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L'impero dei neocon
GIANFRANCO PASQUINO

MARIO DEL PERO, Henry Kissinger e l'ascesa dei neoconservatori, Roma-Bari, Laterza, pp. 195, €18,00

NIALL FERGUSON, Colossus. Ascesa e declino dell'impero americano, Milano, Mondadori, pp. 401, €20,00

FRANCIS FUKUYAMA, America al bivio. La democrazia, il potere e l'eredità dei neoconservatori, Torino, Lindau, pp. 213, €19,50

CHARLES S. MAIER, Among Empires. American Ascendancy and its Predecessors, Cambridge (Mass.)-Londra, Harvard University Press, pp. 373, $27,95

Stabilire se la costruzione di un impero sia deliberata o il risultato di circostanze è un problema di accertamento empirico. Attribuire a un impero qualità benigne oppure maligne è invece un problema di valutazione che presenta cospicue, ancorché non esclusive, componenti soggettive. Prevedere poi se e quanto un impero durerà nel tempo è forse un compito che gli storici condividono a livello critico con i futurologi. L'esercizio della previsione, in special modo se fondata su un'accurata ricognizione del passato e sostenuta da opportuna strumentazione, tratta anche dalle scienze sociali, è utile persino per illuminare e meglio comprendere il presente (che è quanto fa in maniera molto apprezzabile lo storico di Harvard Charles S. Maier).

I quattro volumi qui recensiti offrono tutti, in modo diverso e con maggiori o minori approfondimenti, una risposta relativa all'esistenza o meno di un impero americano e al suo grado di benevolenza, e lo fanno egregiamente, sulla base di ricerche e riflessioni di grande interesse. Naturalmente, tutt'e quattro i libri debbono confrontarsi con le conseguenze dell'emergere e dell'affermarsi nella politica degli Stati Uniti d'America dei neoconservatori. Lo fanno, comprensibilmente, con taglio diverso. Niall Ferguson e Charles S. Maier sono giustamente attenti alla lunga durata dei fenomeni che analizzano, mentre Mario Del Pero e Francis Fukuyama si collocano sul piano, lo dirò scherzosamente, della "corta durata", ovvero dell'analisi di un fenomeno preciso che può e probabilmente deve essere circoscritto per venire meglio inquadrato e valutato anche nelle sue conseguenze.

Lo storico italiano Mario Del Pero ha scelto come prospettiva quella dell'indagine sulle modalità con le quali Henry Kissinger tentò di stabilizzare l'assetto bipolare, l'equilibrio del terrore fra USA e URSS, basato sulla capacità delle due potenze nucleari di distruggersi vicendevolmente. Del Pero è straordinariamente critico del pensiero e dell'azione di Kissinger, talvolta, credo, persino esageratamente. La sua approfondita ricerca approda all'individuazione di due gravi limiti nell'opera dell'ambizioso professore di Harvard poi diventato segretario di Stato: «la scarsa se non nulla forza egemonica di un discorso che ambiva invece a fare e a costruire consenso; la sottovalutazione della tenuta e della robustezza di una tradizione di politica estera – morale, ideologica e messianica – che la crisi del contenimento aveva scalfito, ma non cancellato». Dalla reazione diffusa nella comunità della politica estera americana, Del Pero fa derivare la nascita del pensiero neoconservatore, anche se non trascura di esaminare i collegamenti con la politica interna. Proprio la critica e l'opposizione all'azione prolungata di Kissinger sulla scena mondiale, e alla sua imponente presenza per almeno sei lunghi e relativamente tormentati anni (1969-1975), hanno fatto maturare una nuova forma di conservatorismo. Sarebbe tuttavia errato, credo, sostenere che i neoconservatori abbiano acquisito il controllo dell'elaborazione e dell'attuazione della politica estera USA già dalla prima presidenza di Ronald Reagan. Più che la politica estera furono allora, semmai, le politiche economico-sociali ad acquisire lo stampo e il conio prepotente del neoconservatorismo. Peraltro, con Ronald Reagan cambiò in maniera molto rapida e inattesa tutto il clima politico nel suo complesso.

