|
|
 |
 |
 |
Mussolini líillusionista
TIM PARKS
NICHOLAS FARRELL, Mussolini, trad. di Maria Vittori, Firenze, Le Lettere,
pp. 622, €29,50
RICHARD J.B. BOSWORTH, Mussolini. Un dittatore italiano, trad. di Pietro
Spinelli, Milano, Mondadori, pp. 636, e 22,00
1.
Dai tre grandi architetti del Risorgimento italiano (Mazzini, Garibaldi e Cavour) al regime
di Mussolini (1922-1943), sfido a trovare in circolazione una qualche biografia di figura politica
italiana in lingua inglese, e ciò malgrado l'espansione coloniale del paese in Libia
e poi la sua partecipazione alla grande guerra. Un fluido sistema parlamentare di mutevoli alleanze
tra una frammentata congerie di partiti perlopiù asservita ai ghiribizzi di un'invadente
e mediocre monarchia fece sí che i detentori del potere lo esercitassero attraverso il sistematico
ricorso al compromesso e al provvedimento ad hoc. All'incirca lo stesso, monarchia
a parte, si potrebbe dire dei governanti italiani del dopoguerra, perlomeno sino a Berlusconi.
Risulta arduo, per il biografo, far emergere tali figure da un contesto sfuggente e profondamente
italico.
Con Mussolini, viceversa, la letteratura è ampia. È nel carattere di una dittatura
sovrapporre per un lungo periodo di tempo al destino di una nazione la psicologia di un singolo individuo,
perlopiù carismatico. E, nel caso di Mussolini, la psicologia in questione non era né
semplice né stabile. Si può affermare, anzi, che a ogni atto o dichiarazione del duce
(come gli piaceva farsi chiamare) corrispondeva, per cosí dire, un atto o azione ombra a complicare
o contraddire la prima. Di conseguenza, a prescindere dal danno che arrecò alla democrazia
italiana e dalla catastrofe in cui la sua alleanza con Hitler sprofondò l'Italia, gli
storici possono continuare a dibattere sulla sue vere intenzioni.
Nato nel 1883 in provincia di Forlí, figlio di un fabbro noto per il socialismo militante
e per la proclività ad alzare il gomito, il giovane Benito si fece rapidamente una nomea
di condotta turbolenta. A scuola fu coinvolto in varie risse al coltello e venne espulso tre volte.
Ma le crisi erano intervallate da lunghi periodi di diligenza, coronati da ottimi voti. La madre
di Benito era maestra elementare, donna dall'esemplare e ammirata devozione religiosa.
Negli anni dell'adolescenza, il figlio scelse di seguirne le orme. Insegnò nelle scuole
elementari e, in anni seguenti, in fasi spesso drammatiche della sua esistenza, si sarebbe tirato
fuori dalla mischia per occuparsi di qualche traduzione letteraria, quasi gli fosse ancora aperto
un contemplativo stile di vita. Le opere di Socrate e di Platone erano sempre sul suo scrittoio,
assieme a una pistola.
Al Mussolini ventenne piaceva prendere le donne con la forza e quindi piegare in romantiche
complicanze, per poi cambiare città. (Il padre aveva un'amante.) Licenziato
dalla sua prima scuola dove, a differenza della madre, non si era dimostrato in grado di tenere a
bada gli allievi («Alcuni erano monelli incorreggibili e pericolosi», lamentava),
girovagò senza un soldo per la Svizzera, fino a quando l'adesione al partito socialista
non gli fece scoprire un formidabile talento per il giornalismo incendiario. Fu espulso da varie
città svizzere e, infine, dal paese. Tornato in Italia, venne licenziato da altri incarichi
di insegnante per eccessi blasfemi in classe, donnesche imprese, insolvenza, e agitazione politica.
In un certo senso, si comportava come il padre facendo il lavoro della madre (che era morta nel 1905).
Per qualche breve periodo gli si aprirono anche le porte della prigione.
A ogni modo, nel 1909 gli fu affidata la direzione del giornale socialista di Trento, allora
in mano agli austriaci, dove ingaggiò un aspro scontro verbale con un futuro statista italiano,
il supercattolico Alcide De Gasperi. La chiesa, tuonava Mussolini, era un cadavere. Amare il prossimo
e porgere l'altra guancia costituivano princípi esiziali. La violenza era l'unica
risposta morale e necessaria all'ingiustizia capitalista. Fu espulso ancora una volta.
Ma nel 1912 il partito socialista pensò bene di avvalersi delle sue doti polemiche e gli affidò
la direzione del suo organo nazionale, l'Avanti!, che aveva sede a Milano. Cosí,
da agitatore di terz'ordine Mussolini si vedeva proiettare al rango di protagonista.
