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Mussolini líillusionista
TIM PARKS

NICHOLAS FARRELL, Mussolini, trad. di Maria Vittori, Firenze, Le Lettere, pp. 622, €29,50

RICHARD J.B. BOSWORTH, Mussolini. Un dittatore italiano, trad. di Pietro Spinelli, Milano, Mondadori, pp. 636, e 22,00

1.

Dai tre grandi architetti del Risorgimento italiano (Mazzini, Garibaldi e Cavour) al regime di Mussolini (1922-1943), sfido a trovare in circolazione una qualche biografia di figura politica italiana in lingua inglese, e ciò malgrado l'espansione coloniale del paese in Libia e poi la sua partecipazione alla grande guerra. Un fluido sistema parlamentare di mutevoli alleanze tra una frammentata congerie di partiti perlopiù asservita ai ghiribizzi di un'invadente e mediocre monarchia fece sí che i detentori del potere lo esercitassero attraverso il sistematico ricorso al compromesso e al provvedimento ad hoc. All'incirca lo stesso, monarchia a parte, si potrebbe dire dei governanti italiani del dopoguerra, perlomeno sino a Berlusconi. Risulta arduo, per il biografo, far emergere tali figure da un contesto sfuggente e profondamente italico.

Con Mussolini, viceversa, la letteratura è ampia. È nel carattere di una dittatura sovrapporre per un lungo periodo di tempo al destino di una nazione la psicologia di un singolo individuo, perlopiù carismatico. E, nel caso di Mussolini, la psicologia in questione non era né semplice né stabile. Si può affermare, anzi, che a ogni atto o dichiarazione del duce (come gli piaceva farsi chiamare) corrispondeva, per cosí dire, un atto o azione ombra a complicare o contraddire la prima. Di conseguenza, a prescindere dal danno che arrecò alla democrazia italiana e dalla catastrofe in cui la sua alleanza con Hitler sprofondò l'Italia, gli storici possono continuare a dibattere sulla sue vere intenzioni.

 

Nato nel 1883 in provincia di Forlí, figlio di un fabbro noto per il socialismo militante e per la proclività ad alzare il gomito, il giovane Benito si fece rapidamente una nomea di condotta turbolenta. A scuola fu coinvolto in varie risse al coltello e venne espulso tre volte. Ma le crisi erano intervallate da lunghi periodi di diligenza, coronati da ottimi voti. La madre di Benito era maestra elementare, donna dall'esemplare e ammirata devozione religiosa. Negli anni dell'adolescenza, il figlio scelse di seguirne le orme. Insegnò nelle scuole elementari e, in anni seguenti, in fasi spesso drammatiche della sua esistenza, si sarebbe tirato fuori dalla mischia per occuparsi di qualche traduzione letteraria, quasi gli fosse ancora aperto un contemplativo stile di vita. Le opere di Socrate e di Platone erano sempre sul suo scrittoio, assieme a una pistola.

Al Mussolini ventenne piaceva prendere le donne con la forza e quindi piegare in romantiche complicanze, per poi cambiare città. (Il padre aveva un'amante.) Licenziato dalla sua prima scuola dove, a differenza della madre, non si era dimostrato in grado di tenere a bada gli allievi («Alcuni erano monelli incorreggibili e pericolosi», lamentava), girovagò senza un soldo per la Svizzera, fino a quando l'adesione al partito socialista non gli fece scoprire un formidabile talento per il giornalismo incendiario. Fu espulso da varie città svizzere e, infine, dal paese. Tornato in Italia, venne licenziato da altri incarichi di insegnante per eccessi blasfemi in classe, donnesche imprese, insolvenza, e agitazione politica. In un certo senso, si comportava come il padre facendo il lavoro della madre (che era morta nel 1905). Per qualche breve periodo gli si aprirono anche le porte della prigione.

A ogni modo, nel 1909 gli fu affidata la direzione del giornale socialista di Trento, allora in mano agli austriaci, dove ingaggiò un aspro scontro verbale con un futuro statista italiano, il supercattolico Alcide De Gasperi. La chiesa, tuonava Mussolini, era un cadavere. Amare il prossimo e porgere l'altra guancia costituivano princípi esiziali. La violenza era l'unica risposta morale e necessaria all'ingiustizia capitalista. Fu espulso ancora una volta. Ma nel 1912 il partito socialista pensò bene di avvalersi delle sue doti polemiche e gli affidò la direzione del suo organo nazionale, l'Avanti!, che aveva sede a Milano. Cosí, da agitatore di terz'ordine Mussolini si vedeva proiettare al rango di protagonista.

