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Mao: fatti e misfatti
FEDERICO RAMPINI
JUNG CHANG e JON HALLIDAY, Mao. La storia sconosciuta, trad. di Elisabetta
Valdré, Milano, Longanesi, pp. 972, €22,60
In Occidente lo si conosce molto meno di altri leader del Novecento e il giudizio storico su di
lui è segnato da una persistente simpatia, o indulgenza. In Cina la storia di Mao è ancora
in gran parte circondata da tabù. Lo ha confermato nel 2005 lo scandalo creato dalla nuova
biografia uscita in Inghilterra e negli Stati Uniti, Mao: The Untold Story dei coniugi
Jung Chang e Jon Halliday, ora tradotta in italiano. Jung Chang è l'autrice di Cigni
selvatici,i saga autobiografica che dipinge un affresco della Cina del Novecento
attraverso la vita di tre generazioni di donne: l'autrice stessa che oggi vive in Inghilterra,
la madre che subí tutte le traversie del comunismo, la nonna che fu la concubina di un generale.
Suo marito Jon Halliday è uno storico inglese specializzato nell'Unione Sovietica.
I due hanno unito le loro energie per una ricerca durata undici anni.
Essendo cinese, Jung Chang si è dedicata soprattutto alle interviste sul campo con i testimoni
disponibili a parlare di Mao o delle vicende storiche accadute durante la sua ascesa e il suo regno.
Il marito ha messo a profitto il suo accesso agli archivi dell'ex Unione Sovietica, ricchi
di informazioni sui leader comunisti cinesi che per lungo tempo furono allevati e protetti, poi
alleati di Mosca fino alla rottura nei primi anni Sessanta. La convinzione degli autori è
quella di avere scritto la biografia più completa e autentica, rivelando il volto segreto
di Mao e l'elenco di tutte le sue malefatte, tutte le verità nascoste fino a quel momento
dalla propaganda cinese e da una storiografia occidentale ancora troppo lacunosa o compiacente.
Dopo che il loro libro è uscito in Inghilterra nel giugno 2005, non solo non è stato
tradotto in Cina, ma le autorità di Pechino hanno censurato le recensioni e i commenti pubblicati
dai mass media occidentali, oscurandoli anche su Internet. Eppure fin dal 1981 il partito comunista
cinese in un documento ufficiale ha attribuito a Mao la responsabilità principale per
le tragedie della Rivoluzione Culturale, e ha anche ammesso che il presidente aveva commesso degli
errori alla fine degli anni Cinquanta (il Grande Balzo in Avanti). Evidentemente rimangono tante
cose che non si possono scrivere su Mao e la "storia non-detta" di Chang e Halliday ha
scatenato la reazione della censura. Certo non ha contribuito a rendere il libro gradito a Pechino
il giudizio degli autori che accomuna Mao a Hitler e gli attribuisce 70 milioni di morti in tempo
di pace, di cui 37 milioni nella sola carestia del 1959-61 provocata dalle sue scelte sciagurate
di politica economica, quando costrinse i contadini a trascurare i raccolti agricoli per costruire
altiforni siderurgici in ogni villaggio.
Poiché il libro di Chang e Halliday ha suscitato aspre polemiche anche fuori dalla Cina,
attirandosi elogi e insieme dure critiche da parte degli studiosi, va precisato che non rientrano
nelle rivelazioni i bilanci del numero delle vittime di Mao, già noti e dibattuti da tempo
grazie ad altre opere. Una delle più importanti è quella di Jasper Becker La rivoluzione
della fame. Cina 1958-62, la carestia segreta.ii Sfatando il mito ancora tenace
in Occidente secondo cui il comunismo avrebbe assicurato almeno una ciotola di riso a ogni cinese,
Becker ha accumulato le prove che la maggiore carestia provocata dalle politiche maoiste fece
molte più vittime dell'occupazione militare giapponese.
