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Berlusconismo senza Berlusconi?
GIANFRANCO PASQUINO
PAUL GINSBORG, Berlusconi. Ambizioni patrimoniali in
una democrazia mediatica, Torino, Einaudi, pp. 90, €9,00
ALFIO MASTROPAOLO, La mucca pazza della democrazia.
Nuove destre, populismo, antipolitica, Torino, Bollati Boringhieri, pp. 200,
€13,00
LUCA RICOLFI, Dossier Italia. A che punto è il
"Contratto con gli italiani", Bologna, Il Mulino, pp. 177, €11,00
Che cosa è stato, se è effettivamente esistito, il berlusconismo?
È davvero un fenomeno nato con Silvio Berlusconi che finirà con la sua
eventuale sconfitta elettorale nel 2006, oppure, come hanno sostenuto molti commentatori
e molti politici, è addirittura già finito agli inizi del maggio 2005
con la formazione del governo detto Berlusconi-bis?1
Fioriscono le interpretazioni, mentre tacciono i protagonisti
che non hanno (ancora?) rilasciato interviste piccanti e scritto libri di memorie
con appassionanti rivelazioni. Difficile, pertanto, sostenere, come talvolta è
stato fatto da alcuni commentatori di sinistra, che il berlusconismo è stato
un progetto, non certamente politico, ma "antipolitico", ovvero addirittura
un complotto. E, naturalmente, appare sostanzialmente inopportuno e fuorviante,
neppure a mo' di provocazione o di satira, proporne qualsiasi collegamento
con gli altri "ismi" della storia politica occidentale: totalitarismo,
stalinismo, franchismo e, nel caso più vicino a noi, mussolinismo. Ai fini
della chiarificazione e della comprensione del fenomeno "berlusconismo",
valga, anzitutto, l'analisi strutturale.
In una situazione di grave crisi politica e istituzionale, come
quella sperimentata con l'esaurimento della prima fase della Repubblica, si
aprí fra la metà del 1993 e le elezioni politiche del marzo 1994, una
grande voragine ovvero un grande spazio politico. Su questo punto concordano le
analisi sia di Paul Ginsborg sia di Alfio Mastropaolo.
Certamente preoccupato dalla vittoria percepita allora
come assolutamente probabile dello schieramento di sinistra, nonché
dalle politiche di un governo che, prevedibilmente, sarebbe stato assai poco rispettoso
dei suoi interessi di imprenditore televisivo, Silvio Berlusconi, confortato dal
parere di alcuni consiglieri, decise di "scendere in campo". Oltre che
dalla condizione di "disponibilità" politica di una cospicua porzione
dell'elettorato italiano, rimasto quasi del tutto privo dei suoi tradizionali
referenti partitici (fino ad allora coalizzati nel pentapartito), Berlusconi venne
favorito nell'impresa dalla sua notevole dotazione di denaro, dall'intensità
del suo "fuoco" televisivo (che, talvolta, Ginsborg sembra ritenere decisiva),
dalla sua capacità di utilizzare efficaci strumenti (sondaggi, focus groups,
political marketing) per l'acquisizione di informazioni politicamente
ed elettoralmente rilevanti sulle preferenze degli italiani.
Gli errori del centro e della sinistra fecero il resto. Tuttavia,
un conto è vincere le elezioni, ben altro è governare. Sul punto ha molto
da dire, e in maniera documentata, Luca Ricolfi, che analizza lo stato di attuazione
del "Contratto con gli italiani". In ogni modo, nonostante la prosecuzione
del suo controllo sulla televisione, Berlusconi fu sconfitto nelle elezioni politiche
del 1996. Dunque, la manipolazione della televisione da sola non fa "berlusconismo".
Serve anche la capacità di costruire e tenere insieme un'alleanza (nel
1996 la Lega si presentò da sola) cosicché una qualche abilità
di mediazione e di persuasione risulta essere una componente intrinseca del berlusconismo.