I suoi anni giovanili, pertanto, seguono la falsariga della ribellione contro ogni forma di autorità unitamente al tentativo di acquisirne una personale, prima con alunni e amanti, poi col partito socialista e i suoi organi di stampa. Anche il matrimonio, nel 1910, cui seguí poco dopo la nascita della prima figlia, Edda, comportò un'infrazione di autorità, se non la violazione di un tabù. La diciassettenne Rachele Guidi era figlia di colei che era stata a lungo l'amante del padre di Benito. Entrambi si opposero al matrimonio. Pur di spuntarla, Mussolini minacciò il suicidio.i Indifferente alla politica, impegnata a sfornare un figlio dopo l'altro, instancabile campionessa delle rivendicazioni familiari, gradualmente Rachele riuscí a mettere al guinzaglio il marito passando sopra a una sfilza di amanti. Una delle sue strategie era quella di provocare Mussolini a esercitare quel ruolo di macho che si arrogava, sollecitandolo continuamente a essere più duro con gli avversari. Anni dopo, alcuni osservatori osservavano che il duce sembrava averne paura. Comunque stessero le cose, è indubbio che egli affrontò i rapporti umani come lotte di potere in cui una delle parti doveva prevalere sull'altra, un atteggiamento razionalizzato dall'adesione a un determinismo di stampo darwiniano: il predominio del più forte, l'egemonia della vigoria giovanile sulla decadenza della vecchiaia.

 

Il partito socialista italiano propugnava l'internazionalismo: il capitalismo era un fenomeno internazionale e internazionale, pertanto, doveva essere la rivoluzione dei lavoratori. Nelle guerre tra stati-nazione, di conseguenza, i socialisti vedevano deprecabili scontri utili solo a favorire gli scopi del padronato. All'inizio della prima guerra mondiale, quale direttore del giornale del partito, Mussolini si oppose a un eventuale intervento italiano. Ma la sua posizione mutò rapidamente e, in un editoriale pubblicato nell'ottobre del 1914 senza consultare i colleghi, affermò che dinanzi a eventi di tale importanza l'Italia non poteva restare a guardare.

C'erano varie ragioni dietro questo voltafaccia, non ultima la previsione che dal conflitto potessero venirsi a creare le condizioni favorevoli alla rivoluzione. Ma con Mussolini il desiderio di passare all'azione e di svolgervi un ruolo di primo piano aveva sempre un peso decisivo. A ogni modo fu nuovamente espulso, questa volta dal partito socialista. Fondava allora un proprio giornale, Il Popolo d'Italia, in cui annunciò ai lettori: «Il grido è una parola … una parola paurosa e fascinatrice: guerra!». Era cominciata la transizione dal socialismo internazionale al fascismo o nazionalsocialismo (come altrove si sarebbe chiamato un fenomeno simile).

Era connaturato a Mussolini partire dall'assunto che le guerre sarebbero state brevi e vittoriose. «Vincerà chi vorrà vincere», affermava, manifestando una fede nel primato dello spirito sulla materia che lo avrebbe accompagnato fino alla fine. Richiamato nel 1915, restò ferito da una bomba a mano durante un'esercitazione di retroguardia nel 1917, e fu rimandato a Milano prima della disfatta di Caporetto, a ottobre dello stesso anno in cui furono fatti prigionieri 300.000 soldati italiani e che portò l'esercito austro-tedesco vicinissimo alla conquista della pianura padana. Infine, la vittoria militare ottenuta con l'aiuto alleato non procacciò gli acquisti territoriali che Francia e Gran Bretagna avevano offerto all'Italia per spingerla a entrare in guerra. Con mezzo milione di morti e altrettanti feriti, un governo debole, un'economia a terra, e la diffusa impressione che il paese fosse stato ingannato, l'Italia era ora terreno fertile per l'agitazione politica. Il partito socialista, soprattutto, ora in vertiginosa crescita, aveva da emulare l'esempio della rivoluzione russa.

È nell'immediato proseguo della storia, i tre anni che portarono Mussolini al potere, che le biografie qui recensite divergono in modo più vistoso. In ballo è il nostro atteggiamento nei riguardi della democrazia e dell'uso della violenza in politica estera. Nel 1919 veniva introdotto in Italia il suffragio universale maschile con una drastica forma di rappresentanza proporzionale. Le elezioni di quell'anno, pertanto, ridisegnarono un parlamento senza maggioranza, dove né i socialisti né la nuova compagine cattolica del partito popolare, che insieme raccoglievano poco più della metà dei seggi, intendevano collaborare tra loro o con il vecchio e ridimensionato partito liberale. Il governo di minoranza a guida liberale che fu infine instaurato dovette far fronte a una drammatica ondata di scioperi organizzati dai socialisti, chiaramente protesi a spingere il paese alla rivoluzione.

