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Satira e regime
GIANFRANCO PASQUINO
PETER GOMEZ e MARCO TRAVAGLIO, Regime, Milano, BUR, pp. 409, €9,50
IIDEM, Inciucio, Milano, BUR, pp. 577, €11,20
IIDEM, Le mille balle blu, Milano, BUR, pp. 475, €11,50
IIDEM, Onorevoli Wanted, Roma, Editori Riuniti, pp. 726, €18,00
Da molti punti di vista, Peter Gomez e Marco Travaglio sono giornalisti fortunati. Scrivono
su giornali prestigiosi: Gomez su L'Espresso e Travaglio su la Repubblica
e, quasi quotidianamente, su l'Unità. Di recente, poi, è anche approdato
al nuovo programma TV di Michele Santoro: Annozero. Entrambi collaborano alla rivista
MicroMega. Insomma, dispongono di importanti canali attraverso i quali fare passare
le loro analisi e le loro riflessioni. Da qualche anno si sono messi insieme per dare vita a un duetto
operoso e poderoso che scopre e documenta le magagne dei politici, del sistema politico e della
società italiana. Anche su questo terreno sono stati particolarmente fortunati perché
nel nostro paese di roba da scoprire e da documentare ce n'è molta: Tangentopoli non
è mai finita. Anzi, continua non soltanto a occupare ampio spazio nella corruzione politica,
amministrativa e, in senso più lato, sociale, ma anche ad aprire frequentemente nuovi fronti
non del tutto inaspettati. Quello del calcio, nel suo intreccio con la politica e con la televisione,
essendo il più recente, non mi azzarderei mai a scrivere "l'ultimo"…
A mia conoscenza, nelle altre democrazie occidentali, non c'è nulla di simile ai
libri scritti da Gomez e Travaglio nella produzione giornalistica di critica politica. In questa
sede, mi limito ai quattro più recenti, pubblicati in rapidissima sequenza dal novembre
2004 al giugno 2006, sicuro che deve essercene un altro in cantiere dedicato alle prime non entusiasmanti
mosse del secondo governo Prodi. Non ci sono, dicevamo, altri giornalisti che si siano specializzati
nella denuncia documentata di malefatte, con speciale attenzione a quelle dei politici, i quali,
naturalmente, avendo più potere, se vogliono mantenerlo e accrescerlo, hanno anche maggiori
opportunità e maggiori necessità di impegnarsi attivamente, a volte freneticamente
e spesso "scientificamente", in più che dubbie pratiche quotidiane.
Qualcuno potrebbe sostenere che se il giornalismo italiano praticasse la ricerca delle notizie,
delle condizioni e delle conseguenze che producono le decisioni politiche, o scavasse in profondità
negli avvenimenti e lo facesse in maniera sistematica come viene spesso affermato, più
a ragione che a torto, essere la tradizione anglosassone (ma sarà il caso di non dimenticare
recenti debolezze e titubanze, in special modo dei giornalisti USA) non ci sarebbe bisogno
di libri come quelli scritti da Gomez e da Travaglio. È vero che la tradizione del giornalismo
americano, nelle fasi in cui a cavallo fra il XIX e il XX secolo la corruzione politica, economica
e sociale sembrò inviluppare il sistema, si espresse alla grande con il fenomeno dei giornalisti
definiti muckrakers, che non si intimorivano cioè a scavare nel fango. Altrettanto
vero è che il cinema (a esempio, sopra tutti, Orson Welles con il film Quarto Potere)
si impegnò talvolta nell'opera meritoria di svelare la corruzione, anche degli stessi
giornalisti. Infine, il caso più famoso, spesso citato, ancorché (oppure proprio
perché) rimasto unico, è quello del "Watergate", culminato, grazie all'inchiesta
dei leggendari Bob Woodward e Carl Bernstein, nelle dimissioni del presidente Nixon. In un panorama
politico nel quale molto spesso i giornalisti scelgono per viltà, per necessità,
per mancanza di professionalità o per esplicita remunerata partigianeria, di intessere
con gli uomini politici rapporti privilegiati, e quasi incestuosi, temendo di perdere una fonte
di informazione, e divengono quasi dei velinari dei loro politici di riferimento, Gomez e Travaglio
hanno praterie nelle quali fare scorrazzare beffardamente le loro penne (pardon, clickare sui
loro computer)! E, a mio avviso, lo fanno in maniera giornalisticamente molto efficace.