Prima ancora di Becker il sinologo francese Jean-Luc Domenach all'inizio degli anni
Novanta aveva ricostruito i bilanci di altre violenze scatenate da Mao.iii Precedendo
di anni le grandi purghe staliniane in URSS (1936-38), i "soviet" cinesi organizzati
da Mao sono i primi laboratori del terrore comunista di massa. Nella sola provincia dello Jiangxi
fra il 1927 e il 1931 ci sono 180.000 morti, per lo più in seguito alle esecuzioni di contadini
che si oppongono all'esproprio delle loro terre. Dopo la resa dei giapponesi, quando nel
1946 dilaga in tutta la Cina la guerra civile tra i comunisti e i nazionalisti di destra del Guomindang,
nelle zone sotto il controllo di Mao la riforma agraria usa metodi cosí violenti per espropriare
i contadini "ricchi" (a volte in realtà proprietari di appezzamenti assai
modesti) che Domenach stima per quel periodo un bilancio fra i due e i cinque milioni di morti, più
quattro o cinque milioni di deportati nei campi di lavoro forzato. Un'altra fase di radicalizzazione
violenta viene lanciata alla fine del 1950 in coincidenza con l'ingresso delle truppe cinesi
nella guerra di Corea. A quell'epoca Mao dichiara apertamente: «Dobbiamo uccidere
tutti quegli elementi reazionari che meritano di morire». Questa stagione di purghe a differenza
delle precedenti ha per bersaglio soprattutto le grandi città e lo stesso Mao nel 1957,
tirando le somme, parla di 800.000 «controrivoluzionari liquidati» in questa fase.
Chang e Halliday intraprendono la loro opera di demolizione della fama del leader partendo
da ancora più indietro, dagli inizi della leggenda ufficiale di Mao. Negano che egli sia stato
il teorico e l'artefice delle prime rivolte contadine sotto la guida del partito comunista
nel 1926: secondo loro è Zhou Enlai la vera mente organizzativa del movimento di emancipazione
delle campagne. Un altro mito sotto tiro è il presunto comportamento da Robin Hood che avrebbe
creato un consenso di massa attorno all'Esercito di Liberazione Popolare. Contrariamente
a quel che studiano a scuola tutti i cinesi, secondo Chang e Halliday negli anni Venti e Trenta l'armata
rossa ruba sí ai ricchi, ma non per dare ai poveri bensí a se stessa. Gli ufficiali, Mao
per primo, viaggiano in portantina, hanno razioni di cibo più abbondanti e un'assistenza
medica speciale. Molti soldati semplici muoiono per la denutrizione e le malattie mentre i loro
capi vivono in condizioni di privilegio. I soldati sono spesso dei contadini reclutati contro
la loro volontà, minacciati di morte se disertano. Le campagne vengono dissanguate dalle
requisizioni di grano e riso effettuate dall'esercito comunista.
In quell'epoca Mao adotta l'uso sistematico della tortura fisica e psicologica
non solo per terrorizzare la popolazione ma anche nella cerchia più ristretta, per soggiogare
i suoi compagni di partito. Una "purga" di massa, in cui Mao fa torturare 4.400 compagni
accusandoli di essere antibolscevichi, scatena la rivolta di Futien (dicembre 1930) che viene
repressa con un bilancio di decine di migliaia di morti. Nelle sue manovre per conquistare la leadership
del partito, nel 1935, Mao calunnia Zhou Enlai mettendo in circolazione false accuse sui suoi errori
militari, un espediente che ripeterà sistematicamente contro i suoi collaboratori più
stretti per tenerli sempre sotto ricatto.
Uno degli "scoop" che Chang e Halliday esibiscono riguarda un episodio che ha un'importanza
centrale nella leggenda propagandistica della Lunga Marcia. Avviene durante la Lunga Marcia
del 1934-35, l'odissea che vede i guerriglieri rossi sfuggire all'accerchiamento
delle truppe nazionaliste di Chiang Kai-shek, e attraverso interminabili difficoltà,
battaglie e perdite pesanti (fino al 90% di vittime), raggiungere infine un rifugio nel remoto
Nord Ovest della Cina. Fra le tante peripezie di quella storia la più drammatica è la
perigliosa traversata del fiume Dadu, su un ponte attraverso una gola stretta.
L'esercito nazionalista narra la versione ufficiale tende un agguato
ai comunisti, li aspetta sulla riva opposta del fiume Dadu, e appicca il fuoco al ponte. Basterebbe
un'esitazione e l'armata rossa già esausta e decimata verrebbe annientata,
terminando anzitempo la Lunga Marcia. Invece sotto la direzione di Mao i soldati volontari sfidano
le fiamme, si lanciano lungo il ponte aggrappandosi con le mani alle catene di sospensione. Molti
muoiono cadendo nel fiume. Un pugno di eroi raggiunge l'altra riva, mette in fuga il nemico,
spegne l'incendio, ripara il ponte e consente ai compagni di proseguire. Secondo le testimonianze
raccolte da Chang e Halliday la battaglia del Dadu non è mai accaduta, non c'erano i nazionalisti
in agguato in quel luogo, Chiang Kai-shek aveva lasciato via libera ai comunisti, e l'armata
rossa attraversò il fiume senza una sola vittima.
