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Cloni di un dio minore
ANITA DESAI

KAZUO ISHIGURO, Non lasciarmi, trad. di Paola Novarese, Torino, Einaudi, pp. 296, €17,50

A leggere alcuni romanzi pubblicati di recente, si resta colpiti dal modo in cui i romanzieri inglesi che trattano temi tipici dei nostri tempi preferiscano farlo, non già in modo diretto, bensí da un'angolatura obliqua. C'è Ian McEwan il quale, in Sabato, affrontando il trauma dell'11 settembre 2001, ha scelto La signora Dalloway come modello e il modo in cui Virginia Woolf racchiude gli orrori della Grande Guerra entro la cornice di una giornata di sole dell'estate britannica. Adesso abbiamo Kazuo Ishiguro che, alle prese con l'attuale fieramente controversa questione delle clonazioni, sembra a sua volta far ritorno alla vecchia tradizione inglese delle storie ambientate in un collegio-convitto. Il gradevole mondo borghese di McEwan è pervaso da una luce dorata. Sulla scena, più austera, di Ishiguro si soffonde quella luce perlacea, opaca, in cui tendiamo ad avvolgere il passato remoto: egli accenna alle ombre che si addensano all'intorno ma preferisce tenerle a decorosa distanza.

Il mondo che Ishiguro crea è simile a quello a noi ben noto ma, al contempo, non lo è del tutto. I convittori del collegio Hailsham appaiono curiosamente riservati: non solo non ne varcano i confini, ma non sembrano neppure desiderare di avventurarsi all'esterno. Anche più in là con gli anni – quando si pensa che avrebbero fondati motivi per trovare Hailsham ripugnante – seguitano invece a parlare, con un'aria sognante, «dei tutori, o di come ognuno di noi conservasse sotto il letto un piccolo baule con la sua collezione di oggetti, un "baule dei ricordi", e il calcio, il softball, lo stretto sentiero che girava tutt'intorno alla casa madre, ai suoi angoli e le crepe più nascoste, il laghetto delle anatre, il cibo, la vista dei campi che si godeva dall'aula di Educazione artistica in una mattina nebbiosa».

L'io-narrante, Kathy H., per la quale Hailsham era – a quanto pare – il mondo intero, da adulta può esclamare: «quanto eravamo stati fortunati – Tommy, Ruth, io, tutti noi» per il semplice fatto di averne fatto parte. Persino la vista, allorché percorre in auto la campagna, dei padiglioni sportivi del collegio, «piccoli prefabbricati di colore bianco con una fila di finestre sistemate in alto in maniera innaturale», la manda in estasi: «Amavamo, il nostro padiglione per lo sport, forse perché ci faceva venire in mente quelle piccole, adorabili case di campagna che si vedono in tutti i libri illustrati quando si è bambini. Mi ricordo quando facevamo le elementari, mentre imploravamo i tutori che ci facessero lezione nel padiglione invece che nella solita aula».

Poi veniamo ragguagliati su certe singolari tradizioni che rendevano Hailsham cosí amabile: «i Baratti» per esempio. «Quattro volte all'anno – in primavera, estate, autunno e inverno – organizzavamo una grande mostra-e-compravendita di tutti gli oggetti che avevamo creato negli ultime tre mesi prima dell'ultima fiera. Dipinti, disegni, ceramiche; ogni genere di "sculture" ideate con ciò che era la mania del momento – lattine sfondate, magari, o tappi di bottiglia incollati sul cartone. Per ognuna di queste cose si veniva pagati con dei Buoni – erano i tutori a decidere quanti assegnarne per ogni singolo capolavoro. Poi il giorno del Baratto ognuno si recava con i propri buoni e "acquistava" quello che desiderava. La regola era che si potevano comprare soltanto lavori fatti dagli studenti del proprio anno, ma questo garantiva comunque un'ampia scelta, dal momento che la maggior parte di noi era in grado di produrre moltissimo in tre mesi».

