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La luce di Antonello
INGRID ROWLAND
MAURO LUCCO (a cura di), Antonello da Messina: l'opera completa, catalogo
della mostra allestita presso le Scuderie del Quirinale (Roma, 18 marzo-25 giugno 2006), con saggi
di Dominique Thiébaut, Till-Holger Borchert e altri, Milano, Silvana, pp. 384, €35,00
La città di Messina si affaccia su uno stretto talmente angusto e periglioso che Omero
nell'Odissea lo descrive come una tana di mostri: Scilla vorace, dalle sette teste
(personificazione, come Euripide per primo suggerí, dei pirati etruschi) e Cariddi, un
vortice micidiale. La storia della città è stata a suo modo vorticosa. Colonia greca
nel VI secolo aC, fu distrutta dai cartaginesi nel 396 aC. Ricostruita dai greci, fu via via conquistata,
fra gli altri, da romani, arabi, normanni, svevi, francesi, aragonesi, spagnoli e austriaci prima
di entrare a far parte dello stato italiano in seguito alla spedizione dei Mille di Garibaldi.
Mostri ben più pericolosi si annidano nel sottosuolo. A causa dei movimenti tettonici
della crosta terrestre, la Sicilia si distacca lentamente dall'Italia peninsulare di circa
un centimetro l'anno, e Messina si trova a cavallo della faglia. Terribili terremoti hanno
raso al suolo la città nel 1793 e nel 1908: solo il paesaggio sopravvive, con le sue dolci
colline e il suo porto naturale, protetto da uno sperone di roccia a forma di falce (i primi coloni
greci chiamarono la città Zankle, che in greco significa appunto falce).
Seicento anni fa, questo porto al pari della laguna veneta era una delle grandi
"porte" del Mediterraneo, dove una città siciliana popolata in gran parte
da oriundi greci ed ebrei commerciava con turchi, nordafricani, spagnoli, fiamminghi, bizantini,
greci, veneziani, genovesi, napoletani e ragusei della Dalmazia, molti dei quali avevano costituito
dei quartieri loro, lungo il litorale. Ad alcuni di questi visitatori, la Messina del Quattrocento
doveva sembrare una sorta di paradiso terrestre, una città cinta da mura prospicienti
il suo pittoresco porto, incastonata fra agrumeti e boschi di mandorli, le cui taverne erano ben
fornite del vino prodotto dal fertile terreno vulcanico delle pendici etnee e di saporite vivande
della cucina araba. Ma c'erano anche rischi di carestia e recessione economica e altri guai
derivanti dal fatto che il re aragonese Alfonso detto, ironicamente, il Magnanimo
infliggeva balzelli alla città, dalla sua roccaforte a Napoli, e appaltava cariche burocratiche
per assicurarsi ulteriori entrate.
In un'epoca in cui l'Italia centrale era divenuta un mosaico di repubbliche indipendenti,
con una prospera e colta classe mercantile, Messina conservava tutti gli ornamenti e le bardature
del feudalesimo: gli aristocratici della città, perlopiù analfabeti, erano latifondisti
e le loro idee economiche affondavano le radici nel Medioevo. A Messina le gilde, o corporazioni
artigiane, tardavano a formarsi e, di conseguenza, gran parte del commercio messinese era in mano
a forestieri, come l'armatore Michele de Antonio, stabilitosi a Messina dopo il 1406. Il
figlio di Michele, a nome Giovanni divenne tagliapietre, o mazone in dialetto, ma non al
più alto livello di questo mestiere. Per le loro principali opere architettoniche e murarie,
i messinesi, come tutti del resto in Italia (compresi il papa e Alfonso il Magnanimo d'Aragona)
si rivolgevano a tagliapietre e muratori nati sulle pendici delle Alpi e degli Appennini, i quali
ingerivano polvere di marmo con il latte delle loro madri. Giovanni il tagliapietre, intorno al
1430, ebbe un figlio a nome Antonio, ma chiamato di solito Antonello, il quale diverrà pittore:
non humanus pictor, per dirla con suo figlio Jacobello, pittore non umano, cioè divino.
