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Memorie comuniste
GIANFRANCO PASQUINO
GIORGIO NAPOLITANO, Dal Pci al socialismo europeo. Un'autobiografia politica,
Roma-Bari, Laterza, pp. 346, €22,00
ROSSANA ROSSANDA, La ragazza del secolo scorso, Torino, Einaudi, pp. 385,
€18,00
Due importanti personalità comuniste hanno deciso di festeggiare il loro ottantesimo
compleanno scrivendo l'autobiografia. (Le astuzie della storia hanno poi concesso a Napolitano
di festeggiare il suo ottantunesimo compleanno da Presidente della Repubblica: Auguri e congratulazioni
vivissime.) Avendo letto l'esito, non privo di compiacimento da parte di entrambi, posso
affermare che hanno sfruttato l'occasione con profitto, proprio e dei lettori. Le due autobiografie
si leggono con interesse e sono davvero istruttive. Naturalmente, le vite politiche di Giorgio
Napolitano e Rossana Rossanda non potrebbero essere più diverse, come molto diverso è
il loro pensiero politico e persino il loro modo di raccontare, tanto che, presumo, non gradiranno
di essere collocati insieme in questa recensione. Eppure, Napolitano e Rossanda hanno trascorso
assieme almeno vent'anni e forse più nel Partito comunista italiano. A un certo punto
del loro percorso, che nasce in due zone opposte del paese, a Napoli e a Milano, hanno entrambi ricoperto
persino la stessa carica: responsabili delle attività culturali del partito, che significava
allora tenere i rapporti con gli intellettuali, non soltanto comunisti, e tentare di applicare
la strategia gramsciana di conquista del consenso all'intellighenzia italiana. Per entrambi,
a giudicare da come la raccontano, questa fase specifica della loro vita politica è stata
un'esperienza gratificante, anche a prescindere dall'inevitabile componente egemonica
(o, forse, proprio per questa componente…), che era comunque insita nel compito politico
loro affidato. Per il resto, la diversità di azione e di interpretazione, persino di spazio
temporale coperto, rende questi due libri difficilissimi da accomunare se non negli interrogativi
essenziali, che provo a formulare con chiarezza per offrire al lettore una chiave di lettura che
spero sia interessante.
Sono due storie comuniste che si dipanano nel secolo scorso, come opportunamente, e con una
certa civetteria, segnala fin dal titolo La ragazza del secolo scorso Rossana
Rossanda. Per lei, certamente, il Novecento è stato, come ha scritto l'autorevole
storico inglese Eric Hobsbawm, un secolo molto breve, tutto racchiuso nell'arco dell'esperienza
comunista. Tuttavia, confesso che avrei voluto saperne di più sulla vita politica fuori
dal Pci condotta da Rossanda, una donna che non ha rinunciato alla propria utopia comunista neppure
quando è stata espulsa dal partito. Se ne deve forse dedurre che fuori dal partito non c'è
più politica possibile? Comunque sia, la scelta compiuta dalla «ragazza del secolo
scorso» di privare il lettore del resoconto di quasi trent'anni di attività
politica sulle pagine del Manifesto, in conferenze e in dibattiti, non mi è affatto
parsa felice. È limitativa e sostanzialmente illogica. Quella «ragazza» ha
avuto una vita familiare interessante, raccontata splendidamente, per gli anni che precedettero
la sua iscrizione al Pci, e ha avuto una vita politica e culturale, dopo l'espulsione dal partito,
immotivatamente mutilata in questa testimonianza.
Tornando al necessario punto di partenza, il primo interrogativo, adesso che le vicende
del comunismo europeo e di quello italiano si sono definitivamente e non positivamente concluse
(questo è un understatement anglosassone che piacerà a Napolitano,
ma che non farà né caldo né freddo a Rossanda, rocciosamente chiusa nelle sue
convinzioni), è come sono diventati comunisti due italiani di origine quantomeno borghese?
