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Lettera sulla natura umana ISAIAH BERLIN
Presentiamo alcuni estratti da una lettera di Isaiah Berlin
in risposta a una missiva di Beata Polanowska-Sygulska, allora ricercatrice presso
l'Università Iagellonica di Cracovia, che, impegnata in una tesi di
dottorato sulla "filosofia delle libertà" di Berlin, gli aveva
chiesto alcuni chiarimenti. In seguito, la dottoressa Polanowska-Sygulska pubblicò
un libro sull'argomento: Filozofia wolnosci Isaiaha Berlina (La filosofia
delle libertà di Isaiah Berlin).1 Le note in calce si devono a Henry
Hardy, fido curatore degli scritti di Berlin.
Headington House
24 febbraio 1986
Cara signora Polanowska-Sygulska,
la ringrazio molto per la sua interessantissima lettera, che ho
letto con gran piacere e attenzione, ma che ora non riesco più a trovare. L'ho
letta due volte e penso di ricordarne bene il contenuto, ma è possibile che
questa mia non risponda precisamente alle sue domande. Farò del mio meglio.
Se nel frattempo saltasse fuori, vedrò di modificare la responsiva di conseguenza.
Per cominciare, mi soffermerei sull'ardua questione della
"natura umana". Credo in una natura umana fissa e inalterabile? Lei cita
giustamente un mio passaggio in cui dico di no, e poi altrettanto giustamente un
altro in cui la definisco base di ogni comunicazione umana. Che cosa credo, dunque?
Vorrei poter rispondere con precisione assoluta, ma non mi pare che l'interrogativo
si presti a tanto. Alcuni filosofi, principalmente sostenitori del diritto naturale,
affermano che tutti gli uomini vengono al mondo, vuoi per mano di Dio o della Natura,
con una innata conoscenza di certe verità alcune "fattuali",
altre normative. L'elenco varia da Aristotele agli stoici, da Isidoro di Siviglia
a Graziano, Grozio ecc., ma in linea generale esso comprende l'esistenza di
Dio, la conoscenza del bene e del male, di cosa è giusto e sbagliato, il dovere
di dire la verità, di pagare i debiti, di mantenere le promesse (pacta
sunt servanda), i dieci comandamenti biblici (in tutto o in parte), e cosí
via.
Non so chi per primo abbia messo in dubbio un tale assunto (forse
Epicuro, o Lucrezio), ma in epoca moderna la principale offensiva a riguardo è
stata condotta da pensatori come Vico, Herder e Marx (senza dimenticare Hegel e
i suoi discepoli) e, ovviamente, da empiristi come Hume (non Locke) e i suoi seguaci.
Quali che siano queste leggi naturali, secondo Hume, gli uomini primitivi non ne
avevano conoscenza e neppure consapevolezza, e ne acquisirono cognizione o, per
meglio dire, costituirono oggetti di fede e di certezza nel corso dell'evoluzione,
o in virtù di cambiamenti nelle circostanze materiali e del progresso culturale
(a prescindere dai fattori scatenanti); ciò implica infatti che, da un punto
di vista morale e metafisico, gli esseri umani passino attraverso un processo di
crescita e di sviluppo; e questo va di pari passo con l'idea di una conoscenza
empirica come percorso graduale, vuoi che la si ritenga tendente a uno sviluppo
progressivo verso una qualche forma di perfezione (forse irraggiungibile), oppure
mero fenomeno cumulativo ma privo di una struttura identificabile e di un orientamento
teleologico.
Certo è questa la posizione di Vico e di Marx. Essi sostenevano,
in altre parole, che la cosiddetta natura umana varia da cultura a cultura, e addirittura
all'interno di un medesimo quadro culturale; che una molteplicità di
fattori entra in gioco a modificare le reazioni umane alla natura e nei rapporti
scambievoli; e che, pertanto, l'idea che gli uomini di ogni tempo e luogo siano
forniti di una effettiva o potenziale conoscenza di universali, intemporali e inalterabili
verità (indipendentemente dal fatto che tali verità esistano, benché
la maggior parte di questi filosofi lo metta in dubbio) è semplicemente falsa.