La spiegazione strutturale, utile per capire le origini politiche
del fenomeno, vede ridimensionarsi la sua validità quando cambiano le condizioni
di fondo, quando non è più il tempo dell'ansietà collettiva,
ma quello della soluzione dei problemi quotidiani. Dopo un po', il richiamo
allarmato "al lupo, al lupo (comunista)" funziona meno, poiché il
lupo non arriva e quando arriva ha vesti che sono assolutamente non identificabili
con il comunismo. Venute meno le condizioni di ansietà rimangono, però,
alcune trasformazioni della politica e non soltanto di quella italiana
che favoriscono una specifica componente o variante del berlusconismo.
Declinati i partiti come organizzazioni e come luogo di reclutamento
e selezione del personale politico, l'alternativa viene a essere rappresentata
dall'autoproposizione di personalità spesso favorite nel consenso popolare
dalla loro provenienza esterna alla politica. Per quanto qualche elemento di questo
tipo sia riscontrabile anche in altri sistemi politici democratici (e bene fa Mastropaolo
a evidenziarlo), è la cultura fondamentalmente antipolitica dell'Italia
che ha aperto lo spazio più ampio e duraturo a questo fenomeno. Il berlusconismo
è stato la punta più elevata della personalizzazione in politica. Si tratta
di un elemento sicuramente non soltanto italiano,2
In quanto personalizzazione al massimo grado della politica, il
berlusconismo ha potuto fare leva sui successi, per lo più molto concreti,
dell'imprenditore fondatore e padrone della Fininvest e, in misura tutt'altro
che trascurabile, del proprietario e presidente del Milan Football Club, in un paese
dove, sarà bene ricordarlo, il calcio è lo sport più seguito (e
più praticato). Il berlusconismo si è fondato sulla contrapposizione fra
il potere personale acquisito da un imprenditore nella società e nell'economia,
grazie al suo successo soprattutto monetario e finanziario, e il potere politico,
o meglio dei politici, che, nella valutazione abituale di Berlusconi, non hanno
mai lavorato.
Quando Berlusconi uscirà, o sarà messo fuori, dalla
scena politica, potremo forse presumere che il berlusconismo sia finito, ma sottovaluteremmo
le pulsioni antipolitiche della società e della cultura italiane, che sono
destinate a restare poiché costituiscono un humus con radici profondissime
nella storia del paese. Mi pare che né Ginsborg né Mastropaolo sappiano
o vogliano approfondire questo delicato tema.
Nel corso della crisi di governo che ha portato alla formazione
del Berlusconi-bis, qualche commentatore ha affermato che, in fondo, Berlusconi
aveva conseguito indubbi risultati positivi e che avrebbe fatto meglio a uscire
di scena in bellezza. L'exit sarebbe stato, nella grandiosità del gesto,
all'altezza dell'incipit del 1994. Lasciando il teatrino della politica,
sempre secondo questi commentatori, Berlusconi avrebbe anche potuto rivendicare
due meriti straordinari: il primo, politico; il secondo, istituzionale.
Dal punto di vista politico, a Berlusconi viene accreditato il
merito di avere compiuto quello che nessuno prima di lui nella storia repubblicana
aveva neppure tentato: la costruzione di una destra di governo, moderna, costituzionale,
democratica. Naturalmente, ciascuno di questi aggettivi meriterebbe, singolarmente
preso, un saggio apposito. Certamente, la destra italiana è stata al governo
del paese. Che si sia dimostrata "moderna" a confronto con altre destre
a esempio, con i conservatori di Margaret Thatcher oppure con i popolari
di José Marìa Aznar appare discutibile. Che sia stata "costituzionale"
se si intende semplicemente che ha acquisito ed esercitato il potere nelle
forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione appare ovvio, né si
sarebbe dovuto pretendere di meno. Tuttavia, è anche innegabile che più
volte la "destra", con l'attiva partecipazione di Berlusconi, ha
"forzato" la Costituzione per esempio, in materia di autonomia
del potere giudiziario e di pluralismo e imparzialità dell'informazione
obbligando il presidente della Repubblica a intervenire.