I suoi anni giovanili, pertanto, seguono la falsariga della ribellione contro ogni forma di
autorità unitamente al tentativo di acquisirne una personale, prima con alunni e amanti,
poi col partito socialista e i suoi organi di stampa. Anche il matrimonio, nel 1910, cui seguí
poco dopo la nascita della prima figlia, Edda, comportò un'infrazione di autorità,
se non la violazione di un tabù. La diciassettenne Rachele Guidi era figlia di colei che era
stata a lungo l'amante del padre di Benito. Entrambi si opposero al matrimonio. Pur di spuntarla,
Mussolini minacciò il suicidio.i Indifferente alla politica, impegnata a
sfornare un figlio dopo l'altro, instancabile campionessa delle rivendicazioni familiari,
gradualmente Rachele riuscí a mettere al guinzaglio il marito passando sopra a una sfilza
di amanti. Una delle sue strategie era quella di provocare Mussolini a esercitare quel ruolo di
macho che si arrogava, sollecitandolo continuamente a essere più duro con gli avversari.
Anni dopo, alcuni osservatori osservavano che il duce sembrava averne paura. Comunque stessero
le cose, è indubbio che egli affrontò i rapporti umani come lotte di potere in cui una
delle parti doveva prevalere sull'altra, un atteggiamento razionalizzato dall'adesione
a un determinismo di stampo darwiniano: il predominio del più forte, l'egemonia della
vigoria giovanile sulla decadenza della vecchiaia.
Il partito socialista italiano propugnava l'internazionalismo: il capitalismo era
un fenomeno internazionale e internazionale, pertanto, doveva essere la rivoluzione dei lavoratori.
Nelle guerre tra stati-nazione, di conseguenza, i socialisti vedevano deprecabili scontri utili
solo a favorire gli scopi del padronato. All'inizio della prima guerra mondiale, quale direttore
del giornale del partito, Mussolini si oppose a un eventuale intervento italiano. Ma la sua posizione
mutò rapidamente e, in un editoriale pubblicato nell'ottobre del 1914 senza consultare
i colleghi, affermò che dinanzi a eventi di tale importanza l'Italia non poteva restare
a guardare.
C'erano varie ragioni dietro questo voltafaccia, non ultima la previsione che dal conflitto
potessero venirsi a creare le condizioni favorevoli alla rivoluzione. Ma con Mussolini il desiderio
di passare all'azione e di svolgervi un ruolo di primo piano aveva sempre un peso decisivo.
A ogni modo fu nuovamente espulso, questa volta dal partito socialista. Fondava allora un proprio
giornale, Il Popolo d'Italia, in cui annunciò ai lettori: «Il grido è
una parola … una parola paurosa e fascinatrice: guerra!». Era cominciata
la transizione dal socialismo internazionale al fascismo o nazionalsocialismo (come altrove
si sarebbe chiamato un fenomeno simile).
Era connaturato a Mussolini partire dall'assunto che le guerre sarebbero state brevi
e vittoriose. «Vincerà chi vorrà vincere», affermava, manifestando
una fede nel primato dello spirito sulla materia che lo avrebbe accompagnato fino alla fine. Richiamato
nel 1915, restò ferito da una bomba a mano durante un'esercitazione di retroguardia
nel 1917, e fu rimandato a Milano prima della disfatta di Caporetto, a ottobre dello stesso anno
in cui furono fatti prigionieri 300.000 soldati italiani e che portò l'esercito austro-tedesco
vicinissimo alla conquista della pianura padana. Infine, la vittoria militare ottenuta con l'aiuto
alleato non procacciò gli acquisti territoriali che Francia e Gran Bretagna avevano offerto
all'Italia per spingerla a entrare in guerra. Con mezzo milione di morti e altrettanti feriti,
un governo debole, un'economia a terra, e la diffusa impressione che il paese fosse stato
ingannato, l'Italia era ora terreno fertile per l'agitazione politica. Il partito
socialista, soprattutto, ora in vertiginosa crescita, aveva da emulare l'esempio della
rivoluzione russa.
È nell'immediato proseguo della storia, i tre anni che portarono Mussolini al potere,
che le biografie qui recensite divergono in modo più vistoso. In ballo è il nostro atteggiamento
nei riguardi della democrazia e dell'uso della violenza in politica estera. Nel 1919 veniva
introdotto in Italia il suffragio universale maschile con una drastica forma di rappresentanza
proporzionale. Le elezioni di quell'anno, pertanto, ridisegnarono un parlamento senza
maggioranza, dove né i socialisti né la nuova compagine cattolica del partito popolare,
che insieme raccoglievano poco più della metà dei seggi, intendevano collaborare
tra loro o con il vecchio e ridimensionato partito liberale. Il governo di minoranza a guida liberale
che fu infine instaurato dovette far fronte a una drammatica ondata di scioperi organizzati dai
socialisti, chiaramente protesi a spingere il paese alla rivoluzione.