Ben poco ne sappiamo della vita di Antonello, e quel poco si basa su documenti andati distrutti
nel terremoto-maremoto del 1908. Appare chiaro, tuttavia, che il giovane Antonello diede precoce
prova di un tale talento, per cui non c'era nella Messina del Quattrocento alcun pittore in
grado di fargli adeguatamente da maestro. Infatti, alla città mancava una gilda che regolasse
apprendistati artistici di alcun genere (laddove la formazione di grandi artisti, a Firenze e
Siena, ormai da secoli era affidata alla gilda, o corporazione, degli speziali che ne stabiliva
anche la remunerazione). Quindi Antonello fu mandato a Napoli, dove Alfonso il Magnanimo si era
procacciato la fama di generoso e geniale patrono delle arti.
A Napoli, il maestro di Antonello era un pittore a nome Colantonio, la cui opera rappresentata
alla recente mostra romana da due piccoli pannelli rispecchia fedelmente la cultura cosmopolita
del regno di Alfonso d'Aragona. In aggiunta alle Due Sicilie, gli aragonesi dominavano anche
i Paesi Bassi, ma in campo artistico il loro dominio andava in tutt'altra direzione: era la
pittura a olio fiamminga e borgognona a esercitare il suo fascino sulla Spagna, su Napoli e sulla
Sicilia. Quindi i dipinti di Colantonio coscienziosamente emulano la tecnica minuziosa del Nordeuropa,
ma solo in parte. Re Alfonso era parimenti attratto dalle solenni linee classiche dell'arte
prodotta dagli antichi romani e dai loro moderni emuli italiani. Caratteristico è, a tal
riguardo, che il marmoreo arco di trionfo da lui ordinato per il suo castello prospiciente il porto
di Napoli miri a replicare l'aspetto e lo spirito di un arco del Foro Romano, con lo stesso Alfonso
effigiato come un imperatore romano del XV secolo.
Cosí pure, su uno sfondo laboriosamente dettagliato alla maniera fiamminga, le figure
umane del pittore Colantonio com'è evidente nel suo San Vincenzo Ferrer esposto
alla mostra di Roma denotano una gravitas squisitamente classica e italiana che
si manifesta in facce mediterranee e in un bruno incarnato meridionale. La pittura di Antonello,
al pari di quella del suo maestro, concilia l'insistente realismo dell'arte nordeuropea
con dei volti italiani e lo abbina a una concezione tutta italiana dei corpi e dello spazio. Quello
che Antonello esegue con la luce, tuttavia, è un miracolo tutto suo: lo splendore che illumina
i visi e le mani, che riluce sulle stoffe, che brilla negli occhi e che dona ai suoi dipinti la loro
oltremondana calma.
I soggetti di Antonello non variano molto. Per la maggior parte i suoi quadri sono di piccolo
formato, non pochi sono quasi miniature e non molti sono quelli giunti fino a noi. Buona parte delle
sue esistenti opere è stata raccolta a Roma, per la mostra allestita (18 marzo-25 giugno)
alle Scuderie del Quirinale, la stalla dei papi trasformata in una spettacolare galleria per mostre
temporanee. Il voluminoso catalogo presenta tutte le opere di Antonello in eccellenti riproduzioni
a colori.
Le precedenti due comprensive mostre dedicate ad Antonello furono entrambe allestite a Messina,
nel 1953 e nel 1981. E mettevano a fuoco soprattutto le qualità specificamente siciliane
della sua opera. A Roma, invece, si è dato maggior risalto all'aspetto italiano e a quello
internazionale del Messinese. Le Scuderie del Quirinale fanno parte dell'omonimo palazzo,
oggi residenza ufficiale del presidente della Repubblica italiana: ne era inquilino, fino a poco
tempo fa l'amatissimo Carlo Azeglio Ciampi. Come presidente, Ciampi è stato un entusiastico
promotore del patriottismo italiano in antitesi al campanilismo regionalistico e, da sempre,
paladino dell'ingresso dell'Italia nell'Unione Europea. Sotto la sua benevola
egida, Antonello da Messina che studiò a Napoli e trascorse due anni cruciali a Venezia
è stato presentato più che altro come Antonello d'Italia o persino d'Europa.
La mostra era nettamente suddivisa in due: per metà era dedicata ad Antonello in Sicilia
e per metà ad Antonello a Venezia. Nel medesimo spirito, il catalogo contiene contributi
di un gruppo internazionale di studiosi e curatori europei, residenti a Dresda essa stessa
un simbolo dell'unità europea in Provenza e in varie parti d'Italia.
Di solito, in ogni dato museo c'è un unico dipinto di Antonello che se ne sta isolato.
