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Il Truman Show
DANIEL MENDELSOHN

Capote, film diretto da Bennett Miller, tratto dalla biografia di Gerald Clarke (Milano, Frassinelli, rist. febbraio 2006)

1.

Un film intitolato semplicemente Capote avrebbe potuto essere parecchie cose. A esempio, un agrodolce romanzo di formazione dal trionfante lieto fine. In questa storia, avremmo visto come un bambinetto minuto e sognatore di nome Truman Streckfus Persons sopravvivesse a un'eccentrica, se non traumatica, infanzia – facendo la spola tra una madre alcolizzata e violenta di Park Avenue e un'adorata nonché vagamente infantile zietta in una cittadina dell'Alabama – per assurgere all'elfica celebrità che, distillato il materiale gotico di quegli anni nel suo delicato primo romanzo, Altre voci, altre stanze, divenne da un giorno all'altro un caso letterario a Manhattan all'età di ventun anni.

Oppure il film avrebbe potuto benissimo appartenere al genere non meno codificato (e ugualmente soddisfacente) dei "fasti e declino". Nel qual caso, avremmo visto l'intellettuale di fama internazionale Truman Capote – il ricco e rampante cocchino d'umanità femminile del jet-set (quelle che chiamava i suoi "cigni"), l'autore di celebrate opere narrative come Colazione da Tiffany, e del fortunatissimo romanzo-reportage A sangue freddo – intraprendere nell'arco di vent'anni un graduale processo di autodistruzione, alienarsi gli amici altolocati tradendone le profumate confidenze, sbandare da un progetto incompiuto all'altro e diventare, all'epoca della sua morte (nel 1984, cinquantanovenne), la straziante parodia smodata e incontinente del suo birichino io giovanile. L'unica cosa in grado di distruggere uno scrittore davvero valido e talentuoso è lui stesso, disse una volta Capote – un'osservazione che, almeno nel suo caso, doveva rivelarsi giusta.

Gli autori del mirabilmente austero e seriamente indagatore nuovo film Capote – il regista Bennett Miller e l'esordiente sceneggiatore Dan Futterman – hanno respinto entrambe le scontate soluzioni di cui sopra, in favore di una terza che, a prima vista, si direbbe meno teatrale e, insieme, meno tagliata per un film: la storia di come Capote giunse a scrivere e pubblicare A sangue freddo, il libro che fece la sua fortuna. In apparenza una scelta che, più che improbabile, si direbbe francamente balorda. I sei anni tra la strage della famiglia Clutter di Holcomb, Kansas, e l'esecuzione di Perry Smith e Dick Hickock, i due vagabondi responsabili del crimine, furono per Capote – il cui libro comincia col delitto e finisce col castigo – pressoché interamente all'insegna di una desolata e via via sempre più angosciosa attesa. Quasi tutta la cosiddetta "azione" si concentrò di fatto nei primi cinque mesi di quei sei anni. I Clutter furono trucidati alla metà di novembre del 1959, e Capote (che in un primo tempo pensava di scrivere un articolo per il New Yorker sull'impatto dell'episodio sulla cittadina e i suoi abitanti) se ne andò in Kansas esattamente un mese dopo, accompagnato da un'amica d'infanzia, la scrittrice Harper Lee, che doveva scrivere di lí a breve il suo celeberrimo Il buio oltre la siepe. Gli assassini furono arrestati alla fine di dicembre; il processo si concluse nella primavera del '60, ad aprile, con la condanna a morte degli imputati. L'esecuzione della sentenza, per impiccagione, fu fissata in un primo tempo a maggio.

