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La Resistenza di Bocca
UGO DOTTI

GIORGIO BOCCA, Le mie montagne. Gli anni della neve e del fuoco, Milano, Feltrinelli, pp. 151, €14,00

In uno degli ultimi racconti della sua non lunga carriera di narratore (dal titolo editoriale di Ciao, old lion), Beppe Fenoglio ci presenta, a poco meno di vent'anni da quando entrambi si erano battuti nelle Langhe nelle fila della Resistenza, l'incontro fortuito, ad Alba, di due partigiani badogliani, Jimmy e Nick, i nomi di battaglia con i quali, pur dopo tanto tempo, ora si riconoscono e si salutano. Un incontro breve, casuale, nella hall dell'Hotel Centrale della cittadina piemontese nella quale Nick, da Torino, si è recato per principiare di lí, vent'anni dopo, un suo solitario pellegrinaggio sulle colline e i luoghi della sua giovanile epopea ormai cancellata dalla comune, normale esistenza. L'annullamento del passato e il trionfo del presente vengono descritti cosí: «Il bar era deserto, tranne per i due baristi. Erano di lampante estrazione contadina, allevati e sgrossati dalla casa, e ora la loro disinvoltura rasentava l'insolenza. Facevano i giocolieri con calici e sottocoppe e getti d'acqua, senza tralasciare di fissare il forestiero, alto e segaligno ... Lui, da parte sua, non pensò altro che quei due baristi escaped solo per un pelo dall'essere suoi figli. E gli pareva solo ieri».

E mentre uno dei due giovanotti, inoperoso, scivola fuori dal banco verso il juke-box e aziona un twist, ecco che il fantasma del passato del quale Nick s'era proposto di andare in una inquieta ricerca, ecco che si presenta da sé nella figura di Jimmy, ormai inevitabilmente deformato dalla prosa del ritrovato viver civile: «Aveva moglie, due figliette, una Citroen DS, un appartamento in città e uno, ancora nei sogni, in collina. Aveva ereditato lo studio dell'avvocato Valoti: ricordava Nick l'avvocato Valoti, che sedeva nel CNL, in rappresentanza del PDA?». Cosí propostosi, il passato – quel passato – non può che dare a Nick un forte sentimento di nausea, di pena e, persino, di ripugnanza.

«In quel momento la mano gli calò sulla spalla. Era una cosa prevedibile, quasi inevitabile; tuttavia lui incassò il collo fra le scapole e lentamente, con ripugnanza, fissò lo specchio del bar, negli interstizi delle bottiglie di liquori.

– Ciao, Jimmy, – sospirò disponendosi penosamente a voltarsi.

– Nick! – esplose l'altro.

A quasi vent'anni di distanza si chiamavano ancora col nome di battaglia.»

Il senso di disfacimento di un passato glorioso e potenzialmente rivoluzionario non poteva essere espresso con maggiore efficacia e con riservato, straziante dolore. Non ne rimane che un ricordo angosciante: angosciante per chi, come Nick, non solo vi aveva creduto, ma aveva identificato in esso la propria esistenza. Voltar pagina in queste condizioni (come Jimmy) e tornare alla vita normale significava, in realtà, retrocedere; ed è per questo che Nick, l'alter-ego di Fenoglio, si dispone a riconoscere il vecchio amico e commilitone «con ripugnanza». Emotivamente (ma anche storicamente) è la constatazione – fatti salvi alcuni riconoscimenti meramente formali – di un fallimento. Non per nulla il breve racconto si conclude cosí: « – Lascia stare – disse Nick. – Ti dico di lasciar stare. Ciao Jimmy. Restò a vederlo andare, più piccolo, più grasso e calvo, fin che glielo tolse di vista la colonna in corrispondenza dell'angolo dell'orologio. Non gli era né grato né risentito. L'unica cosa buona era stata che avevano ancora potuto chiamarsi Nick e Jimmy. Questo era certo: che quando l'uno avesse appreso della morte dell'altro, avrebbe detto, ad esempio: "Jimmy, e non Giulio Clerico, se n'è andato". Si voltò verso l'interno per chiamare il cameriere per il conto. E mentre quello veniva pensò: "Mi chiamava old lion con convinzione. Eppure se n'è accorto, sicurissimamente, che sono un fallimento».

