Quando l'indagine si trasferisce a Guangzhou (Canton), dove Deng Xiaoping sperimenta il neoliberismo più spinto, Qiu Xiaolong descrive magnificamente l'ambiente da boom-town e sin-city, città di frontiera in cui tutto è permesso, capitale del vizio dove l'ispettore Chen solidarizza più con le prostitute che con i colleghi poliziotti. Il detective comunista è un perfetto eroe da noir che subisce la vita con disincanto e malinconia, cercando un inutile conforto nel ricordo del padre defunto, austero intellettuale dalla morale confuciana e vittima della persecuzione delle Guardie rosse. Anche gli amori di Chen sono segnati dalle amarezze: una giornalista decide di fuggire in Giappone proprio la sera in cui l'ispettore sta per conquistarla; la sua prima fidanzata lo salva in extremis dalla rovina ma è anche lei una figlia di alti dirigenti del partito, parte di un mondo da cui Chen si sente sempre più estraneo.

 

"Servire il popolo", il più celebre slogan maoista, dà il titolo al romanzo erotico scritto da un ex ufficiale dell'Esercito di liberazione popolare, Yan Lianke. È una satira politica il cui protagonista è un soldato costretto a "servire le masse" in modo speciale, appagando i desideri sessuali della giovane moglie del suo comandante. Il libro di Yan fin dal primo dialogo annuncia un'esilarante commedia degli equivoci per esporre la retorica ipocrita e il cinismo del regime. Il soldato Wu Dawang, promosso come attendente e cuoco personale del comandante della caserma «per aver recitato alla perfezione le 286 citazioni dalle opere del Presidente Mao», viene interrogato sui principi fondamentali che deve osservare nel suo lavoro e risponde senza esitazione: «Non chiedere ciò che non va chiesto, non fare ciò che non va fatto e non dire ciò che non va detto … Ricordare sempre che servire in casa dei superiori vuol dire servire il popolo». Lo prende alla lettera Liu Lian, la moglie trascurata del comandante, pronta ad avvalersi del detto di Mao: «Tutti gli appartenenti alle file rivoluzionarie devono aver cura gli uni degli altri, devono amarsi e aiutarsi reciprocamente». Proprio una tavoletta di legno con la scritta «servire il popolo», spostata in luoghi strategici della casa o del giardino, diventa il segnale in codice con cui la signora ordina al giovane militare di assolvere ai suoi compiti raggiungendola a letto. Complice la stagione delle manovre militari che svuotano la caserma, i due diventano i protagonisti di una maratona erotica, chiusi in casa per giornate intere, nudi, a fare l'amore fino allo sfinimento. Quando rischia di spegnersi l'eccitazione, un gioco proibito risveglia i sensi: la distruzione delle statue e dei ritratti di Mao, dei manifesti di propaganda, delle opere ideologiche di cui è piena la casa del comandante, scatena tra i due dei raptus di aggressività che risvegliano l'erotismo con un pizzico di sado-maso. Non è difficile vedere nello sfrenato abbandono sensuale dei due la metafora della Cina contemporanea lanciata in un edonismo individualista che travolge ogni resistenza e distrugge tutto il vecchio. In Servire il popolo è di scena un esercito fatto di opportunisti e di raccomandati, dove si fa carriera solo attraverso scambi di favori, regnano il clientelismo e il nepotismo, il servilismo e la piaggeria. In tutto il romanzo la ripetizione della propaganda comunista maschera l'egoismo brutale degli interessi privati. Il finale è feroce. La moglie del comandante rimane incinta del soldato Wu, l'alto ufficiale in preda a una furia autodistruttiva scioglie l'intera compagnia ma le pressioni della consorte sono cosí efficaci che l'unico a salvarsi dal disastro è proprio il giovane amante: Wu torna alla vita civile a testa alta, insignito di una prestigiosa medaglia e con un posto di lavoro assicurato. Si intuisce che il comandante subisce i diktat della moglie perché lei protegge il segreto della sua impotenza sessuale: un'allusione alla fragilità che insidia l'esercito e tutto il regime cinese.

Fa da sfondo al romanzo il clima intensamente patriottico degli anni Sessanta e Settanta, quando Mao alimentava in Cina la psicosi dello stato d'assedio, convinceva il suo popolo che era imminente un attacco atomico (di volta in volta americano o sovietico), proclamava che la Cina avrebbe vinto la terza guerra mondiale grazie alle eroiche forze armate. Da quei tempi tutto è cambiato in Cina ma non l'indottrinamento sciovinista, la venerazione delle divise. Nel culto di Mao si esalta la dimensione nazionalista del leader defunto. In assenza di altri valori comuni, in un paese che ha sposato l'economia di mercato nelle sue versioni più estreme, il regime usa il nazionalismo come il nuovo collante ideologico.