Nessuno dei due offre una risposta precisa e articolata, ma non per reticenza. Per entrambi, la
spinta fondamentale all'adesione al Pci sembra essere venuta dalle circostanze, quasi
dalla forza delle cose, dalla caduta del fascismo, dalla Resistenza («Chi divenne comunista
nella Resistenza fu gente particolare, nata allora, decisa e, mi pare, risolutamente realista»,
scrive Rossanda, quasi a negare, in modo assai poco convincente, la componente ideologica) e dal
desiderio di partecipare al cambiamento, al rinnovamento dell'Italia. È un desiderio
che si esprime anche nel tentativo di migliorare la vita dei ceti che stavano visibilmente peggio.
I comunisti «configuravano una società altra», sottolinea Rossanda, «nella
quale … si volevano i più uguali e i più disciplinati, gli sfruttati e oppressi
ma sicuri di capire più degli altri le leggi che fanno andare il mondo, con semplicità
e presunzione».
Né per Rossanda né per Napolitano, dunque, l'approdo quasi naturale all'iscrizione
al Partito comunista sembra essere stato il frutto di una scelta ideologica, di una maturazione
attraverso sacri testi marxisti, di aspirazioni rivoluzionarie. Nessuno dei due si interroga,
se non marginalmente, sulle alternative al proprio impegno politico: per Napolitano, l'avvocatura
sulle orme del padre; per Rossanda, forse, la ricerca universitaria oppure un lavoro in una casa
editrice. Nessuno dei due manifesta dei ripensamenti. Il partito li accoglie. Organizza la loro
esistenza. Offre una molteplicità di opportunità e di esperienze. Garantisce
riconoscimenti, ideali e personali, anche di carriera. Per entrambi, il prezzo da pagare sembra
consistere quasi esclusivamente nell'assorbimento del loro tempo di vita, sacrificio
del quale, peraltro, nessuno dei due si lamenta. Una volta preso atto che la politica, se la si vuole
fare con l'intensità e la continuità necessarie, non lascia tempo libero,
il sacrificio non appare neppure tale. È semplicemente la logica conseguenza di una libera
scelta.
Il partito è accogliente, ma è anche piuttosto esigente. E qualche volta non è
soltanto esigente, ma è anche oppressivo: in particolare in alcuni drammatici momenti nel
periodo tra il 1944 e il 1969 (assumo come conclusione di questo periodo la data nella quale Rossanda
e il gruppo del Manifesto furono radiati dal Pci), soprattutto nell'indimenticabile
1956 e nel 1968, quando i carri armati sovietici e del Patto di Varsavia schiacciarono la rivoluzione
ungherese e spensero la Primavera di Praga. Il Rapporto Chruscëv sui crimini di Stalin e la
durissima e sanguinosa repressione della rivoluzione ungherese continuano ad apparire a chi
non è mai stato comunista, ma si è sempre considerato di sinistra, due prove molto ardue
da superare e digerire. Napolitano e Rossanda rimasero nel partito e non combatterono nessuna
battaglia per imporre una lettura più appropriata e più aperta di quegli avvenimenti
e delle loro conseguenze. Sembrerebbe che anche per loro, come per la stragrande maggioranza dei
comunisti, non si potesse, ma neppure si dovesse, avere ragione contro il partito. Anzi, non era
quasi concepibile semplicemente tentare di avere ragione contro il partito. «La verità»,
scrive Napolitano nel suo Dal Pci al socialismo europeo, «è che vedevamo poco,
sentivamo poco le grandi questioni di principio libertà e democrazia che
erano in giuoco nel giudizio sui "fatti d'Ungheria". O meglio, restavamo nel
chiuso di certezze ideologiche acquisite nel partito e in quel momento comodamente protettive».
Quanto a Rossanda, la sua versione è un po' più intellettualistica: «Nell'autunno
del 1956 la detta bandiera [quella rossa] sventolava ancora sul Cremlino e la lacerazione era quella
nel partito, il nostro. Il quale era certo diverso da quel Pcus con le radici nella neve e negli zar,
noi stavamo, bene o male, nella modernità e in democrazia. Ma quell'anno il sedativo
cessò di funzionare. Togliatti ci aveva nascosto la verità. "Noi non sapevamo
né potevamo immaginare." Aveva mentito. E gli altri compagni della direzione? Possibile
che non sapessero o non chiedessero?».
