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Van Gogh: i disegni
JOHN UPDIKE
Vincent Van Gogh: The Drawings, mostra al Metropolitan Museum of Art, New York,
18 ottobre-31 dicembre 2005. Catalogo a cura di Colta Ives, Susan Alyson, Sjraar van Heughten e
Marije Vellekoop, New York-Amsterdam, Metropolitan Musem of Art, Van Gogh Museum e Yale University
Press, pp. 380, $65.00 ($45.00 paperback)
Per l'impossibilità di vedere qualcosa, la mostra dei disegni di Van Gogh al Metropolitan
Museum di New York è stata battuta solo da quella consacrata a Vermeeer nel 1995, alla National
Gallery di Washington, che raccoglieva evento che accade ogni mille anni ben ventisette
lavori del pittore olandese. In entrambe le occasioni, in troppi si accalcavano gelosamente e
sgomitavano a pochi centimetri da opere venerate che richiedevano un esame ravvicinato. Al Met,
nella settimana di apertura, docili masse avanzavano in code raggrumate, il naso quasi a brucare
opere d'arte minutamente tratteggiate e punteggiate, attraversando stanze che contenevano
più di un centinaio di disegni a inchiostro, grafite, carboncino e acquarello, e qualche
tela a olio e acquarelli.
Sebbene l'immagine di Van Gogh che i posteri si sono fatta ruoti intorno alla sua fragilità
mentale e al suo suicidio all'età di trentasette anni, la strabordante mostra dei
suoi disegni al Metropolitan Museum ci ricorda la tremenda produttività del pittore:
in soli dieci anni, dal 1881 al 1890, completò ottocento tele e oltre mille e cento disegni,
per non parlare delle circa ottocento lettere che scrisse al fratello minore Theo, e che costituiscono
uno dei più grandi testamenti letterari, eloquente e intimo, mai lasciato da un supremo artista.
Vincent era il maggiore dei sei figli di Theodorus van Gogh, un pastore calvinista, ultimo in
ordine di tempo di una dinastia di ministri del culto. Prima di dedicarsi all'arte, Vincent
trovò impiego come predicatore laico nel distretto minerario in crisi di Borinage, in Belgio.
Il suo fervore ispirato all'ascetismo di Francesco d'Assisi e di Tommaso da Kempis
non incontrò il favore del comitato evangelico locale, e il suo contratto non venne rinnovato
a causa dello zelo eccessivo del giovane predicatore.
Il volgersi verso l'arte, in circostanze di umiliante bisogno, costituiva una sorta
di ritorno nell'ambito familiare: quattro dei fratelli del padre commerciavano in arte,
compreso un altro Vincent, suo "Zio Cent", che aveva visto la sua umile galleria crescere
sino a essere incorporata nella catena dell'editore d'arte parigino Goupil. A sedici
anni Vincent divenne apprendista nella branca dell'Aia di Goupil; quattro anni dopo, su
raccomandazione entusiasta del direttore, venne trasferito a Londra, dove rimase un anno, tornandovi
poi almeno due volte, la prima come insegnante a Isleworth. Il promettente lavoro presso Goupil
prese una cattiva piega e giunse presto al suo termine, sotto la spinta, forse, della vocazione
religiosa e dell'epilessia del lobo temporale di Van Gogh, se ci si attiene alla diagnosi
postuma favorita della sua malattia mentale.
Il volgersi incerto verso l'arte aveva dunque un aspetto pratico conosceva un
po' il mestiere, si mise a studiare il Cours de dessin di Charles Bargue e la messe di
riproduzioni meccaniche sfornate da Goupil e uno religioso: sin quasi dall'inizio,
impacciato come poteva esserlo, riusciva a conferire ai paesaggi e alle nature morte un'intensità
particolare, manifestando, come ebbe a dire in un suo sermone, che «Dio usa le cose di tutti
i giorni per istruirci nelle verità superiori, che la vita è un pellegrinaggio e che
siamo stranieri su questa terra». Nei suoi dipinti, i girasoli, le scarpe logore del lavoratore,
la famosa sedia (La sedia di Vincent con la sua pipa, 1888), sembrano effettivamente discesi
da un altro mondo, presenti con freschezza e vivacità, come l'angelo dell'annunciazione,
ripieni delle loro novelle. Vi è un certo vantaggio artistico a sentirsi straniero sulla
terra.