Messi insieme, essi non perdono nulla del loro impatto individuale. Al pari delle icone bizantine
che Antonello avrà certo ammirate, le sue opere intendono "vivere" con chi
le guarda, vogliono che si rivolga loro una preghiera, che si parli con loro e le si amino e
cosí tuttora avviene. Per quanto circondati da loquaci scolaresche o da amanti dell'arte
d'una certa età assiepati intorno ai minuscoli quadri con cuffie-guida premute
sugli orecchi, tutti quanti sembravano intimamente commossi quando si allontanavano in silenzio.
Tale effetto è tanto più sorprendente in quanto molti soggetti di Antonello sono tragici
o violenti: i due ladroni crocifissi accanto a Cristo che si contorcono, San Sebastiano trafitto
da frecce, e una serie di ritratti di Gesù che, coronato di spine, piange di paura e di dolore,
certamente, ma che, soprattutto, piange per la tetra disumanità della folla che vede innanzi
a sé e che grida «Crucifige! crucifige!» e anche per noi, suoi spettatori.
Quasi tutto ciò che si sa su Antonello da Messina proviene da una serie di contratti riguardanti,
in gran parte, l'esecuzione di gonfaloni, stendardi da portare in processione, commissionati
da confraternite religiose. Non uno di tali gonfaloni è giunto fino a noi: dipinti su stoffa
e destinati a esser maneggiati di continuo, devono essersi scoloriti via via, fino a scomparire.
Molti dei dipinti su cartone hanno avuto una sorte poco meno infelice: quelli che sono scampati
ai terremoti del 1793 e del 1908 o sono stati risparmiati dall'incendio del 1849, sono spesso
gravemente danneggiati e logori, le loro protettive cornici da tempo scomparse. Uno dei ritratti
di Antonello, inoltre, reca i segni di una feroce aggressione, da parte forse di qualcuno
che conosceva la persona effigiata e non poté resistere alla tentazione di graffiarne gli
occhi sdegnosi e la smorfia della bocca.
Antonello de Antonio, ritornato da Napoli a Messina, vi divenne il pittore di maggior successo:
era ben pagato e godeva di una fama che si sparse in tutta la Sicilia orientale senza giungere però,
a quanto pare, a Palermo e nella zona occidentale dell'isola. Si diffuse invece nell'Italia
settentrionale, a Venezia dove visse per due anni e a Milano, dove il duca Galeazzo
Maria Sforza tentò di ingaggiarlo come suo ritrattista ufficiale. Anziché accettare
l'offerta dello Sforza, Antonello preferí fare ritorno a Messina, al suo sole, i suoi
aranceti e mandorleti, alla serena bellezza dei suoi paesaggi. A Messina morí nel 1479, lasciando
una bottega gestita dal figlio Giacomo Jacobello e dal cugino di quest'ultimo, Antonello
da Saliba. Messina non vedrà un pittore di simile statura fino al 1610, quando Michelangelo
Merisi da Caravaggio vi approderà, fuggiasco da Malta.
Molti quadri di Antonello recano la sua firma "Antonellus Messaneus" e una data,
tracciata meticolosamente su foglietti di carta dipinta, ripiegati, attaccati a una sorta di
parapetti, in calce a ritratti, crocifissioni, effigi del Cristo sofferente, di santi e Madonne.
Per la maggior parte tali firme, tuttavia, provengono da un breve periodo della sua carriera,
dagli anni cioè che Antonello trascorse a Venezia. Per il resto, ciò che sappiamo del
suo lavoro dipende dal riscontro fra le informazioni contenute in un documento relativo a un dato
quadro e il quadro stesso; oppure si possono fare delle identificazioni in base allo stile. Lo stile
è una qualità soggettiva: tre dei quadri in mostra a Roma, tutti raffiguranti probabilmente
la Vergine Maria, sono stati accettati come opere di Antonello (e uno di essi come raffigurante
invece Santa Eulalia) in occasione delle mostre del 1953 e del 1981. Oggi queste tre Madonne sono
considerate tanto diverse l'una dall'altra che vengono attribuite a tre diversi pittori:
un provenzale, uno spagnolo e un siciliano. In presenza di cosí tanti dipinti indubbiamente
eseguiti da Antonello, è arduo immaginare come quegli arruffati drappeggi, quei visi tirati,
sparuti e le grosse, goffe mani di quelle Vergini di Spagna o di Provenza possano mai essere stati
attribuiti ad Antonello.