 

Di questo breve periodo vediamo pochissimo nel film, che si concentra viceversa sul quinquennio seguente, durante il quale gli assassini, all'inizio con l'assistenza di Capote, si procurarono avvocati migliori, ricorsero in appello e ottennero un rinvio dell'esecuzione. In quel periodo accaddero altre due cose. La prima fu che Capote fece amicizia coi due criminali, in particolare con Perry Smith. Sorta di ragazzino adulto, minuto e psicologicamente deviato, Smith, al pari di Capote, era il figlio sensibile e artisticamente dotato di una madre alcolizzata, virgulto ferito che fin da subito aveva cercato ostinatamente la via del riscatto personale. (Tra i cinque e i sei anni, il piccolo Capote se ne andava in giro con dizionarietto, penna e taccuino e anche Smith era un autodidatta dall'altisonante vocabolario.)

Questa tacita identificazione tra il giornalista e l'assassino contribuisce a spiegare il forte interesse di Capote per la storia – o, più esattamente, come mai cominciò davvero a esserne coinvolto solo dopo l'arresto dei due assassini, quando si rese conto che l'articolo che si era proposto di stilare doveva diventare il libro che avrebbe finito per scrivere. E spiega altresí come mai A sangue freddo, fosco reportage su un fatto di cronaca nera nelle campagne del Kansas, abbia più cose in comune con le precedenti delicatissime invenzioni di Capote di quanto non sembri a prima vista. Da Altre voci, altre stanze a L'arpa d'erba e Colazione da Tiffany, i protagonisti dei romanzi di Capote erano sempre state figure fanciullesche disperatamente aggrappate alle loro seducenti e inattuabili fantasie in un ostile mondo di adulti – un ruolo in cui Capote, bambino nell'aspetto come nell'atteggiamento mentale, chiaramente si riconosceva, e nel quale aveva riconosciuto anche Perry Smith. Molti anni dopo il processo, Harper Lee ricordava che quando il piccolissimo Smith prese posto in aula per la contestazione dell'atto di accusa e Capote notò che i piedi non gli toccavano terra, pensò: «Oh oh! È l'inizio di una grande passione».1 (Nel film, la frase è messa in bocca a Jack Dunphy, longanime amante di Capote, che la pronuncia durante un cocktail party a New York; al che Harper Lee, replica: «Già, Truman innamorato di Truman».2 Questa riscrittura del materiale originale, uno dei pochissimi passi falsi del film, mette a segno una facile battuta sul narcisismo di Capote ma perde di vista il significato dell'osservazione originale riguardo alla natura della malía esercitata sullo scrittore dal suo soggetto.)

L'altro accadimento avvenuto via via che il 1960 trascolorava nel 1961 e poi nel 1962, 1963, 1964 e infine nel 1965, fu la graduale presa di coscienza, nello scrittore, di non poter concludere il libro in cui si era sviluppato l'articolo del New Yorker fino a quando Smith e Hickock non fossero stati giustiziati. Al pari dei bambini cosí frequentemente tratteggiati nei suoi romanzi, Capote era suadente, piacevole e seduttivamente affascinante senza essere particolarmente buono. Ma anche lui parve turbato dal dilemma morale in cui la tensione tra l'attrazione per i due assassini e le proprie ambizioni letterarie lo aveva messo. Il dilemma è ben sintetizzato da Gerald Clarke, autore della biografia di Capote – uscita nel 1988 – cui si è ispirato il film. La sua descrizione delle angosce morali patite dallo scrittore tra il 1960 e il 1965 è assennata e insieme agghiacciante: «I numerosi appelli di Perry e Dick non solo gli provocavano depressione e ansietà, ma gli presentavano un dilemma morale insolubile. Desiderava disperatamente che il suo libro venisse pubblicato, ma l'uscita in libreria significava quasi certamente la morte dolorosa di due uomini che lo consideravano un amico e un benefattore, due uomini che aveva aiutato, consigliato e a cui, nel caso di Perry, aveva anche fatto da insegnate privato … Tutto il suo futuro attendeva la loro passeggiata fino alla Grande Altalena, e le sue osservazioni agli amici, che indicavano i suoi veri sentimenti, costituivano un sinistro contrappunto ai commenti consolanti che faceva con Perry e Dick … "Come forse hai sentito", scrisse a Mary Louise [Aswell, vecchia amica di Capote ed ex direttrice di Harper's Bazaar], "la Corte suprema ha respinto gli appelli (questo per la terza volta, maledizione), cosí forse succederà presto qualcosa, in un senso o nell'altro. Sono rimasto deluso tante volte che oso a stento sperare. Ma incrocia le dita"».3

