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Giovane Persia TIMOTHY GARTON ASH
Alte sulle troneggianti rocce di Naqsh-e Rostam, proiettate verso il deserto, si stagliano
le tombe dei grandi imperatori persiani vecchie di duemilacinquecento anni: Dario, Serse, Ataserse.
Più in basso, dinanzi all'imperiale monte Rushmore, si può ammirare un drammatico
rilievo in pietra, quasi ondeggiante nel calore. Mostra uno shah di tutti gli shah, meno antico,
Safur I, che accetta la resa dell'imperatore romano Valeriano, nel 260 DC, a seguire il calendario
cristiano. Il conquistatore, riccamente addobbato in sella al suo cavallo, sovrasta il cesare
sconfitto, a piedi, senza armi. «Cosa successe a Valeriano?», chiedo alla mia guida.
«Oh, è stato ucciso, naturalmente.»
All'inizio dell'autunno, mentre i governanti dell'Iran di oggi sfidano
la nuova Roma dando un colpo d'acceleratore al loro programma nucleare, ho viaggiato per
due settimane per quella che è la Repubblica Islamica dell'Iran. Nell'anno del
Signore 1384, secondo il calendario musulmano, ho parlato con mullah armati di computer
portatile, con sostenitori del regime nel vivaio religioso di Qom e filosofi islamici molto critici
verso il regime. Ho incontrato intellettuali di ogni sorta, artisti, contadini, politici e gente
d'affari. Ho avuto lunghe e intense conversazioni con alcuni giovani iraniani, che costituiscono
la maggioranza della popolazione del paese. Mentre scrivo, ho dinanzi agli occhi i loro volti intenti,
specialmente quelli delle donne, incorniciati nel regolamentare foulard, lo hijab,
che in qualche modo sono riuscite a trasformare in un accessorio di grazia e di quieta seduzione.
In un ristorante posto in cima a un palazzo, nella meravigliosa città di Esfahan, ho
potuto constatare la continuità della cultura persiana ascoltando un cantante melodiare
versi del poeta Hafez, vissuto nel quattordicesimo secolo, mentre i clienti contemplavano la
cupola blu, crema e turchese della moschea dello Sceicco Lotfallah, illuminata contro l'oscurità
della notte. Più spesso mi sono trovato immerso nel caldo, la polvere, l'inquinamento
pungente e il traffico da kamikaze di Teheran, l'anarchica città di dodici milioni
di persone in cui gli automobilisti paiono giocare a evitarsi per pochi millimetri a ogni incrocio,
e a volte a non evitarsi ...
Ho anche avuto modo di gustare la vita dietro le alte mura che circondano case e giardini delle
classi medio-alte, dove lo hijab viene subito abbandonato e il parlare si fa sprezzante
irridendo allo zelo islamico del nuovo presidente del paese, Mahmoud Ahmadinejad. Poco dopo il
mio arrivo in una di queste abitazioni, delle ragazze in bikini mi invitavano scherzosamente a
fare il bagno nudo con loro nella piscina, mentre l'ospite mi offriva da bere da una bottiglia
etichettata "Etanolo 98%".
Questi incontri illustravano un aspetto, apparentemente di lunga durata, su cui i miei interlocutori
iraniani attiravano costantemente la mia attenzione: il contrasto tra ciò che gli iraniani
dicono fuori casa e quanto dicono dietro le mura di cinta. Il doppio registro come modo di vivere.
Non sono mai stato in un paese in cui cosí tante persone mi dicevano di non credere a quanto mi
veniva detto: a prenderli alla lettera, un invito contraddittorio.
Gli iraniani mi mettevano anche in guardia sul ruolo che la superstizione gioca nel loro paese.
Nel bel mezzo del traffico di Teheran l'autista del mio taxi ha ricevuto un SMS che lo incitava
a pregare per il ritorno dell'imam nascosto, il dodicesimo imam degli sciiti, detto anche
mahdi, che i fedeli ritengono essersi ritirato in un luogo segreto 1127 anni fa.