Non sempre i documenti sono affidabili guide: quando la chiesa dell'Annunziata di Palazzolo
Acreide, nella Sicilia sudorientale, ordinò un'Annunciazione ad Antonello
per il suo altar maggiore, il contratto specificava ch'egli dipingesse, oltre alla Vergine,
l'arcangelo Gabriele e Dio Padre in un paesaggio in buona prospettiva. Il pittore curò
adeguatamente la prospettiva e ci mise la Madonna e l'arcangelo, ma il Padreterno non lo si
vede da nessuna parte. Che questa Annunciazione di Palazzolo Acreide sia un quadro diverso
da quello specificato nel contratto? No: i committenti permisero, semplicemente, all'artista
di fare di testa sua riguardo alla composizione del dipinto.
Talvolta, una descrizione corrisponde esattamente al dipinto, altre volte invece la somiglianza
si ravvisa solo con uno sforzo della fantasia. Il cronista veneziano Marcantonio Michiel riferisce
che il pittore Jacometto, suo conterraneo, eseguí un ritratto del nobile Alvise Contarini
e quello di «una monaca di San Secondo»: entrambi questi ritratti sono stati esposti
mesi fa a New York e la recente mostra alle Scuderie dava per scontato che l'annotazione del
Michiel si riferisse a due piccoli ritratti che trovansi al Metropolitan Museum of Art di New York.
Uno di questi mostra un elegante gentiluomo veneziano abbastanza plausibile mentre
l'altro effigia una dama col velo bianco, dall'espressione altera. Il sussiego può
anche andare, ma il vestito alla moda lascia nuda una spalla e mostra il solco tra i seni e, inoltre,
sotto il velo si scorgono fluenti capelli biondi raccolti in una crocchia: tutto ciò non si
addice certo a una monaca. Se questa è una suora di San Secondo, dev'essere uscita da
una novella del Boccaccio.
D'altro canto, i pittori potevano anche prendersi strabilianti libertà con
i soggetti sacri. Nello squisito quadro di Antonello raffigurante San Girolamo nello studio,
questi rassomiglia più a un umanista del Quattrocento che non a un trasandato cristiano del
IV secolo, ed eventuale eremita, incurante dell'igiene personale. («Una volta bagnati
in Cristo, perché fare il bagno una seconda volta?») La scrivania e gli scaffali di legno
del Girolamo antonelliano si trovano in un'ariosa stanza gotica, in cui il santo sta al riparo
dal sole che splende all'esterno. Non possiamo che essere in Sicilia. Sullo sfondo il famoso
leone addomesticato gironzola tranquillo su un pavimento di maiolica, con la testa recline
da un lato, come se prestasse attenzione. Questo dipinto è notevole per i suoi meticolosi
dettagli ma, ancor più, per la sua atmosfera: in luogo del solito angosciato penitente che
si batte il petto, questo Girolamo ha trovato il suo pacifico regno nella calma calura dell'estate
siciliana.
Una pristina Crocifissione che si conserva a Bucharest pone il Golgota
un poco a nord di una riconoscibilissima Messina. Si scorgono le aspre colline della Calabria di
là dallo stretto, il faro, le navi che entrano ed escono dal porto. Né il remoto viavai
della città né il fiero tormento della Passione riescono a dissipare la calma preternaturale
del quadro: ogni cosa accade sotto lo stabile fulgore della luce di Antonello, una luce che tanto
si avvicina alla cattura della divinità quanto nessun'altra opera di fattura umana.