La connotazione moralmente grottesca dell'esortazione finale – di per sé, abbinamento indicativo di infantile («incrocia le dita») e di bieco (chiedere di fatto a un'amica di tifare per la morte dei due) – non si dimentica facilmente.

Né certo la si deve dimenticare se si pensa all'effetto devastante che la stesura di A sangue freddo ebbe in seguito sulla vita e sulla carriera dell'autore. In una recensione a Capote, David Denby deplorava «che, con scelta doppiamente sentimentale, gli autori del film lascino intendere che Capote non si riprese mai dalla morte di Perry Smith né dal successo di A sangue freddo, quando in sostanza lo scrittore fu rovinato dall'alcol».4 Ma un semplice sguardo fugace ai dati documentari basta a indicare che Futterman e Miller (che chiudono il film con una didascalia che informa a bella posta lo spettatore che, dopo A sangue freddo, Capote non portò più a termine nessun altro libro) si attengono ai fatti. «Nessuno saprà mai quello che mi ha sottratto A sangue freddo», disse Capote al suo biografo. «Mi ha scorticato fino al midollo. Mi ha quasi ucciso. In un certo senso, credo che mi abbia ucciso davvero. Prima di cominciarlo ero una persona equilibrata, relativamente parlando. Dopo, mi è successo qualcosa. Semplicemente non riesco a dimenticarlo, in special modo le impiccagioni alla fine. Orribile!»5

E orribile fu davvero: più tardi, in quella piovosa mattina, lo scrittore chiamò Dunphy in lacrime, sconvolto da quello che aveva visto.

Ma la parola di Capote non è l'unica su cui fare assegnamento. L'uscita di A sangue freddo ne fece un uomo ricco, e solo pochi mesi dopo la sua pubblicazione lo scrittore raggiungeva l'apice del successo mondano con il suo Black and White Ball, nel novembre del '66, noto a tutt'oggi come "il party del secolo". Ma poco dopo, tutto cominciò a crollare: le sue amicizie si guastarono, non riuscí effettivamente a concludere più un libro, e i suoi progetti per un romanzo "proustiano" sulla vita dei superricchi rivelavano solo i crescenti limiti di un talento miseramente in declino.

Per cui non sembra affatto dettata da sentimentalismo l'idea di individuare la causa del suo declino nelle esperienze che gli furono imposte dalla stesura di A sangue freddo. «È successo qualcosa», e quel qualcosa non furono solo le esecuzioni, ma quei terribili cinque anni di attesa e ciò che significavano: vale a dire che il successo di quello che sapeva sarebbe stato il suo libro migliore dipendeva, alla fine, dalla morte di due uomini, uno dei quali aveva con lui una misteriosa e inquietante somiglianza. L'alcolismo fu solo la causa immediata – e di fatto, se si deve prestar fede alle nostre fonti, anch'esso può essere legittimamente imputato al libro. «Nei primi tempi in cui l'ho conosciuto», ricordava una vecchia amica di Capote, Phyllis Cerf, moglie dell'editore, «durante il pranzo bevevamo un paio di bicchieri di vino e poi un martini. Ma mentre scriveva A sangue freddo beveva sempre di più … Bere cosí forte era una novità per lui».6 Nel vedere la creazione di A sangue freddo come una tragedia morale di stampo faustiano – un dramma in cui il protagonista esaudisce i propri sogni a un prezzo terrificante – gli autori del film hanno dato, a mio avviso, una ineccepibile interpretazione dei fatti.