In questo scenario di frammentazione cronica, ricorrente incubo italiano, Mussolini aveva fondato nel febbraio del '19 i cosiddetti Fasci di Combattimento. I partecipanti non erano tenuti ad abbandonare i rispettivi partiti di appartenenza. L'idea era piuttosto quella di ignorare le differenze (un "fascio" è per l'appunto un insieme di elementi diversi) e di porre l'accento sulla solidarietà, con tutti i vantaggi del caso. In soldoni, si potrebbe dire che il fascismo – come presto sarebbe stato chiamato il nuovo movimento – puntava a riprodurre in tempo di pace quella solidarietà nazionale di cui Mussolini aveva conosciuto l'energia in tempo di guerra. Espulso da ogni organizzazione di cui aveva fatto parte, egli ne formò una che ambiva a inglobare in sé tutto il paese.

 

Malgrado l'incisiva attività giornalistica e gli infuocati discorsi di Mussolini, il nuovo movimento ottenne solo cinquemila voti alle elezioni del 1919. Poco dopo, tuttavia, trovava una propria collocazione sfruttando i diffusi risentimenti destati dagli scioperi socialisti e organizzando missioni punitive contro gli scioperanti. Mentre la polizia restava a guardare, convogli di camicie nere imperversavano nell'Italia centrosettentrionale bastonando avversari e appiccando il fuoco a sedi del partito socialista. Con morti da entrambe le parti.

A riguardo, nel suo Mussolini, il giornalista inglese Nicholas Farrell non ne fa un dramma. Il bolscevismo era una minaccia autentica, scrive, e i socialisti «davano per quanto ricevevano» (espressione ripetuta tre volte). A ogni modo, spiega Farrell, «i fascisti si opponevano alla borghesia tanto quanto ai socialisti perché entrambi privilegiavano una classe a spese dell'altra. I fascisti esaltavano la nazione, unita e non divisa».

Ciò corrispondeva ovviamente alla linea ufficiale, che però mal si accorda col fatto che agli inizi sia il giornale di Mussolini che il suo movimento erano foraggiati principalmente da industriali e grande proprietà terriera. Per il momento, il malanimo verso la borghesia non andò oltre l'aspetto retorico. Era il nemico socialista, soprattutto in ragione del suo internazionalismo, a generare tra l'assortito insieme di seguaci mussoliniani il necessario cemento nazionalista.

Farrell è altresí disposto ad approvare il modo con cui Mussolini ascese al potere. Alle nuove elezioni del 1921, i fascisti ottennero 35 seggi in parlamento e, su invito dei liberali, accettarono di entrare nel governo. Ma l'anno seguente, quando, di fronte al rischio di sciopero generale ventilato dai socialisti, il governo non si discostò dalla consueta linea di non-intervento, Mussolini intraprese quella Marcia su Roma che aveva minacciato da tempo. Rivendicando maggior patriottismo dei governanti del paese, trentamila seguaci mussoliniani convergevano in treno sulla capitale. Per il bene dell'Italia, affermavano, il governo doveva agire oppure consegnare il potere a chi era in grado di farlo. Data la presenza di esercito e polizia intorno alla città, sarebbe stato facile neutralizzarli, e molti furono effettivamente bloccati. Ma il re era restio a denunciarne il bluff, forse per il timore di innescare un'ondata di violenze. Invece pensò bene di chiedere a Mussolini, rimasto barricato nel suo ufficio di Milano, di formare il governo. Cosí, sia pur minacciando azioni illegali, il leader fascista salí al potere legalmente.

 

Nel presentare il nuovo governo alla Camera dei deputati, il trentottenne Mussolini, il più giovane presidente del consiglio italiano di sempre, disse: «Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli … potevo sprangare il parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto».

Il discorso è un perfetto esempio di quel bipolarismo di condotta cui fu sempre improntata l'esistenza di Mussolini e che caratterizzò il suo rapporto col popolo italiano: da un lato l'arrogante rivendicazione del diritto morale alla rivoluzione violenta; dall'altro la ricerca del consenso per non aver fatto davvero ciò che avrebbe potuto fare. Il conclusivo «almeno in questo primo tempo» è minaccia reale e, al tempo stesso, esempio della propensione mussoliniana a conciliare aspetti contraddittori della sua personalità riservando le più drastiche epifanie di sé a un imprecisato futuro.