Vengo alle tematiche affrontate da Gomez e Travaglio e alle modalità con le quali sono
trattate. Quello che il lettore apprezzerà subito è la solidità della documentazione.
Paradossalmente, in una polemica davvero non edificante su l'Unità, quotidiano
al quale entrambi collaborano quasi giornalmente, il vignettista Sergio Staino (Bobo) ha in maniera
esagerata e sopra le righe, ma soprattutto senza essere davvero spiritoso, rimproverato a Travaglio,
che aveva criticato aspramente (e, secondo me, giustamente) la concessione dell'indulto,
proprio di fare affidamento su capienti archivi, fino a definirlo BeriaTravaglio. Peraltro,
i libri in esame non sono affatto "prodotti di archivio" o, come spesso avviene per molti
giornalisti, una semplice compilation di articoli già pubblicati. Sono invece,
molto più apprezzabilmente, riflessioni su avvenimenti importanti e politicamente scabrosi,
e al tempo stesso ricostruzioni di fenomeni che è opportuno non dimenticare. In una qualche
misura, chi volesse/vorrà approfondire molti aspetti della politica "spoliticata"
dell'ultimo decennio troverà moltissimo materiale utile nei quattro libri di Gomez
e Travaglio. Potrà non condividerne l'interpretazione, ma dovrà confrontarvisi
e forse si sentirà stimolato a precisare meglio la sua visione delle cose. Inoltre, i capitoli
dei vari libri costituiscono quasi un'enciclopedia delle malefatte o una guida turistica
nel paese del malaffare.
I temi trattati sono molti e inevitabilmente vari poiché, come tutti ben sanno, giorno
dopo giorno la politica italiana offre abbondantissimo materiale e numerosissimi esempi di comportamenti
che mi limiterò a definire impropri. I bersagli di Gomez e Travaglio possono essere raggruppati
in quattro grandi categorie: primo, Berlusconi, il suo conflitto di interessi e il cosiddetto
regime; secondo, la battaglia per il controllo della televisione e, più precisamente, la
RAI; terzo, l'inciucio, ovvero la predisposizione del centro-sinistra a cercare accordi,
sotto o sopra il banco non importa, con Berlusconi; quarto, la corruzione politica, economica,
sociale e morale. Sono tutti bersagli mobili che gli autori rincorrono accuratamente e colpiscono
senza pietà.
Su Berlusconi, il libro Le mille balle blu contiene passaggi spesso esilaranti. Per
quello che riguarda il problema dell'esistenza o meno di un regime, anche contro pareri autorevoli
(compreso, se posso vantare una qualche autorevolezza politologica, il mio parere), Gomez e Travaglio
affermano che è effettivamente esistito un regime definibile "mediatico".
Naturalmente, questa definizione è riduttiva rispetto alle caratteristiche liberticide
che hanno i regimi, e non soltanto quelli autoritari. Certamente, la commistione fra interessi
privati e ruoli pubblici di governo, che ha caratterizzato sia il primo governo Berlusconi sia
il secondo lungo periodo che va dal maggio 2001 all'aprile 2006, non è accettabile in
nessuna democrazia liberale che nasce, cresce e rimane tale proprio perché separa il potere
economico da quello politico e conferisce al potere politico il compito di stilare e fare rispettare,
sanzionandone le violazioni, regole che impediscano al potere economico di dettare qualsiasi
decisione. No, non c'è stato un regime berlusconiano in Italia, ma una sistematica
riduzione degli spazi per un'informazione libera, in particolare televisiva.