Hmmm, penserete, scolaretti che "comprano" con tanto entusiasmo, non dolcetti, non giocattoli, ma opere d'arte? Più avanti apprenderemo che c'erano degli «Incanti» ai quali gli alunni acquistavano cose da merciai ambulanti. Ma Kathy spiega che i Baratti «erano l'unico modo, oltre al Grande Incanto … per costruirsi una propria personale collezione». E Ruth dice: «È uno dei motivi che contribuiva a fare di Hailsham un posto tanto speciale … Il modo in cui ci incoraggiavano a valutare i nostri lavori reciprocamente». E anche a essere creativi, laddove eccellere nel gioco del calcio o nel softball non aveva nessuna importanza. Importante era dipingere, scolpire, scrivere poesie. Tommy, un ragazzo che non ha alcuna attitudine per arti e mestieri, viene dileggiato e considerato somaro. «Veniva escluso dai giochi, i ragazzi si rifiutavano di sedersi accanto a lui a cena, o i suoi compagni di stanza fingevano di non udirlo se diceva qualcosa quando si spegnevano le luci.» Tanto che, dài e dài, una tutrice, più gentile dei colleghi (gli adulti a Hailsham non sono insegnanti ma «tutori»), alla fine lo prende in disparte per rassicurarlo: «Mi ha detto», rivela Tommy a Kathy, «che se non volevo essere creativo, se davvero non me la sentivo, andava bene lo stesso. Che non c'era nessun problema».

Ishiguro è estremamente bravo a ricreare la singolare atmosfera oppressiva del collegio (e di qualsiasi altro istituto, se è per questo): le cricche che si formano, le sotterranee rivalità, l'ossessiva attenzione con cui si osserva chi siede accanto a chi, chi si apparta a parlare con chi, chi gode il favore dei superiori in quel momento e chi no. Tutto ciò viene riferito dalla voce monotona e disaffezionata di Kathy H. – beneducata, sensibile ma anche capace di fanciullesche celie e convincenti crudeltà. Il tono tende a soffocare gli interrogativi che cominciano ad affiorare e a turbare gli astanti come un rumore o un puzzo indefinito in un ambiente familiare. Perché mai Miss Lucy, pur mentre cerca di rassicurare Tommy, trema di rabbia? E a che cos'è che allude quando dice, indignata, che ai bambini non «insegnano abbastanza»? Non può mica intendere che i piccoli non studiano a dovere. Tommy ha la sensazione che «ciò a cui si riferiva eravamo … eravamo noi. Cosa ci succederà prima o poi. Le donazioni e tutto il resto». In effetti, era loro stato detto che avrebbero un giorno donato qualcosa di sé, ma non gli avevano fornito alcuna spiegazione né accennato ad alcunché in particolare. Riguardo all'aspetto segreto e sinistro di quelle «donazioni» nessuno faceva parola.

È il lettore che comincia a domandarsi: come mai è cosí tanto importante che gli alunni eseguano delle opere d'arte? Come mai sono, queste, le uniche cose che ai ragazzi è dato possedere? Sinistramente, non viene mai fatta alcuna allusione al mondo esterno e nulla sembra connettere, a esso, il collegio. È chiaro che il mondo esterno nulla deve sapere dell'esistenza del collegio e dei suoi convittori. Questi, d'altronde, non escono mai, neppure occasionalmente per fare delle compere. Arrivano dei mercanti e scaricano alcune casse, dalle quali gli alunni scelgono, fra l'altro, le loro magliette e la musica registrata di loro gradimento. Questi sono i cosiddetti Grandi Incanti che sugli alunni esercitano tanto fascino, li eccitano al massimo, e danno loro tanta soddisfazione che non chiedono mai alcunché d'altro – per esempio di uscire dal chiuso e recarsi nel mondo dal quale merci cosí desiderabili provengono.

Ascoltando quel che si sono detti Tommy e Miss Lucy, anche Kathy H. comincia a farsi domande. «Allora, Tommy, pensaci bene. Perché ha tirato fuori questo argomento? Stava parlando di te e del fatto che non sei una persona creativa. Poi improvvisamente si mette a parlare di tutt'altro. Qual è il nesso? Perché ha accennato alle donazioni? Che cos'ha a che fare con la tua creatività?» Quel «nesso» potrebbe forse essere la Galleria? Ossia il magazzino, di cui tanto si parlotta, e in cui una misteriosa visitatrice, nota come Madame, sceglie le migliori fra le opere d'arte degli alunni. Ma perché ne farebbe collezione, di quelle loro opere? Kathy ha la sensazione «che sia tutto collegato, sebbene non riesca a capire in che modo». Nonostante gli alunni sappiano della Galleria – come pure sanno delle «donazioni» – istintivamente, tuttavia, evitano di farne menzione, in presenza dei tutori. Un'altra cosa che hanno capito è questa: quando viene a Hailsham, un paio di volte all'anno, Madame evita sempre, con circospezione, di incontrare qualcuno di loro. Ruth dice: «Ha paura di noi … Una volta pensavo che si desse solo delle arie, ma c'è dell'altro, adesso ne sono sicura. Madame ha paura di noi».