Se Farrell esprime a più riprese il suo entusiasmo per il duce quale commendevole esempio di efficace governo autoritario, lo storico australiano R.J.B. Bosworth dichiara in apertura di libro di considerare Mussolini un totale fallimento. Mette in evidenza come la linea di non-intervento adottata dal governo liberale verso gli scioperi socialisti avesse di fatto eroso e disinnescato la minaccia rivoluzionaria. Nel 1922 il bolscevismo era in fase calante. Bosworth denuncia ripetutamente le incoerenze delle dichiarazioni di Mussolini riconoscendo, al tempo stesso, che non alla coerenza intellettuale puntava il leader fascista, bensí a un varco di accesso al potere. In quest'ottica, per altro, anche in conseguenza di un massiccio ricorso all'ironia, Mussolini rischia di apparire solo come un cinico opportunista, e il lato più visionario della sua personalità un semplice accessorio finalizzato ad altro, se non qualcosa di puramente ridicolo. In un'occasione, per definire l'aggressiva oratoria tanto ammirata da Farrell, Bosworth parla di «enfasi».

Tali contrastanti interpretazioni di Mussolini, di stampo prevalentemente istintuale, tradiscono un difetto cui soggiacciono entrambi i volumi. Nessuno dei due presenta una seria analisi psicologica di questa mente singolare né, malgrado l'eccellente studio di ambiente, ne considera le pericolose modalità di ingranaggio con le condizioni culturali dell'Italia sul lungo periodo.

2.

Già nel 1826 Giacomo Leopardi osservava che l'Italia, frammentata com'era, priva di una solida classe dirigente negatale da una plurisecolare dominazione straniera, meramente superstiziosa nelle abitudini religiose e profondamente cinica in campo morale, abbisognava urgentemente di un'"illusione" collettiva che, se pure non poteva conferire alla vita «sostanza e verità alcuna», avrebbe perlomeno potuto dargliene l'«apparenza, per cui ella possa essere considerata come importante».ii

Con un tale assunto concordavano, in linea generale, altre illustri figure tra Ottocento e primi del Novecento. Sia Mazzini che Garibaldi oscillavano tra un pessimismo motivato dalla scarsa coscienza nazionale degli italiani e la spinta idealistica per ciò che l'Italia poteva diventare. Una visione negativa del presente unitamente a un progetto di rigenerazione nazionale postula del pari il celebre commento del patriota Massimo d'Azeglio sull'unificazione italiana: «Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani». Si trattava chiaramente di un terreno fertile per un politico che alle capacità oratorie abbinava una tendenza all'intimidazione seguita dalla ricerca del consenso a una tale linea di condotta. Nessuno avrebbe potuto tenere il carattere italiano in più alto dispregio di Mussolini (un popolo «gesticolatore, chiacchierone, superficiale»)iii né nutrire maggior determinazione a realizzare la «conversione degli italiani» mediante una possente visione collettiva per la quale, al pari di Leopardi, egli ricorreva al termine "illusione". «È la fede che muove le montagne perché dà l'illusione che le montagne si muovano. L'illusione è, forse, la sola realtà della vita.»

Ma com'è possibile, verrebbe da chiedersi, credere e agire sulla base di qualcosa da cui (a differenza dei fondamentalisti) si prendono le distanze come da un dato illusorio? Precisamente in questo Leopardi coglieva il paradosso dell'uomo moderno. Per far vivere un'illusione, osservava, servono impegno ed energia costanti. Il fascismo, movimento privo di un vero contenuto al di là della sua vocazione all'edificazione nazionale, «costruisce giorno per giorno», affermava Mussolini, «l'edificio della sua volontà e della sua passione». E Mussolini si definiva il «mulo nazionale», pronto a trainare «molte some».iv L'arte fascista lo ritraeva nelle vesti di capomastro impegnato a piantare da solo, vanga in pugno, le fondamenta della civiltà italiana. «Sono convinto», disse Mussolini a un convegno di medici nel 1931, «che il nostro modo di mangiare, di vestire, di lavorare e di dormire, tutto il complesso delle nostre abitudini quotidiane, deve essere riformato». E la definiva «fatica grandiosa»,v con implicito riferimento alle mitiche prove sostenute da Ercole.

