PAOLO MAZZARELLO, Costantinopoli 1786: la congiura e la beffa. Lintrigo Spallanzani, Torino, Bollati Boringhieri, pp. 327, €24,00
Bando al paludato stile accademico: senza rinunciare al rigore documentario e scientifico, con un piglio colorito e brioso davvero inconsueto, il libro di Paolo Mazzarello si dipana con le affascinanti movenze del romanzo poliziesco. E grazie a questo registro, poco praticato purtroppo nella saggistica nostrana, ci offre uno spaccato della scienza del Settecento, in cui irriducibili contrapposizioni scientifico-ideologiche s'intersecano con umanissime e tristissime rivalità personali, invidie, gelosie e impietose vendette.
Le vicende e le peculiari personalità dei protagonisti, a dire il vero, si prestavano a una narrazione romanzata, ma gli esiti, com'è facilmente intuibile, non erano affatto scontati. È quindi merito innegabile dell'autore essere riuscito a inserire entro una trama di avvincente lettura tutti gli elementi che danno corpo alla storia descritta: il viaggio di Lazzaro Spallanzani nel Levante.
Sarebbe però alquanto riduttivo considerare il libro di Mazzarello come una mera ricostruzione, per quanto precisa e stilisticamente brillante, del viaggio scientifico intrapreso da Spallanzani nei territori dell'Impero ottomano. Non che non lo sia, intendiamoci, lo è, eccome! Anzi, da questo punto di vista, si tratta probabilmente del primo lavoro complessivo dedicato alle straordinarie osservazioni naturalistiche di Spallanzani, nonché alle sue esilaranti notazioni sugli usi e i costumi dei turchi e dei popoli del Levante. Sarebbe riduttivo, dicevo, perché la descrizione del viaggio, lungi dall'essere fine a se stessa, costituisce anche, soprattutto forse, un appropriato grimaldello attraverso cui l'autore riesce a penetrare nel mondo naturalistico di Spallanzani, facendone affiorare, come per emulsione, la visione della scienza e della conoscenza vissute dal naturalista di Scandiano in maniera totalizzante.
Pur trattando, nella sostanza e con un serio ancoraggio documentario, di argomenti tecnici legati agli appassionanti dibattiti sugli sviluppi del sapere naturalistico nel tardo Settecento, la scelta del registro narrativo consentirà, mi auguro, a Mazzarello di allargare il pubblico dei suoi lettori, evitando cosí che i destinatari siano soltanto i cosiddetti specialisti. Che ciò sia consapevole o meno, importa poco: chiunque abbia curiosità e passione per le storie, di qualunque genere e quindi anche per quelle di argomento scientifico, non potrà non apprezzare il modo in cui l'autore induce il lettore all'immedesimazione e alla partecipazione emotiva, definendo un certo numero di attese che, come in un buon romanzo ottocentesco, nel corso del racconto vengono puntualmente soddisfatte. La strategia comunicativa, basata com'è su una struttura paratattica, conferisce inoltre al saggio-racconto l'andamento di una sceneggiatura cinematografica, rappresentando, in parallelo, l'infaticabile lavoro scientifico, ma non solo, di Spallanzani, alle prese con ricerche di geologia, biologia marina, ornitologia e mineralogia, e l'implacabile congiura che nel frattempo viene ordita alle sue spalle dai suoi colleghi a Pavia.
La storia prende le mosse dal viaggio di Spallanzani verso Costantinopoli; un viaggio a lungo desiderato e che finalmente riuscí a realizzare grazie all'ospitalità offertagli dal nuovo bailo, l'ambasciatore cioè della Repubblica veneta nella capitale dell'Impero ottomano, il cavaliere Girolamo Zulian. Cosí, il 22 agosto 1785 Spallanzani s'imbarcava sulla nave da guerra San Giorgio al seguito dell'ambasciatore, assieme a un nutrito numero di passeggeri con l'equipaggio infatti la San Giorgio contava qualcosa come seicento persone che approfittavano dell'occasione per recarsi a Costantinopoli.
