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Fedeli per forza
CORRADO VIVANTI

MARINA CAFFIERO, Battesimi forzati, Roma, Viella, pp. 352, €22,00

È quasi un luogo comune indicare nella riflessione ottocentesca sulla storia della Chiesa forzature anticlericali, che raggiungerebbero l'acme nella ricostruzione dell'attività svolta dall'Inquisizione romana. È peraltro innegabile che questa istituzione, creata per salvaguardare la dottrina della fede cattolica, poté espandere sempre più il proprio potere attraverso l'attività di controllo e di repressione. La bolla di fondazione Licet ab initio, pubblicata da Paolo III nel 1542, aveva stabilito quale compito del Sant'Uffizio quello «di conservare pura la fede cattolica tenendo lontano ogni eresia, di ricondurre alla Chiesa i deviati dalla verità per inganno diabolico, e di colpire coloro che perseverassero pertinacemente nelle loro dottrine reiette, in modo che la loro punizione servisse di esempio agli altri».i Nell'arco di alcuni lustri quella congregazione divenne il perno della Curia romana, e se il libro di Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza,ii ha magistralmente illustrato le drammatiche conseguenze della sua attività, gli studi di Massimo Firpo hanno mostrato come questa abbia finito col colpire anche l'opera del concilio tridentino,iii e recentemente Gigliola Fragnito, con Proibito capire,iv ha indicato come nel corso del Cinquecento il Sant'Uffizio sia stato in grado d'imporre la propria volontà allo stesso pontefice.

Per parte sua, il bel lavoro di Marina Caffiero sui Battesimi forzati illustra aspetti poco noti dell'opera svolta dall'Inquisizione, mostrando come, annientato in Italia il pericolo della Riforma, la sua azione si sia estesa al di là della dissidenza ereticale, procedendo contro la diversità, di cui era fenomeno di rilievo la presenza ebraica. Cosí, nella seconda metà del Seicento un canonista poté affermare che, «sebbene chi non è battezzato non possa dirsi eretico», tuttavia «non si può negare che talvolta [gli ebrei] possano impropriamente essere chiamati eretici», e pertanto possano «essere puniti come eretici».

L'Inquisizione, dunque, assunse in misura crescente il compito di sorvegliare quella minoranza, e in particolare prese a sovrintendere, più o meno direttamente, all'azione conversionistica; arrivò cosí a controllare in modo rigoroso la Casa dei catecumeni, creata nel 1543 per accogliere coloro che si convertivano, sebbene formalmente essa fosse posta sotto la responsabilità del cardinale vicario e del vicegerente di Roma. Ne nacquero conflitti di competenza fra le varie istituzioni ecclesiastiche, che, per la diversità dei principî giuridici cui s'ispiravano, aprirono, nota Marina Caffiero, «spazi e opportunità d'intervento e di negoziazione» alla comunità ebraica, anche se mi sembra alquanto eccessivo affermare che questo stato di cose giunse a «favorire una sorta di sistema pattizio e di "tolleranza" riguardante molti aspetti della vita degli ebrei». Possiamo piuttosto scorgere come, nel momento in cui la Chiesa cercò di eliminare per quanto possibile i corpi estranei alla sua autorità spirituale, esistenti entro i suoi dominî, non sia riuscita a tracciare una chiara linea divisoria fra il potere temporale e quello religioso, e abbia autorizzato l'intervento di entrambe le autorità nei confronti degli ebrei. In modo apparentemente paradossale, il Sant'Uffizio, proprio perché tenuto a fondare i propri giudizi su ragioni dottrinali, si rivelò in taluni casi più "garantista" (diremmo oggi) delle autorità che si rifacevano invece al diritto canonico. Ma proprio tale ambiguità ci offre un indizio delle contraddizioni cui la Chiesa va incontro quando cerca di porre sotto il proprio controllo campi di attività attinenti la vita civile e sociale. Se la violazione del precetto evangelico: "A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio" era conseguenza inevitabile del dominio temporale, la spinta rigoristica della Controriforma indusse sovente l'autorità ecclesiastica a intromettersi in ambiti che sconfinavano nell'organizzazione della società e ad arrogarsi poteri prettamente politici e amministrativi, che rientravano nei compiti dei governanti. In tal senso sono esemplari le vicende dell'interdetto di Venezia, e ancora in tempi successivi la Chiesa avrebbe giudicato il proprio magistero non limitabile dalla legislazione degli Stati, dando origine a numerosi conflitti giurisdizionalistici. Ma nei casi considerati da Marina Caffiero, il conflitto di competenza fu addirittura interno al governo della Chiesa e la figura dei pontefici assunse chiaramente la doppia valenza del papa-re.

