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Costose oligarchie
GIANFRANCO PASQUINO
CESARE SALVI e MASSIMO VILLONE, Il costo della democrazia, Milano, Mondadori,
pp. 184, €16,50
MAURO CALISE, La Terza Repubblica. Partiti contro Presidenti, Roma-Bari,
Laterza, pp. 162, €10,00
Le democrazie che conosciamo sono basate su un principio costitutivo essenziale. I governi,
a tutti i livelli, e le assemblee rappresentative, ugualmente a tutti i livelli, derivano la loro
legittimità da procedimenti elettorali liberi, che si svolgono periodicamente,
che hanno caratteristiche di equità, che producono conseguenze politiche,
la più importante delle quali va sotto l'etichetta di alternanza fra partiti
e/o coalizioni. Tutte le democrazie di questo tipo sono democrazie politico-elettorali. Senza
queste premesse, non è neppure immaginabile fare passi nella direzione di: democrazie costituzionali,
nelle quali i diritti dei cittadini siano tutelati; e sociali, nelle quali il benessere
complessivo dei cittadini sia protetto e promosso in maniera significativa e duratura.
Affinché le democrazie politico-elettorali funzionino in maniera soddisfacente è
indispensabile che siano i partiti a organizzare le elezioni, a presentare candidati, a occupare
con loro esponenti le cariche di governo e di rappresentanza a tutti i livelli. Anzi, secondo la
quasi totalità degli studiosi, le democrazie non sarebbero neppure possibili se non esistessero
partiti più o meno organizzati che, in competizione fra loro, comunicano e offrono ai cittadini
priorità programmatiche e soluzioni alternative e accettano la responsabilità
di quello che hanno fatto e del come lo hanno fatto.
Il problema è che spesso i partiti sono non solo parte della soluzione dei problemi delle
democrazie contemporanee in quanto operano efficacemente e in maniera responsabile, ma anche
parte del problema, perché sprecano risorse e rifuggono da qualsiasi responsabilità.
E quando sono i problemi a prevalere, i cittadini, sebbene non siano in grado di specificarli, lo
intuiscono e lo sospettano. Non a caso, la critica antipartitica è diffusa in quasi tutte
le democrazie, sia pure in misura diversa da paese a paese. A volte, la critica non è diretta
giustamente soltanto contro i comportamenti deteriori e degenerativi dei partiti:
è diretta contro lo stesso (stra)potere dei partiti, contro le modalità con le quali
essi lo hanno acquisito, per esempio, attraverso clientelismo e corruzione, e contro le modalità
con le quali lo esercitano, per esempio, grazie a collusioni consociative e a trasformismi.
Quando i partiti non soltanto occupano (tutto) il potere politico, ma si infiltrano nel potere
economico, sociale, burocratico, mediatico, li piegano ai loro voleri e li lottizzano, allora
la democrazia finisce per degenerare in partitocrazia. È probabile che non poche
fasi della traiettoria dell'Italia repubblicana, certamente quella del pentapartito
(1980-1992), debbano essere precisamente definite con quel termine. In particolare, il pentapartito
espresse al più alto livello la presenza ramificata della partitocrazia. Nel 1993, sull'onda
dei referendum elettorali, dei referendum per l'abolizione di alcuni ministeri (in particolare,
il famigerato ministero delle Partecipazioni Statali), del referendum per l'abrogazione
del finanziamento statale ai partiti, sembrò che la partitocrazia italiana subisse una
sconfitta irreparabile e fosse destinata a non riemergere mai più.
Il sistema elettorale noto come "Mattarellum", garantendo qualche occasionale
opportunità di alternanza al governo nazionale, sembrò arginare quel processo
di cristallizzazione nelle cariche di governo e di rappresentanza che dà vita alla partitocrazia
e la foraggia. Al punto che, qualcuno, e in special modo Mauro Calise, autore de La Terza Repubblica,
ha temuto che assieme all'acqua sporca della partitocrazia venissero buttate via anche
le organizzazioni partitiche. Gradualmente e inesorabilmente, i partiti magari diventati
leggeri in termini di apparato di funzionari a tempo pieno, o forse proprio perché "alleggeriti"
di fonti alternative di sostegno finanziario hanno invece ripreso il controllo della situazione
e hanno reintrodotto forme subdole di finanziamento non della politica, si badi, o delle loro attività,
ma ancora una volta, e quasi esclusivamente, delle loro strutture e del loro personale.