Fallimento. Individuale o non piuttosto, il giudizio, va riferito all'intero periodo resistenziale e all'esito scaturito dall'intero movimento partigiano? Ancora: le parole che Calamandrei disse, da poeta, sul "miracolo" della Resistenza quando un intero popolo aveva compreso che era giunto il momento di darsi alla macchia e di prendere il fucile, non ne suonano come l'amaro epicedio a fronte, e si fatica a scriverlo, la turpe volgarità in cui oggi questo fenomeno – l'unico degno dell'Italia unita – viene sommerso? Infine da ultimo: aveva dunque ragione Bobbio quando scrisse, anch'egli certo con amarezza, che la Resistenza, anziché una rigenerazione, non fu altro che la fine violenta del fascismo, cosí costruendo molto più rapidamente il ponte tra l'età post-fascista e quella pre-fascista e ristabilendo al contempo la continuità tra l'Italia di ieri e quella di domani? Queste le evocazioni, le riflessioni e di nuovo, purtroppo, gli interrogativi, che non possono non venire suscitati a una lettura, se si vuole persino rapsodica – tanto questi problemi e questioni si condensano in ogni singola pagina dell'ultimo libro di Giorgio Bocca, Le mie montagne. Gli anni della neve e del fuoco, che l'editore Feltrinelli – certo in controtendenza – ha meritoriamente pubblicato in questi ultimi mesi.

E diciamolo subito: è questo un libro che si muove, con riuscito amalgama, tra storia, cronaca e memoria personale, non priva quest'ultima dell'ambizione di presentarsi sotto il filtro dell'arte. Sottolineo questo dato, che a me pare rilevante, non tanto per decidere se sia o non sia possibile catalogare Giorgio Bocca, indubitabilmente uno dei nostri migliori giornalisti, anche fra gli eventuali e possibili scrittori e memorialisti dei nostri ultimi anni, ma per cercare di definire, con la maggiore esattezza, l'atmosfera di un libro che tende a considerare il periodo storico di cui si occupa – periodo recentissimo – come qualcosa di ormai completamente esaurito, quasi si trattasse del ricordo di un'appassionata giovinezza che, irrimediabilmente perduta senza che se ne realizzassero le tante virtuali promesse, venga addirittura, per calcoli più che cinici, insensatamente insultato. La brevissima introduzione dell'autore del resto, se non ho capito male, lo sostiene con rude secchezza: senza che nessuno lo dica – che anzi lo neghi – siamo tornati o stiamo tornando in pieno fascismo, se non come regime come costume, come mentalità, come abitudine alla corruzione e ai disvalori.

Gli anni di cui Bocca ricostruisce a suo modo la temperie sono quelli che vanno dalla proclamazione mussoliniana dell'entrata in guerra dell'Italia per cercare di dare il colpo di grazia alla Francia moribonda a quelli, anch'essi emblematici, della "liquidazione" di Mattei a Bascapè: dall'infatuazione del coraggio al duro e violento ritorno alla "normalità". L'autore, lo scontroso piemontese di Cuneo, li viene qui ripercorrendo come brevi scorci della memoria dove a campeggiare accanto a figure ben note come un Gobetti o un Duccio Galimberti, un Luigi Einaudi o un Enrico Mattei, sono anche le figure dei contadini che, per dirla con Bocca, la montagna ha abituato sí ai grandi egoismi ma, insieme, alle grandi generosità. «La montagna», scrive a esempio, «arriva alla ribellione lentamente, guardinga attraverso i piccoli incarichi ausiliari: "Tienici questo grano, faccelo macinare, imprestami il mulo, fammi lavare la camicia da tua moglie"». Ma si arriva progressivamente al pieno coinvolgimento, a vedere il contadino – a Boves per esempio – sparare contro i tedeschi fino a morte sicura dall'alto del campanile, o a mettere a rischio la propria vita per aiutare il partigiano ferito, o stare infine senza lacrime davanti alla baita incendiata dai nazisti o dai fascisti. C'era davvero dell'amore, e con esso un seme di profonda civiltà, in questa convivenza tra partigiani cittadini e montanari.

Giustamente, sul principio del capitoletto "Il tesoro della IV armata", Bocca sostiene che «la partita politica decisiva della guerra partigiana non fu tra noi e i tedeschi», in quanto, «partita già risolta a nostro favore, era solo questione di resistere fino al crollo del Terzo Reich»; la partita decisiva si giocava fra «noi, gli interventisti, gli azionisti, e loro, gli attesisti», ossia coloro che «volevano rimettere insieme lo stato borghese di sempre» senza conquistarsi «la libertà e la democrazia combattendo» ma, «come il maquis francese, attendere il crollo dei tedeschi per inscenare un'insurrezione opportunistica». Orbene: questo momento davvero cruciale, e che sostanzialmente caratterizzò la sconfitta della Resistenza in quanto (come scrive sempre Bocca) «una democrazia regalata dagli alleati angloamericani, avallata dalla monarchia e dai conservatori sarebbe stata una mediocre riedizione di quella liberale arrivata al fascismo», viene stupendamente rappresentato da Beppe Fenoglio sul finire del suo grandioso Il partigiano Johnny. Vi si dice come costui trovi, ormai sul finire delle ostilità, sollievo e aiuto nella casa di un mugnaio. È quest'ultimo una persona semplice e di cuore e che oltretutto, com'egli stesso dice di sé con ingenuo orgoglio, ha sempre cercato, se non altro con la lettura dei giornali, di «ricavare idee sugli uomini e sui fatti del mondo». Si sente quindi autorizzato a rivolgere al sopravvissuto Johnny, l'ultimo passero che sta per cadere, la richiesta di trovarsi un qualche rifugio sicuro e di rifarsi vivo a guerra terminata. La sua parte, in fondo, l'aveva ormai compiuta. E precisa: «Stanno facendovi cascare come passeri dal ramo. E tu, Johnny, sei l'ultimo passero su questi nostri rami, non è vero? Tu stesso ammetti d'aver avuto fortuna sino ad oggi, ma la fortuna si consuma … Perché dunque stare ancora in giro, in divisa e con le armi, digiunando e battendo i denti? Sembrerebbe che tu lo voglia, che tu ti ci prepari a quel loro colpo di caccia. – Giunse compostamente le sue mani. – Da' retta a me, Johnny. La tua parte l'hai fatta e la tua coscienza è senz'altro a posto. Dunque smetti tutto e scendi in pianura. Non per consegnarti, Dio vieti, e poi è troppo tardi. Ma scendi e un ragazzo come te avrà certamente parenti e amici che lo nascondano. Un nascondiglio dove stare fino a guerra finita».

