la Rivista dei Libri
Sommario  

Calendario  

Annunci  

Libreria  

Indici  

Archivi  

Premi e concorsi  

Punti vendita  

Altrove  

Contatti  

 
 
. . .

Refusi freudiani
LUIGI REITANI

SIGMUND FREUD, Testi e contesti, a cura di Michele Ranchetti, Torino, Bollati Boringhieri: vol. 3, Scritti di metapsicologia (1915-1917), a cura di Michele Ranchetti, pp. XXIII-533, €30,00; vol. 5, Sulla storia della psicoanalisi, a cura di Martin Dehli, pp. XX-324, €22,00i

Introducendo nel 1993 il volume dei Complementi alla grande edizione italiana delle Opere di Sigmund Freudii – curata da Cesare Luigi Musatti, coordinata da Renata Colorni e pubblicata da Paolo Boringhieri tra il 1966 e il 1980 – Michele Ranchetti sottolineava l'importanza storica di quell'impresa, constatando che per la diffusione in Italia della psicoanalisi «l'edizione delle Opere rappresenta forse il contributo teorico e culturale maggiore, nella possibilità che essa offre di ricorrere ai testi con il corredo di note e di riferimenti necessari alla loro intelligenza, e in versione corretta, in una lingua precisa che presenta, per le occorrenze terminologiche e concettuali del pensiero di Freud, un'espressione italiana ragionatamente corrispettiva, grazie all'unificazione stilistica e dottrinale dovuta in massima parte alla cura editoriale di Renata Colorni».iii A distanza di dodici anni da questo impegnativo riconoscimento lo stesso Ranchetti si fa ora promotore di una nuova edizione e traduzione italiana degli scritti freudiani, che costituisce una profonda revisione – se non una sistematica e feroce demolizione – proprio del lavoro elogiato nelle righe citate. Pur presentando solo una scelta parziale del vasto corpus freudiano, infatti, non c'è dubbio che il progetto, articolato in dieci volumi, Sigmund Freud. Testi e contesti si ponga in una prospettiva di superamento sostanziale dell'edizione musattiana delle Opere, sia sul piano linguistico e terminologico, sia sul piano dell'approccio filologico.

Ambizione precipua di questo nuovo lavoro, in qualche modo rivoluzionario e senza precedenti in altre lingue, compreso il tedesco, è inserire gli scritti freudiani nelle loro connessioni storiche, presentando cosí, accanto ai testi pubblicati da Freud, pagine dal suo epistolario, documenti del movimento psicoanalitico e contributi di altri autori, il tutto in una traduzione italiana totalmente rinnovata. Una simile concezione editoriale, che allarga al contesto l'"opera" tradizionalmente intesa, non è del tutto nuova nel dibattito filologico. All'approccio genetico ai testi non di rado si cerca oggi di affiancare una documentazione delle fonti a disposizione e di mostrare il nesso che intercorre tra l'opera e il discorso culturale che la sottende, fino a rinunciare a un netto discrimine fra "testi" e "documenti".

Questa impostazione – sicuramente affascinante – solleva però non pochi problemi di metodo, a cominciare dalla scelta dei materiali da includere. Come stabilire, infatti, la pertinenza di questo o di quel testo rispetto al discorso culturale che si intende documentare? Non rientra in fondo tutto nel "contesto" – l'accidentalità del quotidiano e la grande storia, la vita privata e le letture occasionali – anche quando ciò non appare immediatamente evidente? Non ci ha insegnato proprio la psicoanalisi a collegare ciò che appare lontano? E come mostrare, d'altro canto, i nessi che intercorrono tra i vari materiali presentati? Non implica una tale operazione un serrato lavoro di commento, che rischia di diventare esorbitante per edizioni non riservate agli addetti ai lavori? Si tratta, in ogni caso, di un terreno ancora inesplorato, che richiede una forte consapevolezza metodologica e una necessaria prudenza, oltre a una certosina cura redazionale.