Il fenomeno è stato variamente documentato e stigmatizzato, per esempio, da Massimo
Teodori nel suo Soldi & partiti. Quanto costa la democrazia in Italia?;i
ma la sinistra, quantomeno quella politica ufficiale, e più precisamente la sinistra comunista,
ha sempre respinto sdegnata l'accusa di partitocrazia e ha sempre sottolineato la necessità
che i partiti vengano finanziati dallo stato, apportando come motivazione che bisogna evitare
il peggio, ossia che i partiti ottengano finanziamenti da privati i quali, poi, ricerchino il loro
tornaconto e passino all'incasso dei relativi favori di scambio. Al contrario, alcuni minimi
settori della sinistra riformista, e in special modo i radicali, hanno indicato il finanziamento
dei partiti a opera dei privati, con regole rigorose e sanzioni vigorose, come la soluzione migliore.
Ed è questa l'indicazione chiara e forte che viene dal libro di Teodori, a lungo deputato
del Partito radicale, ma anche professore di Storia americana e autore di ottimi studi su quel sistema
politico e sulle peraltro non entusiasmanti forme di finanziamento privato della politica negli
USA.
Finalmente, ma molto tardivamente, anche la sinistra si è accorta del problema "rapporto
soldi (ed altro) e politica". Il costo della democrazia, il libro di inchiesta e di
denuncia dei senatori Cesare Salvi e Massimo Villone, entrambi ex comunisti, costituisce un importante
contributo conoscitivo. In questione, però (e l'osservazione vale anche per il titolo
del libro di Teodori), non è il costo della democrazia: piuttosto, e molto più
precisamente, si tratta del costo delle oligarchie partitiche.ii Sono infatti
le indennità di coloro che conquistano cariche di tutti i tipi grazie ai loro rapporti con
i partiti, i loro rimborsi spese, i loro portaborse e consulenti, le loro abbondanti e generose
assunzioni di personale fedele negli apparati burocratici e amministrativi dello stato e degli
enti locali a fare lievitare enormemente il costo visibile della politica in Italia. Il costo meno
visibile, ma tutt'altro che meno oneroso, è quello che si trova nelle pieghe di varie
voci della spesa pubblica, che emergono in occasione della legge finanziaria anno dopo anno.
Salvi e Villone hanno fatto un grande e meritorio lavoro di raccolta dei dati. Coloro che vivono
di politica, con tutta probabilità esclusivamente di politica, vale a dire che
non avrebbero alternative occupazionali praticabili, sono oggi in Italia all'incirca
400 mila persone o poco più. Il loro costo, regolarmente crescente, si aggira fra i due e i quattro
miliardi di euro. Qualsiasi confronto con stime precedenti rileverebbe che il costo delle oligarchie
di partito è aumentato in maniera significativa negli ultimi dieci anni, e non soltanto per
l'inflazione, alquanto contenuta, e neppure per il cambio dalla lira all'euro. Avendo
sempre nutrito riserve sui cambiamenti istituzionali ed elettorali post-1993, sulle critiche
a partiti e partitocrazia e sulle nuove, più personalizzate, modalità di governo
(e anche di rappresentanza),iii Calise ha le carte in regola per denunciare
la comparsa di un'allegra e rapace «nuova nomenklatura».
Come documentano efficacemente Salvi e Villone, le cause, diciamo "tecniche",
dell'aumento del numero di coloro che traggono le loro risorse dall'attività
politica, sono sostanzialmente due: da un lato, la proliferazione di nuove province, che si portano
dietro una quantità di altri uffici e altri incarichi; dall'altro, l'aumento
del numero di consiglieri, in special modo regionali e di consulenze e consulenti a tutto campo.
