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Il primato dell'azione
LUCIANO MECACCI
GIACOMO RIZZOLATTI e CORRADO SINIGAGLIA, So quel che fai. Il cervello che agisce
e i neuroni specchio, Milano, Raffaello Cortina, pp. IX-216, €21,00
La più importante scoperta dell'ultimo decennio nel campo delle neuroscienze
è merito di Giacomo Rizzolatti, alla guida di un competente e brillante team di ricercatori
dell'Università di Parma, e riguarda un particolare gruppo di neuroni il cui funzionamento
era del tutto insospettato. Il libro So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio,
che Rizzolatti ha scritto con il filosofo della scienza Corrado Sinigaglia, ha il pregio di illustrare
le principali caratteristiche di questa specifica classe di cellule nervose corticali
denominate, appunto, neuroni specchio , associando a un'esposizione molto chiara
di questioni tecniche, di per sé complesse, una solida argomentazione sulle implicazioni
teoriche dei nuovi dati relativi alle funzioni della corteccia cerebrale. In breve, si tratta
di uno dei libri più originali e lucidi sull'architettura neuronale che siano usciti
negli ultimi tempi.
Rimanendo nell'ambito delle opere divulgative sul cervello, lo accosterei, per capacità
di sintesi e spessore concettuale, ai classici articoli di Ivan P. Pavlov sui riflessi condizionati
del primo Novecento e ai libri dei neurofisiologi Edgar D. Adrian (Le basi fisiologiche della
percezione, 1947) e Ragnar Granit (La finalità del cervello, 1977): tre scienziati
premiati con il Nobel, un riconoscimento che si dice potrebbe ora toccare anche allo
stesso Rizzolatti. L'importanza di queste ricerche non consiste soltanto anche
se ciò sarebbe stato più che sufficiente ad assicurare agli autori un posto di primo
piano nella storia delle neuroscienze nell'avere individuato un ulteriore tipo
di specializzazione funzionale lungo la strada inaugurata, alla fine degli anni '50, dagli
studi di David H. Hubel e Torsten N. Wiesel sulle proprietà dei neuroni della corteccia
visiva. Quella problematica venne ulteriormente ampliata dalle ricerche sulla sensibilità
al contrasto compiute negli anni '60 e '70 da Fergus W. Campbell a Cambridge e da Lamberto
Maffei, Adriana Fiorentini e i loro collaboratori a Pisa (ricerche, queste ultime, successivamente
sviluppatesi nel settore della neurobiologia della visione con eccezionali risultati, annunciati
alcune settimane fa, sulle capacità rigenerative del sistema visivo).i
Il lavoro del gruppo di Rizzolatti del 1996ii che dette il via nei laboratori
di tutto il mondo a numerose ricerche di conferma e approfondimento delle proprietà dei
neuroni specchio fece subito intravedere una sorta di rivoluzione nella concezione generale
del funzionamento del cervello. Si stava assistendo non solo a un arricchimento delle conoscenze
su come è fatto questo sistema, composto nella specie umana da circa dieci miliardi di neuroni
tra loro interconnessi (un «telaio incantato», come lo definí Charles S. Sherrington,
un altro grande neurofisiologo), ma si delineava soprattutto un nuovo modo di concepire il rapporto
tra cervello, mente e comportamento.
Occorre precisare che si è esagerato quando è stato annunciato che, grazie alle
implicazioni dei dati della neurofisiologia sui neuroni specchio, si sarebbe arrivati a un profondo
ridimensionamento delle ambizioni della psicologia nella spiegazione dei processi mentali.
Certo è che Rizzolatti e collaboratori non sono stati tentati da questa nuova forma di riduzionismo.
Lo dimostra proprio questo libro che, destinato a un pubblico di non addetti ai lavori, poteva facilmente
scivolare lungo una tale china. Seppure guidato da teorie e modelli sul funzionamento del cervello,
Rizzolatti è uno scienziato che non va al di là dei dati empirici: è prudente
nell'avanzare generalizzazioni ed estrapolazioni dei suoi risultati a settori di indagine
diversi da quelli propri delle neuroscienze. Il libro non manca tuttavia di rinviare ad alcuni
nodi concettuali che sono al centro di una possibile svolta nella fondazione stessa della psicologia.
Su questo aspetto intendo svolgere alcune considerazioni di carattere storico e teorico dopo
aver riassunto brevemente le proprietà dei neuroni studiati da Rizzolatti e collaboratori.
Innanzitutto, come giustamente insistono Rizzolatti e Sinigaglia, i neuroni specchio non
sono un pool isolato, autoctono e autoreferenziale di cellule corticali, ma sono inseriti in una
rete intricata di altri milioni di neuroni con funzioni specifiche e diverse. I neuroni specchio
sono "emersi" nell'evoluzione delle specie più avanzate nella scala filogenetica
(i dati sono stati ottenuti soprattutto nelle scimmie, ma vi è anche una buona documentazione
per quanto riguarda il cervello umano) all'interno di un sistema di adattamento all'ambiente
in cui è fondamentale non solo il riconoscimento degli oggetti, o meglio della loro funzione
e utilità ai fini della realizzazione di un certo scopo, ma anche la loro manipolazione.