 

La persecuzione antiebraica e in generale il comportamento della Chiesa verso gli ebrei mettono in luce taluni caratteri peculiari della sua storia. Già vari studi, come quelli di Michele Luzzati, di Ariel Toaff e di Renata Segre, hanno illustrato la svolta che colpí la vita degli ebrei in Italia nel secolo XV in concomitanza con l'insorgere di nuove forme di religiosità e di nuovi rapporti fra autorità civili e clero, soprattutto regolare. Al tempo stesso la propagazione della fede, promossa con particolare impegno nel dilatarsi dei confini del mondo, e il primo urgere di spinte verso una riforma religiosa provocarono un'aggressività verso gli extra gremium Ecclesiæ existentes, che colpí in particolare gli ebrei: nei loro confronti la volontà di sopraffazione era alimentata anche dalla credenza che la loro conversione sarebbe stata la premessa del ritorno di Cristo in terra. Tra la seconda metà del Quattrocento e l'inizio del nuovo secolo il numero dei convertiti era stato piuttosto elevato, e un'azione diretta a ottenere battesimi di ebrei venne quindi promossa da alti prelati con risultati talvolta clamorosi, che indussero a credere possibile una soluzione decisiva. A questo fine fu appunto creata la Casa dei catecumeni, ma la delusione presto sopraggiunta – di cui troveremo aperta testimonianza ancora nel carteggio di Carlo Borromeov – indirizzò la politica papale verso l'inasprimento di misure discriminatorie con le cosiddette "bolle infami", dalla Nimis absurdum del 1555 alla Caeca et obdurata del 1593, che stabilirono punti fermi anche in campo dottrinale dell'antisemitismo cattolico.

La creazione del ghetto, dodici anni dopo quella della Casa dei catecumeni, mette in luce le nuove direttive di fondo contro gli ebrei nel primo manifestarsi della Controriforma. Vediamo, infatti, intrecciarsi i compiti di quelle due istituzioni: la segregazione serve non solo a impedire il rapporto degli ebrei con la popolazione cattolica, ma anche a favorire la conversione, e i convertiti, a loro volta, devono far crescere l'isolamento degli ostinati reclusi nei loro angusti quartieri. In tal senso la Casa dei catecumeni – osserva Marina Caffiero – «rappresentava il fulcro e il motore dell'opera conversionistica controriformistica e dell'offensiva missionaria». Si crea, cosí, una «polarità, simbolica e reale, tra ghetto e Casa dei catecumeni», una «simmetria delle interdizioni dei luoghi», dal momento che ai catecumeni è proibito avvicinarsi al ghetto e agli ebrei di transitare nei pressi di quello che viene indicato come un «luogo pio». Dell'attività conversionistica può darci il senso e la misura una lettera del vescovo di Urbino indirizzata al Sant'Uffizio nel 1627, quando quel ducato stava cadendo sotto il diretto dominio papale: «Ho sempre fra gli altri miei debiti pastorali giudicato molto importante quello di attendere alla conversione d'ebrei, né per questo ho mai tralasciato la caccia di essi, ancorché d'alcuni non abbia potuto far preda, per essersi la loro setta accortasi della trama». Il pastore si trasformava in bracconiere.