 

Nulla di tutto questo mi sembra invece essere presente nella nuova edizione di Ranchetti, che corre il rischio di trasformarsi in un'azzardata e pericolosa avventura e in un problematico passo indietro nella nostra conoscenza di Freud. Le perplessità iniziano già con il titolo di uno dei volumi finora pubblicati. Gli Scritti di metapsicologia (1915-1917) tengono conto della dichiarata delimitazione cronologica solo nella prima parte del volume, che racchiude quanto resta del noto progetto freudiano di un libro su questo tema, mentre la seconda parte presenta testi che spaziano dal 1911 al 1931 (includendo un Frammento inedito ritrovato appena nel 2004 da Paul Roazen e pubblicato da Ranchetti in anteprima mondiale l'anno successivo nella rivista Psicoterapia e scienze umane), e nella terza, quarta e quinta parte vi sono addirittura scritti che risalgono al 1907 e giungono sino al 1922. Certamente questo arbitrio temporale è giustificabile sul piano tematico, dal momento che i materiali raccolti sono tutti inerenti al progetto di una metapsicologia, ovvero di un fondamento – se si vuole filosofico – della psicoanalisi, ma, se è cosí, non si capisce perché nel titolo si sia insistito su un particolare arco di tempo, e perché siano rimasti invece esclusi dal volume altri testi pertinenti, cominciando con Al di là del principio del piacere (1920) che lo stesso Ranchetti definisce nella sua introduzione il "vertice speculativo" della teoria metapsicologica di Freud (III, p. XXI) e che, almeno a giudicare dal piano dell'opera, non troverà affatto posto nella nuova edizione.

Incomprensibile è anche l'esclusione di uno scritto del 1915 di grande pregnanza come Caducità – a cui Franco Rella ha dedicato un memorabile saggioiv – che appartiene a tutti gli effetti al contesto degli anni della guerra e i cui nessi con la riflessione metapsicologica sono evidenti. Di contro vengono pubblicate cinque righe di una lettera di Freud a Oskar Pfister (III, p. 253) assolutamente prive di sostanza. E contraddittoria, rispetto al principio cardine dell'edizione, appare ancora la mutilazione del celebre caso del presidente Schreber, di cui il volume presenta solo la terza parte, pur dando nell'indice il titolo dell'intera opera.v Le 25 pagine tratte dall'ampio carteggio Freud-Ferenczi, inoltre, se permettono effettivamente di seguire meglio la genesi del discorso metapsicologico di Freud all'interno della sua frattura con Carl Jung, dall'altro appaiono a loro volta decontestualizzate rispetto all'insieme della corrispondenza (la cui pubblicazione integrale in italiano da Cortina viene occultata al lettore, suggerendo che si tratti di inediti). La stessa disposizione interna dei testi risulta infine confusa, incerta com'è tra la cronologia della stesura, quella della pubblicazione il criterio della documentazione, e rasenta l'assurdo quando il lettore in Lutto e malinconiavi s'imbatte in un inciso di Freud che rimanda al Supplemento metapsicologico alla teoria del sogno come al saggio immediatamente precedente, mentre la nuova edizione lo presenta solo qualche decina di pagine più avanti, senza spiegarne le ragioni (III, p. 81).

 

Ciò basterebbe a illustrare le contraddizioni a cui va incontro nella prassi il principio della contestualizzazione degli scritti. Ancor più problematico, all'interno di questo principio, è però che la traduzione non prenda come riferimento le prime edizioni degli scritti di Freud, ma (senza neppure dichiararlo) la loro pubblicazione nei Gesammelte Werke. In questo modo salta appunto l'intento di "storicizzare" l'opera freudiana. Un caso emblematico è costituito dalla traduzione delle Osservazioni sul concetto di inconscio in psicoanalisi, che Freud aveva scritto nel 1912 in lingua inglese (A Note on the Unconscious in Psycho-analysis) e che il volume di Ranchetti colloca per questa ragione cronologicamente prima di Per l'introduzione del narcisismo, pubblicato nel 1914. Quella che però viene presentata al lettore – senza informarlo a riguardo! – non è una traduzione dall'originale inglese, ma una versione della traduzione tedesca di Hanns Sachs del 1913, che Freud rivedrà terminologicamente nel 1924. In questo modo proprio la contestualizzazione risulta impossibile.