Tra i passeggeri si trovava anche il colto studioso Jean-Baptiste Lechevalier, al servizio dell'ambasciatore francese a Costantinopoli, il conte di Choiseul-Gouffier, il quale aveva dato vita a un articolato progetto, di cui Lechevalier faceva parte, per identificare il sito su cui sorgeva la Troia omerica. Fu proprio in occasione di quel viaggio che Lechevalier sarebbe diventato celebre, identificando, benché erroneamente, i resti della mitica Troia presso la collina di Bunarbashi; e non è da escludere che Spallanzani abbia avuto qualche parte nell'impresa, sia per gli interessi che egli aveva per la questione omerica, sia perché, durante il tragitto, aveva visitato il sito, sia infine per l'assidua frequentazione che aveva avuto con Lechevalier durante il viaggio, ma anche a Costantinopoli presso l'ambasciata francese. È certo, in ogni caso, che Spallanzani, ormai a Pavia, era stato tra i primi a sapere, nel febbraio 1787, dell'identificazione di Lechevalier, ben prima quindi della sua diffusione a livello internazionale, avvenuta nel 1791. Non va, da ultimo, trascurato che nella terza, definitiva edizione del Voyage de la Troade (1802), Lechevalier dedicava a Spallanzani le prime quattro pagine dell'opera, in cui riportava non solo fatti aneddotici, ma anche episodi relativi a questioni di stretta natura scientifica.1
Spallanzani aveva organizzato il suo viaggio in ogni dettaglio, pianificando gli esperimenti e le osservazioni che intendeva fare e dotandosi di un'opportuna strumentazione scientifica, che comprendeva, tra le altre cose, un barometro, un termometro, un eudiometro, una macchina elettrica, una bussola, una calamita, lenti e microscopio. Non aveva inoltre mancato di portarsi appresso uno schioppo a due canne, sia per coltivare la sua passione per la caccia, sia per procurarsi esemplari della fauna da sezionare e analizzare. Spallanzani aveva davvero poco del classico docente sedentario che si limita a studiare i fenomeni naturali nella quiete di un comodo laboratorio, sia esso una sala anatomica o un orto botanico. Quando gli obblighi didattici glielo consentivano, la sua attività consisteva pressoché esclusivamente nell'osservare direttamente la natura, nel procacciarsi e raccogliere materiale per arricchire il patrimonio naturalistico del Museo di Storia Naturale dell'università di Pavia di cui era il direttore. Aveva sempre fatto cosí: nei suoi precedenti viaggi in Svizzera, lungo la riviera ligure e nell'Adriatico, Spallanzani aveva raccolto e selezionato materiale per incrementare la collezione di animali e vegetali del Museo. Il viaggio a Costantinopoli, però, si configurava ai suoi occhi come un'occasione unica, che gli avrebbe consentito non solo di vedere e conoscere una città remota e ammantata di mistero, ma anche di osservare una natura a lui, fino ad allora, sconosciuta.
Quel viaggio, comunque, rappresentava forse qualcosa di più profondo di un'ennesima occasione, per quanto straordinaria e agognata, per scrutare la natura: «Era un nuovo mezzo d'indagine, una dimensione militante dell'impresa scientifica intesa come investigazione a tutto tondo della realtà». E che questo fosse il modo di intendere la ricerca scientifica da parte di Spallanzani emerge con singolare icasticità laddove Mazzarello descrive, con agile ma efficace sintesi, la versatilità con cui egli riusciva ad affrontare i più disparati campi di studio. L'atteggiamento di Spallanzani nei confronti dell'indagine sperimentale, l'incessante spinta a osservare e studiare il mondo in ogni suo aspetto scaturivano da una passione smodata, quasi da «un vizio della mente». Era insomma il suo desiderio di carpire qualche segreto alla natura, che aveva i tratti psicologici di una vera e propria «lussuria della conoscenza», a indurlo a immergersi continuamente nei meandri più reconditi e inesplorati dello scibile. Il suo fanatismo per l'indagine naturalistica lo aveva reso celebre nella comunità scientifica. E i suoi studi, che travalicavano gli stessi confini filosofici della scienza dell'epoca, avevano continuato a stupire i circoli culturali di tutta Europa.