Per mettere alla prova questa teoria di Ruth, gli alunni organizzano un confronto con lei e risulta che è proprio cosí: «Nell'attimo stesso in cui si fermava, rivolsi una rapida occhiata all'espressione del suo viso … È come se riuscissi ancora a vederlo, quel fremito che sembrava cercare di controllare, il terrore tangibile che una di noi potesse incidentalmente toccarla … Ruth aveva ragione: Madame aveva paura di noi. Ma aveva paura di noi nello stesso modo in cui qualcuno potrebbe avere paura dei ragni. A questo non eravamo preparate. Non ci aveva mai sfiorate, l'idea di domandarci come ci saremmo sentite noi, a essere viste in quel modo, come dei ragni».

Le poche altre persone con cui i collegiali vengono in contatto – giardinieri, fattorini – ridono e scherzano con loro, gli danno persino appellativi come «dolcezza» e «tesoro». I tutori si mostrano, a seconda, gentili e severi. C'è Miss Emily, la direttrice, che, per esempio, quando li rimprovera per essere stati troppo sgarbati o chiassosi durante gli Incanti, ripete frasi – come «indegni dei privilegi» oppure «uso scorretto delle opportunità» – che essi non riescono a capire. «La sua tesi di base», ricorda Kathy H., «era piuttosto evidente: essendo studenti di Hailsham, eravamo tutti molto speciali, e pertanto il nostro cattivo comportamento risultava ancora più deludente. Dopo, però, l'intero discorso diventava un po' nebuloso».

Persiste comunque la convinzione, incontestata, che essi siano diversi dagli altri. «A ripensarci, mi rendo conto che stavamo vivendo proprio quell'età in cui cominciavamo ad acquisire una certa consapevolezza – su chi eravamo, su quanto fossimo diversi dai nostri tutori, dalla gente del mondo fuori – ma non avevamo ancora capito cosa significasse veramente … Perché non importa quanto i tutori facessero del loro meglio per cercare di prepararci: tutti gli incontri, i video, i dibattiti, gli avvertimenti, nessuna di queste cose può farti comprendere fino in fondo. Non quando si hanno otto anni, e si sta tutti insieme in un posto come Hailsham…»

 

Dunque non c'è alcun evento rivelatore, nessun lampo che illumini la conoscenza: i fanciulli sono cresciuti convinti di una cosa e a tale convinzione son rimasti fedeli, a loro modo, leali nei confronti di Hailsham (che quella "cosa" rappresenta) cosí come un bambino normale lo è nei riguardi della famiglia, della patria.

È un tocco da maestro di Ishiguro: questi non fa di Hailsham il luogo deputato dell'orrore che sarebbe se l'autore aderisse alle regole della narrativa fantastica e dei film-horror: lui invece ne fa un luogo il più possibile normale, quasi un'esatta replica del mondo in cui viviamo. Ciò rende credibile il fatto che i bambini lo accettino, cosí passivamente, e che credano, in modo inquietante, a tutto ciò che è stato loro raccontato e insegnato. A parte gli sfoghi di Tommy sul campo da football e le sue collere – dovute al fatto che lui non riesce a controllare la sua indole – non v'è alcun sintomo di ribellione, e tutto ciò che avviene a Hailsham potrebbe avvenire in ogni collegio, ogni campo di giochi.