Dei criteri filologici seguiti, del gioco delle inclusioni e delle esclusioni, dell'ordine interno dei testi purtroppo l'introduzione di Ranchetti non si preoccupa di dare minimamente conto. Non solo i criteri di scelta non vengono esplicitati, ma si suggerisce ambiguamente al lettore (III, pp. XV-XVI) di avere a disposizione un corpus di scritti più esteso rispetto alle Opere di Musatti, che peraltro non sono mai citate nelle "avvertenze editoriali" di questo volume: un caso alquanto palese di rimozione. Giacché sarebbe stato quanto meno opportuno precisare se la differenza di intenti e di metodi della nuova edizione rende obsoleta la precedente, o se invece la affianca, in una sia pur problematica coesistenza.

Di ciò si preoccupa peraltro un foglio informativo con cui la Bollati Boringhieri reclamizza la nuova iniziativa editoriale e che sarebbe stato certamente sensato riprodurre in limine a ciascuno dei volumi. Qui si legge che «se negli anni Sessanta e Settanta il primo obiettivo era stato quello di rendere accessibile Freud al pubblico italiano, oggi ci troviamo invece in un'epoca in cui le verità e le tesi psicoanalitiche sono ormai parte integrante del nostro orizzonte culturale e sono state divulgate talvolta fino al travisamento». Per questo «la nuova collana … punta piuttosto a far emergere, in tutta la sua complessità, ed eventualmente con tutte le sue contraddizioni, il progetto storico destinato a dare origine alla psicoanalisi. Innanzitutto interrogandosi su quale fosse il punto di partenza scientifico, ma anche filosofico, e persino politico, di Freud. E poi chiedendosi come il suo progetto, nel corso di una vita lunga e produttiva, si sia trasformato, in relazione a quali congiunture storiche, per rispondere a quali esigenze cliniche, per reagire a quali sollecitazioni teoriche». Propositi certamente apprezzabili, ma che è davvero difficile cogliere nelle pagine introduttive e nell'impianto degli Scritti di metapsicologia.

 

Più coerenti con il programma annunciato appaiono le scelte di Martin Dehli, che nel volume Sulla storia della psicoanalisi, presenta solo due testi di Freud (Per la storia del movimento psicoanalitico e La questione dell'analisi laica) assieme a materiali a essi collegati. Apprezzabile è la collocazione della "Postfazione" del 1927 di Freud alla questione dell'analisi laica, che non è più presentata come un'appendice al saggio del 1926 su questo tema, ma chiude invece il dibattito sviluppatosi in proposito sulle riviste ufficiali dell'Associazione Psicoanalitica Internazionale. Per la prima volta poi viene tradotta in italiano una variante di questo scritto ritrovata nel 1993, assieme a una nota scritta per l'edizione americana. Anche in questo volume non mancano tuttavia i problemi, a cominciare dall'esclusione delle pagine dell'epistolario Freud-Jung e di altri carteggi (inclusi invece da Ranchetti) che proprio sulla storia del movimento psicoanalitico gettano una luce decisiva. Inoltre non convince del tutto la lettura della Questione dell'analisi laica nella chiave esclusiva di un consolidamento istituzionale della psicoanalisi. E c'è da chiedersi cosa ne sia di rotture altrettanto traumatiche per Freud, come quella successiva con Otto Rank, che l'introduzione neppure menziona.

Questo deficit di trasparenza metodologica è reso ancora più acuto dall'apparato di note, che solo raramente si pone il compito di mostrare i nessi che legano i vari testi tra loro, e che presenta invece incredibili scivoloni – francamente inaccettabili per una pubblicazione scientifica di un editore che ha conquistato credibilità internazionale proprio con le opere freudiane – come quando il presidente di Corte d'appello Schreber viene definito «presidente del Senato» (III, p. 174) o il narratore austriaco Anzengruber un «favolista» (III, p. 210). Per non parlare del clamoroso abbaglio che fa del piccolo Hans un quindicenne (V, p. 156)! L'edizione di Musatti teneva conto del corredo critico di Strachey nella Standard Edition, ma non poteva ancora giovarsi del lavoro di commento alla Studienausgabe realizzato, oltre che da Strachey, da Alexander Mitscherlich, Angela Richards e – per il volume integrativo – da Ilse Gubrich Simitis tra il 1968 e il 1975.