Non mi soffermo sulle riforme costituzionali perché non condivido
gli eccessi dei critici, parecchi dei quali nient'affatto immacolati, anche
se qualche spinta anticostituzionale nelle riforme della destra la si può facilmente
riscontrare. Quanto alla "democraticità" di questa destra, politicamente
parlando, troppo spesso mi è parso, e ci sono buone ragioni per argomentarlo
e sostenerlo, che la sua concezione della democrazia sia, da un lato, assolutamente
e terribilmente semplicistica, dall'altro, populista. Semplicismo e populismo
si incontrano nell'affermazione, ripetuta fino al fastidio, che il governo
ha ottenuto un mandato elettorale popolare e pertanto i cittadini, dopo aver votato,
debbono rimanere zitti e buoni e lasciarlo lavorare. Dal canto loro, le altre istituzioni
parlamento (e opposizione parlamentare), presidente della Repubblica, corte
costituzionale e magistratura non debbono remare contro.
Questa idea del rapporto esclusivo e diretto tra il presidente
Berlusconi e il popolo (condiviso da Umberto Bossi quando il popolo è quello
padano), al quale vanno subordinate tutte le istituzioni, non è, evidentemente,
un tratto né moderno né democratico. Concorre, invece, in maniera cospicua
a definire il berlusconismo come ideologia di Berlusconi, di molti dei suoi collaboratori,
incluso il ministro dell'UDC Carlo Giovanardi, e di molti berluscones
in Alleanza Nazionale (ma non Gianfranco Fini).
A questo punto, è anche opportuno ricordare che la costruzione
di una destra di governo non costituí per Silvio Berlusconi il perseguimento
di un disegno democratico esplicito, ma un'assoluta necessità politico-elettorale
che, semmai, suggerisce quanto grande sia la forza dei meccanismi elettorali e istituzionali.
Lo "sdoganamento" del Movimento Sociale ha risposto a ben altre motivazioni
che non quella della democratizzazione della destra neofascista, mentre l'evoluzione
successiva di Alleanza Nazionale è stata essenzialmente opera solitaria di
Fini che mirava, giustamente e comprensibilmente, a legittimare se stesso e il suo
partito in vista di una sua ascesa alla carica di governo più elevata e comunque
ad ampliare il suo bacino elettorale. Dal canto loro, troppo spesso Berlusconi e
i suoi collaboratori hanno "sdoganato" comportamenti leghisti assolutamente
reprensibili (altro che destra moderna e democratica!), e persino legittimato a
posteriori le attività dei "ragazzi di Salò", che è difficile
rivalutare come ingenui combattenti per la libertà.
Dal punto di vista istituzionale, è stato attribuito a Berlusconi
il merito della strutturazione di una democrazia bipolare. Naturalmente, questo
merito appartiene in primo luogo a tutti coloro, cittadini compresi, che hanno raccolto
le firme, partecipato ai comitati e, alla fine, votato per i referendum elettorali
e antipartitocratici, per l'abolizione di alcuni ministeri e del finanziamento
statale ai partiti. In quella non breve e non marginale storia, Berlusconi non compare
affatto. La democrazia bipolare non rappresenta, da nessun punto di vista, un progetto
da lui fermamente perseguito. Al contrario, quando si trattò di abolire la
scheda proporzionale con il proposito di accentuare il contenuto maggioritario della
legge elettorale vigente (sono costretto a semplificare), Berlusconi prima oppose
la sua indifferenza, poi, nel 2000, coniò un brillante slogan: «Stare
a casa per mandarli [governanti e dirigenti del centrosinistra] a casa», facendo
fallire il referendum per mancanza di quorum.