In questo scenario di frammentazione cronica, ricorrente incubo italiano, Mussolini aveva
fondato nel febbraio del '19 i cosiddetti Fasci di Combattimento. I partecipanti non erano
tenuti ad abbandonare i rispettivi partiti di appartenenza. L'idea era piuttosto quella
di ignorare le differenze (un "fascio" è per l'appunto un insieme di elementi
diversi) e di porre l'accento sulla solidarietà, con tutti i vantaggi del caso. In
soldoni, si potrebbe dire che il fascismo come presto sarebbe stato chiamato il nuovo movimento
puntava a riprodurre in tempo di pace quella solidarietà nazionale di cui Mussolini
aveva conosciuto l'energia in tempo di guerra. Espulso da ogni organizzazione di cui aveva
fatto parte, egli ne formò una che ambiva a inglobare in sé tutto il paese.
Malgrado l'incisiva attività giornalistica e gli infuocati discorsi di Mussolini,
il nuovo movimento ottenne solo cinquemila voti alle elezioni del 1919. Poco dopo, tuttavia, trovava
una propria collocazione sfruttando i diffusi risentimenti destati dagli scioperi socialisti
e organizzando missioni punitive contro gli scioperanti. Mentre la polizia restava a guardare,
convogli di camicie nere imperversavano nell'Italia centrosettentrionale bastonando
avversari e appiccando il fuoco a sedi del partito socialista. Con morti da entrambe le parti.
A riguardo, nel suo Mussolini, il giornalista inglese Nicholas Farrell non ne fa un
dramma. Il bolscevismo era una minaccia autentica, scrive, e i socialisti «davano per quanto
ricevevano» (espressione ripetuta tre volte). A ogni modo, spiega Farrell, «i fascisti
si opponevano alla borghesia tanto quanto ai socialisti perché entrambi privilegiavano
una classe a spese dell'altra. I fascisti esaltavano la nazione, unita e non divisa».
Ciò corrispondeva ovviamente alla linea ufficiale, che però mal si accorda col
fatto che agli inizi sia il giornale di Mussolini che il suo movimento erano foraggiati principalmente
da industriali e grande proprietà terriera. Per il momento, il malanimo verso la borghesia
non andò oltre l'aspetto retorico. Era il nemico socialista, soprattutto in ragione
del suo internazionalismo, a generare tra l'assortito insieme di seguaci mussoliniani
il necessario cemento nazionalista.
Farrell è altresí disposto ad approvare il modo con cui Mussolini ascese al potere.
Alle nuove elezioni del 1921, i fascisti ottennero 35 seggi in parlamento e, su invito dei liberali,
accettarono di entrare nel governo. Ma l'anno seguente, quando, di fronte al rischio di sciopero
generale ventilato dai socialisti, il governo non si discostò dalla consueta linea di non-intervento,
Mussolini intraprese quella Marcia su Roma che aveva minacciato da tempo. Rivendicando maggior
patriottismo dei governanti del paese, trentamila seguaci mussoliniani convergevano in treno
sulla capitale. Per il bene dell'Italia, affermavano, il governo doveva agire oppure consegnare
il potere a chi era in grado di farlo. Data la presenza di esercito e polizia intorno alla città,
sarebbe stato facile neutralizzarli, e molti furono effettivamente bloccati. Ma il re era restio
a denunciarne il bluff, forse per il timore di innescare un'ondata di violenze. Invece pensò
bene di chiedere a Mussolini, rimasto barricato nel suo ufficio di Milano, di formare il governo.
Cosí, sia pur minacciando azioni illegali, il leader fascista salí al potere legalmente.
Nel presentare il nuovo governo alla Camera dei deputati, il trentottenne Mussolini, il più
giovane presidente del consiglio italiano di sempre, disse: «Potevo fare di questa Aula
sorda e grigia un bivacco di manipoli … potevo sprangare il parlamento e costituire un governo
esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto».
Il discorso è un perfetto esempio di quel bipolarismo di condotta cui fu sempre improntata
l'esistenza di Mussolini e che caratterizzò il suo rapporto col popolo italiano: da
un lato l'arrogante rivendicazione del diritto morale alla rivoluzione violenta; dall'altro
la ricerca del consenso per non aver fatto davvero ciò che avrebbe potuto fare. Il conclusivo
«almeno in questo primo tempo» è minaccia reale e, al tempo stesso, esempio della
propensione mussoliniana a conciliare aspetti contraddittori della sua personalità
riservando le più drastiche epifanie di sé a un imprecisato futuro.