Per il loro apparato di note Ranchetti e Dehli avevano dunque a disposizione, oltre che l'ampia letteratura critica degli ultimi anni, che tiene conto degli epistolari e della ricerca nell'archivio di Freud, un materiale già collaudato, che entrambi in effetti sfruttano in qualche modo. Ma mentre Dehli dichiara di aver «ampliato per quanto riguarda alcuni particolari» il corredo critico di Musatti, Strachey e Grubrich-Simitis (V, p. 4), Ranchetti non sente invece il bisogno di dichiarare il suo debito verso le edizioni precedenti, inclusa quella delle Opere di Musatti, da cui sono tuttavia integralmente riprese – in forma peraltro assai più sintetica – la maggior parte delle note.vii

Ciò porta a qualche imbarazzante ripresa letterale, che perde il suo senso nel nuovo contesto. In una nota a Per l'introduzione del narcisismo si legge infatti: «per un errore di stampa, in tutte le edizioni tedesche è scritto Seiten ("pagine") anziché Zeilen ("righe")» (III, p. 179, n. 13). Il che lascerebbe pensare che Ranchetti sia stato il primo ad accorgersi del refuso, verificando direttamente il manoscritto. Ma in realtà questa nota si trova già nella Standard Edition inglese di James Strachey e come tale era stata ripresa da Musatti. Da allora però l'errore è stato corretto e nella Studienausgabe tedesca si legge naturalmente Zeilen. Ciò che dunque Strachey e Musatti potevano a ragione affermare non corrisponde più al vero. Solo che Ranchetti, oltre a passare sotto silenzio la fonte delle sue note, non si è preoccupato di verificarne l'attualità. Né, come si è visto, la ripresa del commento lo mette al riparo dalle imprecisioni dei suoi traduttori. Di fronte a tutto questo proprio non si può parlare, come annuncia il citato foglio informativo, di un commento che «documenta lo stato attuale della ricerca sulla storia della psicoanalisi, correlando la collana alle ricerche che negli ultimi anni si sono sviluppate soprattutto negli ambiti scientifici di lingua inglese, francese e tedesca».

 

Le lacune dell'apparato critico non si fermano qui. Manca un indice analitico ai singoli volumi (rimandando il piano dell'opera a un volume conclusivo di "indici e vocabolario"); mancano nelle "avvertenze editoriali" del quinto volume le indicazioni delle traduzioni italiane; manca negli Scritti di metapsicologia una bibliografia, che è invece presente nel volume Sulla storia della psicoanalisi. Questa difformità nell'impostazione dei due volumi – riscontrabile anche in altri puntiviii – è del resto tanto imperscrutabile quanto i criteri che ispirano la bibliografia allestita da Dehli, che menziona qualche tesi di laurea in Germania, ma dimentica i fondamentali contributi italiani di Silvia Vegetti Finzi sulla storia della psicoanalisi, e cita talvolta solo i titoli tedeschi di Freud, come se alcuni suoi scritti non fossero mai apparsi in italiano! Più che un caso di rimozione, si tratta qui di schizofrenia, dal momento che l'editore è lo stesso Bollati Boringhieri.ix

L'aspetto più preoccupante di questa operazione editoriale è però la traduzione, dovuta soprattutto a Stefano Franchini, che deriva in gran parte dalla precedente edizione delle Opere, sfiorando a volte la riproduzione letterale, in particolare nel saggio Per la storia del movimento psicoanalitico (l'intero primo capoverso del secondo capitolo, a esempio, è identico alla precedente versione di Angela Staude e Renata Colorni, se si eccettuano quattro variazioni sinonimiche e un'inversione tra aggettivo e sostantivo [V, p. 22]). Dove invece la versione differisce nella sostanza, o appaiono fraintendimenti madornali, che rendono precario il senso del discorso – come quando all'inizio di Lutto e malinconia si confonde la causa con l'effetto, traducendo Unter den nämlichen Einwirkungen «con le stesse ripercussioni» (III, p. 80) – o vi sono fastidiosi calchi letterali. Non si capisce, a esempio, la necessità di rendere Zur Einführung des Narzissmus con Per l'introduzione del narcisismo (la vecchia traduzione suonava semplicemente Introduzione al narcisismo). Talvolta invece la limpida costruzione sintattica di Freud viene inutilmente appesantita, come nell'incipit del saggio L'inconscio: «Wir haben aus der Psychoanalyse erfahren, das Wesen des Prozesses der Verdrängung bestehe nicht darin, eine den Trieb repräsentieren de Vorstellung aufzuheben, zu vernichten, sondern sie vom Bewußtwerden abzuhalten».