Giustamente, Del Pero nota la convergenza fra «neoconservatorismo e nuova destra» che «prossimi a unirsi, rilanciavano … un discorso di politica estera a contenuto ideologico alto e orgogliosamente rivendicato. Riaffermavano senza pudori la grandezza e l'unicità degli Stati Uniti e la necessità conseguente di riacquisire e rafforzare le prerogative dell'eccezionalità americana, a partire dalla preponderanza di potenza e dalla invulnerabilità». Sicuramente tutti – sia gli esponenti della vecchia e nuova destra, rigorosamente antikissingeriani, sia i neoconservatori allora sparsi – si sentirono rassicurati e gratificati dal crollo dell'"impero del male" (brillante definizione dell'Unione Sovietica formulata da Reagan che precede e ha ispirato quella del giovane Bush: "asse del male", riferita a Iraq, Corea del Nord e Iran). Anche grazie alle scelte di Reagan, gli USA riuscirono a sconfiggere e a fare crollare l'URSS e il comunismo politicamente e moralmente, diventando, con nuove e maggiori responsabilità, l'unica superpotenza. Incidentalmente, ma anche inevitabilmente, si apre qui il discorso sull'impero; si noti, però, che il termine aveva già fatto la sua comparsa nella definizione data da Reagan dell'Unione Sovietica.

 

Proprio in quegli anni, nel suo preveggente volume Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale (1996),i Samuel P. Huntington scrisse che gli USA non erano soltanto rimasti l'unica e sola superpotenza, ma che avrebbero inevitabilmente corso il rischio di diventare una superpotenza solitaria (lonely). Non del tutto consapevoli della sfida, ma sicuramente orgogliosi del potere acquisito (per quanto in maniera del tutto fortunosa) nella politica USA, i neoconservatori si sono accinti al compito di controllare e riformare il mondo. Lo hanno fatto, secondo Fukuyama, ispirandosi a quattro principi fondamentali: 1) la credenza che «il carattere interno dei regimi abbia importanza e che la politica estera debba riflettere i valori più profondi delle società liberaldemocratiche»; 2) la convinzione che «la potenza americana sia stata usata e debba essere usata per scopi morali e che sia necessario che gli Stati Uniti rimangano coinvolti negli affari internazionali»; 3) «la mancanza di fiducia nei progetti ambiziosi di ingegneria sociale»; e 4) «lo scetticismo riguardo alla legittimità e all'efficacia delle leggi e delle istituzioni internazionali per ottenere sia sicurezza che giustizia».

Il libro di Fukuyama è una vigorosissima critica della politica estera dell'amministrazione Bush, con particolare e puntuale riferimento alla guerra in Iraq e, al tempo stesso, un commiato non privo di tristezza e di rammarico da persone con le quali l'autorevole docente di Economia politica internazionale alla School of Advanced International Studies di Washington, D.C. (della quale il potente sottosegretario alla Difesa, Paul Wolfowitz, oggi presidente della Banca Mondiale, è stato per otto anni il Dean ovvero il preside) ha avuto una più che decennale consuetudine e comunanza di visione. Proprio per queste ragioni, che in nessun modo offuscano la lucidità né inacidiscono il tono dell'analisi, quanto scrive Fukuyama, autore molto produttivo e documentato, risulta particolarmente importante e rilevante, non soltanto per il passato, ma anche per il futuro.

Che cosa è il passato? Fukuyama è essenzialmente interessato al passato prossimo, le cui propaggini sono ancora con noi, vale a dire le ragioni della guerra in Iraq. Contrariamente a Ferguson, che si impegna in un'articolata e a volte esagerata difesa dell'amministrazione Bush e in una critica ancora più articolata e maliziosa degli uomini politici europei, che alla guerra si opposero, sottolineando che sono rappresentativi di non più di un quarto della "vecchia" Europa, Fukuyama ritiene che le motivazioni utilizzate da Bush, Rumsfeld e gli altri neoconservatori nell'amministrazione repubblicana non fossero affatto convincenti. Due i punti fermi essenziali della sua critica: 1) non sono state trovate armi di distruzioni di massa in Iraq; e 2) non sono stati provati i presunti legami fra Saddam Hussein e al Qaeda. Che il dittatore fosse sanguinario risulta certificato e accertato, ma che potesse essere rovesciato soltanto attraverso una guerra rimane molto discutibile. Se poi si dovessero rovesciare con le armi tutti i regimi dittatoriali sanguinari, allora già toccherebbe agli altri due "stati canaglia" dell'asse del male: Corea del Nord e Iran, e si porrebbe anche il caso drammatico dello Zimbabwe di Robert Mugabe.