Se Farrell esprime a più riprese il suo entusiasmo per il duce quale commendevole esempio
di efficace governo autoritario, lo storico australiano R.J.B. Bosworth dichiara in apertura
di libro di considerare Mussolini un totale fallimento. Mette in evidenza come la linea di non-intervento
adottata dal governo liberale verso gli scioperi socialisti avesse di fatto eroso e disinnescato
la minaccia rivoluzionaria. Nel 1922 il bolscevismo era in fase calante. Bosworth denuncia ripetutamente
le incoerenze delle dichiarazioni di Mussolini riconoscendo, al tempo stesso, che non alla coerenza
intellettuale puntava il leader fascista, bensí a un varco di accesso al potere. In quest'ottica,
per altro, anche in conseguenza di un massiccio ricorso all'ironia, Mussolini rischia di
apparire solo come un cinico opportunista, e il lato più visionario della sua personalità
un semplice accessorio finalizzato ad altro, se non qualcosa di puramente ridicolo. In un'occasione,
per definire l'aggressiva oratoria tanto ammirata da Farrell, Bosworth parla di «enfasi».
Tali contrastanti interpretazioni di Mussolini, di stampo prevalentemente istintuale,
tradiscono un difetto cui soggiacciono entrambi i volumi. Nessuno dei due presenta una seria analisi
psicologica di questa mente singolare né, malgrado l'eccellente studio di ambiente,
ne considera le pericolose modalità di ingranaggio con le condizioni culturali dell'Italia
sul lungo periodo.
2.
Già nel 1826 Giacomo Leopardi osservava che l'Italia, frammentata com'era,
priva di una solida classe dirigente negatale da una plurisecolare dominazione straniera, meramente
superstiziosa nelle abitudini religiose e profondamente cinica in campo morale, abbisognava
urgentemente di un'"illusione" collettiva che, se pure non poteva conferire
alla vita «sostanza e verità alcuna», avrebbe perlomeno potuto dargliene
l'«apparenza, per cui ella possa essere considerata come importante».ii
Con un tale assunto concordavano, in linea generale, altre illustri figure tra Ottocento e
primi del Novecento. Sia Mazzini che Garibaldi oscillavano tra un pessimismo motivato dalla scarsa
coscienza nazionale degli italiani e la spinta idealistica per ciò che l'Italia poteva
diventare. Una visione negativa del presente unitamente a un progetto di rigenerazione nazionale
postula del pari il celebre commento del patriota Massimo d'Azeglio sull'unificazione
italiana: «Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani». Si trattava
chiaramente di un terreno fertile per un politico che alle capacità oratorie abbinava
una tendenza all'intimidazione seguita dalla ricerca del consenso a una tale linea di condotta.
Nessuno avrebbe potuto tenere il carattere italiano in più alto dispregio di Mussolini (un
popolo «gesticolatore, chiacchierone, superficiale»)iii né
nutrire maggior determinazione a realizzare la «conversione degli italiani» mediante
una possente visione collettiva per la quale, al pari di Leopardi, egli ricorreva al termine "illusione".
«È la fede che muove le montagne perché dà l'illusione che le montagne
si muovano. L'illusione è, forse, la sola realtà della vita.»
Ma com'è possibile, verrebbe da chiedersi, credere e agire sulla base di qualcosa
da cui (a differenza dei fondamentalisti) si prendono le distanze come da un dato illusorio? Precisamente
in questo Leopardi coglieva il paradosso dell'uomo moderno. Per far vivere un'illusione,
osservava, servono impegno ed energia costanti. Il fascismo, movimento privo di un vero contenuto
al di là della sua vocazione all'edificazione nazionale, «costruisce giorno
per giorno», affermava Mussolini, «l'edificio della sua volontà e della
sua passione». E Mussolini si definiva il «mulo nazionale», pronto a trainare
«molte some».iv L'arte fascista lo ritraeva nelle vesti di capomastro
impegnato a piantare da solo, vanga in pugno, le fondamenta della civiltà italiana. «Sono
convinto», disse Mussolini a un convegno di medici nel 1931, «che il nostro modo di mangiare,
di vestire, di lavorare e di dormire, tutto il complesso delle nostre abitudini quotidiane, deve
essere riformato». E la definiva «fatica grandiosa»,v con implicito
riferimento alle mitiche prove sostenute da Ercole.