Spallanzani aveva demolito, dimostrandone l'assoluta infondatezza, l'antica teoria della generazione spontanea. Ma aveva anche effettuato osservazioni ed esperimenti audaci e sconvolgenti sul mistero della vita e del suo specchio incombente, la morte, muovendosi sul delicato spartiacque tra vita e non vita. Dopo aver analizzato diversi fenomeni vitali in condizioni critiche di temperatura e di esposizione all'aria, Spallanzani si era cimentato con il fenomeno opposto, indagando cioè la possibilità di un ritorno alla vita quando l'irreversibilità della morte sembrava ormai inesorabile e definitiva. Era cosí riuscito a «resuscitare» i rotiferi e i tardigradi specie di animali «inferiori» che popolano le sabbie dei tetti e il muschio dei muri i quali lasciati essiccare si riducevano ad atomi informi di «materia disseccata», ma che, una volta reidratati, ritornavano affatto vitali. Come se non bastasse, dato il suo stato clericale, Spallanzani aveva anche indagato i meccanismi di trasmissione della vita, affrontando sperimentalmente il problema della fecondazione e riuscendo a realizzare l'inseminazione artificiale in un mammifero. Un prete davvero audace, «passionale e freddo», che, non facciamo alcuna fatica a crederlo, avrebbe incontrato oggi maggiori difficoltà di quante non ne incontrò all'epoca sua.
Benché avesse conseguito i suoi risultati più straordinari nel campo dei fenomeni vitali, Spallanzani si percepiva come un filosofo naturale a tutto tondo, nella cui agenda rientravano la geologia, la mineralogia, la chimica e l'elettrologia, discipline che, nel Settecento, non si presentavano ancora come blocchi unitari e ben definiti. E proprio questa mancanza di confini precisi consentiva a Spallanzani di occuparsi di vari problemi, non necessariamente legati a una disciplina specifica. Per lui, la storia naturale costituiva un corpo unitario, una realtà unica che, pur mostrandosi sotto diversi aspetti, non poteva essere parcellizzata per esigenze disciplinari. In questa prospettiva, il viaggio scientifico, negli anni, era diventato una parte essenziale del suo metodo d'indagine. Il viaggio scientifico era davvero e a maggior ragione quello a Costantinopoli un mezzo straordinario, una sorta di «attività scientifica ambulante» grazie alla quale era possibile studiare gli esseri viventi nel loro habitat, prendere visione delle stratificazioni geologiche da cui emergevano dinamiche ancestrali, ma anche misurare la profondità di un lago o del mare da cui pescare animali non ancora noti o comunque singolari. Ciò consentiva poi di raccogliere direttamente nuovi esemplari naturalistici da esporre nel Museo pavese, un'attività molto caldeggiata dalle autorità governative austriache che vi vedevano, a ragione, una vetrina tangibile della propria politica culturale.
Lo stile di ricerca di Spallanzani, nonostante l'attenzione per la raccolta completa e sistematica di esemplari dei tre regni, non si esauriva però, come mette ben in evidenza Mazzarello, nella mera descrizione e classificazione pedissequa di piante, animali e minerali. L'interesse precipuo del naturalista di Scandiano era la comprensione dei meccanismi funzionali dei fenomeni naturali piuttosto che una loro semplice descrizione superficiale. Non c'era alcun dubbio, la fisiologia doveva avere la supremazia sulla tassonomia. Spallanzani non aveva alcuna simpatia per quelli che, non senza una perfida ironia, chiamava nomenclatori. Da qui la sua polemica con Linneo e soprattutto con i suoi seguaci italiani, in primis con Giovanni Antonio Scopoli, il suo collega a Pavia, che insegnava botanica e chimica. Il dissenso tra i due scienziati, assai profondo e irriducibile, risaliva a prima della partenza di Spallanzani per Costantinopoli. Scopoli era stato chiamato a Pavia nel 1777, dove era diventato il responsabile dell'Orto Botanico e del Laboratorio di chimica. E in un primo tempo, su esplicita sollecitazione del governo austriaco, data la sua reputazione di linneano osservante, Scopoli aveva collaborato con Spallanzani al riordino e alla descrizione delle raccolte presenti nel Museo di Storia Naturale. Ma precisamente su questo terreno, la diversa concezione della storia naturale li aveva portati a scontrarsi e il dissenso scientifico allora si era ben presto trasformato anche in qualcos'altro, in antipatia e diffidenza reciproca. Spallanzani, infatti, non poco irritato da questa ingerenza, aveva cercato in tutti i modi di allontanare Scopoli dal Museo, e di fatto vi era riuscito, accusando indirettamente il suo collega di aver sottratto del materiale naturalistico. Di lí in poi i rapporti si erano vieppiù deteriorati e il rancore di Scopoli, che si vedeva preclusa la possibilità di usufruire liberamente delle raccolte presenti nel Museo per la redazione e l'illustrazione della sua grande opera, intitolata Deliciae florae et faunae Insubricae, attendeva soltanto l'occasione giusta per esplodere.