Alla base di tutto questo – la distanza tra gli italiani com'erano e la moderna, compatta, industriosa e guerresca nazione che potevano diventare –, si trovava pertanto l'eroismo dell'impresa impossibile. «Il credo del fascista è l'eroismo, quello del borghese l'egoismo.» Era un po' come se Mussolini, a differenza di Hitler, presentisse la sconfitta prima ancora di cominciare a combattere. La stessa contraddizione di fondo è indubbiamente presente oggi nel fenomeno di Berlusconi e del partito di Forza Italia. Ciò che va colto è la disponibilità italiana a sottoscrivere un ambizioso progetto di trasformazione credendo al tempo stesso che sia impossibile realizzarlo. «Il fascismo è tutto un bluff», diceva l'adolescente Vittorio Mussolini, figlio del duce, ai suoi amici. «Papà non è riuscito a far niente di quello che voleva; gli italiani sono fascisti per vigliaccheria e della rivoluzione se ne fregano.» Con il graduale emergere della vanità dei suoi sforzi, in Mussolini (nota comune a tutte le biografie) andò affermandosi un sempre più profondo senso di solitudine e di malinconia.

 

Se c'è una cosa che impedisce di alimentare un'illusione è che qualcuno venga a ricordarci dei fatti sgradevoli. Dopo essere salito al potere e aver fatto ricorso a non pochi atti criminosi per ottenere una vittoria schiacciante alle elezioni del 1924, Mussolini si trovò ad affrontare il suo primo vero ostacolo in parlamento. Il deputato socialista Giacomo Matteotti lo accusò di brogli. Poco dopo, Matteotti fu assassinato da alcuni sicari fascisti. Scosso dallo scandalo che ne seguí, abbinando alle dichiarazioni di sfida l'assegnazione di un sussidio alla vedova del politico socialista, Mussolini accelerò i tempi per trasformare il suo governo in una dittatura e il paese in uno stato a partito unico. La stampa fu posta sotto controllo e i poteri della polizia vennero estesi. «La nostra feroce volontà totalitaria», dichiarava il duce nel 1925, «sarà perseguita con ancora maggiore ferocia». Tutto doveva essere «nello Stato, nulla al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato». Cosí, durante tutti gli anni Venti il mito di un fascismo militarista e modernizzatore fu consolidato con l'avvio di vaste opere pubbliche, la creazione di movimenti giovanili paramilitari e organizzazioni dopolavoristiche, la diffusione di modelli architettonici autoritari, statue e bassorilievi che richiamavano alla mente il passato imperiale. Migliaia di comunisti furono arrestati e le voci dell'opposizione messe a tacere.

Ma l'illusione più grande era quella del controllo totalitario. A esulare decisamente dal controllo dello stato, a esempio, fu lo stomaco di Mussolini. Poco dopo la crisi Matteotti, il duce fu colto da lancinanti dolori all'addome e cominciò a tossire sangue. Gli fu diagnosticata un'ulcera. Fu messo a regime latteo, senza carne né alcol – una dieta che continuò a seguire per gran parte della sua vita. I disturbi, tuttavia, si sarebbero ripresentati spesso. I biografi qui recensiti, pur sospettando una componente psicosomatica (l'autopsia del corpo del duce non avrebbe rivelato tracce di ulcera) non cercano di stabilire un nesso tra gli attacchi e il tipo di decisioni e di circostanze che Mussolini si trovò ad affrontare. La tentazione è presumere che i dolori di stomaco si verificassero ogni qualvolta gli riuscisse particolarmente difficile conciliare i poli dell'inflessibilità e dell'accomodamento tra i quali tendeva a oscillare la sua condotta. A ogni modo, per un uomo a cui, nel quadro del progetto di temprare i compatrioti, piaceva farsi fotografare in esuberanti pose sportive, contorcersi dal dolore fino al punto di dimenarsi per terra costituiva una bella batosta.

In linea generale, come Farrell è bramoso di ricordarci e Bosworth è costretto ad ammettere, all'estero Mussolini godette di ottima stampa per tutti gli anni Venti. Molti (compresi Churchill e George Bernard Shaw) lo videro esattamente come lui voleva essere visto: uno statista forte che aveva riportato l'ordine e modernizzato il paese con un programma di opere pubbliche e una linea di intervento a beneficio dei salari e delle condizioni di lavoro che avevano risparmiato all'Italia quel conflitto di classe che perseguitava le altre nazioni. Bosworth, per altro, lascia opportunamente intendere quanto poco modernizzato fosse in realtà il paese, quanto contenuti fossero stati gli avvicendamenti nella classe dirigente e, in sostanza, quanto il percepito cambiamento avesse a che fare con la propaganda. L'effettiva, persistente arretratezza dell'Italia doveva rivelarsi drammaticamente in tempo di guerra.