Un bellissimo sentimento di solitudine scaturisce da Strada di campagna (1882), uno
dei numerosi studi di prospettiva e di paesaggio del suo autoimposto apprendistato, avendo deciso,
come recita una lettera a Theo, di preferire un'«attiva melancolia» al «soccombere
alla disperazione». Il primo piano dell'altrimenti pacato Vivaio sullo Schenkweg
(1882), rappresenta il ciglio erboso pieno di canne di un fossato con l'energia calligrafica,
la violenza appena soppressa che diventeranno i segni distintivi del suo stile maturo. Le sue lotte
con la figura umana cominciano a produrre immagini anatomicamente persuasive, dalla cui irregolare
corposità contadina emanavano un pathos e una grazia privi di ogni forzatura. Fu abbastanza
soddisfatto della Bambina con grembiule (1882-1883) da dipingerle intorno una cornice
di inchiostro nero; questo studio di una bambina silenziosa, dai capelli arruffati (probabilmente
la figlia dell'interesse romantico di Van Gogh a quel tempo, Sien Hoornick) eseguito con
penna e pennello, matita litografica, grafite, inchiostro e acquarello, mostra una sottigliezza
e una facilità per lui eccezionali.
Il gesso e il pastello, strumenti più spessi, lo liberarono dal creare una forte sensazione
di volume in due studi di figure che posano lo sguardo su pugni chiusi Contadino presso
il focolare (Worn Out ) del 1882 e Donna seduta su una cesta con i pugni chiusi (1883)
mentre i suoi tentativi con penna e acquarello per dar vita ad alcuni tessitori al lavoro
mostrano una imbarazzante goffaggine. Le sue simpatie per le classi lavoratrici trovano l'espressione
più memorabile nella spesso riprodotta Testa di una contadina (1884-1885), un profilo
di brutale ripugnanza, eseguito a grandezza doppia del naturale per gli studi di ritratto che chiamava
«teste del popolo». Il soggetto, senza dubbio più giovane di quanto la sua bruttezza
non ci permetta di indovinare, distoglie timidamente lo sguardo dall'artista, al pari dell'affascinante
bambina col grembiule.
A partire dal 1884 Van Gogh abbandonò la speranza di diventare un illustratore in bianco
e nero all'altezza di Daumier o di Doré, e diresse la maggior parte delle sue energie
verso la pittura. I disegni divennero allora una sorta di genere subordinato studi preliminari
per delle tele, o, a beneficio di un circolo ristretto di specialisti, copie di dipinti già
eseguiti. A volte, quando la povertà o la reclusione gli impedivano di accedere al materiale
per dipingere, il disegno tornava a essere il principale canale creativo.
Dalle sotterranee facce scure e nodose dei Mangiatori di patate (1885), appena meno
monocromatico di un disegno, passò al colore, proprio come, fisicamente, lasciò l'Olanda.
Il padre era morto nel marzo del 1885, e il freddo benvenuto a Neunen si fece gelido quando, più
tardi quell'anno, il prete cattolico del villaggio impedí ai fedeli di posare per lui.
Van Gogh si recò ad Anversa, frequentò brevemente la scuola di Belle Arti della città,
poi raggiunse Parigi e finalmente il Sud della Francia. Ad Anversa scoprí Rubens: l'ex
ammiratore delle tristi scene campestri alla Millet scriveva a Theo: «Che colore c'è
in un dipinto, che entusiasmo nella vita, in altre parole non è cosa da poco se uno cerca di tenercisi
attaccato». A Parigi l'incontro con gli impressionisti, i puntillisti, e le stampe
giapponesi: conobbe Pissarro, Seurat, Signac, Toulouse-Lautrec e Gauguin. Dovette far fronte
a quella che, nel suo saggio per il catalogo, Sjraar van Heugten chiama «la sconcertante scoperta
che lo stile pittorico che aveva praticato negli ultimi tre anni era irrimediabilmente antiquato».
Nel corso del suo rinnovamento artistico, i disegni acquistarono sicurezza e verve. Il
mulino di Blute-Fin (1887) è audace nella sua applicazione di una grafite tenera
sulla carta; i rapidi tratti orizzontali paralleli delle scale e gli analoghi tratti verticali
del basso edificio accanto alle scale invitano l'osservatore ad apprezzare la virtuosità
dell'artista. Vincent e il fratello Theo, diventato nel frattempo un mercante d'arte
per Goupil, vivevano non lontano dall'edificio, a Montmartre, 54 rue Lepic.