Fin dall'inizio (da quando cioè aveva ancora accesso alla Casa Bianca) contrario alla soluzione bellica, Fukuyama avanza obiezioni severe sulla strategia perseguita dall'amministrazione Bush e, più precisamente, sulla guerra preventiva e sul "cambio di regime", perché in entrambi i casi la loro programmazione gli era parsa (adesso è lampante) chiaramente inadeguata e improvvisata. Non si tratta, naturalmente, di problemi esclusivamente tecnici, anche se ve ne sono e molto rilevanti: quanti soldati debbono essere mandati in Iraq, per quanto tempo debbono esservi mantenuti e quali compiti debbono essere loro affidati.

Appare politicamente inaccettabile chiedere al "popolo americano" di sostenere i suoi boys and girls in Iraq per un periodo di tempo indefinito, a maggior ragione quando gli esperti sostengono che sarebbe necessario averne almeno cinquecentomila di quelle ragazze e ragazzi, meglio addestrati non soltanto in operazioni di war-making, ma anche di peace-keeping. Non è il costo economico che diventa troppo oneroso, poiché, fortunatamente per Bush, il resto del mondo continua a finanziare il deficit statunitense, ma il costo politico. Soprattutto, secondo Fukuyama, è l'assunto: "cambio di regime uguale nascita della democrazia" che si è rivelato fin dall'inizio poco sostenibile e per nulla realistico. A livello di inciso, occorre osservare che i neoconservatori hanno a questo proposito stravolto uno dei loro principi ispiratori, vale a dire la scarsa fiducia nell'ingegneria sociale, affermando in effetti di essere in grado di "costruire la democrazia"; non hanno poi saputo consultare tutta l'imponente e spesso illuminante letteratura prodotta anche da studiosi americani sullo sviluppo politico, sui processi di state- e nation-building. È una letteratura, dimenticata o ignorata dai neoconservatori (che pure si vantano della loro superiore conoscenza delle tematiche), che trova una pietra miliare in un altro volume di Huntington, Ordinamento politico e mutamento sociale (1968).ii

Un regime può essere distrutto dall'esterno, anche facilmente, sostiene Fukuyama. Molto più difficile e, anzi, quasi del tutto improbabile è costruire dall'esterno, in assenza di significativi referenti interni, un nuovo regime, addirittura una inusitata democrazia. Meglio sarebbe – è questo il suggerimento operativo di Fukuyama – preoccuparsi di gettare le basi di uno stato che, grazie a una burocrazia efficiente e a forze militari e di polizia, garantisca ordine e servizi; e favorire la crescita di sentimenti di appartenenza a una comunità nazionale, non a un gruppo etnico-religioso, difficilmente compatibili con un'occupazione militare straniera. Questi processi sarebbero resi meno onerosi e acquisirebbero maggiori probabilità di successo, argomenta Fukuyama, se gli Stati Uniti cercassero di operare in collaborazione con una molteplicità di istituzioni internazionali (non necessariamente le sole Nazioni Unite, la cui irrilevanza viene denunciata in maniera persino troppo sprezzante da Ferguson). «Un punto di vista autenticamente liberale», scrive dunque Fukuyama, «sosterrebbe non un unico, onnicomprensivo ordine liberale, ma piuttosto una molteplicità di istituzioni e forme istituzionali in grado di disciplinare una grande quantità di questioni di sicurezza, economiche, ambientali e di altro genere».