In mezzo a una tale mescolanza di antico e di moderno, ho cercato di trovare risposta a una domanda
cruciale: come sarà possibile trasformare il regime islamico postrivoluzionario da
parte delle forze politiche e sociali del paese, gradualmente o per un impulso improvviso? E ho
formulato una seconda domanda: come potranno le politiche dell'Europa e degli Stati Uniti
incidere sulle forze vive del paese, tenuto conto che, fortunatamente, l'opzione di un cambiamento
di regime all'irachena, con tanto di occupazione militare, non sembra per il momento contemplato?
2.
Il sistema politico della Repubblica Islamica dell'Iran è incredibilmente complesso
e al tempo stesso estremamente semplice. Il paese ha almeno due governi paralleli: una struttura
statale formale, semidemocratica, con a capo il presidente Mahmoud Ahmadinejad, e una struttura
di comando ideologico-religiosa presieduta dal Leader Supremo, l'ayatollah Ali Khamenei.
Vi sono poi diversi centri di potere formale e informale, che comprendono partiti politici, ministeri,
le Guardie Rivoluzionarie e la Milizia Basij, che può vantare milioni di aderenti, e la cui
mobilitazione ha costituito un fattore cruciale nell'elezione di Ahmadinejad. Vi sono
inoltre mafie etniche o regionali, numerosi servizi di informazione, agenzie per la sicurezza
e corpi di polizia: diciotto in tutto, secondo una conta recente. Non ci si deve dunque stupire se
i politologi iraniani azzardano termini come "poliarchia", "oligarchia elettiva",
"semidemocrazia", o "neopatrimonialismo".
Eppure, più il mio soggiorno si allungava, più sentivo che l'essenza del regime
è tutto sommato piuttosto semplice. Al fondo, la Repubblica Islamica è pur sempre una
dittatura ideologica. I princípi che la strutturano si possono esprimere in quattro semplici
frasi: 1) esiste un solo Dio e Maometto è il suo profeta; 2) Dio sa cosa è bene per uomini
e donne; 3) il clero islamico, e specialmente i giuristi che interpretano la legge islamica, sono
i soli a sapere ciò che Dio vuole; 4) in caso di dispute tra i giuristi, la decisione finale spetta
al Leader Supremo.
È il sistema inventato dal Grande ayatollah Ruhollah Khomeini, che questi giustificava
grazie a un'interpretazione radicalmente nuova del concetto islamico di velayat-e
faqih, che si traduce di solito con l'espressione "Guardia del Giurista".
Il sistema, occorre sottolinearlo, non fa parte dell'islam: è khomeinismo. Non esisterebbe
se non ci fosse stato quel vecchio, il cui ritratto arcigno ti osserva ovunque in Iran, sebbene sia
ora accompagnato dalla figura occhialuta del suo successore ed epigono, il Leader Supremo ayatollah
Khamanei.
Khomeini è stato il Lenin e lo Stalin della rivoluzione islamica. Il sistema che ha creato
ha molti punti in comune con lo stato-partito comunista. Nel khomeinismo, il principio della "Guardia
del Giurista" assolve le stesse funzioni del "Ruolo Guida del Partito" nei regimi
comunisti. Anche in Iran esistono infatti gerarchie parallele di poteri ideologici e politici,
dove i primi schiacciano sempre i secondi. La componente ideologica della Repubblica Islamica
è quasi del tutto non democratica: il Leader Supremo è assistito da un Consiglio della
Guardia, un sistema giuridico islamico e un'Assemblea di Esperti, tutti dominati dal clero
conservatore. Le istituzioni statali sono più democratiche, e vi è una vera, anche
se limitata, competizione politica. Tuttavia, il Consiglio della Guardia può arbitrariamente
dichiarare non eleggibili migliaia di candidati alle elezioni parlamentari, il regime controlla
tutti i canali della televisione di stato, e le forze di sicurezza, come a esempio la Milizia Basij,
possono mobilitare e intimidire gli elettori: non si può dunque parlare seriamente di elezioni
libere in Iran.