Il presupposto di una tale conoscenza a priori e di una serie di verità immutabili
costituisce in effetti il pilastro della tradizione filosofica europea, da Platone
e gli stoici fino ai giorni nostri, passando per il Medioevo e, mi pare, per lo
stesso Illuminismo. Ma se Vico, Marx e compagni hanno ragione, e credo che ce l'abbiano,
si tratta di una concezione errata: gli esseri umani variano, e variano del pari
i loro valori e la loro visione del mondo; a render conto dell'origine di queste
differenze è possibile, in linea di principio, una qualche forma di spiegazione
storica o antropologica, ma c'è il rischio che tale spiegazione rifletta
in certa misura i concetti e le categorie della particolare cultura cui appartengono
gli studiosi della materia.
Il che non conduce, a mio avviso, a relativismi di sorta (e del
presunto relativismo del XVIII secolo mi sono occupato in un saggio di cui le allego
un estratto).2 Ma se anche non si dà una natura umana fondamentale3
nel senso in cui Rousseau, a esempio, riteneva che togliendo di mezzo tutte le aggiunte,
le modifiche, i guasti e le distorsioni (quali egli riteneva che fossero) provocati
da società e civiltà, sarebbe venuto alla luce l'originario uomo
secondo natura (talora identificato con l'indiano d'America, cui non era
toccata in sorte la disgraziata esperienza di essere snaturato dalla cultura europea).
Contro un tale assunto mosse a esempio Edmund Burke, per il quale non esiste un
uomo secondo natura (quell'uomo, vale a dire, di cui parlavano i rivoluzionari
francesi, desiderosi di ripristinarne i diritti); Burke affermava che le arti, per
Rousseau sviluppo tardivo e forse deleterio, sono "parte della natura umana";
che dall'erosione dello strato artificiale di credenze, abitudini, valori,
forme di vita e di condotta non emergerebbe alcuna entità fondamentale, incorrotta
e secondo natura. Questo intendo quando nego l'esistenza di un'unica natura
umana: io non credo che, nelle cose importanti, gli uomini siano tutti uguali "sotto
la buccia"; penso cioè che la varietà faccia parte dell'esistenza
umana e ne costituisca di fatto (ma questo non conta) un aspetto positivo, ma che
si tratti di un'idea assai tarda, di cui non pare si rinvengano tracce particolari
prima del XVIII secolo.
Cosa intendo dire, allora, quando affermo che gli uomini hanno
una natura comune? Ebbene, io ritengo che, se vogliamo dare un qualche significato
al concetto di natura umana, debbano esistere dei punti in comune tra gli esseri
umani. A esempio, credo si diano effettivamente certi bisogni fondamentali
di cibo, di riparo, di sicurezza e, se si tiene dietro a Herder, di far parte di
un gruppo ascrivibili a qualunque individuo in possesso dei requisiti di
essere umano. A queste caratteristiche di base si potrebbe aggiungere il bisogno
di un minimo di libertà, della possibilità di perseguire la felicità
o di dare libera espressione alle proprie inclinazioni personali, di creazione (per
quanto elementare), d'amore, di culto (come sostengono i pensatori religiosi),
di comunicazione, e di alcuni modi di concepire e descrivere se stessi (magari in
forme altamente simboliche e mitologiche) e il proprio rapporto con l'ambiente,
naturale e umano, in cui si vive. Se cosí non fosse, la comunicazione tra esseri
umani, anche nel quadro di una medesima società (per non parlare della possibilità
di comprendere ciò che si è voluto comunicare in altre epoche e culture),
sarebbe impossibile. Io credo in una costante possibilità di cambiamento,
modifica e varietà senza che si possa dire se vi sia un qualche nucleo centrale
su cui intervengono modifiche e cambiamenti. Ma perché sia possibile la comunicazione,
occorre che tra i diversi gruppi e individui che sottostanno ai mutamenti più
vari vi siano sufficienti cose in comune: a riguardo basta elencare, quasi meccanicamente,
le varie necessità fondamentali (e "fondamentali" proprio per
questo) che si esplicitano in forme e varietà differenti nei vari individui,
culture, società, ecc.