Naturalmente, un impero, più o meno consapevole di sé, vede le istituzioni internazionali come il fumo negli occhi, se non peggio: come i lacci e i laccioli che imprigionarono Gulliver (notoriamente un chiaro riferimento metaforico allo strapotere statunitense). Fukuyama rifugge accuratamente dall'usare l'espressione "impero" riferendola agli USA, preferendo il termine "egemonia", talvolta accompagnato dall'aggettivo benigna. Evita anche di farsi ingabbiare in una visione dell'eccezionalismo americano collegato e basato su affermazioni di superiorità morale degli americani (rivendicazione che sta, invece, nel cuore dei neoconservatori). Al contrario, per rivendicare l'"eccezionalismo" e giustificarlo, sostiene Fukuyama, appare indispensabile prendere le decisioni giuste, «ma se le decisioni americane si rivelano meno lungimiranti di quelle di altri, allora il nostro mondo unipolare si trova in grosse difficoltà». È a questo punto che le considerazioni maggiormente legate ai tempi e ai luoghi, svolte con grande incisività da Fukuyama, si intrecciano con visioni di più lungo periodo della storia, più precisamente della storia degli imperi, formulate, con taglio molto diverso, ma con grande intelligenza, da Niall Ferguson e, in special modo, da Charles S. Maier. Cercherò di rendere conto di entrambi i volumi, che costituiscono imprese di eccellenza, collegando alcune delle loro originali osservazioni con la guerra in Iraq, senza affatto fare violenza né alla contemporaneità né alla profondità dell'excursus storico di grande interesse effettuato da entrambi.

 

Qualsiasi cosa siano stati e riescano a essere gli imperi – questo il tema brillantemente affrontato e sviluppato da Maier –, il loro contributo consiste nello stabilizzare una situazione e nell'offrire beni collettivi/pubblici: ordine politico, sicurezza e libertà dei commerci. Gli imperi, sottolinea Maier, hanno sicuramente una componente che implica violenza e spargimento di sangue, ma contemplano anche missioni civilizzatrici, la diffusione di stili culturali, la propagazione di religioni mondiali, la soppressione di pratiche percepite come barbariche. Con l'appoggio di una mole di dati rilevanti, Ferguson va addirittura oltre e lo scrive senza riserve, persino con compiacimento (in special modo quando si riferisce all'impero inglese): «Un argomento centrale della mia tesi è che è esistito un imperialismo liberale e che, nel complesso, è stato un fenomeno positivo». Il genuino imperialismo liberale è stato, per l'appunto, quello inglese. Fra i diversi meriti che Ferguson gli attribuisce ne scelgo due che mi sembrano particolarmente importanti: «Il principio di legalità era parte integrante delle istituzioni e l'amministrazione era tutto sommato priva di corruzione, soprattutto ai livelli più elevati. Il potere veniva trasferito a organi di rappresentanza solo per gradi, dopo che lo sviluppo economico e sociale aveva raggiunto un livello ritenuto adatto».

Nella sua straordinariamente colta comparazione dei vari imperi esistiti fino a oggi, con brillanti e spesso sarcastici riferimenti all'amministrazione repubblicana da lui chiamata "Bush II", Maier mette in rilievo tre punti analiticamente e politicamente molto rilevanti. Punto primo: intercorre una differenza notevole fra "essere" un impero e "avere" un impero. Utilizzando la definizione di impero in maniera flessibile, gli USA, che non desiderano conquiste territoriali, sono tuttavia, e inevitabilmente, un impero; sono considerati dai leader delle loro "province", anche europee, capaci di garantire la pax americana e tutto quanto di benefico ne consegue. Eppure, gli Stati Uniti non posseggono un vero e proprio impero. Punto secondo: gli americani sono fondamentalmente degli imperialisti riluttanti che, al massimo, gradirebbero "essere" tali, senza accettarne fino in fondo le responsabilità. Punto terzo: svolgere il ruolo di impero finisce comunque per produrre conseguenze negative sulla politica interna, genera la corruzione della repubblica, stravolge le istituzioni.