Al pari degli stati-partito comunisti, esiste una forte lotta tra fazioni, che a volte gli osservatori
occidentali considerano erroneamente come forma di pluralismo. Diversamente dai regimi comunisti,
le fazioni fanno appello agli elettori per rafforzare le proprie posizioni. Cosí, Ahmadinejad
ha avuto buon gioco nel presentarsi agli elettori come un buon puritano estraneo al sistema, mentre
ne è parte integrante, collaborando direttamente con Khamenei e il Consiglio della Guardia.
Il suo antagonista nel secondo turno, l'ex presidente Hashemi Rafsanjani, era screditato
in quanto membro del gruppo dei mullah al potere, che godono di una riprovazione pressoché
unanime. «Anche un bastone avrebbe vinto contro Rafsanjani», mi diceva un uomo politico
iraniano. Rafsanjani taccia ora di poco diplomatico il discorso in stile rivoluzione islamica
tenuto alle Nazioni Unite da Ahmadinejad. Eppure, lui stesso rimane alla guida del potente Consiglio
che media tra la gerarchia non democratica e il semidemocratico parlamento. La scorsa estate,
fu Rafsanjani a dichiarare che «il sistema [nazam] ha deciso» la ripresa del
trattamento dell'uranio. Quando un responsabile politico utilizza il termine nazam,
"il sistema", tutti sanno che intende riferirsi alla gerarchia ideologica, fino a
includere il Leader Supremo: il rappresentante di Dio in terra.
In uno stato-partito comunista, la linea del partito la si trovava sulle pagine della Pravda
o del Neues Deutschland. Nello stato-mullah islamico, la "linea degli imam"
viene impartita nel corso della preghiera del venerdí. Ho assistito a due cerimonie, la prima
nella favolosa moschea di Esfahan, poi, la settimana successiva, in un plesso dell'Università
di Teheran, gremito di poliziotti. In entrambe le occasioni un membro dell'alto clero islamico,
a Teheran lo stesso presidente del Consiglio della Guardia, ha pronunciato un'omelia fulminante,
denunciando in particolare l'America e l'Inghilterra. A Teheran il discorso è
terminato tra cori ben orchestrati di grida di "Abbasso l'America", "Abbasso
Israele", "Abbasso i nemici della Guardia del Giurista".
3.
Come si può trasformare un simile regime, meglio, come si può riformarlo, come preferiscono
dire gli iraniani che ho incontrato? La parola "riforma" l'ho udita innumerevoli
volte nel mio viaggio attraverso l'Iran. Mi sono presto reso conto che significava cose diverse.
In primo luogo, vi è un dibattito ideologico sul "revisionismo", come avrebbero
detto nel mondo comunista, che vede implicati molti intellettuali islamici. Sono rimasto veramente
impressionato dalla vivacità delle discussioni. Tuttavia, mentre molti iraniani sono
chiaramente stanchi dell'islam che sono costretti a ingurgitare come religione di stato,
non ho mai percepito che l'ideologia islamica fosse considerata lettera morta, come accadeva
per il comunismo nell'Europa centrale degli anni '80. Tutto il contrario.
A Qom, la capitale ideologica del khomeinismo, ora sede di circa duecento istituzioni di ricerca
islamica, ho incontrato un gruppo di studiosi di filosofia politica islamica. Perché, ho
chiesto, l'Islam non sarebbe compatibile con uno stato liberal-democratico, come accade
in Turchia? Mohsen Rezvani, un giovane filosofo in toga e turbante da mullah, mi ha fatto
osservare che l'islam è «antropologicamente, teologicamente ed epistemologicamente»
incompatibile con la democrazia liberale. Antropologicamente, perché la democrazia liberale
si fonda sull'individualismo; teologicamente, perché esclude Dio dalla sfera pubblica;
epistemologicamente, perché si fonda sulla ragione e non sulla fede. E non nascondeva la
propria simpatia per i fondamentalisti religiosi neoconservatori americani, che dimostrava
di conoscere piuttosto bene. Va tuttavia detto che questo Wolfowitz di Qom è stato immediatamente
contraddetto da altri intorno al tavolo, che citavano modernisti islamici per sostenere che l'islam
è compatibile con uno stato laico.