3.

«Chi non sente il bisogno di fare un po' di guerra», osservava Mussolini, «per me è un uomo mancato. La guerra è la cosa più importante nella vita di un uomo, come la maternità in quella della donna». Da quel singolare «un po'» traspare la consueta ambivalenza del duce. Impensabile che a Hitler potesse scappare una simile restrizione. Nel suo On the Fiery March,vi lo storico G. Bruce Strang, prende accuratamente in esame i rapporti tra i due dittatori negli anni che vanno dall'avvento al potere di Hitler nel 1933 allo scoppio della seconda guerra mondiale. Una storia affascinante vista la ricorrente inspiegabilità della condotta di Mussolini. Dal 1922 al 1935, malgrado i minacciosi proclami, il duce aveva dato raramente prova di aggressività sulla scena internazionale. Poi, nel 1935 l'Italia invase l'Etiopia; l'anno dopo intervenne risolutamente a sostegno di Franco nella guerra civile spagnola; nel '38 invase l'Albania e nel '39 strinse un bellicoso patto militare con la Germania che prevedeva reciproco aiuto qualora uno dei due firmatari avesse mosso guerra. Quanto, di tutto questo, era conseguenza di un piano a lungo termine, e quanto era frutto di ideologia o di opportunismo?

Secondo Farrell, la decisione mussoliniana di schierarsi con Hitler fu da imputare in gran parte a Francia e Gran Bretagna. L'Italia aveva tutte le ragioni di sentirsi raggirata dal Trattato di Versailles, e circondata nel Mediterraneo dalla potenza britannica e da quella francese; per combatterle, osserva Farrell, era comprensibile che cercasse di estendere la propria colonia libica e crearne un'altra in Etiopia. Allo stesso tempo, l'Italia costituiva naturale alleato di Francia e Gran Bretagna contro l'espansionismo tedesco, considerato che un eventuale Anschluss avrebbe minacciato il possesso italiano del Sud Tirolo tedescofono. Senza contare che, in occasione del loro primo incontro, Hitler non piacque affatto a Mussolini, il quale lo giudicò uno zotico parvenu tutto preso a scimmiottare la sua invenzione. Francesi e britannici, pertanto, fecero una grande sciocchezza a sollecitare presso la Società delle Nazioni le sanzioni contro l'invasione dell'Abissinia del 1935 (malgrado sia generalmente ammesso che vi furono trucidati circa cinquecentomila etiopici, in gran parte con l'uso di gas venefici). L'opposizione di Francia e Gran Bretagna al coinvolgimento mussoliniano nella guerra civile spagnola, sostiene Farrell, dimostra che esse non avevano compreso altrettanto bene del duce i pericoli del bolscevismo. Bisognoso di alleati, a Mussolini toccò mettersi con Hitler.

Strang respinge una tale interpretazione. Malgrado l'iniziale avversione mussoliniana per Hitler, egli dimostra come i loro rapporti prendessero in breve una piega ben diversa da quella dei suoi negoziati con francesi e britannici nel momento in cui il duce cominciò a vedere nell'ascesa del Reich il possibile adempimento della sua visione darwiniana di un insieme di nazioni vigorose e di recente unificazione che, divenute fasciste, acquisivano un'egemonia sulle decadenti democrazie capitaliste di Francia e Gran Bretagna. Per Mussolini, fa notare Strang, non si trattava di decidere da che parte stare, ma se la sua alleanza con Hitler dovesse fermarsi al sostegno morale o giungere fino alla cobelligeranza in un conflitto militare su vasta scala.

Nondimeno, proprio in ragione di un approccio limitato alla dettagliata analisi dei rapporti diplomatici, Strang non può celare il proprio sconcerto di fronte alla sconsideratezza di Mussolini nel sottoscrivere la stesura tedesca del Patto d'Acciaio senza insistere sulle varie garanzie discusse in precedenza, e in particolare sull'impegno della Germania a non scatenare una guerra continentale per almeno tre anni. Mussolini accettò la bozza di trattato senza emendamenti di sorta, malgrado Hitler si fosse già rivelato un alleato instabile nei rapporti con l'Italia riguardo alla Cecoslovacchia. Né ragioni di opportunismo né considerazioni ideologiche valgono a spiegare il cieco rimettersi del duce nelle mani del Führer.