Ma Scopoli non era l'unico a Pavia ad avere avuto contrasti scientifici e personali con Spallanzani. Nel corso degli anni, infatti, il naturalista di Scandiano, grazie anche alle sue allusioni malevole che avevano risparmiato ben pochi colleghi, era riuscito a farsi un nutrito numero di nemici, alimentando risentimenti e odi feroci. Personalità come l'anatomista Antonio Scarpa e il matematico Gregorio Fontana, soltanto per citarne alcuni, per motivi diversi erano entrati in collisione con Spallanzani, il quale li aveva fatti oggetto di critiche caustiche e offensive. Soltanto l'imperiosità del suo carattere e l'influenza che esercitava sulle autorità austriache avevano tenuto a freno i malumori dei nemici che aveva nel mondo universitario pavese. Ma la lunga assenza del soggiorno a Costantinopoli «era destinata a scoperchiare un vaso di Pandora».
A quasi un anno dalla sua partenza per Costantinopoli veniva infatti organizzata una vendetta che avrebbe a lungo tormentato Spallanzani, facendolo sprofondare, in un primo tempo almeno, nell'angoscia e nel discredito. L'intrigo era partito il 2 settembre 1786 e aveva avuto come protagonista il canonico Serafino Volta, un allievo di Scopoli che, proprio grazie a quest'ultimo, era diventato custode del Museo diretto da Spallanzani.
Uomo assai ambizioso e intrigante, Volta era stato ripetutamente umiliato e sbeffeggiato da Spallanzani, e non aveva avuto quindi alcuna difficoltà a farsi coinvolgere in una macchinazione contro il suo direttore. L'azione di Volta, tuttavia, che si era recato a Scandiano sotto mentite spoglie per trovare elementi (che a suo dire aveva trovato) su cui imbastire l'accusa, era soltanto «la punta graffiante di una vera e propria congiura orchestrata da diversi attori». Della congiura, infatti, facevano parte, oltre a Volta, Fontana, Scarpa e Scopoli, come dire il partito degli avversari pavesi di Spallanzani, e l'accusa era non solo grave ma decisamente infamante, giacché Spallanzani era accusato di aver sottratto esemplari naturalistici importanti, allo scopo di arricchire il suo gabinetto privato di Scandiano. Grazie alla frenetica attività epistolare di Gregorio Fontana, la notizia veniva abilmente e perfidamente propalata anche a distanza, diventando ben presto argomento di salace discussione sia in Italia che all'estero.
Spallanzani, completamente ignaro di quanto era stato confezionato a suo disdoro, apprendeva della turpe accusa durante il suo viaggio di ritorno, mentre si trovava a Vienna. La notizia, però, ormai si era diffusa pressoché in tutta Europa. Dopo un «amaro ritorno» vissuto con comprensibile angoscia, Spallanzani giungeva finalmente a Pavia, con alle spalle un viaggio che tanto lo aveva arricchito, ma che era stato anche lungo e faticoso. Vedendo la sua immagine appannata e sapendosi oggetto di divertita discussione e pettegolezzo, Spallanzani aveva soltanto un obiettivo: raccogliere prove che lo scagionassero e che dimostrassero al tempo stesso la colpevolezza dei suoi accusatori e l'intrigo da essi orchestrato. Attraverso una serie di circostanze, riferite con vivida partecipazione da Mazzarello, Spallanzani riusciva infine a far trionfare la propria innocenza: un decreto imperiale, infatti, oltre a discolparlo dall'accusa, sanzionava ufficialmente la condotta dei suoi calunniatori. Quasi dimentico dei lunghi mesi di sofferta tensione e caustica derisione, Spallanzani poteva quindi riaffilare la sua pungente e beffarda ironia contro i suoi nemici, vendicandosi di quanti, durante il periodo di «miseria» e «afflizione», avevano cercato di screditare il valore delle sue indagini scientifiche.