Lungo queste linee, non soltanto si ingrossa e si ingrassa la classe politica esistente, ma, quel
che è peggio, la stessa classe politica si protegge, ampliando l'arco dei suoi sostenitori
e stabilizzando nella misura del possibile il suo consenso; crescono inoltre le aspettative di
quello che un tempo si chiamava il "sottobosco" politico. A mio parere, dietro questa
movimentazione espansivista sta un fenomeno che non è soltanto politico, ma anche sociale.
Salvi e Villone pensano che sia la debolezza dei partiti (la loro incapacità di esercitare
controlli effettivi sul reclutamento e sulle carriere) ad aver aperto grandi spazi alla degenerazione
e all'eccesso di spese. Un conto è vivere in un sistema nel quale i partiti come organizzazioni
sovrintendono alle campagne elettorali; un conto diverso è quando sono i singoli che debbono
darsi da fare incorrendo in debiti di tutti i tipi. Vero. Ma il fenomeno che Calise definisce come
uno scontro o competizione fra partiti "leggeri" e presidenti, vale a dire gli occupanti
di cariche monocratiche, non è soltanto economicamente costoso. Potrebbe essere democraticamente
rischioso poiché terribilmente semplificatore delle preferenze degli elettorati.
Paradossalmente, la legge elettorale proporzionale introdotta a fini del tutto particolaristici
dalla Casa delle Libertà potrebbe avere fra i suoi effetti (certamente non voluti) quello
di ridurre le spese elettorali. Infatti, l'esistenza di liste bloccate ha come conseguenza
che nessun candidato dovrà affrontare specifiche spese elettorali personali. La sua
elezione dipenderà esclusivamente dal successo del partito che lo ha candidato, ovvero
messo in lista, e dal suo posto in quella lista. Meno oberato di debiti monetari, l'eletto
avrà tuttavia cospicui debiti di "riconoscenza" che riterrà probabilmente
opportuno pagare con il conformismo, la disciplina di voto, l'ossequio a qualsiasi linea
il partito o il suo dirigente di riferimento vorrà attuare, al fine di essere ricandidato.
Al proposito, sia Salvi che Villone, parlamentari rispettivamente dal 1992 e dal 1994, avrebbero
potuto scrivere qualcosa proprio sulle modalità di reclutamento e di riproposizione
dei parlamentari. Invece, dopo avere sostenuto che il problema riguarda la democraticità
interna dei partiti, intesa nella versione positiva di un ruolo influente che dovrebbero esercitare
gli iscritti (quasi un'utopia che, dalla pubblicazione nel 1911 del famoso saggio di Roberto
Michels, dovrebbe essere vietato a tutti sostenere, ma in special modo a chi ha una non breve esperienza
di vita di partito), si schierano molto duramente contro l'unico fenomeno davvero innovativo,
per la vita dei partiti, e più in generale per la vita democratica, vale a dire le primarie.
In maniera, secondo me, assolutamente incomprensibile, affermano che «la primaria è
partecipazione solo per un giorno».
Al contrario, un'elezione primaria implica una catena virtuosa fatta di interesse,
attenzione, organizzazione, informazione, comunicazione e voto. Dopodiché, una primaria
fatta efficacemente ed elegantemente comporta straordinari effetti positivi di trascinamento
di molte "risorse" politiche. Quei cittadini partecipanti che hanno contribuito
alla scelta del candidato vincente si sentiranno impegnati a favorirne l'elezione alla
carica e quindi continueranno a partecipare. Incidentalmente, Salvi e Villone ritengono che
le primarie costino troppi soldi e citano i due milioni e mezzo di euro spesi per le primarie del candidato
alla presidenza del consiglio. Curiosamente, e davvero colpevolmente, dimenticano che grazie
ai contributi volontari dei quattro milioni e trecentomila elettori primari sono stati raccolti
ben sette milioni e mezzo di euro. Non soltanto le primarie hanno coperto i loro costi, ma hanno prodotto
un utile cospicuo che andrà a finanziare le campagne elettorali del centro-sinistra.iv
E se davvero centomila volontari hanno contribuito a organizzarle in maniera non contestabile
e leale verso tutti i candidati, quelle primarie hanno rappresentato uno sbocco alle domande di
partecipazione incisiva di molti cittadini di centro-sinistra.