Gli istinti socialisti di Van Gogh si concentravano a Parigi sui luoghi del tempo libero della
classe operaia balere e caffè all'aperto e sul passeggio popolare sui
bastioni di Parigi, non ancora demoliti. Toulouse-Lautrec e Renoir avevano già ritratto
i piaceri proletari prima di lui, come del resto gli incisori giapponesi che avevano rappresentato
le strade di Edo: Hiroshige, a esempio, la cui influenza si fa sentire in modo particolare nel dipinto
Mura di città con vettura a cavalli e gente che cammina (1887). Nella stessa serie
policroma, Capanna a Montmartre, con girasoli tocca un soggetto che Van Gogh legherà
al suo nome, e Veduta di Parigi da Montmartre tratteggia un frizzante e gioioso panorama
della città curato nei dettagli, e corredato di una cornice a inchiostro che sta a indicare
la speranza (delusa) di poter vendere il lavoro.
Quando, nel febbraio del 1888, esattamente due anni dopo il suo arrivo nella capitale, Van Gogh
lasciava Parigi per Arles, nella Provenza occidentale, Theo scriveva alla sorella lamentandone
la partenza: «Non è facile riempire il posto di un uomo come Vincent. Le sue conoscenze
sono vaste, e ha una visione molto chiara del mondo. Sono convinto che se avrà ancora qualche
anno si farà un nome».
E solo qualche anno in effetti gli fu concesso (come a Theo, del resto, che sopravvisse al fratello
di soli sei mesi), ma furono anni di trionfo per la sua arte, anche se tragici per la sua vita. I disegni
di Arles, prima del suo internamento volontario nell'ospedale psichiatrico di Saint-Paul-de-Mausole
a Saint-Remy (venti chilometri a Nord di Arles), nel maggio del 1889, non solo accompagnano le vigorose
falcate in avanti della sua pittura ma, grazie alla nuova energia e alle sfumature consentitegli
dall'uso di penne tratte da canne tipiche del Sud della Francia, tagliate e appuntite
come penne d'oca costituiscono delle opere d'arte a se stanti. Sentiero
attraverso i campi con salici (1888), uno dei primi disegni a penna e inchiostro spediti per
posta a Theo da Arles, e copiato in una tela a olio il mese seguente, mostra esitazioni ma anche determinazione
nell'uso della penna di canna solo per punteggiature spruzzate sul terreno erboso. Giardino
pubblico di fronte alla casa gialla, eseguito nello stesso mese di marzo, che ha per soggetto
i giardini piuttosto selvatici posti dinanzi alla casa che il pittore occupava ad Arles, e Frutteto
con Arles sullo sfondo posseggono ormai un repertorio quasi completo di gesti calligrafici
rapidi tratteggi e segni a zigzag, piccoli cerchi e macchiette che evolve assieme
ai resti della sua pedante maniera olandese, visibili nella resa attenta dei rami degli alberi
in primo piano.
Delle sue penne di canna scriveva a Theo: «È un metodo che avevo già provato
in Olanda, tempo fa, ma non avevo canne della qualità che trovo qui». La penna di canna
era più flessibile delle punte metalliche e tratteneva relativamente poco inchiostro,
il che si sposava bene con i brevi tratti enfaticamente usati da Van Gogh. I disegni, nel tipo di attacco
e struttura, aspirano alla condizione di dipinti. Alcuni divennero in effetti tele: Veduta
di Arles con iris in primo piano (1888), e due disegni eseguiti durante un soggiorno di una settimana
a Saintes-Maries-de-la-Mer (30 maggio 5 giugno 1888), a esempio. Il disegno appena abbozzato
Strada a Saintes-Maries-de-la-Mer fu la base per il fondamentale quadro che porta lo stesso
nome, e che costituisce l'esperimento più audace sino ad allora tentato da Van Gogh
nell'utilizzare colori surreali, con il suo cielo giallo e i tetti di paglia viola, le sue
strade rosa senza traccia d'ombre: «Sto aggiungendo a proposito, esagerando il colore
l'Africa non è cosí lontana», scrisse a Theo. Era contento della
svolta, tanto da spedire al collega pittore Émile Bernard un abbozzo della tela con accurate
indicazioni dei colori usati, e ripeteva analoghe annotazioni post factum in disegni
inviati al fratello.