«Abbiamo imparato dalla psicoanalisi che l'essenza del processo di rimozione non consiste nel sopprimere un'idea che rappresenta una pulsione, nell'annullarla, ma nell'impedirle di diventare cosciente [Traduzione di Renata Colorni].»

«Abbiamo appreso dalla psicoanalisi che l'essenza del processo rimovente non consiste nell'abolire, nell'annientare una rappresentazione che fa le veci della pulsione, ma nel trattenerla dal diventare conscia [Traduzione di Stefano Franchini, III, p. 43].»

Ma a suscitare le perplessità maggiori è il disinvolto cambiamento di termini chiave della nomenclatura freudiana, tanto più che in un solo caso, per la traduzione di Affekt con "emozione", appare una (breve) nota esplicativa (III, p. 37), senza tuttavia che la scelta sia motivata. Se certamente è legittimo mettere in discussione le scelte fatte per rendere la complessa terminologia psicoanalitica, è assolutamente inaccettabile che ciò avvenga senza avvertire il lettore e senza spiegarne le ragioni, soprattutto quando si consideri il delicato impiego dei vocaboli freudiani nel lavoro psicoterapeutico.

 

In un brillante articolo apparso sulla rivista Psicoterapia e scienze umane, Ranchetti rilevava qualche tempo fa come la terminologia psicoanalitica sia diventata nelle traduzioni (in particolare in quella inglese) un lessico separato, laddove Freud si era invece servito di termini della lingua quotidiana, pur conferendo a essi una valenza particolare.x In questo Ranchetti a ragione vedeva il rischio di una neutralizzazione della carica "eversiva" degli assunti di Freud: nelle traduzioni i termini di matrice "scientista" diventano una sorta di spiegazione asettica e anestetizzante del fenomeno psichico. Su questa base era lecito presumere che la nuova edizione suggerisse soluzioni ragionate e innovative, quand'anche provocatorie. L'esito della nuova traduzione è invece contraddittorio e confuso.

La Besetzung di Freud – finora tradotta in italiano con "investimento", il termine più vicino alla sua connotazione militaresca ed "economica", come facevano notare Laplanche e Pontalisxi – diventa "caricamento", con effetti talvolta bizzarri. La Melancholie – termine che in Freud designa una situazione patologica e non uno stato d'animo – è appiattita nella "malinconia" (contro la più precisa "melanconia" della precedente traduzione). Il termine Einfall, usato per esprimere l'importante concetto di "associazioni libere", si trasforma in «idee spontanee» (III, p. 34) o «libere idee spontanee» (V, p. 146). La Repräsentanz è tradotta non proprio limpidamente con "vicario", con qualche acrobazia nei composti, per cui la psychische (Vorstellungs)repräsentanz è resa con «vicario psichico (in forma di rappresentazione)» (III, p. 33). Fixierung diventa "ancoraggio" (e non più "fissazione"), non so con quale coerenza rispetto al principio di un lessico che si vorrebbe più vicino al linguaggio quotidiano (III, p. 13). La distinzione tra Befriedigung e Erfüllung è sostanzialmente annullata da Franchini, che talvolta sceglie "appagamento" per Befriedigung (III, p. 11) e "soddisfacimento" per Erfüllung (III, p. 121) – invertendo quanto aveva fatto Musatti –, e talvolta usa invece per entrambi i termini "soddisfacimento" (III, p. 122) o impiega "esaudire" per il verbo erfüllen (III, p. 121), per poi ritornare ancora ad "appagamento" per Erfüllung (V, 55). Versagung diventa di volta in volta "fallimento" (III, p. 183), "rifiuto" (III, pp. 69 e 199) e persino "fiasco" (III, p. 145), ma permane ancora la scelta musattiana di "frustrazione" (III, p. 27). Selbstgefühl è banalizzato in «amor proprio» (III, 80), salvo a riproporlo altrove come «sentimento di sé» sulla scia di Musatti (III, 193).