Infatti, è il mondo esterno che a essi sembra un luogo da cui tenersi alla larga: rappresenta l'ignoto, e i ragazzi non hanno alcuna voglia di varcarne i confini. Il bosco in cima al colle, per esempio, sembra simboleggiare, ai loro occhi, tutto ciò che v'è di oscuro e pericoloso. Non vanno mai lassù a esplorare, a giocare fra gli alberi come altri fanciulli farebbero; anzi, il bosco getta un'ombra cupa sull'intero collegio; gli alunni di Hailsham hanno incubi notturni al riguardo, si spaventano a vicenda, parlandone, e inventano storie terrificanti: come quella di un ragazzo che è scappato e viene ritrovato appeso a un albero, con i piedi mozzi; o quella di una ragazza che ha scavalcato il recinto e si inoltra nella foresta per esplorarla, ma poi le viene impedito di tornare indietro sicché il suo fantasma «aveva continuato a errare per i boschi, lo sguardo fisso su Hailsham, a struggersi dal desiderio».

Agli alunni è stato imposto un dato tenore di vita e una data forma mentis ed essi sembrano, perlopiù, accettare l'uno e l'altra supinamente. Prendono sul serio gli ammonimenti loro impartiti, ma non tutti: per esempio, il divieto di fumare.

«Non so com'era dove siete cresciuti voi, ma a Hailsham i tutori erano rigidissimi al riguardo. Sono sicura che avrebbero preferito che non scoprissimo mai neppure l'esistenza del fumo; ma dal momento che non era possibile, facevano in modo di propinarci una sorta di sermone ogni volta che capitava l'occasione.»

Correva voce che Sherlock Holmes fosse stato bandito dalla biblioteca scolastica proprio perché aveva il vizio di fumare la pipa. Tuttavia quando un'alunna osa chiedere a una tutrice se avesse mai fumato, le compagne la guardano «con sguardo truce, furiose con lei per aver fatto una domanda cosí inappropriata». La risposta non si fa attendere: «Voi siete … speciali. Il fatto di avere cura di voi stessi, di mantenervi sani dentro, è molto più importante per ognuno di voi di quanto non lo sia per una come me». A nessuno vien fatto di chiedere: «Perché? Perché è cosí grave per noi?». Cercando di analizzare la loro reticenza, Kathy H. spiega: «Se cercavamo a tutti i costi di evitare certi argomenti, probabilmente dipendeva dal fatto che ci imbarazzavano».

Stranamente, quando si tratta di sesso, siffatte reticenze non sono ritenute necessarie. Quando gli allievi hanno più o meno tredici anni, e sono «tutti un po' preoccupati e allo stesso tempo eccitati all'idea del sesso», i tutori impartiscono loro lezioni e si servono di scheletri prelevati dall'aula di biologia per dare alcune pratiche dimostrazioni. L'unico ammonimento, per quanto riguarda i comportamenti sessuali, è che, quando incontreranno persone del mondo esterno, dovranno tenere presente che le persone là fuori sono diverse dagli studenti di Hailsham: «Facendo sesso», spiega Kathy, «potevano generare figli. Ecco perché era cosí fondamentale per loro, questa decisione di chi lo faceva con chi. E anche se, come sapevamo, era assolutamente impossibile per chiunque di noi avere figli, una volta fuori da Hailsham, dovevamo comportarci come loro. Dovevamo rispettare le regole e considerare il sesso come qualcosa di veramente speciale».

Kathy H. e gli altri alunni notano che al discorso sul sesso si associa sempre il tema delle donazioni e – dal momento che sono condizionati a esser molto disinvolti nella sfera sessuale – essi trovano la maniera di prendere sottogamba anche le donazioni, di scherzarci su, persino. Per beffarsi di quel sempliciotto di Tommy, gli fanno credere che per "donazione" s'intende che il corpo si apre «come una cerniera» per far scivolare fuori un rene, un polmone o il fegato e offrirlo graziosamente; spingono poi la burla fino a fingere di prelevare organi dal proprio corpo e ammonticchiarli sul piatto di qualcuno, alla mensa. «Era tanto per ridere un po', per far venire il voltastomaco a qualcuno durante la cena – e, immagino, fosse un modo per accettare ciò che ci attendeva.»

Si dirà che questi sono dei ragazzi senza ombra – ma essi non possiedono neppure tale bizzarra caratteristica. Come Tommy è in grado di adirarsi, cosí Kathy H. si accorge di riuscir a provare sentimenti ed emozioni che è incapace di analizzare. Ascolta su nastro una delle canzoni da lei predilette: Never Let Me Go. Già dal titolo si desume che è soltanto una popolare canzonetta sentimentale, di quelle che piacciono agli adolescenti. Ma quando ascolta le parole «Oh, tesoro, tesoro, non lasciarmi…», a lei non vengono in mente pensieri romantici, bensí immagina di essere una donna che non può avere figli e che, per miracolo, mette al mondo un bambino e, depostolo su un cuscino, gli danza intorno, canticchiando quelle parole. Sussulta allorché si accorge, a questo punto, che Madame – dalla soglia – la sta a guardare ed è scoppiata in singhiozzi.