Alcuni contenuti del libro che Chang e Halliday presentano come nuovi erano in realtà
già stati rivelati almeno in parte da altri. Tra questi il fatto che Mao era favorevole all'invasione
giapponese della Cina perché prevedeva che avrebbe precipitato la crisi del paese rendendo
più facile la sua vittoria; il suo ricorso alla coltivazione dell'oppio come fonte
di finanziamento del partito; l'incoraggiamento fornito da Mao a Kim Il Sung per l'invasione
della Corea del Sud contro il parere di Stalin.
Le più significative tra le scoperte attribuite al saggio di Chang e Halliday riguardano
il ruolo preponderante dell'Unione sovietica nell'ascesa di Mao. Dal 1921 in poi l'Internazionale
comunista diretta da Mosca è il deus ex machina che decide fortune e disgrazie dei
singoli leader all'interno del gruppo dirigente del partito cinese. Lungi dall'essere
un'epopea di liberazione nazionale realizzata dai comunisti cinesi puntando sulle proprie
forze, la Lunga Marcia avrebbe avuto come unico obiettivo quello di raggiungere il confine a contatto
con i sovietici per ottenere armi e protezione. Il successo della Lunga Marcia questa è
una delle tesi più controverse del libro è dovuto in realtà al fatto che
in quel periodo Stalin detiene in URSS il figlio di Chiang Kai-shek e quindi il grande avversario
di Mao è tenuto sotto ricatto da Mosca. Durante tutta la seconda guerra mondiale l'Unione
Sovietica fa pervenire regolarmente un finanziamento di 300.000 dollari al mese a Mao per mantenere
e armare le sue truppe, e senza questo supporto straniero la rivoluzione non avrebbe mai trionfato
a Pechino. Dopo il 1949 Mao è ossessionato dall'obiettivo di ottenere dall'URSS
la tecnologia necessaria per costruire la bomba nucleare, e le successive carestie derivano anche
dalla sciagurata decisione di dirottare i raccolti delle campagne cinesi verso l'esportazione
per pagare le forniture militari sovietiche. Nella guerra di Corea, quando Mao è messo alla
prova su un teatro bellico internazionale, il suo celebrato genio militare si rivela un'impostura:
ordinando alle truppe cinesi di spingersi troppo lontano dalle loro retrovie logistiche, infligge
ai suoi delle perdite altissime che potevano essere evitate. Sotto l'oppressione della
sua dittatura il paese si impoverisce a tal punto che nel 1960 i cinesi in media hanno a disposizione
alimenti per sole 1.500 calorie al giorno, una dieta equivalente a quella dei prigionieri del lager
nazista di Auschwitz. A lui, nel frattempo, non mancano mai i cibi più raffinati. Il ritratto
che esce dalla biografia di Chang e Halliday è quello di un mostro.
Per la fase finale della sua vita altre fonti e biografie precedenti, compreso il diario del
medico personale Li Zhi-sui,iv convergono su vari aspetti. Nello scatenare la Rivoluzione
Culturale e le persecuzioni delle Guardie Rosse contro gli "intellettuali borghesi",
Mao dà libero sfogo a un vecchio complesso d'inferiorità che lo tormenta
dagli anni della giovinezza, quando era un provinciale figlio di contadini, modesto impiegato
di una biblioteca dove gli ingegni più brillanti del marxismo cinese non lo degnavano di attenzione.
La rabbia contro il mondo della scienza e della cultura, da cui si è sempre sentito escluso,
gli ispira quella "rivoluzione dell'insegnamento" che include l'abolizione
degli esami tanto ammirata dagli studenti europei nel 1968.
È in quell'anno che Mao proclama: «Non dobbiamo più far passare gli esami.
A che cosa servono gli esami? Forse che Marx, Engels, Lenin e Stalin hanno dovuto passare degli esami?
Forse che io ho dovuto passarne?». Il sopravvento dell'ideologia sulla scienza getta
il sistema universitario cinese in una paralisi catastrofica.
Sulla vita privata di Mao abbondano da tempo le rivelazioni più scabrose, piccanti o squallide.