La preoccupante oscillazione nella resa degli stessi termini non è rara, come prova ancora il caso della halluzinatorische Wunschpsychose, che ora è tradotta con «psicosi allucinatoria conforme al desiderio» (III, p. 81), ora semplicemente con «psicosi allucinatoria di desiderio» (III, p. 121). È certamente vero che la traduzione dei singoli vocaboli deve adeguarsi di volta in volta al contesto e sarebbe sicuramente sbagliato pretendere una resa sempre uniforme degli stessi termini (neppure l'edizione di Musatti lo faceva), ma ciò non giustifica l'arbitrio e la casualità delle soluzioni.

Problematica è la stessa scelta di "emozione" per il kantiano Affekt, che rimanda al sensismo settecentesco. Se è infatti vero che oggi "emozione" ha assunto in gran parte il valore che in italiano un tempo aveva il termine "affetto", che può sembrare ormai desueto, è anche vero che proprio "emozione" asseconda una tendenza "spiritualizzante" – giustamente criticata da Ranchetti nell'articolo citatoxii –, mentre Affekt designa un sentimento che nasce da una concreta percezione sensoriale e si manifesta anche fisicamente. Nella traduzione con "emozione" si perde per di più il nesso tra Affekt e Affektion, che continua invece a essere reso con "affezione", e diventa infine assai problematica la scelta di rendere la funzione aggettivale di Gefühl con "affettivo", laddove come sostantivo lo stesso vocabolo è contraddittoriamente reso con "sentimento" (cfr. III, p. 37, n. 8).

Naturalmente non tutti i cambiamenti sono inopportuni. Si può a esempio essere d'accordo con "tranfert" al posto di "traslazione", come del resto già ampiamente in uso nel lessico psicoanalitico corrente (sebbene proprio Ranchetti nell'articolo citato constatasse a ragione l'inadeguatezza dell'uno e dell'altro termine!), o salutare positivamente la correzione di qualche forzatura ideologica di Musatti (che nella Questione dell'analisi laica aveva a esempio tradotto "Sé" con "Io"). Anche "sfera conscia" per l'aggettivo sostantivato das Bewußte è un'opzione condivisibile, che crea una distinzione terminologica rispetto alla nozione di Bewußtsein ("coscienza") assente nell'edizione di Musatti, che pure avvertiva il lettore in nota del problema.

Complessivamente non si può però che restare sconcertati dalla leggerezza con cui è stata condotta questa operazione. È proprio il "contesto" di Freud – le sue fonti nei grandi classici della letteratura tedesca, cominciando da Schiller e Goethe, determinanti per la formazione del suo lessico – a essere ignorato in questa traduzione falsamente attualizzante. Non è il programma, in sé legittimo, di una nuova traduzione, a non risultare convincente, ma la modalità della sua realizzazione. In Inghilterra, dove è in corso una nuova pubblicazione delle opere di Freud da Penguin (anch'essa mai citata da Ranchetti e Dehli!), ciò sta accadendo in ben altre forme sotto la direzione dello scrittore e psicoanalista Adam Phillips, che ha chiamato studiosi e intellettuali di chiara fama a tradurre e introdurre i singoli volumi, motivando le loro scelte.