Molto tempo dopo, quando, ormai adulta, rintraccia Madame e l'affronta per esigere da lei una spiegazione dei misteri di Hailsham, Madame le dice, fra l'altro, che lei non poteva sapere, ovviamente, che Kathy ci vedeva un bambino, in quel guanciale, e aveva pertanto immaginato qualcosa di molto diverso: «Mentre ti osservavo ballare quel giorno, ho visto qualcos'altro. Ho visto un nuovo mondo che si avvicinava a grandi passi. Più scientifico, più efficiente, certo. Più cure per le vecchie malattie. Splendido. E tuttavia un mondo duro, crudele. Ho visto una ragazzina, con gli occhi chiusi, stringere al petto il vecchio mondo gentile, quello che nel suo cuore sapeva che non sarebbe durato per sempre, e lei lo teneva fra le braccia e implorava, che non la abbandonasse. Ecco ciò che ho visto … Ti ho vista e ho sentito il cuore spezzarsi. E non l'ho mai dimenticato».

 

Quindi, in certi momenti di abbandono, le emozioni trovano il modo, non invitate, di insinuarsi in questo mondo cosí ben ordinato, ma adesso indifeso – e con le emozioni, i sogni. Un'atmosfera indubbiamente instabile, sconnessa, si instaura non appena gli alunni lasciano Hailsham per trasferirsi – è la mossa successiva ch'è stata studiata per loro – nei «Cottages». Qui non si tengono lezioni, non ci sono tutori. Invece, in un agglomerato irregolare di casupole coloniche, essi sono lasciati a se stessi, alle loro risorse, sorvegliati in teoria da un vegliardo a nome Keffers, il quale, chiaramente, non vuole aver nulla a che fare con loro. Inevitabilmente, i giovanetti pensano al futuro e sognano quello che può avere in serbo per loro (a parte le «donazioni» e «completare il ciclo», cioè morire).

L'astuta, sveglia Ruth accarezza l'idea di andar a lavorare in un ufficio: è rimasta incantata dalla foto di quello che sembra un ufficio del tutto ordinario. Durante una gita nella città vicina ha, effettivamente, visto il prototipo di tale ufficio e, in esso, una donna, un'impiegata, che Ruth ha scelto come sua «possibile» (è la parola da loro usata per indicare il donatore di un embrione). Potrebbe, lei, Ruth, essere il clone, di quella invidiata, invidiabile creatura? Quando alfine ha modo di osservarla più da vicino, l'idea si rivela chiaramente assurda: la donna è benvestita, benestante, assai diversa da lei.

Dal disappunto, germoglia in Ruth lo scontento, persino un'acre sofferenza. E dà via libera a un insolito sfogo di amarezza: «Non usano mai, e dico mai, persone come quella donna. Pensateci. Perché una come lei dovrebbe farlo? … Non siamo modellati su quel genere di… I nostri modelli sono i rifiuti del genere umano. Reietti, prostitute, alcolizzati, vagabondi. Carcerati, forse, basta che non siano psicopatici. È da lí che veniamo … Se volete andare alla scoperta di possibili, allora bisogna farlo bene, e andare a cercare nelle fogne. Dentro i bidoni della spazzatura. Date un'occhiata in fondo ai cessi, capirete da dove veniamo».