Alla base di tutto questo la distanza tra gli italiani com'erano e la moderna, compatta,
industriosa e guerresca nazione che potevano diventare , si trovava pertanto l'eroismo
dell'impresa impossibile. «Il credo del fascista è l'eroismo, quello
del borghese l'egoismo.» Era un po' come se Mussolini, a differenza di Hitler,
presentisse la sconfitta prima ancora di cominciare a combattere. La stessa contraddizione di
fondo è indubbiamente presente oggi nel fenomeno di Berlusconi e del partito di Forza Italia.
Ciò che va colto è la disponibilità italiana a sottoscrivere un ambizioso progetto
di trasformazione credendo al tempo stesso che sia impossibile realizzarlo. «Il fascismo
è tutto un bluff», diceva l'adolescente Vittorio Mussolini, figlio del duce,
ai suoi amici. «Papà non è riuscito a far niente di quello che voleva; gli italiani
sono fascisti per vigliaccheria e della rivoluzione se ne fregano.» Con il graduale emergere
della vanità dei suoi sforzi, in Mussolini (nota comune a tutte le biografie) andò
affermandosi un sempre più profondo senso di solitudine e di malinconia.
Se c'è una cosa che impedisce di alimentare un'illusione è che qualcuno
venga a ricordarci dei fatti sgradevoli. Dopo essere salito al potere e aver fatto ricorso a non
pochi atti criminosi per ottenere una vittoria schiacciante alle elezioni del 1924, Mussolini
si trovò ad affrontare il suo primo vero ostacolo in parlamento. Il deputato socialista Giacomo
Matteotti lo accusò di brogli. Poco dopo, Matteotti fu assassinato da alcuni sicari fascisti.
Scosso dallo scandalo che ne seguí, abbinando alle dichiarazioni di sfida l'assegnazione
di un sussidio alla vedova del politico socialista, Mussolini accelerò i tempi per trasformare
il suo governo in una dittatura e il paese in uno stato a partito unico. La stampa fu posta sotto controllo
e i poteri della polizia vennero estesi. «La nostra feroce volontà totalitaria»,
dichiarava il duce nel 1925, «sarà perseguita con ancora maggiore ferocia».
Tutto doveva essere «nello Stato, nulla al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato».
Cosí, durante tutti gli anni Venti il mito di un fascismo militarista e modernizzatore fu
consolidato con l'avvio di vaste opere pubbliche, la creazione di movimenti giovanili paramilitari
e organizzazioni dopolavoristiche, la diffusione di modelli architettonici autoritari, statue
e bassorilievi che richiamavano alla mente il passato imperiale. Migliaia di comunisti furono
arrestati e le voci dell'opposizione messe a tacere.
Ma l'illusione più grande era quella del controllo totalitario. A esulare decisamente
dal controllo dello stato, a esempio, fu lo stomaco di Mussolini. Poco dopo la crisi Matteotti,
il duce fu colto da lancinanti dolori all'addome e cominciò a tossire sangue. Gli fu
diagnosticata un'ulcera. Fu messo a regime latteo, senza carne né alcol una
dieta che continuò a seguire per gran parte della sua vita. I disturbi, tuttavia, si sarebbero
ripresentati spesso. I biografi qui recensiti, pur sospettando una componente psicosomatica
(l'autopsia del corpo del duce non avrebbe rivelato tracce di ulcera) non cercano di stabilire
un nesso tra gli attacchi e il tipo di decisioni e di circostanze che Mussolini si trovò ad affrontare.
La tentazione è presumere che i dolori di stomaco si verificassero ogni qualvolta gli riuscisse
particolarmente difficile conciliare i poli dell'inflessibilità e dell'accomodamento
tra i quali tendeva a oscillare la sua condotta. A ogni modo, per un uomo a cui, nel quadro del progetto
di temprare i compatrioti, piaceva farsi fotografare in esuberanti pose sportive, contorcersi
dal dolore fino al punto di dimenarsi per terra costituiva una bella batosta.
In linea generale, come Farrell è bramoso di ricordarci e Bosworth è costretto ad
ammettere, all'estero Mussolini godette di ottima stampa per tutti gli anni Venti. Molti
(compresi Churchill e George Bernard Shaw) lo videro esattamente come lui voleva essere visto:
uno statista forte che aveva riportato l'ordine e modernizzato il paese con un programma
di opere pubbliche e una linea di intervento a beneficio dei salari e delle condizioni di lavoro
che avevano risparmiato all'Italia quel conflitto di classe che perseguitava le altre nazioni.