Non sembrano parole ragionevoli, consigli assennati e dettati, oltre che da un sentimento di amichevole protezione, dal comune buon senso in relazione alla stessa prevedibile situazione politica? Precisa infatti il mugnaio: «Gli alleati sono fermi in Toscana, con la neve al ginocchio, e questa situazione permette ai fascisti di farvi cascar tutti come passeri dal ramo come ho detto prima. Ma al disgelo gli alleati si muoveranno e allora daranno il gran colpo, quello buono. E vinceranno senza di voi. Non ti offendere, ma voi partigiani siete di gran lunga la parte meno importante in tutto il gioco, converrai con me. E allora perché crepare in attesa di una vittoria che verrà lo stesso e all'infuori di voi?» (il corsivo è mio).

Siamo finalmente giunti al punto nodale ed esso viene espresso – si badi bene – da un amico dei patrioti, da un uomo di campagna appena appena dirozzato. La saggezza (piemontese) del pensare con i piedi per terra. «E vinceranno senza di voi» – Non ti offendere: ma cosa infine siete voi partigiani?. E la conclusione. Perché allora crepare in attesa di una soluzione già data e che si compirà anche senza la vostra partecipazione?

E invece, dal punto di vista di Fenoglio e di Bocca (oggi ormai irrisi), questi passaggi, in apparenza tanto semplici e banali, cosí pieni di buon senso e di normalità, non possono che apparire quanto mai terribili. Cancellano la Resistenza; la riducono a una vicenda di teste calde; la sopprimono in tutte le sue ideali motivazioni; finiscono persino per esecrarla nelle tante atrocità che in suo nome (inevitabilmente) sono state commesse e la degradano infine a un imbecille, quanto infantile e cruenta, brutalità di bravacci. Non viene neppure in mente al mugnaio – rappresentante qui della voce del moderatismo italiano (per quanto inconsapevole possa essere) – che nella lotta partigiana era in gioco la dignità di tutta una popolazione, la quale, nella sua ribellione, poteva rigenerarsi e costruire una società a dimensioni più giuste e umane; non gli viene neppure in mente che nella vita di una nazione potevano verificarsi degli avvenimenti che, grazie a un sacrificio continuato, avrebbero potuto produrre dei mutamenti collettivi altamente significativi e che pertanto la nuova Italia sarebbe stata una cosa quando si fosse riconosciuto il contributo fondamentale del patriottismo partigiano e un'altra, al contrario, quando tale contributo fosse stato negato; non riflette da ultimo, questo nostro assennato e moderato mugnaio, che cedere proprio in quel momento e restare in attesa dell'aiuto e della forza di terzi era un farsi complice, nonostante tutte le giustificazioni possibili, dell'oppressione nazifascista.

Ma se questo non comprende il mugnaio (qui più che mai il rappresentante dell'Italia moderata), questo comprende il partigiano Johnny. Ringraziando con un sorriso per l'ospitalità ricevuta e andando inevitabilmente verso la morte, alle nuove insistenze del buon consigliere, la mano già posta sulla maniglia della porta, egli proferisce queste semplici, dolorosamente serene, ma veritiere parole: «Mi sono impegnato a dir di no fino in fondo e questo sarebbe una maniera di dir sí. – No che non lo è! – gridò il mugnaio. – Lo è; lo è una maniera di dir sí».

Nel novembre del 1951 ci fu la terribile devastazione del Polesine, il Po dilagante. Bocca chiude il suo libro con tale rievocazione ("Il fiume nero") e con il ricordo dei cronisti al lavoro «nell'Italia dello sfascio incombente e delle continue sciagure».


UGO DOTTI ha insegnato letteratura italiana all'Università di Perugia. È studioso particolarmente apprezzato per i suoi studi su Petrarca, Machiavelli e gli intellettuali italiani.

 
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