L'idilliaco mondo di Hailsham si è dunque rivelato un vero sham, una finzione, una fregatura. La delusione prende campo. Ed ecco che, d'un tratto, un differimento, un «rinvio» diviene una speranza a cui aggrapparsi: correva voce, infatti, che, se uno lo desiderava, se, per esempio, uno fosse innamorato, davvero innamorato, ebbene, un rinvio della donazione poteva, allora, essere concesso. (Da chi? Non viene detto. Non è mai stato rivelato il nome di un'agenzia cui una tale istanza potesse esser indirizzata: è sempre rimasta invisibile. Non esiste alcun programma, alcun promemoria, né è stabilito che arrivi, nel cuore della notte, un furgoncino della polizia per prelevare i donatori e portarli via. Il più invincibile dei tiranni è quello che resta invisibile.) Ruth allora accetta il fatto che è giunto il momento, per lei, di «diventare una donatrice». «Dopotutto, è quello che si attendono che facciamo, no?», dice – e ci si rammenta che, nella storia di un popolo, si arriva al punto in cui questo popolo smette di combattere e si rassegna al proprio destino, dato che l'estinzione è l'inevitabile epilogo della sua storia. Ci si rammenta, inoltre, è ovvio, della supposta rassegnazione con cui gli ebrei entravano, incolonnati, nei campi di sterminio.

Prima di morire, Ruth sollecita Kathy H. e Tommy a tentar la sorte, a rivolgere un appello per ottenere un po' di tempo da trascorrere insieme. Kathy H. diviene l'«assistente» di Tommy e, nella stanza che questi occupa al centro di riabilitazione di Kingsfield (dove «il sole penetrava … dalla finestrella di vetro satinato, tanto che anche all'inizio dell'estate sembrava una luce autunnale»; e dove essi trascorrono il tempo «a chiacchierare, a fare sesso, a leggere a voce alta e disegnare» in attesa che giunga l'avviso della quarta donazione di Tommy, che sarà la sua ultima), ecco che i due innamorati cominciano a prendere in considerazione l'eventualità di un «rinvio». Tommy si chiede se le opere d'arte che erano incoraggiati a eseguire a Hailsham, «cose come la pittura, la poesia e tutto il resto» non servissero in realtà a rivelare «ciò che eravamo dentro di noi … la nostra anima», e si chiede, quindi, se ciò non possa essere usato per suffragare la suddetta istanza di rinvio. Pateticamente, si mette a "produrre arte" eseguendo quei disegni che non gli erano mai riusciti a Hailsham. Persino Kathy si rende conto che non valgono granché. Inoltre, Hailsham è stata chiusa, non esiste più. Sennonché lei concepisce un piano d'azione che potrebbe salvarli.

Come nel suo precedente romanzo, Quando eravamo orfani, Ishiguro conclude il libro conducendo i personaggi in una spedizione estrema – alla scoperta del passato: la più terribile e necessaria, sembra dire, che si possa intraprendere. Kathy e Tommy, muniti dell'album di disegni di quest'ultimo, rintracciano Madame, che abita in una casetta a schiera, in una città litoranea. La trovano, inaspettatamente, in compagnia di Miss Emily, invalida adesso su sedia a rotelle (non ci vien detto in seguito a che cosa). In quell'interno stranamente teatrale, oscurato da cortine e paraventi come su un palcoscenico, i due amanti presentano la loro richiesta di rinvio, affinché gli venga concesso qualche anno prima della finale, conclusiva donazione. Tommy esibisce i suoi disegni come fossero un valido motivo perché venga presa in considerazione la richiesta di rinvio. Pressappoco alla maniera del Mago di Oz, Miss Emily rivela loro che la diceria di eventuali proroghe è una «voce priva di fondamento»: non esiste questa eventualità, affatto. Ma allora, se i lavori artistici non servivano a questo, perché mai gli alunni erano incoraggiati a produrli? «Noi prendevamo i vostri lavori perché pensavamo che fossero un riflesso della vostra anima. O, per concludere il ragionamento, lo facevamo per dimostrare che voi avevate un'anima.» «Perché dovevate dimostrare una cosa del genere?», domanda Kathy. «Qualcuno metteva in dubbio che avessimo un'anima?»

 

Viene fuori che Hailsham era cosí tanto "speciale" perché, appunto, si era presa in considerazione tale eventualità e si cercava di dimostrarla per mezzo della creatività dei bambini. (Seguendo la migliore tradizione del romanzo poliziesco, Ishiguro svela alla fine che il personaggio più sospetto e in apparenza sinistro era, in effetti, innocuo.) Ma che dei bambini – dei cloni allevati allo scopo di disporre degli organi di ricambio, che da grandi avrebbero "donato" – avessero un'anima era una cosa che metteva paura: «Per molto tempo», spiega Miss Emily, «la gente ha preferito credere che quegli organi comparissero dal nulla, o tutt'al più che crescessero in una specie di vuoto pneumatico». Beninteso, la tesi di Ishiguro è che, onde poter disporre di una classe di individui da sfruttare senza alcun patema d'animo o rimorso di coscienza, era innanzitutto necessario che essi fossero privi di umanità, di "anima". È cosí che è stata resa accettabile la schiavitù, e rese possibili altre catastrofi della Storia.