Bosworth, per altro, lascia opportunamente intendere quanto poco modernizzato fosse in realtà
il paese, quanto contenuti fossero stati gli avvicendamenti nella classe dirigente e, in sostanza,
quanto il percepito cambiamento avesse a che fare con la propaganda. L'effettiva, persistente
arretratezza dell'Italia doveva rivelarsi drammaticamente in tempo di guerra.
3.
«Chi non sente il bisogno di fare un po' di guerra», osservava Mussolini, «per
me è un uomo mancato. La guerra è la cosa più importante nella vita di un uomo, come
la maternità in quella della donna». Da quel singolare «un po'»
traspare la consueta ambivalenza del duce. Impensabile che a Hitler potesse scappare una simile
restrizione. Nel suo On the Fiery March,vi lo storico G. Bruce Strang, prende
accuratamente in esame i rapporti tra i due dittatori negli anni che vanno dall'avvento al
potere di Hitler nel 1933 allo scoppio della seconda guerra mondiale. Una storia affascinante
vista la ricorrente inspiegabilità della condotta di Mussolini. Dal 1922 al 1935, malgrado
i minacciosi proclami, il duce aveva dato raramente prova di aggressività sulla scena
internazionale. Poi, nel 1935 l'Italia invase l'Etiopia; l'anno dopo intervenne
risolutamente a sostegno di Franco nella guerra civile spagnola; nel '38 invase l'Albania
e nel '39 strinse un bellicoso patto militare con la Germania che prevedeva reciproco aiuto
qualora uno dei due firmatari avesse mosso guerra. Quanto, di tutto questo, era conseguenza di
un piano a lungo termine, e quanto era frutto di ideologia o di opportunismo?
Secondo Farrell, la decisione mussoliniana di schierarsi con Hitler fu da imputare in gran
parte a Francia e Gran Bretagna. L'Italia aveva tutte le ragioni di sentirsi raggirata dal
Trattato di Versailles, e circondata nel Mediterraneo dalla potenza britannica e da quella francese;
per combatterle, osserva Farrell, era comprensibile che cercasse di estendere la propria colonia
libica e crearne un'altra in Etiopia. Allo stesso tempo, l'Italia costituiva naturale
alleato di Francia e Gran Bretagna contro l'espansionismo tedesco, considerato che un eventuale
Anschluss avrebbe minacciato il possesso italiano del Sud Tirolo tedescofono. Senza
contare che, in occasione del loro primo incontro, Hitler non piacque affatto a Mussolini, il quale
lo giudicò uno zotico parvenu tutto preso a scimmiottare la sua invenzione. Francesi e britannici,
pertanto, fecero una grande sciocchezza a sollecitare presso la Società delle Nazioni
le sanzioni contro l'invasione dell'Abissinia del 1935 (malgrado sia generalmente
ammesso che vi furono trucidati circa cinquecentomila etiopici, in gran parte con l'uso
di gas venefici). L'opposizione di Francia e Gran Bretagna al coinvolgimento mussoliniano
nella guerra civile spagnola, sostiene Farrell, dimostra che esse non avevano compreso altrettanto
bene del duce i pericoli del bolscevismo. Bisognoso di alleati, a Mussolini toccò mettersi
con Hitler.
Strang respinge una tale interpretazione. Malgrado l'iniziale avversione mussoliniana
per Hitler, egli dimostra come i loro rapporti prendessero in breve una piega ben diversa da quella
dei suoi negoziati con francesi e britannici nel momento in cui il duce cominciò a vedere nell'ascesa
del Reich il possibile adempimento della sua visione darwiniana di un insieme di nazioni vigorose
e di recente unificazione che, divenute fasciste, acquisivano un'egemonia sulle decadenti
democrazie capitaliste di Francia e Gran Bretagna. Per Mussolini, fa notare Strang, non si trattava
di decidere da che parte stare, ma se la sua alleanza con Hitler dovesse fermarsi al sostegno morale
o giungere fino alla cobelligeranza in un conflitto militare su vasta scala.
Nondimeno, proprio in ragione di un approccio limitato alla dettagliata analisi dei rapporti
diplomatici, Strang non può celare il proprio sconcerto di fronte alla sconsideratezza
di Mussolini nel sottoscrivere la stesura tedesca del Patto d'Acciaio senza insistere sulle
varie garanzie discusse in precedenza, e in particolare sull'impegno della Germania a non
scatenare una guerra continentale per almeno tre anni. Mussolini accettò la bozza di trattato
senza emendamenti di sorta, malgrado Hitler si fosse già rivelato un alleato instabile
nei rapporti con l'Italia riguardo alla Cecoslovacchia. Né ragioni di opportunismo
né considerazioni ideologiche valgono a spiegare il cieco rimettersi del duce nelle mani
del Führer.