In generale, pur nel differente percorso attraverso il quale sviluppa la sua argomentazione, molto meno critica nei confronti di Bush e della guerra in Iraq, lo storico inglese Niall Ferguson giunge a una conclusione sostanzialmente simile. Le ultime parole del suo denso saggio riguardano la probabilità che «per gli Stati Uniti, come per la Roma di Gibbon, il declino imperiale origini dall'interno». È una conclusione tanto problematica quanto fertile. Conduce infatti, da un lato, a interrogare Maier, che manifesta serie preoccupazioni sul deterioramento della qualità della democrazia USA a opera dei neoconservatori; dall'altro, a riflettere sul tipo di consapevolezza che quei neoconservatori hanno delle loro azioni e, più in generale, del loro ruolo. La risposta di Maier si trova in una lunga e preoccupata alternativa: se gli americani resteranno in Iraq, confermando la linea interventista della loro azione imperiale a livello globale, o se invece opteranno per abbandonare il paese, superpotenza giovane ed esuberante, quasi sbadata, dice Maier, nell'uso della forza e di umore incostante.

È notevole la convergenza di questa problematica con l'analisi e con le preoccupazioni, ovviamente più immediatamente operative, di Fukuyama. Una superpotenza che cambia umore e fa ricorso alla forza perché non intende esplorare alternative più "pazienti" incontrerà enormi problemi nella costruzione e nel mantenimento del suo impero. I problemi sono da almeno un paio d'anni visibili sul campo di battaglia iracheno. E la colpa è dei neoconservatori, che hanno sottovalutato le difficoltà e non sanno ergersi al livello delle responsabilità che si sono sbadatamente (uso la terminologia di Maier) assunte. Secondo l'opinione di Maier, che condivido, si arriva al paradosso che per tutta la guerra fredda (1946-1989) la pax americana è stata sicuramente favorita dall'essere gli Stati Uniti d'America un impero benevolo e riconosciuto come tale dagli europei. In quella fase, gli USA hanno fornito beni collettivi internazionali che nessun'altra potenza economica e militare avrebbe saputo distribuire con altrettanta capacità e, credo si possa aggiungere, con altrettanta generosità. Invece, nella loro altezzosità intellettuale, spesso non giustificata, sostiene Fukuyama, dal loro livello di conoscenza della storia, della scienza politica, delle relazioni internazionali, dello sviluppo economico, i neoconservatori si sono "allargati" troppo. Non hanno capito che la democrazia non può essere il primo e unico obiettivo della loro presenza in Iraq. Non sanno che l'ordine politico precede la democrazia, che necessita di uno stato e di preesistenti e diffusi sentimenti nazionali. All'uopo, mentre Ferguson vede il declino di un impero USA, che non si è mai del tutto affermato, e Maier sottolinea che la traiettoria imperiale, pur entrando in contraddizione con le istituzioni e i sentimenti degli americani, ha la sua attrattiva, Fukuyama conclude in maniera operativa, ma non banalmente pragmatica, che quello di cui hanno bisogno gli USA è una politica estera improntata al wilsonismo internazionalista liberale.

Oserei affermare che questa prospettiva, del tutto opposta a quanto hanno arrogantemente fatto i neoconservatori dell'era "Bush II" al potere, consentirebbe anche di definire un ordine internazionale nel quale i beni pubblici verranno forniti da un repertorio di organizzazioni in grado di acquisire le competenze e le risorse per favorire il progresso, più di quanto abbiano saputo fare gli imperi migliori, tanto efficacemente analizzati da Ferguson (e da lui rimpianti) e da Maier. Dovrebbe essere il compito prioritario dei neoprogressisti, al di là e al di qua dell'Atlantico. Se ce ne sono, in numero sufficiente e con elaborazioni adeguate.

i . S.P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Milano, Garzanti, 1997 (ed. orig. 1996).

ii . Id., Ordinamento politico e mutamento sociale. Analisi dei fattori di crisi del sistema e delle soluzioni possibili, Milano, Angeli, 1975 (ed. orig. 1968).


GIANFRANCO PASQUINO è professore di Scienza politica nell'Università di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. Con Donatella Campus, ha scritto USA: Elezioni e sistema politico (Bononia University Press, 20052); e con Riccardo Pelizzo, Parlamenti democratici (Il Mulino, 2006). Il suo volume più recente è Sistemi elettorali (Il Mulino, 2006).

 
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