Su questo punto, gli autori hanno non soltanto, come si dice, "ragione da vendere",
ma moltissime prove che offrono al lettore in capitoli avvincenti e al tempo stesso deprimenti,
proprio nel loro libro Regime. Sostenere che non c'è stato regime non significa
affatto che la qualità della democrazia italiana nell'era berlusconiana sia stata
accettabile. Al contrario, è sicuramente peggiorata. Tuttavia, su due punti rilevanti
dissento dall'interpretazione di Gomez e Travaglio. Primo, la televisione influenza gli
elettori, ma non in maniera decisiva, poiché esistono altre fonti di informazione e perché,
nonostante tutto, c'è in Italia una società che si organizza (qui il riferimento
che rischia di diventare ossessivo è all'ormai famigerato "popolo delle primarie",
evocato dal centro-sinistra che lo vorrebbe, però, mansueto e subalterno). Secondo, più
di un improbabile regime, seppure soltanto mediatico, è il berlusconismo strisciante e,
qualche volta, lampante, che dovrebbe preoccuparci. Ne ho scritto su questa Rivista,
rifacendomi a Piero Gobetti, a Giustizia e Libertà, al Partito d'Azione, affermando
che il berlusconismo è un pezzo cospicuo dell'autobiografia della nazione. Anche
se la televisione non fosse essenziale per il successo politico di Berlusconi, questo non toglie
che l'intero sistema televisivo pubblico e privato merita di essere criticato perché
non pluralistico e incapace di offrire informazione adeguata a una democrazia. In materia, gli
autori hanno premonitrici parole di fuoco anche verso i politici di centro-sinistra: «Chi
pensa che, appena la sinistra vincerà le elezioni, automaticamente i partiti usciranno
da Viale Mazzini con le mani alzate, si illude», scrivono nelle pagine introduttive di Inciucio.
Il campo di battaglia televisivo è quello dove l'inciucio si è espresso con
grandi esiti, nell'apprezzamento di Massimo D'Alema a Mediaset, nel salvataggio
di Rete 4 dal meritatissimo e costituzionalissimo invio sul satellite e, da ultimo, nella presidenza
della RAI affidata al senatore diessino Claudio Petruccioli previa visita al primo ministro Berlusconi
nella sua abitazione privata di Palazzo Grazioli a Roma. Secondo Gomez e Travaglio, l'inciucio
era stato tentato anche per la riforma della Costituzione, sia con un eventuale governo Maccanico
che con la Commissione Bicamerale presieduta dallo stesso D'Alema. Su questo terreno, gli
autori si muovono un po' da "fondamentalisti" costituzionali e non riescono
a vedere le ragioni di un accordo per una riforma probabilmente necessaria. Per fortuna, la Casa
delle Libertà ha proceduto da sola e l'elettorato ha opportunamente e sonoramente
bocciato una riforma confusa e squilibrata. Ai due attenti «cronisti», come si autodefiniscono,
non dovrebbe sfuggire che, primo, qualsiasi Costituzione può essere riformata; secondo,
che qualsiasi bilancio istituzionale suggerisce che la Costituzione italiana deve essere più
che aggiornata. Non insisto sul punto poiché anche di questo ho già variamente scritto
ne la Rivista dei Libri.
L'altro grande tema che suscita un'attenzione permanente da parte di Gomez e Travaglio
è quello della corruzione che non soltanto ricorre un po' in tutti e quattro i volumi,
ma viene opportunamente ed estesamente trattato anche in un volume tutto per sé: Onorevoli
Wanted. È una specie di dizionarietto che contiene le storie giudiziarie di candidati
ed eletti al parlamento italiano nonostante le condanne già subite, i processi in corso,
le prescrizioni di reati, e cosí via. Come annuncia il sottotitolo: Storie, sentenze
e scandali di 25 pregiudicati, 26 imputati, 19 indagati e 12 miracolati "eletti" dal
Popolo italiano. È una lettura assolutamente istruttiva, ma nient'affatto esaustiva
poiché, come variamente documentato anche negli altri libri, la fantasia dei corrotti italiani
va oltre qualsiasi aspettativa. Tuttavia, la corruzione dei politici corrompe in modo assoluto
poiché con l'uso del loro potere corrottamente acquisito i politici inquinano la sfera
della competizione politica e, simultaneamente, della concorrenza economica, con effetti sia
sullo Stato sia sul mercato e con conseguenze devastanti su tutto il sistema politico.