Lo dipingono come un imperatore debosciato e perverso. È documentato da molte fonti il suo
sadismo, il compiacimento con cui raccoglie dettagli sulle sofferenze fisiche inflitte nelle
torture ai suoi avversari. Nel gruppo dirigente del partito anche i suoi collaboratori più
stretti prima o poi cadono in disgrazia e fanno una brutta fine (Chang e Halliday adottano la versione,
da altri smentita, secondo cui la morte di Zhou Enlai per cancro nel 1976 viene accelerata perché
Mao gli nega il permesso di farsi curare all'estero). Quattro volte sposato, indifferente
al destino delle sue mogli e dei suoi figli, è abituato a farsi procacciare donne e ragazzine
dalle guardie del corpo anche durante gli anni della sua decadenza senile. Nella dimora di Zhongnanhai
vicina alla Città Proibita vive i suoi ultimi anni nel lusso e nel vizio, circondato da domestici,
cuochi, guardaspalle, confidenti e cortigiani costretti a vivere al ritmo sregolato delle sue
insonnie e delle sue depressioni croniche.
I più grandi biografi occidentali di Mao, da Jonathan Spence a Stuart Schram,v
non hanno esitato a descrivere il suo carattere spietato e violento, in certi casi sollevando la
questione della follia (nella sua famiglia c'erano molti precedenti di malattie mentali).
Tuttavia, a differenza di Chang e Halliday, gli altri biografi hanno cercato di restituire un ritratto
più complesso e variegato. Dipingerlo solo come un sadico è riduttivo. Anche se Mao
usa il terrore come strumento di governo lasciando delle ferite cosí profonde nella
società cinese che durano dopo la sua scomparsa tuttavia il suo terrore ha caratteristiche
diverse da quelle di Hitler e Stalin. È importante ricordare, per esempio, che il terrore
maoista viene affidato alle masse e praticato dalle masse (nei ranghi delle Guardie Rosse si mobilitano
spontaneamente folle di giovani studenti universitari e di giovani operai), non è prevalentemente
perpetrato da corpi di professionisti specializzati come la Gestapo nazista o la Ghepeù-KGB
in URSS. Questo la dice lunga sull'originale capacità del leader cinese. Carismatici
lo sono senza dubbio anche Mussolini e Hitler, Lenin e Stalin, ma il carisma di Mao ha qualcosa di
diverso. Fino all'ultimo, pur recitando una commedia degli inganni e delle illusioni, egli
conserva la capacità di rappresentare una pulsione antigerarchica e antiautoritaria,
la rivincita della periferia sul centro, della folla contro i dirigenti. Il successo iniziale
della Rivoluzione Culturale e anche la sua popolarità in Occidente nasce
dal fatto di presentarsi come un movimento antiburocratico, contro i capi e gli anziani, contro
la nomenklatura del partito comunista, contro il "quartier generale". In parallelo,
a livello internazionale e dopo la rottura con Mosca, egli incarna a lungo la rivolta dei popoli
dai piedi scalzi contro le superpotenze, del Sud contro il Nord.
Chang e Halliday dipingono Mao come un uomo guidato fin dall'inizio solo da calcoli di
potere, privo di valori. Ma se all'origine era davvero un giovane cinese divorato solo dall'ambizione,
negli anni Venti la scelta più promettente per un arrivista non era certo l'adesione
al minuscolo e clandestino partito comunista. In quanto alle condizioni che favoriscono la presa
del partito comunista, a fianco delle tecniche di terrore di massa non si può dimenticare
la realtà che la stessa Jung Chang aveva descritto in Cigni selvatici: una Cina
del primo Novecento dissanguata dalla violenza delle bande armate; il caos e la barbarie di un'era
in cui la vita umana non aveva più nessun valore; i costumi arcaici e retrivi della società
patriarcale dove molte donne vivevano in condizioni di semischiavitù.
Rappresentando Mao come una belva assetata di sangue Chang e Halliday finiscono per dipingere
un quadro unidimensionale della stessa società cinese. La loro è la caricatura di
un paese arido e disumano, abitato da una folla di automi pronti a obbedire agli ordini del capo supremo.
La Cina vera, anche negli anni più bui e opprimenti della Rivoluzione Culturale, è invece
un mosaico che oggi viene lentamente ricomposto dal cinema e dalla letteratura: un paese irrequieto
e percorso da fremiti di passioni reali, dove al fianco di conformismo e paura della maggioranza
convivono anche tanti piccoli eroismi, dissensi personali o resistenze passive al fanatismo.