Di ritorno a Teheran, ho incontrato un revisionista islamico davvero notevole, il professor
Mohsen Kadivar, un mullah sorridente, dotto, e coraggioso. Una delle ragioni per cui il
dibattito tra gli islamici iraniani è cosí vivace, risiede nel fatto che nella tradizione
sciita non solo si tollera, ma anzi si incoraggia il disaccordo brillante tra i seguaci di grandi
ayatollah di altissimo rango, quelli che si son guadagnati il titolo di marja-i taqlid,
o "fonte di imitazione". Il professor Kadivar è discepolo del Grande ayatollah
Hossein-Ali Montazeri, che doveva essere il successore di Khomeini sino a che il padre della rivoluzione
lo ripudiò e lo mise agli arresti domiciliari a Qom.
Alcuni anni fa Kadivar ebbe l'ardire di sostenere che l'istituto della Guardia
dei Giuristi non trova riscontro nel Corano né nel pensiero islamico, ed è incompatibile
con l'essenza di una vera repubblica. Pose anche in dubbio la compatibilità islamica
del condannare a morte imputati assenti (come Salman Rushdie), e in una intervista a un giornale
suggerí che l'Iran di oggi ripropone caratteristiche tipiche del regime dello shah:
«Il popolo ha fatto la rivoluzione per poter decidere, non perché le decisioni vengano
prese in sua vece». Pagò la sua onestà intellettuale con diciotto mesi di prigione.
È dunque questo che vogliono dire i cori che il venerdí scandiscono «Abbasso
i nemici della Guardia dei Giuristi!». La critica della Guardia e del potere da sultano del
Leader Supremo è anche l'offesa imperdonabile di cui si è reso colpevole il prigioniero
politico più importante del paese, il giornalista Akbar Ganji un tempo, al pari di
Kadivar, sostenitore entusiasta della rivoluzione islamica.
Vi sono poi molti esponenti della sinistra laica e liberale che erano contro lo shah
ma non presero parte alla rivoluzione islamica. Ora lavorano in diverse ONG, nell'editoria,
nelle università, persino nel cinema, che spesso produce pellicole elettrizzanti. Un
liberale laico molto noto in occidente è il dottor Ramin Jahanbegloo, autore di un libro di
conversazioni con Isaiah Berlin, che ha portato a Teheran pensatori come Jürgen Habermas,
Richard Rorty e Antonio Negri, accolti in sale da duemila persone.
Tuttavia, laici o islamici che siano, lo spazio di manovra di coloro che operano nella cosiddetta
società civile sono molto limitati. Tutte le ONG, a esempio, debbono ottenere un permesso
ufficiale, che viene rinnovato di anno in anno. Le bozze di stampa dei libri vengono sottoposte
alla censura del Ministero della Cultura e della Guida Islamica, e le pagine censurate vengono
ricomposte in modo che i lettori non si accorgano dei tagli. Le università sono sottoposte
a stretto controllo: è possibile intrattenere discussioni teoriche sui meriti della democrazia,
impossibile criticare la Guardia dei Giuristi.
Il fatto stesso che il sistema si articola su diversi centri di potere aggiunge un ulteriore
elemento di incertezza. Ho parlato con uno studente dissidente rilasciato dai servizi di sicurezza
statali e arrestato nuovamente alcuni mesi dopo dalle Guardie Rivoluzionarie. Un'incertezza
che permette un dibattito intellettuale molto libero, e tiene vivo un sottofondo di paura permanente.