È questa stessa luce che sembra portare il messaggio dell'arcangelo Gabriele all'Annunciata
di Palazzo Abatellis a Palermo: una giovane donna col capo coperto da uno scialle celeste che
ha alzato gli occhi dal libro che stava leggendo per guardare noi. Antonello ha messo i suoi
spettatori al posto dell'arcangelo. Ora ella torce gli occhi mentre riflette su ciò
che ha udito con un'espressione tanto enigmatica quanto il sorriso della Gioconda. Forse
il "brano" più notevole di questo notevolissimo quadro è la mano destra
sollevata, di scorcio, quasi traslucida. La Vergine non sarà l'unica donna che Antonello
abbia mai dipinto, ma egli l'ha dipinta ripetutamente nel corso della sua carriera, in stili
che si evolvevano tanto rapidamente quanto la sua abilità. La sua giovanile Madonna con
il Bambino, oggi alla National Gallery di Londra, prende in prestito la fantasiosa immagine nederlandese
di angioletti che si librano a mezz'aria sorreggendo una corona sopra il capo della Vergine,
ma Maria, lei, assomiglia piuttosto a una Sofia Loren vestita di velluto e broccato. Nulla potrebbe
esser più lontano dalla semplice e schietta fanciulla di Palazzo Abatellis, dai panni in
tinta unita, senza null'altro che l'intensa chiarità del gioco di luci e ombre
sui piani del viso e l'elusività dell'espressione. La Madonna di Londra tiene
in braccio un Bambinello che assomiglia piuttosto a un bambolotto vestito tali erano e sono
molte immagini siciliane del Bambin Gesù e gli rivolge un sorriso che è al tempo
stesso amoroso e rammaricato. Nessuna ragazza ha mai avuto uno sguardo tanto antico quanto queste
pensose Madonne.
La mancanza di notizie su Antonello, la virtuale cancellazione di cosí tante tracce della
sua città natale dalla faccia della terra e la schietta stranezza del suo stile fanno sí
che le discussioni degli studiosi intorno alla sua opera vertano sull'interrogativo: quali
altri dipinti egli abbia visto, e dove. Soltanto Andrea Mantegna e Piero della Francesca trattano
il gioco della luce sui corpi in modo affine alla solenne calma di Antonello: che cosa hanno la Mantova
e la Roma di Mantegna in comune con la Toscana e l'Umbria di Piero o con la Sicilia e la Venezia
di Antonello?
È chiaro, in base a recenti ricerche, che Antonello ottiene la fotografica esattezza
della pittura rinascimentale nordica mediante tecniche del tutto diverse; e possiamo scorgere
da soli tali differenze comparando fra loro alcuni degli esempi presentati alla mostra delle Scuderie
del Quirinale. Jan van Eyck, nello splendido ritratto di un giovane dall'elaborato copricapo
blu, usa la stessa dettagliata tecnica miniaturistica e lo stesso denso azzurro dello scialle
che ammanta il viso dell'Annunciata di Antonello e produce la stessa inquietante
sensazione che questi dipinti diano ricetto a una presenza reale. Al tempo stesso, tuttavia, i
volti di Antonello sembrano antichi e insieme immediati, laddove il ricco borghese di Van Eyck
appartiene interamente alla sua epoca. Un ritratto di giovane eseguito dal giovane Antonello
ha gli stessi lineamenti affilati e lo stesso sorriso a labbra serrate di un'arcaica testa
greca e Antonello avrà certo visto le opere di antichi scultori greci, cosí come aveva
quotidianamente sott'occhio le facce dei loro viventi discendenti siciliani. A Messina
egli avrà altresí visto i vivaci colori e le pose stilizzate dei mosaici bizantini
e la minuta perfezione delle icone bizantine. Nella Sicilia del Quattrocento, gli archi acuti
dello stile gotico come nello studio di San Girolamo coesistevano con gli archi semicircolari
del Rinascimento fiorentino, anch'essi visibili nello stesso quadro, come pure le basse
curve ellittiche che distinguono gli archi rinascimentali di Napoli. Nello studio di San Girolamo
c'è uno di tali archi che incornicia l'intero dipinto entro una geometria inconfondibilmente
italiana meridionale.
L'abilità di Antonello nel combinare insieme epoche e culture disparate nel
suo immaginario è connessa alla sua estrazione siciliana e al suo tirocinio napoletano:
un eclettismo che, al pari della sua notevole bravura tecnica, esula dalle consuete categorie
che hanno reso ordinato il mondo del Rinascimento da quando il patriota toscano Giorgio Vasari
scrisse le sue Vite de' più eccellenti architetti, scultori e pittori nel XVI
secolo. (La parte dedicata ad Antonello da Messina, essendo questi siciliano, è zeppa di
errori.) Gli sfondi dorati della pala d'altare eseguita da Antonello per San Gregorio, opera
contrassegnata da un disegno molto elaborato, erano irrimediabilmente arcaici agli occhi dei
fiorentini del Cinquecento, ma la imponente presenza fisica dei santi che sbalzano dall'oro
dello sfondo piatto denota tanta maestria e padronanza della prospettiva quanta se ne osserva
in qualsiasi altro quadro di contemporanei artisti fiorentini.