Comunque, una volta saputo, anche senza bisogno di chiedere, visto che il materiale informativo
era ampiamente disponibile, né Napolitano né Rossanda decidono di seguire quei compagni,
molti dei quali nient'affatto marginali, che se ne vanno. Certo, entrambi criticano Palmiro
Togliatti, in particolare a proposito della sua personale politica culturale, tradizionale,
asfittica, chiusa a tutto quanto fosse moderno; tuttavia, quando, per esempio, Napolitano deciderà
di criticare Enrico Berlinguer, lo farà ricorrendo a un discorso di Togliatti. È
un altro segnale della sua naturale inclinazione a esprimersi in modo diplomatico. E di tali segnali,
nel libro come nell'attività pubblica di Napolitano, se ne trovano molti, persino
troppi, anche agli occhi di qualcuno dei suoi stessi sostenitori.
Al contrario, Rossanda non è particolarmente nota per tenere basso lo scontro politico.
Tuttavia, almeno nelle sue memorie, non è affatto propensa a ricordare asprezze e scontri.
Semmai, sottolinea con rassegnato dolore quanto poco solidali con lei, al momento della sua forzata
e forzosa esclusione dal partito, siano stati i compagni, che pure condividevano non poche delle
sue idee politiche (a esempio, il più autorevole e il più potente fra loro, Pietro Ingrao,
al quale, peraltro, il riferimento rimane sempre affettuoso). Per l'appunto, un interrogativo
centrale che chiunque conosca qualcosa del Pci e dei percorsi di Napolitano e di Rossanda deve porsi
concerne le idee politiche e il dibattito fra concezioni diverse nel partito. La mia valutazione
è che il centralismo democratico sia stato deleterio, anche per l'azione del partito,
non tanto perché troppo spesso nient'affatto democratico, ma essenzialmente burocratico,
quanto perché impediva la circolazione delle idee e spegneva soprattutto quelle idee che
avrebbero potuto vivificare un grande partito di massa.
La distanza ideologica che intercorre fra Napolitano e Rossanda mi sembra enorme, ma quello
che più conta è che ancora maggiore appare la distanza fra le prospettive che essi perseguivano
nel partito. Nonostante la sua a lungo disciplinata attività nel Pci, Rossanda sembra,
o almeno cosí interpreto quello che scrive, avere sempre intrattenuto una doppia (non duplice)
concezione del partito: indispensabile struttura di guida verso una società socialista,
quindi, con una sua dinamica specifica, che implicava la disciplina dei dirigenti; ma anche strumento
del progresso delle classi sociali subalterne e, infine, dei movimenti sociali, in particolare
degli operai e degli studenti (un po' meno delle donne), se avesse saputo accoglierne e interpretarne
le esigenze e le spinte.
A Napolitano è stata spesso rimproverata una visione quasi esclusivamente istituzionale
sia del partito sia della politica. Le sue memorie non lo smentiscono, al contrario; il suo percorso
politico complessivo, in special modo dopo il crollo del comunismo, neppure. Anzi, a rischio di
esagerare, vi leggo un eccesso di continuismo, come quando nel pieno della difficile, male impostata
e peggio guidata trasformazione dal Pci al Pds, Napolitano scrive della necessità di «trasfonderne
[del Pci] l'originale e vitale nucleo democratico e riformista nel Partito democratico
della sinistra … rifiutandone dunque ogni liquidazione sommaria e globale». Paradossalmente,
il gruppo dirigente della svolta "liquida" il Pci proprio perché non crede all'esistenza
del «vitale nucleo democratico e riformista», ma anche perché quel nucleo, se
esisteva, era nella sua essenza, "socialdemocratico", quindi sgradito ai giovani
quarantenni, o poco più, tanto rampanti quanto provinciali.