Senza retorica, scriverò che sono state un reale esercizio di democrazia, che sicuramente
ha confortato anche Calise. A determinate condizioni politiche, organizzative, sociali e istituzionali
(vale a dire chiarendo "chi", "come", "con quali strumenti comunicativi"
e per "quali cariche"), le primarie contengono la potenzialità di sollecitare
l'elettore pigrov e di reinserire nel circuito della vita
activa democratica il civis marginalis. Sono i due non troppo ideali
tipi di cittadini elettori che attivandosi, o per cosí dire disattivandosi, cioè
astenendosi e uscendo dall'elettorato partecipante, finiscono per determinare l'esito
di molte (troppe) competizioni elettorali altamente "personalizzate", che non rappresentano
proprio il modello di democrazia al quale Calise darebbe la sua approvazione.
In assenza di qualsivoglia democrazia nei singoli partiti, diventa necessario escogitare
dei surrogati di partecipazione influente. Non c'è dubbio che le primarie diventino
a maggior ragione assolutamente indispensabili con un sistema proporzionale a liste bloccate:
altrimenti, saranno un pugno di dirigenti di partito che, subito dopo avere collocato se stessi
in posizioni ultrasicure, decideranno chi entrerà in Parlamento alla faccia della sovranità
popolare. Incidentalmente, è curioso che fra i molti aggettivi utilizzati per criticare
la nuova legge elettorale (in un crescendo wagneriano: antipatriottica, incostituzionale,
antidemocratica), pochi abbiano sentito l'esigenza di cogliere davvero il punto centrale:
la nuova legge elettorale è puramente e semplicemente PARTITOCRATICA!
Non mi è chiaro quale sistema elettorale preferirebbero Salvi e Villone. Dapprima (p.
125) si esprimono a favore del sistema elettorale proporzionale tedesco, erroneamente ritenendolo
un sistema per metà proporzionale e per metà maggioritario (mentre è del
tutto proporzionale, con liste assolutamente bloccate); poi (p. 156) ricordano la posizione
presa da Salvi a favore del doppio turno francese, mai attivamente difesa e riproposta da lui in
Parlamento.
Mi pare di capire che Calise, a suo tempo molto critico nei confronti dell'onda referendaria
e maggioritaria, si sia riconciliato, faute de mieux, con una qualche forma di sistema
elettorale maggioritario. Giustamente, peraltro, Calise ha sempre irriso i fondamentalisti
del "Mattarellum", ma sarebbe ancora più sbagliato sostenere che il "Mattarellum"
sia responsabile delle degenerazioni del sistema politico: per esempio degli scandali delle
banche e delle imbarazzanti contiguità fra Unipol e alti dirigenti dei DS. Semmai, è
qui che si misura l'evanescenza del partito leggero incapace di attivare energie e competenze
preventive.
I rimedi ai comportamenti deprecabili e costosi delle oligarchie politiche, proposti da Salvi
e Villone all'insegna della necessità di avere «forti partiti nazionali»
e di accrescere «la possibilità per i cittadini di partecipare in modo effettivo
alla vita politica» (che non viene mai specificata nelle sue modalità e che potrebbe
addirittura essere vanificata da partiti "forti"), mi sono sembrati poco più
che petizioni di principio. Concretamente operativa è, invece, la proposta di «ripensare
il federalismo». In quanto autorevoli parlamentari Salvi è stato capogruppo
in Senato e oggi è vicepresidente e Villone è stato per un intero quinquennio presidente
della Commissione Affari Costituzionali del Senato , avrebbero dovuto rudemente esercitare
il cospicuo potere istituzionale che hanno avuto per contrastare penose derive federalistiche.
Le due proposte centrali sulle quali concordo sono: «ridurre il numero e le retribuzioni
dei politici» e procedere a una «complessiva semplificazione istituzionale»,
vale a dire ridurre gli «enti politici e amministrativi». È la strada giusta che
può essere perseguita soltanto capovolgendo tutta la politica istituzionale finora seguita,
anche dalla sinistra, in maniera talmente opportunistica da essere imbarazzante.