Non stupisce che la città norditaliana in cui l'arte di Antonello era maggiormente
apprezzata fosse la più "greca" di esse Venezia e là, dal
1474 al 1476, Antonello andò in cerca di fortuna ed esercitò un'indelebile influenza
sul grande pittore veneziano Giovanni Bellini. Nessuno dei due pittori era rappresentato alle
Scuderie del Quirinale dalle rispettive opere più monumentali: l'antonelliana pala
d'altare di San Cassiano è stata da tempo smembrata e quel che resta si preserva a Venezia;
la magnifica pala d'altare pesarese del Bellini echeggiante lo stile di Antonello
è rimasta a Pesaro. Le due Crocifissioni di Giovanni Bellini esposte a Roma
accanto all'antonelliana Crocifissione di Anversa, per imponenti che siano, non
possono semplicemente competere per quanto riguarda atmosfera, colore, composizione, originalità.
Anche qui, il paesaggio del Golgota è un'arida costiera siciliana piuttosto che
una laguna veneta; una civetta ci guarda fisso fra gli ossami sparsi sul terreno delle esecuzioni.
Le statuarie figure di San Giovanni e della Vergine affranta potrebbero quasi esser state dipinte
da Piero della Francesca; il ladrone di destra, visto di scorcio, si contorce in modo che avrebbe
fatto invidia a Leonardo da Vinci. Le gambe spezzate del ladrone di sinistra e le posture convulse
di entrambi i ladroni sono tanto terrificanti che dovrebbero infrangere l'atmosfera complessiva
di attonito silenzio del quadro, ma non ci riescono cosí stoicamente calmo è il dolore
del Cristo morente e della sua afflitta madre. Gli spettatori del Quattrocento potevano solo reagire
come reagisce la figura di San Giovanni, ai piedi della croce: visto di spalle, egli è uno spettatore
come noi, che prega, all'erta, nobile piuttosto che abbattuto, testimone di un ineffabile
santo evento.
A differenza di questa stranamente placida Crocifissione, il Cristo sofferente dipinto
da Antonello sia nella Flagellazione sia in Ecce Homo rende appieno e pesantemente
il senso dell'umana tragedia insita nella Passione. Il volto che vediamo nell'una
e nell'altra immagine non è una bella faccia, anzi è piuttosto brutta, dai lineamenti
ottusi, la bocca contratta all'ingiù come quella di un bimbo piangente. Le lacrime
di quest'uomo accigliato, infinitamente miserevole, sono tuttavia le lacrime adulte di
chi è estremamente stanco del mondo. Una volta tanto Antonello, questo maestro della luce,
ha spento ogni luce negli occhi del sofferente: essi ci fissano vuoti e disperati. Mettendo un fanciullesco
broncio su queste facce, Antonello ci mostra un Cristo messo a nudo e vulnerabile, al più basso
livello della sua umanità, coronato di spine, piangente e sanguinante, e la vista di quel
"broncio" fanciullesco ci costringe a rispondere con una pietà quasi primitiva.
Il più veneziano di tutti i dipinti di Antonello esibisce un'altra figura sofferente,
ma il suo San Sebastiano, il giovane legionario romano trafitto da molte frecce è un modello
di stoicismo antico-romano. Antonello ha ridotto a quattro il numero delle frecce, e ha concentrato
l'attenzione, invece, sul corpo marmoreo del santo. Con indosso soltanto un perizoma, Sebastiano
è legato a un albero in mezzo a un campo veneziano, cioè una piazzetta, in un paesaggio
cittadino i cui comignoli, canali e bella gente possono solo appartenere a un unico luogo sotto
il sole ed è un sole obliquo, più nordico, le cui lunghe ombre dispongono il quadro
in una prospettiva vertiginosa. Le frecce confitte in Sebastiano e la colonna spezzata che giace
accanto a lui balzano fuori dal ligneo pannello per invadere lo spazio; al centro, un giovane visto
di scorcio sonnecchia mentre il santo patisce il tormento a pochi passi da lui. Annoiate bellezze
osservano la scena dall'alto di un giardino pensile.