Schematizzando, potremmo sostenere che dopo la sua espulsione dal Pci, Rossanda diventa interprete
vigorosa e aggressiva di tutto quello che si muove in alternativa e in opposizione alla politica
ufficiale, con molte punte di estremismo, spesso compiaciuto. E sarebbe stato bello sentirsele
raccontare nelle sue memorie. Dopo il crollo del comunismo, Napolitano, prima presidente della
Camera dei deputati, poi ministro degli Interni (anche se, non casualmente, avrebbe di gran lunga
preferito il Ministero degli Esteri), poi parlamentare europeo e presidente della Commissione
Affari Istituzionali, infine senatore a vita, si caratterizza ancora di più come uomo delle
istituzioni quant'altri mai. Ne avesse avuto il potere, Rossanda avrebbe impegnato il Pci
non soltanto nelle lotte contro le ingiustizie, ma anche contro le procedure e le strutture burocratiche
di ogni tipo, a esclusione forse del sindacato che, curiosamente, nessuno dei due critica mai per
le sue battaglie spesso conservatrici. Lungi da Napolitano qualsiasi concessione a forme di politica
movimentista, tantomeno a qualsiasi tentativo di rottura o discontinuità. Per queste
ragioni, la sua posizione è stata etichetta come "migliorista", ovvero di cauta
attuazione di piccoli equilibrati passi verso piccoli accettabili miglioramenti.
Rossanda neppure parla delle socialdemocrazie, sicuramente esperienze ed esiti che non la
incuriosiscono affatto. Il discorso di Napolitano a proposito delle socialdemocrazie, certamente
lo sbocco naturale di molte sue posizioni, non è però, a mio modo di vedere, del tutto
convincente. Pervenire a una situazione socialdemocratica in Italia non è stato mai possibile
proprio perché il Pci, al di là del suo tutt'altro che marginale legame e identificazione
con l'URSS, non tentò in nessun modo di impartire (uso questo verbo consapevolmente
e deliberatamente) un'educazione politica socialdemocratica ai suoi iscritti e ai suoi
attivisti. E, proprio per la sua visione continuista e diplomatica, non lo fece neppure Napolitano,
non sufficientemente stimolato e criticato dai suoi amici miglioristi. Anzi, allora come oggi,
il discorso sulle socialdemocrazie e la valutazione delle loro esperienze continuano a essere
intessuti di riserve e di ambiguità, con la conseguenza di una deriva dei Democratici di
sinistra verso un Partito democratico da costruire, che altrove, vale a dire nelle democrazie
e nelle socialdemocrazie europee (tranne che nella "eccezionale" esperienza statunitense),
risulterebbe indefinibile. Sembrerebbe, per concludere, che a nessuno dei due piaccia la nuova
classe dirigente di quello che fu per entrambi il partito della loro vita. Nessuno dei due, però,
si chiede a sufficienza se, certamente con modalità e con responsabilità diverse,
anche le loro idee e le loro posizioni (o mancate prese di posizione) non siano responsabili di ciò
che è oggi diventata la sinistra nel paese chiamato Italia.
Questa frase potrebbe risultare una conclusione appropriata alla mia lettura di due autobiografie
colte, scritte in maniera elegante, atte a informare e a spiegare. Tuttavia, poiché avevo
cominciato organizzando il discorso attorno a interrogativi condivisibili, credo mi corra l'obbligo
di insistere su un ultimo interrogativo, probabilmente ineludibile.
Quella grande costruzione e impresa politica che fu il Partito comunista italiano ha dato,
nelle circostanze del dopoguerra e del mondo diviso in campi contrapposti, e a causa della sua stessa
strutturazione, tutto quello che poteva dare. Lo confermano proprio le due visioni lontanissime
e spesso contrapposte di Rossanda e Napolitano. Tuttavia, in almeno due momenti storici sarebbe
stato possibile, secondo entrambi gli autobiografi, ottenere un deciso cambiamento di rotta,
un significativo salto di qualità.