Non si trova traccia di organizzazioni sindacali in Iran, e nelle campagne la disoccupazione
provoca ondate migratorie verso le città, dove vanno a ingrossare le folte fila dei diseredati.
Molti trovano qualcosa da fare tra i picchiatori della Milizia Basij, e sono facilmente mobilizzabili
dalle forze di sicurezza.
La comunità degli affari, ricca e occidentalizzata, ha troppo da guadagnare dal regime
per opporvisi. Inoltre, gran parte dei commerci è in mano ai commercianti dei bazar, che controllano
le bancarelle come i grandi traffici di import-export: un gruppo sociale ed economico tradizionalmente
legato al clero islamico.
Il regime, poi, gode di risorse considerevoli per mantenere il potere. Con il petrolio a più
di 60 dollari il barile, gli introiti petroliferi pagano in soli sei mesi l'intero bilancio
annuale dello stato. Il governo può cosí sovvenzionare generosamente derrate alimentari
di largo consumo (pane, tè, riso, zucchero) e tenere il prezzo della benzina straordinariamente
basso, circa 8 centesimi al litro, misura molto apprezzata dai fanatici guidatori iraniani. Un
quarto della popolazione lavora per lo stato, e dipende dalle gerarchie statali per la propria
sopravvivenza. Cosa dunque può far paura al regime? Una sola cosa, ma fonte di enorme preoccupazione:
i suoi giovani, i nipoti della rivoluzione.
4.
L'Iran è un paese antico, con 2.500 anni di storia. È al tempo stesso un paese
straordinariamente giovane. Dei settanta milioni di abitanti, due terzi hanno meno di trenta
anni. Il che, in parte almeno, è la conseguenza di una politica di natalità perseguita
negli anni '80, e sostenuta dall'invito a rimpiazzare i milioni di martiri morti nel
conflitto Iran-Iraq. Le coppie patriottiche che avevano più di cinque figli erano premiate
con un pezzo di terreno per costruirvi la casa. La propaganda governativa chiama questi giovani
«i soldati dell'imam nascosto». Il regime ha impiegato venticinque anni nel
tentativo di plasmarli all'ideologia antiamericana, antioccidentale e antisraeliana.
Il risultato è che la maggior parte non ne può più dell'islam (almeno nella
forma di religione di stato), è piuttosto filoamericana, ed esprime una curiosità
amichevole verso Israele. Molti sognano di vivere in America, e non pochi hanno salutato con favore
l'invasione dell'Iraq, sperando che avrebbe portato democrazia e libertà
alle soglie di casa. Constatano ora che l'invasione ha finito col favorire gli sciiti del
sud del paese, e si fanno gioco di Bush chiamandolo «il tredicesimo imam».
In questa situazione, chi e cosa potrebbe dare nuova popolarità al regime, specialmente
fra i giovani? «Solo gli Stati Uniti», mi diceva un analista politico locale. Se Stati
Uniti e Inghilterra saranno in grado di ridurre il pericolo atomico iraniano senza danneggiare
il processo di democratizzazione del paese; se saranno capaci di sviluppare politiche atte a favorire
la crescita dell'emancipazione sociale e forse della liberazione di questa Giovane Persia:
allora le prospettive di lungo termine saranno buone. La rivoluzione islamica, come in passato
la francese e la russa, non ha perso tempo a divorare i propri figli: un giorno i suoi nipoti divoreranno
la rivoluzione.
(Traduzione di Pietro Corsi)
TIMOTHY GARTON è direttore dello European Studies Center del St. Antony's
College di Oxford ed è noto al lettore italiano come autore di: Le rovine dell'impero
(1992); In nome dell'Europa (1994); e Storia del presente (2001), tutti
editi da Mondadori.Il suo ultimo libro è Free Worls. L'America, l'Europa
e il futuro dell'Occidente (Mondadori, 2005).
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