Seppure a fatica, i politici hanno imparato a contenere la loro facondia e a non reagire tranne
in casi estremi. Naturalmente, Gomez e Travaglio (in special modo, il secondo) sono stati variamente
accusati di "giustizialismo". Curiosamente, in Inciucio respingono altre
accuse, secondo me, meno gravi («demonizzazione» e «girotondismo») e
mal poste («radicalismo» e «riformismo»), con una motivazione incomprensibilmente
sprezzante e decisamente inadeguata. Quelle accuse sarebbero basate non su fatti, ma su «categorie
dello spirito». Sul punto, credo che Gomez e Travaglio dovrebbero saper fare di meglio. Comunque,
ritengo che lettori più attenti e critici più preparati dovrebbero usare altre categorie,
non dello spirito, ma della politica, per confutare eventualmente i loro resoconti, i loro interventi,
i loro libri. Preannuncio che le mie critiche sarebbero semmai su punti specifici e precisi dei
loro scritti, e, come ho già detto sopra, sull'interpretazione generale e generica,
priva delle indispensabili sfumature, del berlusconismo, del regime e dell'inciucio.
Tuttavia, credo sia corretto informare i lettori dei "rischi" che più o meno deliberatamente
e consapevolmente Gomez e Travaglio corrono nelle loro analisi o, come forse preferirebbero dire,
nelle loro cronistorie. Oltre al giustizialismo, che personalmente preferisco di gran lunga
sia al perdonismo che al permissivismo e ancor di più al buonismo, spesso tutti applicati
ai misfatti e ai crimini dei soli politici, vedo tre rischi: il moralismo, il qualunquismo e l'antipolitica.
Il moralismo, naturalmente, è un rischio/difetto (se lo interpretiamo come tale) di
gran lunga preferibile, non soltanto al suo contrario, ma in special modo all'indifferenza
morale. Gomez e Travaglio hanno convinzioni forti, ma talvolta sembrano suggerire che dovremmo
tutti essere non più buoni, ma più spietatamente intransigenti e che questa nostra
spietata intransigenza, qui sta la mia critica, sarebbe sufficiente a migliorare la politica
italiana. Purtroppo, i comportamenti non cambiano se non si inaugurano regole condivise che vincolano,
incoraggiano, premiano e puniscono. Qui si innesta il rischio/difetto del qualunquismo, vale
a dire il ritenere che non c'è differenza fra destra e sinistra e che i politici sono tutti
eguali: trafficano e inciuciano. Certamente, il qualunquismo è un contributo politico
ad altissimo contenuto specificamente italiano, ma la destra e la sinistra in Italia non sono equivalenti
ed equiparabili e non debbono essere confuse anche perché i loro misfatti politici hanno
origini e conseguenze diverse. Tuttavia, Gomez e Travaglio fanno molto bene a tormentare i nervi
scoperti della sinistra con il loro fuoco amico, a maggior ragione quando la sinistra è al
governo. Infine, è innegabile che circoli negli scritti dei due autori una cospicua e irrefrenabile
vena di antipolitica, intesa non tanto come critica della politica, che sarebbe pienamente legittima,
ma come mancata comprensione e ancora minore apprezzamento della complessità della politica.
Forse, in una certa misura questa vena è inevitabile. La satira politica non può curarsi
dei particolari, delle sfumature, delle differenze, che pure talvolta sono effettivamente importanti,
cosí Gomez e Travaglio sono talvolta costretti a sacrificare un po' della complessità
dell'analisi della politica. Ciò nonostante il loro lavoro mi pare non soltanto sostanzialmente
meritorio, ma anche, in un paese che ha pochissimo sense of humour, alquanto divertente,
nel senso migliore dell'aggettivo.
GIANFRANCO PASQUINO è professore di Scienza politica nell'Università
di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. I suoi libri più
recenti sono Sistemi elettorali e, con Riccardo Pelizzo, Parlamenti democratici
(entrambi Il Mulino, 2006). Ha inoltre curato Strumenti della democrazia (di prossima
pubblicazione, nel 2007, con Il Mulino). |