 

Un indizio utile a comprendere la condotta di Mussolini è l'introduzione in Italia delle leggi razziali nel 1938. Fino ad allora, il duce aveva negato l'esistenza di un problema ebraico in Italia, criticato l'antisemitismo hitleriano, accettato la presenza di ebrei nel partito fascista, e incoraggiato la sua amante ebrea Margherita Sarfatti a scrivere un'adulatoria biografia su di lui. Ora agli ebrei veniva fatto divieto di partecipare alla vita pubblica e di coniugarsi con italiani di razza "ariana".

Nella sua biografia parziale, Mussolini: The Last 600 Days of Il Duce,vii Ray Moseley non nasconde le perplessità riguardo alle leggi razziali definendole, in sostanza, frutto di mero opportunismo, una maniera a buon mercato di ingraziarsi i favori di Hitler. Alla medesima conclusione giunge Peter Neville nel suo Mussolini,viii libro di chiarezza e concisione ammirevoli. Ma la cosa non sta in piedi. Hitler non fece pressione perché l'Italia si allineasse alla sua politica ebraica e Mussolini non aveva alcun bisogno di ingraziarsi il leader nazista, dal momento che il Führer era già urgentemente in cerca di un alleato.

Farrell dà una risposta diversa. La conquista dell'impero in Etiopia aveva sollevato la questione della coscienza razziale. Gli italiani, proclamò Mussolini, dovevano avere le carte in regola per dominare. A tal fine occorreva estirparne le tendenze sentimentali e borghesi. Ciò che il duce voleva sradicare, scrive Farrell, non erano gli ebrei, ma «la mentalità o lo spirito ebreo – l'epitome dello spirito borghese che disprezzava come "vita comoda" … La missione di Mussolini, cosí come lui la vedeva, era di trasformare gli italiani in italiani. Gli ebrei divennero vittima di questo ben più grande processo». Ma, al di là dell'imbarazzo che possono suscitare le giustificazioni di Farrell, anche questo non sta in piedi. Se il problema era lo stile di vita borghese, Mussolini avrebbe potuto cominciare a prendersela con i ricchi capitalisti di Milano e Torino; avrebbe potuto modificare la politica fiscale e limitare la disponibilità dei beni di consumo.

La spiegazione più convincente del repentino cambio di indirizzo mussoliniano riguardo agli ebrei è quella di Bosworth. Questi mette l'accento sulla crescente invidia del duce nei confronti di Hitler e del sistema nazista, i cui successi ne accrebbero la frustrante sensazione, pur essendosi impadronito del potere dieci anni prima, di essere «considerato inadatto al ruolo di ferreo forgiatore di anime umane». Consapevole, specie dopo il viaggio ufficiale a Berlino del 1937, della potenza mobilitante del razzismo, ora il duce stava «tentando ancora di mostrarsi spietato». Secondo una tale ottica, la politica antiebraica era davvero volta, per dirla con Farrell, a temprare gli italiani (e forse anche se stesso), ma più in un disperato sforzo di emulazione che per sopraggiunte illuminazioni sulla natura dello «spirito ebreo».

L'ironia, ad accogliere questa spiegazione, è che in effetti Mussolini stava solo cercando di fare il cattivo dal momento che, fino all'occupazione tedesca del '43, nota Bosworth, gli ebrei italiani furono «perseguitati come mai avrebbero immaginato quando, in larga maggioranza, avevano approvato il fascismo, ma non furono uccisi». Il duce parlò, sí, di istituire campi di concentramento, ma poi non ne fece nulla. Né prese provvedimenti contro coloro (tra cui membri della sua cerchia familiare) che diedero protezione a connazionali israeliti, e neanche contro gli esponenti dell'esercito e della burocrazia che, dopo lo scoppio del conflitto, si prodigarono per salvare gli ebrei dalla persecuzione nazista in Francia sud-orientale e in Croazia, occupate dalle forze italiane. Che stava succedendo allora?

 

Il 29 novembre 1938, dopo l'annuncio delle leggi razziali, l'editore ebreo Angelo Fortunato Formiggini, iscritto al partito fascista, si suicidò gettandosi dal campanile del duomo di Modena. Prima, aveva scritto una lettera a Mussolini, in cui si leggeva: «Caro Duce … Siete diventato matto … mi addolora nel profondo, perché siete caduto nella trappola posta per voi dal destino».