Anche se non ne spiega le condizioni, le modalità e gli obiettivi, per Rossanda, quel
momento fu costituito dal Sessantotto, dai suoi dintorni, dalle sue propaggini. Per Napolitano,
e molti dei miglioristi, il momento di una svolta praticabile fu quello del "compromesso
storico". Napolitano fa suo il giudizio di Guido Carli secondo cui la politica di solidarietà
nazionale verrà ricordata come «uno dei [periodi] meno infelici dell'Italia
repubblicana», ma non si confronta con le critiche di coloro che affermarono che lí
cominciò il declino del Pci, incapace di caratterizzarsi come nucleo di un governo alternativo.
Anzi, si limita a sostenere che la solidarietà, da lui definita «democratica»,
avrebbe dovuto essere «riformulata precisamente nei termini della "grande coalizione"»:
un piccolo passo assolutamente non risolutivo.
Alla luce di questa affermazione di Napolitano e delle aspettative nutrite da Rossanda, credo
di potere sostenere che sbagliano tutti coloro che rimproverano al Pci le opportunità
non colte. Quel partito e quel gruppo dirigente non le potevano cogliere. Sbaglia, di conseguenza,
anche Rossana Rossanda a pensare che quelli compiuti dal gruppo dirigente del partito fossero
errori che avrebbero potuto essere evitati, e non invece conseguenze logiche del modo in cui la
stessa esistenza del partito era stata costruita e il suo percorso condotto.
Soltanto l'amarezza mai superata per la radiazione del 1969 le consente di scrivere,
in maniera del tutto ingenerosa, che già alla fine degli anni Sessanta «il popolarismo
e l'antioperaismo del Pci erano intessuti cosí intrinsecamente alla sua cultura da
essere quasi innocenti»; per poi contraddirsi alla pagina successiva: «Speravamo
di essere il ponte fra quelle idee giovani [degli studenti e degli operai] e la saggezza della vecchia
sinistra», che non poteva che essere quella del Pci. La critica sacrosanta al modello sovietico,
tardiva e dimezzata («A Mosca», scrive Rossanda, «non saltavano agli occhi né
il socialismo né la tragedia», ma gli occhi non potevano essere l'unica ed esclusiva
fonte di informazione sul socialismo realizzato), accompagnata da una ingiustificabile valorizzazione
del modello cinese, non ha portato da nessuna parte, come nota giustamente lo stesso Napolitano
a pagina 106 del suo libro.
Curiosamente, e forse tristemente, né Rossanda, che alla fine del suo percorso politico
sfida l'unità del partito, né Napolitano, che si dichiara «intimamente
condizionato dal culto dell'unità del partito a cui ero stato educato e avevo aderito
in decenni di militanza», sono riusciti a esercitare un'influenza rilevante nelle
scelte di fondo del Pci. Il prezzo di una mancata riforma della struttura e della cultura del partito,
che sarebbe inevitabilmente dovuta andare nel senso delle socialdemocrazie reali, lo ha pagato
allora e lo paga tutt'oggi il sistema politico italiano. Sarà anche vero, come scrive
Rossanda, che «dove si odia il comunismo la democrazia periclita», ma mi pare di gran
lunga più vero che dove si odia la socialdemocrazia, ovvero, peggio, la si ritiene irrilevante,
la sinistra politica e partitica rinuncia al suo compito storico che consiste nel ridurre le molte
diseguaglianze che i sistemi politico-economici producono come conseguenza sia dello sviluppo
che del mancato sviluppo.
GIANFRANCO PASQUINO, è professore di Scienza politica presso l'Università
di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. Ha scritto Il
sistema politico italiano e Sistemi politici comparati (entrambi Bononia University
Press, rispettivamente 2002 e 2004). Ha curato Capi di governo (Il Mulino, 2005). Con Riccardo
Pelizzo è coautore di Parlamenti democratici (Il Mulino, settembre 2006).
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