2.

Tutto nel film – che liquida abbastanza in fretta gli omicidi, l'arrivo di Capote sulla scena, le indagini e il processo, per soffermarsi sull'inquietante rapporto fra lo scrittore e l'assassino, vale a dire sul passaggio dall'iniziale atteggiamento protettivo di Capote nei confronti del suo «amigo» (come usava dire Smith) al suo brutale rifiuto, alla fine, sia di aiutare che di corrispondere con il condannato all'avvicinarsi della data dell'esecuzione e, con essa, del completamento del suo libro – ha esattamente la nota giusta: ponderato e solenne come il libro di Capote, fecondo di riflessioni come la sua tragica parabola morale. Tutto, dall'aspetto del film (fotografato in modo cosí austero che, dopo averlo visto la prima volta, ero convinto fosse stato girato in bianco e nero, per poi ricredermi al momento di rivederlo) alla prova degli attori, alla sceneggiatura, si distingue per uno straordinario quanto insolito ritegno. Regista e sceneggiatore sembrano entrambi essersi immersi non solo nella biografia di Capote scritta da Clarke, ma proprio in A sangue freddo, e il film che hanno creato presenta la medesima austerità, le stesse fosche cadenze che conferiscono al libro la sua particolare poesia. La serie di inquadrature iniziali – campi di grano del Kansas, una fila di alberi, una fattoria immersa nel silenzio – è davvero un perfetto corrispettivo dell'incipit del libro di Capote: «Il villaggio di Holcomb si trova sulle alte pianure di grano del Kansas occidentale, una zona desolata che nel resto dello stato viene definita "laggiù"».7

Si scriverà molto sull'interpretazione di Philip Seymour Hoffman nei panni di Truman Capote, e a buon diritto: si tratta di una prova straordinaria. Ed è davvero un'interpretazione, non un esercizio di mimetismo. Hoffman evita saggiamente di "fare" Capote: rinomate affettazioni e tic vocali sono esibiti quanto basta per rendere autentico il suo ritratto di un personaggio celebre, ma ciò che rende la sua interpretazione cosí pregevole è il fatto di riuscire a esprimere un personaggio coerente – egoista, divertente, ambizioso, sentimentale e, alla fine, spietato – nell'epigrafico dramma creato dagli autori del film, che può essere considerato del tutto distinto dalla storia vera. Questo risultato, come in generale tutto il film, deve molto all'oculatissimo e stilisticamente coeso copione di Dan Futterman, il quale, forse perché anch'egli attore di consolidata esperienza teatrale e cinematografica, sa quando lasciare che siano i volti degli attori a parlare – quando le reazioni sono altrettanto significative degli atti o delle parole che le provocano.

In verità, per essere un film su uno scrittore, Capote dimostra di non temere affatto i lunghi silenzi. Il regista lascia indugiare ripetutamente la cinepresa sul volto di Hoffman (qui infantilmente paffuto e levigatamente biondo come lo era Capote) nei momenti cruciali del coinvolgimento dello scrittore nella storia – la prima volta che mette gli occhi su Perry Smith (che da ragazzo era quasi rimasto invalido dopo un incidente in motocicletta) mentre sale claudicando i gradini del palazzo di giustizia del Kansas per la contestazione dell'atto di accusa; il momento in cui Capote, rimasto solo con le quattro bare delle vittime in un'impresa di pompe funebri, si impone di aprirne una e di dare una sbirciatina dentro, sapendo di dover scrivere qualcosa a riguardo. La finezza dell'interpretazione di Hoffman consente di intravedere i moti interiori dello scrittore. Vedi il momento esatto in cui Capote avverte per la prima volta uno strano senso di solidarietà per Smith; vedi il conflitto tra l'effeminato esteta e l'autore ferocemente ambizioso. Si sono fatti molti film sugli scrittori all'opera, in genere con il ricorso a una stereotipata scorciatoia visiva volta a esprimere le agonie del cosiddetto processo creativo: fogli stizzosamente strappati via dalle macchine da scrivere, appallottolati e gettati nel cestino. Capote è, a mia conoscenza, l'unico film che si avvicini a rendere adeguatamente l'idea di come si presenti realmente il complesso lavoro di elaborazione di un'opera letteraria.