Allo stesso tempo la manipolazione di un oggetto è strettamente collegata alla finalità
dell'azione che si intende svolgere. Un semplice esempio potrà aiutarci a meglio
comprendere la questione. Sto pranzando e nella scodella vi sono gli spaghetti. Avendo a disposizione
un cucchiaio e una forchetta, oggetti di cui conosco l'impiego, scelgo la forchetta. So come
si impugna la forchetta e come la devo muovere per mangiare gli spaghetti e se voglio anche un po'
di formaggio ricorro al cucchiaio per versarlo sulla pasta. Gli oggetti vengono riconosciuti
in questo caso grazie al sistema visivo (ovviamente saprei distinguere un cucchiaio da una forchetta
toccandoli a occhi chiusi), ma l'atto di riconoscerli non è sufficiente. Nel momento
in cui riconosco la forchetta e il cucchiaio, so anche a che cosa servono, come si afferrano e come
si manipolano a seconda delle azioni che devo compiere. I neuroni del sistema visivo (parte posteriore
della corteccia cerebrale) sono specializzati nel distinguere una forma da un'altra, ma
se si tratta di riconoscere un oggetto con le finalità prima descritte, occorrono varie
altre classi di neuroni.
In primo luogo entrano in gioco i neuroni dell'area intraparietale anteriore o AIP (nella
scimmia), specializzati nel riconoscere quali siano le caratteristiche dell'oggetto
che ne permettono la manipolazione. Rizzolatti e Sinigaglia citano a ragione il concetto di affordance
introdotto dallo psicologo James J. Gibson, per il quale «la percezione visiva di un oggetto
comporta l'immediata e automatica selezione delle proprietà intrinseche che ci
consentono di interagire con esso. Queste "non sono solo delle proprietà fisiche
[o geometriche] astratte", ma incarnano delle opportunità pratiche che
l'oggetto per cosí dire offre all'organismo che lo percepisce».
Poi vi è un'altra classe di neuroni, collocati nell'area F5, nella corteccia
premotoria (parte anteriore della corteccia cerebrale), connessa ai neuroni precedenti, che
a loro volta sono specializzati nella traduzione in atti motori relativi e congruenti dell'informazione
visiva loro trasmessa.
Una caratteristica molto importante di questi neuroni F5 è che essi non riguardano l'esecuzione
diretta del movimento (controllata infatti da altri neuroni della corteccia motoria), ma l'atto
in se stesso: a esempio, il fatto che per mangiare gli spaghetti la forchetta debba essere impugnata
e mossa in un certo modo (se poi si usa la mano destra o la sinistra, questo è un passo successivo
relativo all'esecuzione che sarà controllato dai neuroni della corteccia motoria
controlaterale all'arto usato). Cosí appena si vede una forchetta, un sistema visuo-motorio
integrato di milioni di neuroni fa scattare l'operazione relativa.
Rizzolatti e Sinigaglia notano come da questi dati sull'organizzazione corticale dell'azione
risulti un'innovazione concettuale fondamentale. Ricordiamo che nella neurofisiologia
il cervello è stato concepito generalmente come un sistema di conoscenza. L'informazione
arriva dal mondo esterno, entra nel cervello, viene elaborata, ed eventualmente, ma comunque
successivamente, il cervello emette l'azione in risposta: prima si conosce e poi, forse,
si agisce. I nuovi dati mettono al contrario in evidenza che non vi è una scissione tra cognizione
e azione: all'arrivo di un'informazione, il programma motorio relativo viene automaticamente
attivato. Un oggetto è conosciuto in quanto si sa come usarlo.
Lo spostamento dall'idea di un cervello come strumento di reazioni al mondo esterno a
quella di un cervello strumento di azioni sul mondo esterno va nella direzione auspicata dal fisiologo
russo Nikolaj A. Bernstejn, che a metà del Novecento criticò la teoria pavloviana
dei riflessi condizionati, sostenendo la necessità di abbandonare una concezione meccanicistica
delle funzioni del sistema nervoso del tipo stimolo-risposta. In sostanza si tratta della critica
a un modello ancora più antico di quello pavloviano, il modello cartesiano, nel quale la distinzione
tra mente e corpo portò a una separazione tra cognizione (mente) e azione (corpo) che avrebbe
inquinato per secoli la ricerca psicologica. A questo proposito sono adeguati, oltre che eleganti,
i riferimenti che Rizzolatti e Sinigaglia fanno a Poincaré, Husserl e Merleau-Ponty. Il
corpo di un animale, controllato dal suo cervello, agisce in uno spazio nel quale vi sono i suoi
oggetti, con cui interagisce nella vita quotidiana, per la sua sopravvivenza. Io, il mio spazio,
i miei oggetti, siamo un tutt'uno. So come muovermi nello spazio, so come agire al suo interno;
so avvalermi degli oggetti che nel corso dell'evoluzione e nel corso della storia sono stati
adattati come strumenti ai fini della sopravvivenza mia e della specie.