È giunto il momento di pensare in grande. La pars destruens mi è molto chiara;
la pars construens (forse ce n'è meno bisogno) è alquanto più complicata.
Sintetizzo per grandi punti. Riforma del Parlamento: una Camera dei deputati di 400 componenti;
un Senato eletto su base regionale di cento componenti. Abolire o le province o le regioni, con tutti
gli enti spesso inutili che da queste dipendono. Altro che federalismo: fare leva sui comuni e incoraggiarli/costringerli
ad accorparsi, se troppo piccoli per svolgere funzioni adeguate in maniera soddisfacente. Gli
effetti positivi a cascata mi appaiono chiarissimi: meno uomini in politica vuole dire meno necessità
di soldi, meno consulenti, meno portaborse, probabilmente, persino meno personaggini ambiziosi
senza nessuna qualifica che si affollano e si accalcano per ottenere prebende politiche sotto
varie forme. Purtroppo, la politica che esiste in Italia riflette abbastanza fedelmente la società.
In un paese di immobiliaristi, concertisti e affaristi come ci si potrà liberare di politici
conformisti, partitisti e carrieristi? La liberazione non può essere garantita da una contrapposizione
fra partiti e presidenti, sottolinea Calise che, giustamente, sostiene la necessità
di rafforzare le istituzioni. Infatti, la soluzione consiste di sicuro almeno in parte
nella stesura di regole più costrittive e di istituzioni più autorevoli. Ma
senza un prolungato sforzo per produrre una cultura politica diversa, l'Italia non riuscirà
a darsi regole e istituzioni trasparenti e vigorose.
Peccato che Salvi e Villone, autori di un'analisi utile e dissacrante, pensino che la
«democrazia di mandato imperniata sulla persona del leader» non sia la soluzione giusta.
Fintantoché non si riuscirà a inventare qualcosa di meglio, la democrazia di mandato,
nella versione collaborativa fra «partiti e presidenti» auspicata da Calise, potrebbe
servire, purché si fondi su una anche modesta, ma effettiva e periodica, dose di alternanza,
garantita soltanto da un sistema elettorale correttamente maggioritario, preferibilmente
a doppio turno, a ridimensionare e sconfiggere le costose oligarchie di partito. Il difficile
è eliminarle del tutto, ma chissà? Applicando un po' di politica virtuosa e
di saggia ingegneria istituzionale neppure l'esito decisivo appare pr
i . M. Teodori, Soldi & partiti. Quanto costa la democrazia in Italia?,
Milano, Ponte alle Grazie, 1999.
ii . Le definisco oligarchie perché si sono costituite in piccoli gruppi,
spesso appartenenti alla stessa generazione (oggi è il turno dei cinquantenni). Esse determinano
carriere e potere delle rispettive filiere dell'organizzazione di partito dai livelli
locali fino al Parlamento e, quando la fortuna le assiste, nei posti di governo.
iii . Tutti fenomeni dei quali si è occupato nel volume Il partito personale,
Roma-Bari, Laterza, 2000 (oramai giunto alla 4a edizione).
iv . Una eccellente analisi delle primarie, ricca di esempi e di dati, si trova nel
volume di M. Valbruzzi, Primarie. Partecipazione e leadership, Bologna, Bononia University
Press, 2005.
v . Calise fa riferimento opportuno e positivo alla teorizzazione presentata
da D. Campus, L'elettore pigro. Informazione politica e scelte di voto, Bologna,
Il Mulino, 2000.
GIANFRANCO PASQUINO è professore di Scienza politica nell'Università
di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins. Il suo libro più recente
è Sistemi politici comparati (Bononia University Press, 2004). Ha curato La
scienza politica di Giovanni Sartori e Capi di governo (entrambi Il Mulino, 2005).
Con Donatella Campus ha scritto USA: elezioni e sistema politico (Bononia University
Press 2005, 2a ed.) e curato Maestri della scienza politica (Il Mulino, 2004)
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