 

Il film riesce altresí a esprimere abilmente la capacità di Capote, non insolita nei bambini nati da matrimoni difficili, di rabbonire e sedurre emotivamente – comprese persone che, sulle prime, potevano aver provato ripugnanza per la natura vagamente strisciante della sua personalità. Questo talento, come sappiamo, gli guadagnò l'accesso nei salotti dei Paley e dei Kennedy, ma gli tornò utile soprattutto quando, avvolto nella sua sciarpa di Bergdorf Goodman, si ritrovò a Holcomb, Kansas, con il compito di accattivarsi le simpatie della popolazione di quella che, per certi versi, poteva dirsi una residua enclave di vecchio West. In diverse scene ideate da Futterman vediamo all'opera l'untuosità di Capote: ricordare il nome dell'ascensorista dell'albergo; lisciare la moglie dello sceriffo locale per aver accesso alla cella di Smith (dove il suo primo gesto sarà quello di porgere un'aspirina al detenuto, prefigurazione della sua futura condotta stranamente materna); ricorrere a un aneddoto ostentatamente privato – come il suo patrigno si aprí con lui la notte in cui Nina Capote si suicidò – per indurre un investigatore incaricato del caso Clutter a mostrargli le foto della scena del delitto.

Non meno efficaci devono dirsi anche altre interpretazioni, fedeli alla realtà dei fatti quanto a quella del dramma. Bruce Greenwood, nei panni di Jack Dunphy, esprime la giusta miscela di affettuosa indulgenza e ferita emulazione; Chris Cooper è un laconico Alvin Dewey, il detective cui (perlomeno nel libro di Capote) andò il merito di scovare gli assassini. (Del caso si occuparono parecchi agenti, ma per ragioni di economia narrativa Capote si concentrò su Dewey – una tra le tante licenze dalla verità del suo romanzo-reportage.) Harper Lee, principale contrasto drammatico di Capote, è interpretata da Catherine Keener la quale fa emergere affetto, pacato umorismo e una dignità che, col passare del tempo, contrasta in maniera via via più stridente con i narcisistici eccessi di Capote, quando la brama di finire il libro finirà per sopravanzare ogni altro sentimento umano. All'arrivo dei due amici in Kansas, si vede con quale facilità lavorino insieme quei due provinciali del Sud. (Il che corrisponde al vero: Capote e Lee intervistavano la gente insieme senza registratore né taccuino. Una volta tornati in albergo, mettevano a confronto i rispettivi ricordi delle conversazioni – metodo di lavoro abbozzato in una breve scena.) Ma via via che il film va avanti, in alcune composte ma indicative espressioni, Keener ci mostra lo smarrimento di Lee di fronte alla progressiva degenerazione morale dell'amico. La sua voce rimane pacata anche alla fine, dopo le esecuzioni, quando, sentendo Capote dire che non c'era nulla che potesse fare per salvare i condannati, osserva semplicemente: «Può darsi di no. Ma il fatto è che non volevi».

 

Questa frase è il più esplicito e, ritengo, meno necessario indizio di ciò che veramente si propone il film: non tanto la fedele rappresentazione di una storia vera quanto l'esplorazione di una complessa questione letteraria e morale: il rapporto fra lo scrittore e il suo soggetto. E dico "meno necessaria" solo perché, dall'inizio alla fine, il film illustra con tale sottigliezza il dilemma etico di Capote da rendere superflua l'esplicita formulazione di Harper Lee. Le prime parole messe in bocca a Capote nel film, mentre tiene banco a un party letterario con una maligna storiella su James Baldwin, sono queste: «Sono onesto. Penso sia importante essere fedeli a ciò che si è». Capote enuncia fin da subito il proprio tema: il prezzo dell'onestà, i costi che comporta essere fedeli a ciò che si è.