Il prezzo più alto fu pagato senz'altro da Scopoli, vittima di una beffa cosí crudele che avrebbe offuscato irrimediabilmente la sua credibilità scientifica. Benché, come documenta Mazzarello, l'impostura non possa essere ricondotta direttamente a Spallanzani, è certo comunque che la vicenda divenne presto il principale argomento polemico della sua terribile vendetta. Ma che cosa era successo? Molto semplicemente, era stato portato all'attenzione di Scopoli un animale curioso, un verme vomitato da una donna piemontese poche ore prima del parto, affinché egli stabilisse esattamente di cosa si trattasse, segnalando eventualmente se fosse già stato descritto in precedenza. Per Scopoli non c'era alcun dubbio, l'invertebrato non somigliava ad alcun altro genere di verme intestinale fino ad allora noto, ed era quindi un nuovo genere zoologico, cui diede il nome di Physis intestinalis. Forte di questa convinzione, e probabilmente obnubilato, da fervente linneano, dal desiderio di poter apportare un nuovo tassello al sistema della natura, Scopoli forniva la descrizione dello straordinario esemplare nella prima parte delle sue Deliciae florae et faunae Insubricae (1786), corredandola di una splendida tavola in cui la nuova entità zoologica faceva «bella mostra di sé». La Physis intestinalis rappresentava, agli occhi di Scopoli, una scoperta importante e decise pertanto di dedicarla a un nome prestigioso, al presidente della Royal Society, il celebre botanico Joseph Banks. Quando però la pubblicazione di Scopoli iniziava a ricevere i primi riconoscimenti, anche per la «perfetta fusione di scienza ed estetica» (data la bellezza delle tavole che la ornavano), a Pavia si spargeva la voce che il preteso verme altro non era che «un gozzo, un esofago e una trachea di gallina insieme uniti». La tanto decantata scoperta, addirittura un nuovo genere zoologico, si era rivelata insomma una modesta frattaglia d'animale, che qualunque massaia abituata a ripulire le galline delle loro interiora sarebbe stata in grado di riconoscere senza difficoltà.
Spallanzani, non fu l'autore del formidabile tiro mancino giocato a Scopoli. La triste vicenda del verme, tuttavia, sembrava a Spallanzani l'occasione opportuna «per fustigare a dovere l'odiato nemico», un'occasione cioè per vendicarsi dell'intrigo, in cui tanta parte aveva avuto Scopoli, che era stato ordito alle sue spalle e che ormai si era concluso felicemente. In un libello di rara ironia, intrisa di altrettanto rara perfidia, pubblicato nel 1788, Spallanzani (che si firmava con lo pseudonimo «Dottor Francesco Lombardini»)2 prendeva cosí di mira tutta la produzione scientifica di Scopoli, deridendo la sua irrefrenabile passione per la descrizione sistematica alla Linneo e quindi la sua intera metodologia scientifica.
Attraverso una microstoria avvincente che ha i tratti di una ieromachia, «una vera e propria atroce guerra di tonache» (essendo infatti la maggior parte dei protagonisti preti: Spallanzani, Fontana, Serafino Volta e tanti altri qui non citati) Paolo Mazzarello è riuscito a far emergere le complesse dinamiche ideologiche, politico-sociali, accademiche, ma anche umane e psicologiche, che soggiacciono alle significative contrapposizioni scientifiche del sapere naturalistico della seconda metà del Settecento. L'intrigo Spallanzani, in tal senso, è forse un espediente, sotto il profilo narrativo assai ben riuscito e pregevole, per farci entrare a passo felpato nell'affascinante cultura scientifica del XVIII secolo, il vero argomento intorno a cui, in definitiva, ruota il libro.
1 Il primo a documentare il fatto che Lechevalier e Spallanzani erano sulla medesima nave, mettendo in luce le loro relazioni in merito alle scoperte sulle rovine di Troia, è stato M. Ciardi nel suo bel libro intitolato Atlantide. Una controversia scientifica da Colombo a Darwin, Roma, Carocci, 2002, pp. 127-32.
2 Le Lettere due del dottor Francesco Lombardini bolognese al sig. dottore Gio. Antonio Scopoli, Zoopoli [ma Modena], 1788, questo il titolo del libello, erano state tradizionalmente attribuite a Spallanzani. Un ulteriore merito del lavoro di Mazzarello è quello di essere riuscito a trovare un documento, conservato all'Archivio dell'Accademia delle Scienze di Torino, che conferma ciò che finora era soltanto una plausibile ipotesi, l'identificazione cioè di Lombardini con Spallanzani.
FRANCO GIUDICE è ricercatore di Storia della scienza all'Università di Bergamo. È autore di Luce e visione. Thomas Hobbes e la scienza dell'ottica (Olschki, 1999).