La settimana passata in riva al mare fu un punto di svolta per Van Gogh. Dipinse un olio violento,
spesso e selvaggio nell'impasto come un Soutine, dal titolo Barche a mare, Saintes-Maries-de-la-Mer.
Le tre copie vergate con la penna di canna mentre l'olio si stava asciugando mostrano, nei
sinuosi arabeschi paralleli in primo piano, una sottomissione quasi allarmante al turbinio delle
acque. Gli scuri cipressi come fiamme, i contorti ulivi, gli accecanti soli giganteschi, le montagne
convulse, i vortici ribollenti di stelle non sono lontani dalla pazzia visionaria dell'ultimo
Van Gogh. Ma prima vennero i gloriosi panorami della piena estate provenzale: «Dovunque
si vede vecchio oro, bronzo, rame, e tutto ciò col verde azzurro del cielo sbiancato dal calore:
un colore delizioso, eccezionalmente armonioso, con i toni miscelati di Delacroix», scriveva
nel giugno a Theo.
Due mesi passati con Gauguin nella casa gialla, nella vana speranza di inaugurare una comune
per artisti in Provenza, minarono la fiducia di Van Gogh e fecero scappare Gauguin, spaventato
dalla pazzia del collega. La notte in cui Gauguin partí, Van Gogh si recise il lobo di un orecchio
e lo donò a una giovane donna che viveva nel bordello locale. Ci viene da chiederci, leggendo
di queste dispute e strani comportamenti, quanta parte vi abbia avuto il disturbo mentale e quanta
l'abuso di alcolici. Anche prima dell'arrivo di Gauguin, Van Gogh aveva avuto sotto
gli occhi un rapporto clinico che sottolineava il problema. «Lo ammetto», scriveva
a Theo, «ma per arrivare a quella nobile gradazione di giallo che ho ottenuta l'estate
scorsa mi sono dovuto semplicemente concedere una bella bevuta».
Le sue fortune artistiche prosperavano. Un articolo elogiativo era apparso sul Mercure
de France, e Toulouse-Lautrec aveva sfidato a duello un collega pittore che aveva mancato
di rispetto all'opera di Van Gogh. A Bruxelles aveva venduto il suo primo quadro, per quattrocento
franchi, Il vigneto rosso (1888). Vincent e Theo si trovarono d'accordo nel ritenere
che vivere in mezzo ai malati di mente non era cosa salubre, e il pittore venne trasferito in un villaggio
a Nord di Parigi, Auvers-sur-Oise, dove un medico simpatetico, Paul-Ferdinand Gachet, avrebbe
vegliato su di lui. Come ci informa il catalogo, «lavorò duro e rapidamente, producendo
circa settantacinque dipinti nei settanta giorni che gli restavano da vivere». A giudicare
tuttavia dalle tre opere eseguite a Auvers esposte al Metropolitan, le risorse tecniche conquistate
a caro prezzo e la sua naturale intensità mostravano segni di stanchezza. Paesaggio
con ponte sull'Oise (1890) si adagia su tratti bianchi e verdi cosí approssimativi
da rivelare la fibra della carta sottostante; mentre le linee spennellate di blu e nero nel Paesaggio
con case e in Vecchio vigneto con una contadina non una sola linea retta in essi
mi sembrano un completo guazzabuglio. Ma non bisogna mai sottostimare l'attrattiva
postuma di Van Gogh per il pubblico delle mostre: poco lontano da me, una signora che guardava i due
disegni bluastri ha esclamato: «Mi piacciono proprio!».
(Traduzione di Pietro Corsi)
JOHN UPDIKE, scrittore e saggista, è autore di numerosi romanzi tra cui ricordiamo
in traduzione italiana: Su e giù per il mondo (1989), S. (1990) e Riposa
Coniglio (1992), editi da Rizzoli; Brazil (Mondadori, 1994), Fratello cicala
(Feltrinelli, 1997); e, per i tipi di Guanda, Nello splendore dei gigli (1997), Una
storia in Danimarca (2003) e Sogni di golf (2003). Il suo ultimo romanzo è Villages
(Knopf, 2004).
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