Col dipanarsi della storia, facendoci sommessamente, e spesso silenziosamente udire e vedere chi è veramente Capote, regista e sceneggiatore insinuano con intensità crescente che lo scrittore che deve far morire il suo soggetto per scrivere il libro è, perlomeno a un certo livello, altrettanto mostruoso degli stessi assassini. «Potrei ucciderti se ti avvicini troppo», dice Perry con macabro umorismo il giorno che Capote gli porge un'aspirina attraverso le sbarre della cella. «Per lui sarebbe la stessa cosa ucciderla come darle le mano», dice a Capote la sorella di Smith dopo che lo scrittore ha abbandonato il killer nella sua cella di Leavenworth, deluso e infuriato dal suo rifiuto di raccontargli i particolari della strage. («14 novembre 1959: questo è ciò che voglio sapere da te», dice a Smith un Capote improvvisamente gelido. «Questo è il mio lavoro, Perry. Io sto lavorando. Quando vorrai parlarmi di ciò che voglio sentire da te, fammelo sapere.») Alla fine di Capote, la crudeltà dello scrittore mette in ombra quella degli assassini. Il grande risultato del film è quello di illustrare l'aspetto moralmente più inquietante della somiglianza tra Capote e Smith con mezzi allusivi e letterari piuttosto che con ovvie ed esplicite sottolineature come: «Può darsi di no. Ma il fatto è che non volevi».

Simili cadute sono rare. Ci sono, questo sí, delle stonature – elementi che tradiscono i pregiudizi dell'autore e il suo desiderio di plasmare la storia a spese dei fatti reali, come naturalmente era accaduto anche per A sangue freddo. A prendersi la parte del cattivo nella sceneggiatura di Futterman, vai a pensare, è il direttore del New Yorker, William Shawn, che vediamo far pressione su Capote perché finisca il libro a ogni costo – superflua trasposizione di un impulso che apparteneva fin troppo chiaramente allo scrittore. («Mi mancherà», sospira Capote nel film, subito prima dell'esecuzione. «Adesso potrai concludere», replica untuosamente Shawn.) E sul patibolo Perry Smith non fu il muto martire disegnato in uno dei rari momenti di sentimentalismo del copione. (In realtà disse: «Penso sia una cosa bestiale togliere una vita in questo modo.»)8 Ma per tutto il resto, il sobrio e straziante film di Miller e Futterman consegue il risultato ottenuto dallo stesso romanzo di Capote: la trasformazione di qualcosa di reale, che sappiamo essere accaduto, in un'opera di grande bellezza che trascende i particolari dell'orrendo delitto che descrive.

(Traduzione di Alessio Catania)

1 . G. Clarke, Truman Capote. Una biografia, Milano, Frassinelli, 1989 (ed. orig. 1988), p. 266.

2 . .In mancanza delle battute del doppiaggio italiano di Capote, la traduzione è nostra (ndr).

3 . G. Clarke, op. cit., p. 285.

4 . The New Yorker, 10 ottobre 2005, p. 95.

5 . G. Clarke, op. cit., p. 318.

6 . Ivi, p. 321.

7 . T. Capote, A sangue freddo, Milano, Garzanti, 1991 (ed. orig. 1965), p. 13.

8 . G. Clarke, op. cit., p. 287.


DANIEL MENDELSOHN studioso del mondo classico, è stato insignito del George Jean Nathan Prize per i suoi articoli di critica pubblicati su The New York Review of Books e ha ottenuto una Guggenheim Fellowship. È autore di The Elusive Embrace: Desire and the Riddle of Identity (Knopf, 1999); e di Gender and the City in Euripides' Political Plays (Oxford University Press, 2002).

 
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