Un indizio utile a comprendere la condotta di Mussolini è l'introduzione in Italia
delle leggi razziali nel 1938. Fino ad allora, il duce aveva negato l'esistenza di un problema
ebraico in Italia, criticato l'antisemitismo hitleriano, accettato la presenza di ebrei
nel partito fascista, e incoraggiato la sua amante ebrea Margherita Sarfatti a scrivere un'adulatoria
biografia su di lui. Ora agli ebrei veniva fatto divieto di partecipare alla vita pubblica e di coniugarsi
con italiani di razza "ariana".
Nella sua biografia parziale, Mussolini: The Last 600 Days of Il Duce,vii
Ray Moseley non nasconde le perplessità riguardo alle leggi razziali definendole, in
sostanza, frutto di mero opportunismo, una maniera a buon mercato di ingraziarsi i favori di Hitler.
Alla medesima conclusione giunge Peter Neville nel suo Mussolini,viii libro
di chiarezza e concisione ammirevoli. Ma la cosa non sta in piedi. Hitler non fece pressione perché
l'Italia si allineasse alla sua politica ebraica e Mussolini non aveva alcun bisogno di ingraziarsi
il leader nazista, dal momento che il Führer era già urgentemente in cerca di un alleato.
Farrell dà una risposta diversa. La conquista dell'impero in Etiopia aveva sollevato
la questione della coscienza razziale. Gli italiani, proclamò Mussolini, dovevano avere
le carte in regola per dominare. A tal fine occorreva estirparne le tendenze sentimentali e borghesi.
Ciò che il duce voleva sradicare, scrive Farrell, non erano gli ebrei, ma «la mentalità
o lo spirito ebreo l'epitome dello spirito borghese che disprezzava come "vita
comoda" … La missione di Mussolini, cosí come lui la vedeva, era di trasformare
gli italiani in italiani. Gli ebrei divennero vittima di questo ben più grande processo».
Ma, al di là dell'imbarazzo che possono suscitare le giustificazioni di Farrell,
anche questo non sta in piedi. Se il problema era lo stile di vita borghese, Mussolini avrebbe potuto
cominciare a prendersela con i ricchi capitalisti di Milano e Torino; avrebbe potuto modificare
la politica fiscale e limitare la disponibilità dei beni di consumo.
La spiegazione più convincente del repentino cambio di indirizzo mussoliniano riguardo
agli ebrei è quella di Bosworth. Questi mette l'accento sulla crescente invidia del
duce nei confronti di Hitler e del sistema nazista, i cui successi ne accrebbero la frustrante sensazione,
pur essendosi impadronito del potere dieci anni prima, di essere «considerato inadatto
al ruolo di ferreo forgiatore di anime umane». Consapevole, specie dopo il viaggio ufficiale
a Berlino del 1937, della potenza mobilitante del razzismo, ora il duce stava «tentando ancora
di mostrarsi spietato». Secondo una tale ottica, la politica antiebraica era davvero volta,
per dirla con Farrell, a temprare gli italiani (e forse anche se stesso), ma più in un disperato
sforzo di emulazione che per sopraggiunte illuminazioni sulla natura dello «spirito ebreo».
L'ironia, ad accogliere questa spiegazione, è che in effetti Mussolini stava solo
cercando di fare il cattivo dal momento che, fino all'occupazione tedesca del '43,
nota Bosworth, gli ebrei italiani furono «perseguitati come mai avrebbero immaginato quando,
in larga maggioranza, avevano approvato il fascismo, ma non furono uccisi». Il duce parlò,
sí, di istituire campi di concentramento, ma poi non ne fece nulla. Né prese provvedimenti
contro coloro (tra cui membri della sua cerchia familiare) che diedero protezione a connazionali
israeliti, e neanche contro gli esponenti dell'esercito e della burocrazia che, dopo lo
scoppio del conflitto, si prodigarono per salvare gli ebrei dalla persecuzione nazista in Francia
sud-orientale e in Croazia, occupate dalle forze italiane. Che stava succedendo allora?
Il 29 novembre 1938, dopo l'annuncio delle leggi razziali, l'editore ebreo Angelo
Fortunato Formiggini, iscritto al partito fascista, si suicidò gettandosi dal campanile
del duomo di Modena. Prima, aveva scritto una lettera a Mussolini, in cui si leggeva: «Caro
Duce … Siete diventato matto … mi addolora nel profondo, perché siete caduto
nella trappola posta per voi dal destino».