Vediamo di dare una lettura terra terra di questa pertinente osservazione. Fino al 1935, in un fascismo che, al di là di ripristinare legge e ordine per via repressiva, aveva limitato la propria essenza a un discorso di immagine e di propaganda, Mussolini aveva messo a punto una strategia che manteneva in equilibrio gli impulsi contrastanti della sua personalità. Ritratto nelle vesti di eroe implacabile, la sua grande popolarità si spiegava anche col fatto che per la maggior parte della gente, in fondo, non era cambiato gran che né le si chiedeva poi molto. L'apparizione della Germania nazista venne a turbare questo equilibrio, sia in ragione delle effettive opportunità di modificare lo statu quo, ma soprattutto per la presenza di Hitler. Alla ribalta era salito un uomo realmente spietato e implacabile, davvero disposto a sospingere la storia alle sue crudeli convulsioni darwiniane.

Fortemente impressionato dalle parate militari naziste cui aveva assistito a Berlino nel 1937, al suo ritorno il duce introdusse in Italia il passo dell'oca. Contemporaneamente, patí un grave attacco dei suoi malanni gastroenterici, che lo avrebbero accompagnato ancora durante i numerosi tentativi di emulazione hitleriana, tra il 1938 e il 1939. Soffriva inoltre di indecisione e titubanza cronica. Indubbiamente, il lato più accomodante della sua personalità era ancora attivo. Ed è pur vero che, per quanto degradanti fossero le leggi razziali, l'Italia non conobbe una Notte dei Cristalli. Forzato a trasformare se stesso e i suoi compatrioti in inesorabili edificatori di imperi, in trionfatori della storia, dentro di sé Mussolini non ruscí a volere – almeno con la necessaria intensità o con l'opportuna costanza – il male che siffatta inesorabilità richiedeva.

Dopo essere entrato in guerra (in un momento in cui era convinto che Hitler non potesse perdere), Mussolini operò un ultimo tentativo di emulare l'uomo che lo aveva in un certo senso privato dell'autostima. In nessun'altro modo si può spiegare l'invasione della Grecia, un gesto strategicamente, politicamente e ideologicamente assurdo. Miseramente fallita l'operazione, Mussolini cedette più o meno completamente a Hitler il timone della guerra con la stessa abnegazione che si attendeva nei propri riguardi dai subalterni.

 

Dalla lettura di questi libri, coinvolgenti ciascuno a suo modo e frutto di studio accurato, sorgono due considerazioni. Primo, che avremmo tutto da guadagnare se ogni tanto gli storici riuscissero a vincere la riluttanza ad attingere a un po' di psicologia e di antropologia. Certe intuizioni di Bosworth, a esempio, sono straordinariamente acute, ma non vengono mai riunite in una tesi coerente. In assenza di un'analisi sintetica, ci troviamo cosí sopraffatti da una massa di informazioni che si limitano ad accumularsi.

Secondo, che la migliore risposta all'entusiasmo di Farrell verso la dittatura è che, alla lunga, nessuna personalità può avere la garanzia di restare psicologicamente stabile. In riferimento alle difficoltà nel formare un governo di coalizione nel 1922, Farrell, sprezzante della democrazia italiana dell'epoca, parla del pericolo di un governo «in stile tipicamente italiano … basato sull'imbroglio». In realtà, poche coalizioni avrebbero potuto essere altrettanto pasticciate, incerte e internamente divise di quanto lo era la mente di Mussolini nel 1939.

(Traduzione di Alessio Catania

i . In realtà, Benito e Rachele convolarono a nozze solo alcuni anni dopo, ma i due si erano dichiarati marito e moglie e Mussolini asseriva di essere sposato.

ii . G. Leopardi, "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani", in Opere, vol. II, Milano, Mondadori, 1997, p. 456.

iii . R. De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso 1929-1936, Torino, Einaudi, 1996 (1a ed. 1974), p. 48.

iv . Ivi, p. 20.

v . Ivi, p. 51.

vi . G.B. Strang, On the Fiery March: : Mussolini Prepares for War, Westport, Praeger, 2003.

vii . R. Moseley, Mussolini: The Last 600 Days of Il Duce, Dallas, Taylor, 2004.

viii . P. Neville, Mussolini, New York, Routledge, 2004.


TIM PARKS è uno scrittore inglese che vive in Italia. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Lingue di fuoco (1985), Fuga nella luce (1993), Destino (1999), e La doppia vita del giudice Savage (2003), tutti tradotti in italiano da Adelphi. Il suo ultimo romanzo, Il silenzio di Cleaver, è appena uscito dal Saggiatore.Altri dettagli sulle sue pubblicazioni si possono trovare sul sito www.timparks.com.

 
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