Il dipinto, attualmente a Dresda, è stato di recente restaurato da un'équipe
tedesca che ha deciso di ridipingere le zone danneggiate anziché lasciarle grezze. (Per
l'Annunciazione di Palazzolo Acreide è stata fatta la scelta opposta, lasciando
chiazze di nudo legno là dove la pittura si è persa.) Il risultato è leggermente
sconcertante, dall'azzurro del cielo ispirato al Bellini con nuvole cumuliformi alla piattezza
del volto di Sebastiano, cui deve mancare qualche cruciale strato di pittura. Solo le gambe del
santo sono tuttora convincentemente antonelliane, scolpite dall'ombra e sorprendentemente
tridimensionali. Durante il suo soggiorno a Venezia, Antonello avrà certamente visto
i fantastici affreschi di Andrea Mantegna nella chiesa agostiniana della vicina Padova: oggi
in gran parte distrutti dai bombardamenti alleati, essi tuttavia dànno un'idea
della meravigliosa successione di piani prospettici e delle figure monumentali che Antonello
deve aver assorbito qui e infuso nel suo stile dai contorni più morbidi. San Sebastiano è
un rudere e, insieme, un tour de force tuttavia Antonello dà il meglio di
sé quando lavora su scala ridotta o, per cosí dire, più intima. I suoi ritratti
dal vero, tutti di uomini tutti, tranne uno, su sfondo scuro e grezzo e tutti ripresi leggermente
dalla sinistra del modello sono una meraviglia per l'inconfondibile tocco del pennello,
e in essi l'astratta geometria si combina con dettagli microscopici: una linea curva di pittura
bianca basta a scolpire un collo mentre piccoli tocchi creano un sopracciglio pelo per pelo. Spesso
tali sopracciglia sono sollevate da un divertito stupore sopra occhi vivaci e appena un vago accenno
di sorriso. Non abbiamo idea di cosa dicesse Antonello, chiacchierando, mentre dipingeva...
ma dovevano essere discorso spiritosi.
Per molti versi, il catalogo della mostra rimanda al suo predecessore del 1981, il cui formato
è tipico dell'epoca: un piccolo in-quarto in brossura stampato su due colonne dai caratteri
fitti, con foto perlopiù in bianco e nero, solo alcune a colori, e un testo che presenta la migliore
(a tutt'oggi) "veduta" complessiva di Antonello, della sua città, delle
sue opere. Il catalogo del 2006 non offre l'equivalente di alcune delle precedenti pubblicazioni,
per quanto riguarda le loro più importanti e avvincenti sezioni: il saggio di Salvatore Tramontana
sul mondo operaio della Messina del Quattrocento e il posto che in esso occupa Antonello; il catalogo
annotato, a cura di Rossana De Gennaro e Luigi Hyerace, delle opere di Antonello andate perdute
nel corso dei secoli, racconto di dolore che rivela molte cose in sé e per sé laddove elenca
le piaghe di Messina, i terremoti del 1793 e del 1908, l'incendio del 1849, i danni causati
dalla guerra nel 1944 e dalla negligenza.
Invece, i saggi del 2006 come spesso accade oggigiorno vertono soprattutto sulle
specifiche preoccupazioni dei curatori: attribuzioni, restauri, i rapporti in gran parte
ipotetici che Antonello potrebbe aver avuto con pittori fiamminghi, provenzali e spagnoli.
I cataloghi sono ormai divenuti altrettanti diari professionali dei curatori; è arduo talvolta
ricordare quanto recente sia la loro stesura, tenendo saldamente presente il visitatore. I curatori
del 1981, per esempio, collaborarono più strettamente fra loro e con storiografi, sociologi,
critici, storici dell'arte e studiosi quali il rettore dell'Università di
Messina al fine di creare un ritratto di Antonello, assiduo lavoratore, nipote di immigrati, pittore
sublime in una città i cui svariati mali recessione, disboscamento, corruzione
governativa sembrano aver lasciato i cittadini stranamente indifferenti al suo raffinato
talento. Le illustrazioni del catalogo 2006 sono, certo, di migliore qualità, ma l'Antonello
che emerge dal libro ingiallito di 25 anni prima, con le sue foto in bianco e nero, è quello in
cui tuttora pulsano i colori della vita.
(Traduzione di Pier F. Paolini)
INGRID ROWLAND insegna presso la sede romana dellla University of Notre Dame School of Architecture.
Ha scritto, tra l'altro, The Culture of the High Renaissance (Cambridge University
Press, 2000) e ha curato per i tipi della Biblioteca Apostolica Vaticana The Correspondence
of Agostino Chigi (1466-1520), 2001. |