Il bisogno di cibo è universale, ma variano: il modo di soddisfarlo,
i cibi desiderati, il modo di procurarseli; lo stesso vale per tutti gli altri bisogni
fondamentali: mitologia, metafisica, religione, linguaggio e gesti sono enormemente
vari, ma non la loro sostanziale natura di tentativi di rendere conto a se stessi
e di acclimatarsi a un ambiente o, per meglio dire, a un mondo enigmatico e forse
ostile. Wittgenstein si soffermava sul concetto di "volto familiare".4
Tra i ritratti degli antenati, il volto A assomiglia al volto B, il volto B al C,
il volto C al D e cosí via, ma non esiste un volto di base, il "volto
di famiglia", di cui i vari volti costituiscono identificabili modifiche; e
tuttavia, parlare di "volto familiare" non è privo di senso, intendendo
precisamente il fatto che per vari aspetti A somiglia a B, B somiglia a C e cosí
via, e che essi formano un continuum, un insieme di caratteristiche attribuibili
alla famiglia X ma non alla famiglia Y. Lo stesso dicasi della diversa natura delle
varie culture, società, gruppi, ecc. Questo intendo quando affermo che la
natura umana non è costante ma è tuttavia comune: senza una natura umana
comune non sarebbe possibile parlare di esseri umani, né vi sarebbe possibilità
di comunicazione reciproca da cui dipende non solo ogni forma di pensiero,
ma di sentimento, di immaginazione e di azione. Non so se sono stato abbastanza
chiaro, ma questo, credo, è ciò che penso. Certo, può darsi che sia
confuso, che si presti alle critiche, e, se intende muoverne, la prego di farlo
liberamente: incontrerebbe solo la mia gratitudine. Non considero nulla di ciò
che penso a tal punto inoppugnabile da non poter essere prima o poi dimostrato completamente
errato (anche se spero di no...).
Mi permetta di esprimerle tutta la mia riconoscenza per la sua
lettera, in cui dimostra di prendere tanto sul serio il mio lavoro. Mi piacerebbe
discorrere personalmente con lei di queste cose: son certo che ne ricaverei grande
beneficio, e forse potrebbe essere di qualche utilità anche per lei. Le accludo
pertanto un allegato in cui si spiegano gli ingranaggi per trascorrere un mese o
due a Oxford, nel qual caso potrei parlarle "liberamente" (in senso negativo)
di quando in quando, e lei avrebbe l'opportunità di forse ancor più
profittevoli e interessanti colloqui con altri filosofi.
Un caro saluto
Isaiah Berlin
(Traduzione di Alessio Catania)
1 . B. Polanowska-Sygulska, Filozofia wolnosci Isaiaha
Berlina,Cracovia, Wydawnictwo Znak, 1998.
2 . "Note on Alleged Relativism in Eighteenth Century European
Thought", British Journal for Eighteenth-Century Studies, vol. 3 (1980);
riveduto e riedito col titolo "Sul presunto relativismo nel pensiero europeo
del Settecento", in I. Berlin, Il legno storto dell'umanità.
Capitoli della storia delle idee, a cura di H. Hardy, Milano, Adelphi, 1994
(ed. orig. 1991).
3 . Berlin perde di vista l'apodosi del periodo, rimandandolo
al paragrafo seguente.
4 . Più comunemente noto come "aria di famiglia".
ISAIAH BERLIN ifilosofo politico inglese di origine lettone,
scomparso nel 1997, è considerato una delle figure più rimarchevoli nell'ambito
del pensiero liberale. Le sue opere sono pubblicate in Italia da Adelphi.
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