E contrariamente a quanto sostengono Chang e Halliday, è innegabile che alla fine della sua
esistenza è proprio Mao a compiere la scelta giusta per il futuro della Cina: toglie la sua
protezione politica alla famigerata Banda dei Quattro, il gruppo degli ispiratori più radicali
della Rivoluzione Culturale capeggiato dalla sua ultima moglie Jiang Qing, e lascia che prevalga
la fazione moderata di Deng Xiaoping. Non deve essere del tutto accecato e privo di capacità
di analisi dei problemi della Cina reale, un leader che negli ultimi anni di vita azzecca la scelta
del proprio successore nell'interesse del paese.
Il sinologo Jonathan Spence ha riassunto con efficacia il dilemma con cui si confronta il giudizio
dei posteri dinanzi a un personaggio come Mao: «Continuavo a chiedermi perché gli storici
dovrebbero sentirsi obbligati a trattare con equità perfino dei mostri patologici, se
partiamo dall'ipotesi che Mao era uno di questi. La risposta più pertinente forse è
strutturale. Se non ci sforziamo di essere equi perdiamo le sfumature, i chiaroscuri. Il mostro,
perfido e sterminatore, avanza per la sua strada seguendo un progetto da lui ordito. Se non ha coscienza,
se non ha alcuna visione di un mondo diverso ma solo l'obiettivo della sua personale supremazia,
mentre i suoi nemici vengono umiliati e il suo popolo muore di fame, allora non c'è nulla
che possiamo imparare da un uomo simile. E questa è una conclusione a cui, da tempo immemorabile,
gli storici hanno cercato di resistere».vi
La scorciatoia della demonizzazione, la spiegazione psicopatologica, evita la messa in discussione
delle responsabilità collettive. C'è un intero gruppo dirigente, vivo e vegeto,
potente e arrogante, aggrappato al governo della più grande nazione del pianeta, che deve
rendere conto del sistema politico che ha consentito a Mao di essere Mao. Oltre ai dirigenti, anche
l'intero popolo cinese non potrà risparmiarsi un giorno il dovere doloroso dell'autocoscienza,
non potrà eludere l'obbligo morale di spiegare perché precipitò nella
barbarie. I processi sommari ai "traditori" nelle piazze gremite di gente che applaudiva
e dileggiava le vittime della gogna pubblica, le delazioni contro i colleghi e gli amici e i parenti:
com'è stato possibile? La teoria del mostro è un alibi che rinvia la resa dei conti
con il passato. Ed è comunque una teoria che non ha mercato in Cina, dove la salma di Mao in piazza
Tienanmen continua a essere la mèta di un pellegrinaggio di massa, e il culto della personalità
degli anni Sessanta
i . J. Chang, Cigni selvatici. Tre figlie della Cina, Milano, Longanesi,
1994 (ed. orig. 1991).
ii . J. Becker La rivoluzione della fame. Cina 1958-62, la carestia segreta,
Milano, Il Saggiatore, 1998 (ed. orig. 1996).
iii . J.-L. Domenach, Chine: l'archipel oublié, Parigi, Fayard,
1992.
iv . Li Zhi-sui, The Private Life of Chairman Mao, Londra, Chatto &
Windus, 1994.
v . Si vedano, tra l'altro, J.D. Spence, Mao Zedong, Roma, Fazi, 2004
(ed. orig. 1999) e S. Schram, Mao Tse-Tung e la Cina moderna, Milano, Il Saggiatore, 1968
(ed. orig. 1966). Schram è anche curatore di una raccolta di scritti di Mao (Mao's
Road to Power: Revolutionary Writings, 1912-1949, Armonk, N.Y., M.E. Sharpe, 1992-) di cui
sono finora usciti sette volumi.
vi . J.D. Spence, "Portrait of a Monster", The New York Review of
Books, 3 novembre 2005, pp. 23-26.
FEDERICO RAMPINI , corrispondente de la Repubblica a Pechino, è l'autore
de Il secolo cinese (Mondadori, 2005) e Cindia (Mondadori, 2006). All'esame
critico della biografia di Chang e Halliday ha dedicato anche un capitolo del suo saggio "Mao
dopo Mao", apparso nella collana delle biografie storiche della Repubblica nel
marzo 2005. |