Vediamo di dare una lettura terra terra di questa pertinente osservazione. Fino al 1935, in
un fascismo che, al di là di ripristinare legge e ordine per via repressiva, aveva limitato
la propria essenza a un discorso di immagine e di propaganda, Mussolini aveva messo a punto una strategia
che manteneva in equilibrio gli impulsi contrastanti della sua personalità. Ritratto
nelle vesti di eroe implacabile, la sua grande popolarità si spiegava anche col fatto che
per la maggior parte della gente, in fondo, non era cambiato gran che né le si chiedeva poi molto.
L'apparizione della Germania nazista venne a turbare questo equilibrio, sia in ragione
delle effettive opportunità di modificare lo statu quo, ma soprattutto per la
presenza di Hitler. Alla ribalta era salito un uomo realmente spietato e implacabile, davvero
disposto a sospingere la storia alle sue crudeli convulsioni darwiniane.
Fortemente impressionato dalle parate militari naziste cui aveva assistito a Berlino nel
1937, al suo ritorno il duce introdusse in Italia il passo dell'oca. Contemporaneamente,
patí un grave attacco dei suoi malanni gastroenterici, che lo avrebbero accompagnato ancora
durante i numerosi tentativi di emulazione hitleriana, tra il 1938 e il 1939. Soffriva inoltre
di indecisione e titubanza cronica. Indubbiamente, il lato più accomodante della sua personalità
era ancora attivo. Ed è pur vero che, per quanto degradanti fossero le leggi razziali, l'Italia
non conobbe una Notte dei Cristalli. Forzato a trasformare se stesso e i suoi compatrioti in inesorabili
edificatori di imperi, in trionfatori della storia, dentro di sé Mussolini non ruscí
a volere almeno con la necessaria intensità o con l'opportuna costanza
il male che siffatta inesorabilità richiedeva.
Dopo essere entrato in guerra (in un momento in cui era convinto che Hitler non potesse perdere),
Mussolini operò un ultimo tentativo di emulare l'uomo che lo aveva in un certo senso
privato dell'autostima. In nessun'altro modo si può spiegare l'invasione
della Grecia, un gesto strategicamente, politicamente e ideologicamente assurdo. Miseramente
fallita l'operazione, Mussolini cedette più o meno completamente a Hitler il timone
della guerra con la stessa abnegazione che si attendeva nei propri riguardi dai subalterni.
Dalla lettura di questi libri, coinvolgenti ciascuno a suo modo e frutto di studio accurato,
sorgono due considerazioni. Primo, che avremmo tutto da guadagnare se ogni tanto gli storici riuscissero
a vincere la riluttanza ad attingere a un po' di psicologia e di antropologia. Certe intuizioni
di Bosworth, a esempio, sono straordinariamente acute, ma non vengono mai riunite in una tesi coerente.
In assenza di un'analisi sintetica, ci troviamo cosí sopraffatti da una massa di informazioni
che si limitano ad accumularsi.
Secondo, che la migliore risposta all'entusiasmo di Farrell verso la dittatura è
che, alla lunga, nessuna personalità può avere la garanzia di restare psicologicamente
stabile. In riferimento alle difficoltà nel formare un governo di coalizione nel 1922,
Farrell, sprezzante della democrazia italiana dell'epoca, parla del pericolo di un governo
«in stile tipicamente italiano … basato sull'imbroglio». In realtà,
poche coalizioni avrebbero potuto essere altrettanto pasticciate, incerte e internamente divise
di quanto lo era la mente di Mussolini nel 1939.
(Traduzione di Alessio Catania
i . In realtà, Benito e Rachele convolarono a nozze solo alcuni anni dopo,
ma i due si erano dichiarati marito e moglie e Mussolini asseriva di essere sposato.
ii . G. Leopardi, "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani",
in Opere, vol. II, Milano, Mondadori, 1997, p. 456.
iii . R. De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso 1929-1936,
Torino, Einaudi, 1996 (1a ed. 1974), p. 48.
iv . Ivi, p. 20.
v . Ivi, p. 51.
vi . G.B. Strang, On the Fiery March: : Mussolini Prepares for War, Westport,
Praeger, 2003.
vii . R. Moseley, Mussolini: The Last 600 Days of Il Duce, Dallas, Taylor,
2004.
viii . P. Neville, Mussolini, New York, Routledge, 2004.
TIM PARKS è uno scrittore inglese che vive in Italia. Tra i suoi romanzi ricordiamo:
Lingue di fuoco (1985), Fuga nella luce (1993), Destino (1999), e La
doppia vita del giudice Savage (2003), tutti tradotti in italiano da Adelphi. Il suo ultimo
romanzo, Il silenzio di Cleaver, è appena uscito dal Saggiatore.Altri dettagli
sulle sue pubblicazioni si possono trovare sul sito www.timparks.com. |