Le pagine di Marina Caffiero ci dànno conto del crescendo dell'azione antiebraica, che arriverà a rilanciare l'accusa di omicidio rituale. Non ci sono soltanto i casi di predicatori che diffondono quell'atroce calunnia: nel 1705 si apre a Viterbo un processo contro cinque ebrei accusati di tentato infanticidio, e se l'intervento del rabbino romano Tranquillo Vita Corcos riesce a far cadere l'imputazione, verrà evocato in quell'occasione il caso quattrocentesco di Simone da Trento. Non senza conseguenze. Lo stesso papa Benedetto XIV addurrà quell'episodio nella lettera Beatus Andreas del 1755 e rilancerà contro gli ebrei l'accusa di avere ucciso «qualche fanciullo...nella Settimana Santa in onta a Cristo». La sua presa di posizione rimarrà un punto fermo nelle linee direttive della Curia papale, cosí che ancora nel 1900 servirà a respingere la richiesta, presentata al Vaticano da autorevoli cattolici inglesi, di smentire ufficialmente le accuse di omicidio rituale.vi

 

Le responsabilità di Benedetto XIV, che una diffusa forzatura storiografica ha dipinto come un pontefice aperto e illuminato, appaiono in effetti assai gravi. Proprio dalle sue posizioni ricevette incremento una pratica conversionistica che provocò casi drammatici: la cosiddetta "offerta" alla Chiesa di ebrei da convertire. Vi è un netto peggioramento impresso da quel papa nei rapporti fra Chiesa ed ebrei, esaminato da Marina Caffiero attraverso le novità giuridiche da lui introdotte, che resero più facili i «battesimi forzati». Il 28 febbraio 1747 il papa indirizzava una Lettera al vicegerente di Roma, in cui affrontava la questione del battesimo di bambini. Pur partendo dal parere di san Tommaso, già fatto proprio da inquisitori di primo piano come Roberto Bellarmino, sulla illiceità del battesimo impartito contro il volere dei genitori, enunciava alcune eccezioni, fra cui quella riguardante il bambino ebreo considerato da un cristiano in pericolo di morte, lasciando all'arbitrio del battezzatore la valutazione di tale rischio. Poiché quella legislazione durò fino a quando la Chiesa dispose di un dominio temporale, proprio tale deroga rese possibile sotto Pio IX il rapimento "legale" di Edgardo Mortara. Nella Lettera di Benedetto XIV erano poi addotti i casi di bambini ebrei trovati "soli" e giudicati "abbandonati" da chi si era imbattuto in loro: il battesimo era allora lecito, e tale circostanza suggeriva al papa una digressione che merita ricordare.