Provo una sincera stima per Michele Ranchetti: come uomo di eccezionale cultura, come poeta di indubbio rilievo e come traduttore dallo straordinario talento, a cominciare dalle versioni di Celan. Ho sempre ammirato la profondità dei suoi lavori e l'ampiezza dei suoi interessi. Ho la sensazione che questo suo progetto, nato da intuizioni profonde e da un generoso entusiasmo, gli sia sfuggito di mano. Può anche darsi che la fretta di far uscire i primi due volumi in tempo per l'anno freudiano abbia giocato un brutto scherzo a una casa editrice prestigiosa, che si è assunta l'onore e l'onere di assicurare un futuro ai progetti di Paolo Boringhieri. Sicuramente è mancato uno staff redazionale all'altezza del compito.xiii Temo però che la cultura italiana stia in questo modo rischiando di bruciare il grande patrimonio acquisito con la profonda assimilazione linguistica e filologica del pensiero freudiano, dovuto alla eccezionale impresa di Cesare Luigi Musatti.

 

i . Di seguito si citerà da questa edizione indicando in numeri romani il corrispondente volume, seguito dal riferimento alla pagina.

ii . S. Freud, Opere, edizione diretta da C.L. Musatti, voll. 12, Torino, Boringhieri, 1966-1980.

iii . M. Ranchetti, "Prefazione", in S. Freud, Opere. Complementi 1885-1938, Torino, Boringhieri, 1993, p. XV.

iv . F. Rella, "Freud, Rilke e l'«amico silenzioso»", Nuova Corrente, 79-80 (1979), pp. 324-43.

v . Senza tuttavia ricordare, come è ormai uso, che si tratta appunto del "caso Schreber", laddove proprio con questo nome lo scritto viene invece sempre citato nell'apparato di note!

vi . Il titolo è quello dell'edizione qui recensita, come negli altri casi citati più avanti.

vii . Lo stesso vale per le note che accompagnano le pagine tratte dal carteggio con Sándor Ferenczi, presenti già nell'edizione tedesca.

viii . Oltre che, come si è detto, nel commento, anche nelle avvertenze editoriali. Dehli si preoccupa infatti sempre di dare il riferimento alla traduzione italiana nelle Opere, che è invece incredibilmente assente nel volume curato da Ranchetti.

ix . Inesatta è anche l'affermazione di Dehli nella sua introduzione che i verbali delle discussioni della Wiener Psychonalytische Vereinigung non siano mai stati proposti in italiano (V, p. X). Sebbene parziale, una scelta è stata pubblicata già nel 1973 sempre da Boringhieri.

x . M. Ranchetti, "Le difficili origini della psicoanalisi", Psicoterapia e scienze umane, XXXV (2002), 2, pp. 5-9.

xi . J. Laplanche e J.-B. Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi, edizione italiana a cura di G. Fuà, Roma-Bari, Laterza, 1984, p. 245.

xii . «La lettura e la comprensione di Freud, nel corso degli anni e in particolare nella cultura italiana, hanno subito, secondo me, un processo di "spiritualizzazione" e di sganciamento dal modello naturalistico delle scienze naturali, dovuto anche all'intraducibilità delle sue parole primarie» (Ranchetti, "Le difficili origini della psicoanalisi", cit., p. 8.).

xiii . Un ulteriore aspetto sgradevole dell'edizione, che naturalmente passa in secondo piano rispetto agli altri, è ancora la presenza di refusi in entrambi in volumi (tra i tanti possibili esempi segnalo solo un «debbiamo» [V, 140]), superiore al limite tollerabile in un'opera di questo livello: un indice significativo della gen

(Traduzione di Claudia Valeria Letizia)


LUIGI REITANI insegna Letteratura tedesca e austriaca presso l'Università di Udine. Autore di saggi sulla letteratura austriaca del '900, ha curato, tra l'altro, la traduzione di opere di Arthur Schnitzler, Friedrich Schiller e, nel 2001, per i tipi di Mondadori, l'edizione di Tutte le liriche di Friedrich Hölderlin.

 
-
-
Home - Sommario - Annunci - Libreria - Calendario

La Rivista dei Libri s.r.l. - www.larivistadeilibri.it - Capitale sociale euro 10.400 - Redazione: via de' Lamberti 1, 50123 Firenze (tel: 055/219624 - fax 055/295427) - Sede legale: viale Gramsci 19, 50121 Firenze - Registro delle Imprese di Firenze n. 55832/2001 - R.E.A. di Firenze n. 435393 - Codice fiscale10226220159 - Partita IVA 05146730485.