Questa descrizione, che oggi trova una solida conferma nelle ricerche neurofisiologiche
del gruppo di Rizzolatti, richiama almeno due concetti della psicologia che furono proposti in
una prospettiva anticartesiana e antimeccanicistica. Da una parte, l'idea di spazio o ambiente
formulata agli inizi del Novecento dall'etologo ante litteram Jakob von Uexküll
per cui ogni specie animale ha un suo spazio o ambiente entro cui agisce e le specie animali non condividono
uno spazio comune, neutro o vuoto. Dall'altra, il concetto di attività formulato
dalla scuola russa il cui caposcuola fu L.S. Vygotskij e i cui principali esponenti furono Aleksej
N. Leont'ev e Aleksandr R. Luria. Per questi psicologi russi la mente umana non era un sistema
astratto di elaborazione cognitiva alla Cartesio (per cui la mente sarebbe stata poi paragonata
a un computer), ma un sistema incarnato in un corpo, che agisce in un ambiente specifico solo grazie
alla mediazione di oggetti e strumenti.iii
Le specie animali, almeno le più evolute, hanno a disposizione geneticamente non solo
un sistema neuronale per conoscere-agire nel proprio mondo, ma anche neuroni che allo stesso tempo
elaborano una rappresentazione dei propri atti e una rappresentazione degli atti altrui. Questi
neuroni, i neuroni specchio, rispondono sia quando si sta compiendo un'azione sia quando
si sta osservando un altro individuo, animale o umano, che sta compiendo la stessa azione (o sono
io ad afferrare la forchetta o è qualcun altro a farlo). Nella specie umana, i neuroni specchio
che rispondono durante l'osservazione delle azioni di altre persone sono localizzati nella
porzione anteriore del lobo parietale inferiore, nel settore inferiore del giro precentrale
e nel settore posteriore del giro frontale inferiore. Essi riconoscono lo scopo dell'atto
motorio e codificano l'organizzazione temporale dei movimenti utili all'atto stesso.
Il salto funzionale costituito dai neuroni specchio è facilmente comprensibile. I membri
delle specie animali che sono dotate di questi neuroni condividono lo stesso spazio entro cui agire,
come si è detto, ma possono anche modulare la loro interazione (il modo in cui agisco nel mio
ambiente, quello in cui agisce l'altro e la mia azione di conseguenza), riconoscendo, imitando,
migliorando le azioni altrui.
Il cervello umano non sarebbe quindi un sistema di specchi al servizio dell'anima per
fornirle immagini, pur deformate, del mondo in senso fisico. Questa, come si sa, è stata un'idea
fissa del pensiero occidentale, su cui richiamò l'attenzione tra gli altri il filosofo
statunitense Richard Rorty in un libro famoso.iv Mantenendo la metafora dello specchio
adottata anche da Rizzolatti e dai suoi collaboratori, si tratterebbe soprattutto, e prima di
tutto, di un sistema di rispecchiamento dell'azione altrui. Cosí, nell'evoluzione
funzionale del cervello dei mammiferi superiori, l'azione precederebbe la cognizione.
Non si può qui sfuggire alla citazione di un celebre passo di Vygotskij. Discutendo dei rapporti
tra i due principali strumenti della cognizione umana, il pensiero e il linguaggio, lo psicologo
russo faceva salt
i . T. Pizzorusso, P. Medini, S. Landi, S. Baldini, N. Berardi e L. Maffei, "Structural
and functional recovery from early monocular deprivation in adult rats", Proceedings
of the National Academy of Sciences of the United States of America, 30 maggio 2006, vol. 103,
pp. 8517-8522.
ii . V. Gallese, L. Fadiga, L. Fogassi e G. Rizzolatti, "Action recognition
in the premotor cortex", Brain, 1996, vol. 119, pp. 593-609.
iii . L.S. Vygotskij e A.R. Lurija, Strumento e segno nello sviluppo del bambino,
Roma-Bari, Laterza, 1997 (ed. orig. 1930); A.N. Leont'ev, Attività, coscienza,
personalità, Firenze, Giunti Barbèra, 1977 (ed. orig. 1975). Cfr. M.S. Veggetti,
Psicologia storico-culturale e attività, Roma, Carocci, 2006.
iv . R. Rorty, La filosofia e lo specchio della natura, Milano, Bompiani,
1986 (ed. orig. 1976).
v . L.S. Vygotskij, Pensiero e linguaggio, a cura di L. Mecacci, Roma-Bari,
Laterza, 20048, p. 395.
LUCIANO MECACCI insegna Psicologia Generale nell'Università degli Studi
di Firenze ed è autore di numerosi libri, tra cui Storia della psicologia del Novecento
(Laterza, 200616 ). |