Quando per parlare dell'equiparazione dei diritti accordati agli ebrei dopo la Rivoluzione francese, usiamo il termine "emancipazione", raramente lo colleghiamo all'atto giuridico che libera uno schiavo. Il fatto stesso ci ripugna al punto da rimuovere dal nostro pensiero tale rapporto. Ma Benedetto XIV ricordava invece che gli ebrei erano in condizione di servitù, tanto che la bolla di Paolo IV Cum nimis absurdum partiva dal presupposto che la loro condizione giuridica fosse appunto di servi. Benedetto XIV ammetteva, tuttavia, che se gli ebrei erano effettivamente servi dei cristiani, la loro condizione era di "servitù civile", meno rigorosa della "servitù penale". Questa colpiva a esempio i turchi catturati in guerra, ma gli ebrei erano posti in una servitù che non li privava di tutti i diritti, e per questo i loro padroni non avevano il potere d'imporre il battesimo dei loro figli. In base, però, al principio della patria potestà, qualora un padre convertito avesse offerto il figlio alla Chiesa, questo doveva essere battezzato anche se la madre fosse stata contraria; qualora, però, convertita fosse la madre, la patria potestà decadeva in base al principio del favor fidei, il favore della fede, e l'offerta era da considerare egualmente valida. La patria potestà rispuntava, e questa volta egualmente contro il padre e contro la madre, se l'offerta veniva dal nonno paterno. Proprio in base a tale casistica si erano svolte le drammatiche vicende della famiglia De Servis. Il nonno convertito aveva offerto i propri nipoti, e ben cinque bambini erano stati sottratti a forza ai genitori dagli sbirri del vicegerente per essere battezzati. Quando fu concepito il sesto bambino, i genitori si diedero alla fuga, imbarcandosi clandestinamente dal porto di Ripa. Subito l'Inquisizione fu messa in allerta perché desse disposizioni per catturare la madre, che ardiva sottrarre un bambino «spettante alla santa fede di Giesù». La caccia però andò a vuoto: a Livorno, a Pisa e a Genova i controlli dei bastimenti in arrivo non diedero risultati, perché i fuggitivi, sbarcati a Nizza, erano riusciti a far perdere le loro tracce, nonostante «le dovute diligenze» di quell'inquisitore. Troviamo poi il caso, regnante papa Pio VII, dell'offerta di un nonno convertito, del quale – sebbene intanto fosse morto – viene invocata la patria potestà per fare cristiana la nipote contro la volontà di entrambi i genitori viventi, e la sua "offerta" è considerata valida, cosí che la bambina viene portata nella Casa dei catecumeni e battezzata, ignorando «i cavilli che si suscitano dalla ostinata nazione ebrea».

 

Il favor fidei, nella legislazione di Benedetto XIV, annullava la patria potestà anche quando l'offerta di bambini alla Chiesa, invitis parentibus, era fatta dalla nonna paterna. Veniva allora sancita una strana metamorfosi transessuale, poiché il papa sosteneva che «per favor della fede la donna può dirsi diventar uomo, e la madre diventata padre». Cosí Giuliana Falconieri riuscí a sottrarre alla nuora tre figli, e altri casi analoghi affollano varie pagine fino a tutta l'età della Restaurazione. La Lettera del papa annullava una precedente sentenza del Sant'Uffizio, emessa nel 1702, in base alla quale era riconosciuta alla madre ebrea, rimasta vedova e nominata tutrice dal consorte, di esercitare la tutela. Quella sentenza era stata in seguito più volte invocata come un precedente che aveva creato giurisprudenza, e vari memoriali avevano fatto ricorso da allora alla formula sul pianto di Rachele, derivata da Geremia (31. 14-15): «Fletus Rachelis plorantis filios suos», spesso con risultato positivo, che invece non fu più ottenuto dopo il 1747.

Per parte nostra, restiamo colpiti dalla violenza religiosa inferta da sacerdoti, anzi dallo stesso sommo pontefice, eppure la nostra sensibilità è forse colpita anche più gravemente dal fatto che, in seguito a quei battesimi, i bambini venivano strappati alle loro famiglie per essere affidati ad anonimi istituti. In pagine veramente sconcertanti, Marina Caffiero ci offre poi esempi dell'affermarsi, nel corso del Settecento, della dottrina che attribuiva al feto piena autonomia rispetto al corpo della madre. Contro la teoria tomistica, che stabiliva l'attribuzione dell'anima al nascituro dopo un conveniente lasso di tempo, si suppose che l'animazione avvenisse nel momento stesso del concepimento: di là dai dibattiti di natura teologica e pseudoscientifica che ciò comportò, nei casi di "offerte", invita matre, assistiamo alla reclusione della donna gestante nella Casa dei catecumeni e alla sua separazione dal figlio neonato qualora non accettasse di convertirsi essa stessa.