Al pari di schiavi, Kathy e Tommy si rendono conto che non c'è via di scampo; in serbo, per loro, non c'è altro che un lento declino, di donazione in donazione, fino all'ultima. Dice Kathy: «Dovete averne sentito parlare. Di come magari, dopo la quarta donazione, anche se tecnicamente il ciclo era stato completato, in un certo senso si era ancora coscienti; di come ci si rendesse conto che ci fossero altre donazioni, moltissime, oltre quella linea di confine; ma di come non esistessero più i centri di riabilitazione, gli assistenti, gli amici; di come non restasse altro che accettare di essere spettatori di quelle donazioni, finché non ti spegnevano. Sembra un film dell'orrore, e la maggior parte della gente non vuole neanche pensarci».

Scrivere un romanzo del genere comporta dei rischi, e Ishiguro non ha certo paura di correrli. Un rischio consiste nell'uso di Kathy H. come voce narrante e nel coniugare il suo tono privo di inflessioni con l'oscuro e spaventoso argomento. O non sarebbe stata la voce di Tommy, il quale non controlla le proprie emozioni, oppure la voce di Madame, perfettamente controllata ma più consapevole di sé, un migliore, più forte strumento?

Altro rischio: i progressi della scienza sono più rapidi, a volte, della penna di un romanziere: la questione della clonazione è stata, in qualche modo, superata dalla ricerca sulle cellule staminali e dalle linee-guida etiche relative al modo in cui tali cellule si ottengono, specie dagli embrioni. Inoltre l'accento si è anch'esso spostato e si tenderebbe quindi a guarire o riparare gli organi danneggiati o venuti meno anziché sostituirli con pezzi di ricambio.

La visione posta in essere da Ishiguro di una fabbrica di cloni appartiene in effetti al mondo dei film dell'orrore – e agli incubi dei conservatori codini al governo o degli ecclesiastici – ma tralascia di menzionare un orrore più reale e assai più grave, quello, cioè, del traffico di organi e il "prelievo" di essi nei paesi disperatamente poveri, l'Asia, l'Africa e il Sudamerica, da donatori costretti a fornire reni o fegato o quant'altro che il primo mondo, con le sue oscene ricchezze, è in grado di pagare a peso d'oro.

Venir alle prese con un libro che prospettasse non già un concetto ipotetico, bensí una realtà di fatto, sarebbe forse troppo difficile sia per l'autore sia per i lettori? Confrontarsi con una tale verità sarebbe forse, per tali "soci in fantasia", troppo opprimente? È forse sufficiente, per la finzione narrativa, creare un pallido, opaco schermo da collocare fra il lettore e la realtà?

Insomma è come se Ishiguro ci facesse contemplare il mondo da quella «fila di finestre sistemate in alto in maniera innaturale» del padiglione dello sport di Hailsham, oppure dalla stanza di Tommy al centro di riabilitazione, dove «era possibile guardare fuori soltanto se si saliva su una sedia e si teneva aperta la lastra di vetro [della finestra], e da lí non si vedeva altro che il fitto boschetto sottostante».

Se la si fosse potuta spalancare maggiormente, quella finestra, un mondo assai più fosco sarebbe apparso oltre quel fitto boschetto – troppo fosco per poterne sopportare la vista.

(Traduzione di Pier F. Paolini)


ANITA DESAI è una scrittrice indiana nota in tutto il mondo. Tra i suoi libri ricordiamo: In custodia (La Tartaruga, 1984); Oriente e Occidente (Linea d'ombra, 1987); Notte e nebbia a Bombay (La Tartaruga, 1992); Fuoco sulla montagna (Donzelli, 1993); Giochi al crepuscolo (E/O, 1996); Digiunare divorare (Einaudi, 2001); Polvere di diamante e altri racconti (Einaudi, 2003); e Viaggio a Itaca (Einaudi, 2005).

 
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