Se poi la democrazia bipolare corrispondesse a una sua profonda
e radicata convinzione, non si capirebbe perché, almeno nel corso degli ultimi
cinque anni, abbia ripetutamente manifestato l'intenzione di riformare la legge
elettorale in direzione proporzionale, rendendo di conseguenza il bipolarismo molto
più fragile e precario, se non quasi impraticabile, e riaprendo la strada a
governi imperniati sul centro. È giusto, invece, attribuire a Berlusconi e
ad alcuni suoi collaboratori il merito di avere immediatamente compreso nei suoi
termini effettivi e concreti la rilevanza della competizione bipolare. Di qui, il
capolavoro politico che consistette nel mettere insieme due coalizioni con partner
fra loro altrimenti molto poco compatibili: Polo delle Libertà (Forza Italia
e Lega al Nord) e Polo del Buongoverno (Forza Italia e Alleanza Nazionale nel Centro-Sud),
in occasione delle elezioni del 1994.
Continua, tuttavia, a essere evidente la nostalgia per una situazione
in cui Forza Italia, novella Democrazia Cristiana, con i suoi moderati, riuscirebbe
a collocarsi al centro dello schieramento politico e a trattare/contrattare da una
posizione vantaggiosa, con una pluralità di alleati possibili, una piccola
gamma di maggioranze a geometria variabile, dalla destra, anche estrema, alle estremità
del centro. Qualche volta tale rimpianto viene proclamato a voce alta e forte. Ripeto:
Berlusconi non è affatto "bipolarista" per convinzione. Lo è
esclusivamente per opportunità e per necessità. Soltanto in questo
modo si capisce per quale motivo insista nel prendere in seria considerazione il
ritorno a un sistema elettorale proporzionale il cui primo effetto, in un sistema
partitico mantenuto frammentato dal vigente "mattarellum", consisterebbe
nel vanificare il bipolarismo. Però, è anche vero che, nelle condizioni
attuali di declino di Forza Italia e di debolezza delle altre componenti della Casa
delle Libertà, qualsiasi sistema elettorale proporzionale consentirebbe,
da un lato, di attutire le conseguenze numeriche di una sconfitta alle urne; dall'altro,
di ostacolare la confluenza dei partitini del centrosinistra nel grande contenitore
dell'Unione, incoraggiando, al contrario, le spinte centrifughe.
Nonostante le manifeste simpatie di Berlusconi per George W. Bush,
curiosamente controbilanciate da quelle per Vladimir Putin, entrambi suoi amici
perché potenti, il berlusconismo non è stato, tranne che per quel che
riguarda le tasse, una variante del neoconservatorismo, almeno di quello trionfante
dell'ultimo quadriennio repubblicano USA. Da una destra moderna, costituzionale,
democratica ci si potrebbe attendere un atteggiamento non confessionale nei confronti
della religione. Purtroppo, di questo non parlano né Ginsborg né Mastropaolo.
Quanto ai neoconservatori veri, sappiamo che né Ronald Reagan né Margaret
Thatcher fecero ricorso alla religione come instrumentum regni, mentre troppo
spesso, in maniera evidentemente opportunistica, Berlusconi ha appoggiato posizioni
clericali nel parlamento italiano e ha esaltato il papa tranne, poi, come in materia
di guerra all'Iraq, disattendere completamente le posizioni di Giovanni Paolo
II. Sul punto, pertanto, non credo che il berlusconismo meriti l'appellativo
di clericale. Piuttosto, si tratta di opportunismo, in chiave platealmente elettoralistica,
vizio alquanto diffuso nella cultura politica delle élite e delle masse italiane.