Emergono da queste pagine tanti casi di neofiti profondamente destabilizzati che non possono sorprendere, tanto più che, nonostante i promessi privilegi, finivano con l'essere soverchianti i meccanismi di controllo, capaci di provocare vera e propria emarginazione. Anche per reagire a questa, vediamo spesso i neofiti trasformarsi in accusatori dei loro antichi correligionari, come pure scorgiamo il moltiplicarsi di denunce e delazioni, che svelano un diffondersi dell'abiezione morale prodotta da questo sistema di violenza, di costrizione, di occhiuto controllo. Ne sono un esempio i giovani che, «per dar sfuogo de loro passioni amorose», dichiarano che le ragazze da loro concupite avevano confidato di volersi fare cristiane e «n'hanno ottenuto il ratto e, mano regia, l'hano fatte condurre nella Casa de' catecumeni». Se poi tali artifici poterono consentire qualche matrimonio d'amore, non si può annullare il carattere d'inganno "legale" a quei connubi.

Ancora a distanza di secoli l'angoscia delle vittime ci commuove, cosí come ci disgusta la perpetrazione di quelle violenze. Pertanto a epigrafe del libro potremmo porre il verso di Lucrezio: «Tantum religio potuit suadere malorum!» (A tali mali poté indurre la religione!). Ma allora è difficile sottrarsi a un interrogativo che a questo punto sorge spontaneo: di recente papa Benedetto XVI ha affermato che i diritti umani non sono stabiliti da leggi statali, ma derivano direttamente

i . L. von Pastor, Storia dei papi dalla fine del Medio Evo, vol. V, Paolo III (1534-1549), Roma, Desclée & C., 1914, pp. 673-74.

ii . A. Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi, 1996.

iii . M. Firpo, Inquisizione romana e Controriforma. Studi sul cardinal Giovanni Morone (1509-1580) e il suo processo d'eresia, Brescia, Morcelliana, 2005. Si veda a esempio nell'introduzione, pp. 29-30, il dilemma: «o... i grandi papi della Controriforma avevano condannato alcune delle figure più rappresentative della Riforma cattolica, alle quali spettava tra l'altro il merito di aver promosso e guidato il concilio [di Trento], oppure l'autorevolezza di quest'ultimo rischiava di risultare gravemente contaminata e financo delegittimata dai sospetti di eterodossia che avevano colpito alcuni dei suoi stessi presidenti, come il Pole, il Morone, il Gonzaga, il Seripando».

iv . G. Fragnito, Proibito capire. La Chiesa e il volgare nella prima età moderna, Bologna, Il Mulino, 2005.

v . Cfr. S. Segre, "Il mondo ebraico nel carteggio di Carlo Borromeo", Michael, 1, 1972, pp. 163-260 (in particolare si veda la lettera n. 18 del 5 marzo 1584).

vi . Cfr. G. Miccoli, "Santa Sede, questione ebraica e antisemitismo fra Otto e Novecento", in Storia d'Italia, Annali 11, a cura di C. Vivanti, Torino, Einaudi, 1997, pp. 1525-44; a p. 1541 è riportato un breve testo manoscritto del 25 luglio 1900, in cui si legge: «È storicamente certo l'assassinio rituale, e ne parla Benedetto XIV; e la Santa Sede l'ha canonizzato con mettere sugli altari un bambino da essi [gli ebrei] ucciso in odio alla fede». Sulla tragica vicenda trentina si veda A. Esposito e D. Quaglioni, Processi contro gli ebrei di Trento (1475-1478), vol. I, Padova, CEDAM, 1990.


CORRADO VIVANTI, già docente presso l'Università di Roma, fa parte del Consiglio scientifico dell'Istituto di Studi Umanistici dell'Università di Firenze. Ha pubblicato, tra l'altro, Lotta politica e pace religiosa in Francia fra Cinque e Seicento (Einaudi, 1974) e Incontri con la storia. Politica, società e cultura nell'Europa moderna (SEAM, 2001). Per Einaudi, ha diretto con Ruggiero Romano la Storia d'Italia (1972-1976) e ha curato le Opere di Machiavelli (1997-2005).

 
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