 

Un altro autore che in Occidente riscuote un successo superiore a quello che gli riservano i suoi connazionali è Mo Yan. La sua ultima opera tradotta in Italia è Il supplizio del legno di sandalo. La vicenda, ambientata nella cittadina natale dello scrittore – Gaomi nella provincia dello Shandong – offre una struggente ricostruzione del primo Novecento in Cina: la fine indegna della dinastia Qing tra gli intrighi dell'imperatrice madre Cixi e le aggressioni delle potenze occidentali, la rivolta xenofoba dei Boxer e la sua repressione cruenta, la spirale del caos e le avvisaglie della guerra civile. Una ferrovia costruita dai tedeschi nello Shandong, che offende le tombe degli antenati e distrugge l'armonia fengshui della zona, diventa il simbolo delle umiliazioni patite dai cinesi nel periodo delle concessioni straniere. A guidare la rivolta di Gaomi contro i tedeschi è un eroe per caso, l'attore Sun Bing, capocomico di una compagnia dell'opera dei gatti, un genere di melodramma che mescola il sacro e il profano, la tradizione colta e il folclore paesano, la poesia e la superstizione, i riti funebri e il balletto. Nulla predestina Sun Bing a unirsi ai Boxer, fino al giorno in cui i tedeschi cercano di violentare sua moglie e gli brutalizzano i figli: a quel punto l'attore di provincia diventa il trascinatore di un'Armata Brancaleone che crede di difendere l'onore della Cina con i poteri magici e le arti marziali. Al crescendo corale verso l'epilogo atroce contribuiscono le voci di altri quattro personaggi. Il magistrato di Gaomi, Qian Ding, è il funzionario-intellettuale che vede con lucidità i vizi della classe dirigente ma non ha il coraggio di affrontarli e diventa complice attivo del disastro. Il boia Zhao Jia è un terrificante caso di «psicologia malata» di chi pratica la violenza. Suo figlio, l'idiota macellaio Xiaojia, per la singolare facoltà onirica di trasfigurare gli uomini in bestie, è in realtà una sorta di alter ego dello scrittore. Infine la bella Sun Meiniang, figlia dell'attore e amante del magistrato, stritolata nella fedeltà tra i due uomini, è uno di quei meravigliosi caratteri femminili che dominano le storie di Mo Yan, da Sorgo rosso a Grande seno fianchi larghi. Il Supplizio è una grandiosa e feroce allegoria del potere, delle sofferenze infinite che la ragion di stato infligge agli uomini. Se qualcuno crede che la tortura in Cina sia una barbarie del secolo scorso, la postilla dell'Autore ricorda che «nella vita attuale continuano a verificarsi crimini che provocano la nostra indignazione e che perdipiù vengono lodati e premiati». Mo Yan ha una visione tragica della storia, un pessimismo temperato dall'amore per il suo popolo, l'attaccamento alle tradizioni, alla ricchezza degli idiomi locali. L'unica speranza che sa offrire all'umanità dei suoi lettori è nella creazione artistica, nell'irriducibile dignità della libertà di espressione che sopravvive all'estremo sacrificio. Mentre subisce il supplizio del legno di sandalo, fino all'ultimo rantolo Sun Bing declama i suoi versi in faccia agli aguzzini. Il pubblico incantato recita con lui fino alla fine l'opera dei gatti, stramazzando sotto il fuoco dei fucili. Non sembra che i cinesi oggi abbiano voglia di fare questa fine. Stando al verdetto del mercato, Mo Yan e altri esponenti della cosiddetta "letteratura delle ferite" rappresentano una coscienza critica minoritaria, sempre più emarginata, e costretta a usare un linguaggio simbolico quasi astratto, surreale, per l'impossibilità di interpellare più direttamente la società cinese.

1 . La conclusione di quest'analisi non è radicalmente diversa se invece che all'Italia si guarda alle traduzioni, più abbondanti, su altri mercati editoriali come quello angloamericano e francese. L'unica variante sostanziale è data dall'esistenza a New York, Londra e Parigi di una letteratura cinese-autoctona, nata nelle comunità degli immigrati o degli esuli politici. Amy Tan è la scrittrice cinese-americana che meglio interpreta gli animi della diaspora antica, mentre Ha Jin rappresenta un tipico esponente della generazione di scrittori che hanno scelto la via dell'esilio per motivi politici.

2 . La contraffazione ha un'incidenza tale sul mercato librario cinese, che anche gli autori di maggior successo percepiscono una modesta frazione di diritti d'autore rispetto all'effettiva circolazione delle loro opere.

3 . I gialli di questo autore non sono stati censurati in Cina, dove tuttavia non hanno una diffusione importante.


FEDERICO RAMPINI vive a Pechino, è corrispondente de la Repubblica dalla Cina e autore de Il secolo cinese (2005), L'impero di Cindia (2006) e L'ombra di Mao (2007), tutti editi da Mondadori.

 
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