Infine, si dice che la distinzione destra/sinistra si sia venuta
offuscando in molte democrazie. Sebbene non condivida affatto quest'affermazione,
credo che neppure i suoi sostenitori si spingano fino a negare che, in generale,
la destra è a favore del mercato, come luogo e strumento di assegnazione ottimale
di risorse e di ricompense, mentre la sinistra continua a pensare che lo stato abbia
fra i suoi compiti quello di intervenire, non esclusivamente, in ultima istanza,
e solo come surrogato, nei processi di assegnazione di alcuni "beni" politici
e sociali. In quanto ideologia di un imprenditore, il berlusconismo avrebbe dovuto
porre al centro della sua attività proprio la costruzione di un mercato altamente
competitivo, dinamico, agile fornitore di beni, servizi, premi al merito.
Non è questa la sede per entrare nella disamina dell'effettiva
opera di governo di Berlusconi utilizzando come parametro, se non esclusivo, almeno
dominante, lo spazio e il potere del mercato al quale affidare parti cospicue di
sanità, scuola, occupazione, pensioni. Avrebbe, credo, dovuto farlo Ricolfi,
approfittando dell'analisi del "Contratto con gli italiani" per andare
alle radici del discorso berlusconiano. Sicuramente, Berlusconi ha incoraggiato
il ricorso al mercato, ma, altrettanto sicuramente, si può affermare che non
ne ha fatto una priorità dell'azione del suo governo e che, nel settore
di suo personale interesse, quello delle telecomunicazioni, ha operato per mantenere
il duopolio vigente e, consapevolmente, per irrigidirlo.
Da ultimo, una destra moderna, costituzionale, democratica, dovrebbe
anche, e forse in special modo, caratterizzarsi come una destra liberale, lasciando
a una corrente di Alleanza Nazionale di definirsi "Destra sociale", a
difesa dell'intervento dello stato. Le interpretazioni del liberalismo sono
molto numerose e variegate. Tuttavia, nessuno degli studiosi, neppure fra i liberali
liberisti, nega che il cardine del liberalismo in politica è costituito dalla
limpida separazione fra i poteri. Il liberalismo nasce e fiorisce sulla base del
principio che il potere economico deve essere tenuto separato dal potere politico
e che il potere politico non deve asservire il potere economico, ma non deve neppure
"servirlo". L'irrisolto, nonostante l'approvazione di una truffaldina
legge in materia, conflitto di interessi, rivela che il berlusconismo si è
caratterizzato anche come illiberale commistione di potere economico con potere
politico, con il primo regolarmente in posizione dominante: un esito senza precedenti
e, almeno visibilmente, senza imitatori in nessuna delle democrazie degli antichi
e dei moderni che abbiamo fin qui conosciuto.
Nessuna sconfitta elettorale può, da sola, porre fine a un'ideologia.
Quand'anche Silvio Berlusconi perdesse il potere politico a livello nazionale
nelle prossime elezioni generali, se il berlusconismo non è stato soltanto
l'esaltazione di un concentrato di risorse, di comportamenti e di affermazioni
destinato a scomparire con la fuoriuscita di Berlusconi dalla politica, ma un'ideologia,
non è affatto detto che questa si dissolverà con la perdita del potere
politico. Forse, il berlusconismo è stato soltanto una piccola parentesi nella
storia politica italiana. Sul punto, mi sarei aspettato qualche approfondimento
in più da parte di Ginsborg e di Mastropaolo. Forse, invece, con il suo populismo,
con la sua antipolitica, con il suo esercizio sregolato del potere, il berlusconismo
è stato un altro corposo capitolo dell'autobiografia della nazione.
1. Si veda l'analisi di F. Rampini,
"L'Italia divisa di Berlusconi", la Rivista dei Libri, giugno
2005, pp. 4-7.
2. Come documenta il bel libro curato da
Th. Poguntke e P. Webb, The Presidentialization of Politics. A Comparative Study
of Modern Democracies, Oxford, Oxford University Press, 2005.
GIANFRANCO PASQUINO iè professore di Scienza politica nell'Università
di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. È
autore di Il sistema politico italiano (2002) e Sistemi politici comparati
(2004), entrambi pubblicati dalla Bononia University Press, e curatore di Capi
di governo (Il Mulino, 2005).
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