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Ricordando Francis Crick
OLIVER SACKS

Lessi la famosa lettera "doppia elica" di James Watson e Francis Crick quando apparve su Nature, nel 1953 – ero allora a Oxford, dove studiavo fisiologia e biochimica. Mi piacerebbe poter dire che ne intuii subito lo straordinario significato, ma non fu cosí, né per me, né per la maggior parte dei miei contemporanei.

Fu solo nel 1962, quando Francis Crick venne a parlare all'ospedale Mount Zion di San Francisco, dove svolgevo il mio internariato, che cominciai a rendermi conto delle vaste implicazioni della doppia elica. La conferenza di Crick non verteva sulla configurazione del DNA, ma sul lavoro che egli aveva intrapreso in collaborazione con il biologo molecolare Sydney Brenner, per determinare come la sequenza delle basi nel DNA potesse specificare la sequenza degli amminoacidi nelle proteine. Avevano appena dimostrato, dopo quattro anni di intense ricerche, che la traduzione implicava un codice a tre nucleotidi. Era una scoperta non meno importante e determinante di quella della doppia elica.

La mente di Crick non si fermava mai, ed era chiaro che si stava già occupando d'altro. Vi erano, fece capire, due "altre cose", due grandi imprese per il futuro: comprendere l'origine e la natura della vita, e le relazioni tra cervello e mente – in particolare, le basi biologiche della coscienza. Se lo sentiva già, ne aveva coscienza allora, quando ci parlava nel 1962, che sarebbero stati i temi centrali delle sue ricerche negli anni a venire, una volta che avesse "sistemato" la biologia molecolare, o quanto meno l'avesse condotta a un tale stadio di sviluppo da poterla delegare ad altri?

Fu solo nel 1986 che incontrai personalmente Francis Crick, a un convegno che si teneva a San Diego. C'era una gran folla, era pieno di neuroscienziati, ma quando fu tempo di sedersi per la cena, Crick venne verso di me, mi prese per le spalle e mi fece sedere accanto a lui, dicendomi: «Raccontami delle storie!». Non ricordo più cosa mangiammo, né alcunché riguardo alla cena, ma solo che gli parlai dei miei pazienti, e ciascuno di loro provocava in lui uno scoppiettio di ipotesi, di teorie, di piste di ricerca. Scrivendogli qualche giorno dopo, gli dicevo che era stato «come essere seduti accanto a un reattore nucleare intellettuale ... mai prima di allora avevo avvertito un senso di tale incandescenza».

Era particolarmente interessato a storie sulla percezione visiva, e fu affascinato da quella di un paziente che era venuto a trovarmi qualche settimana prima, un artista che a seguito di un incidente stradale aveva subito la perdita improvvisa e totale della percezione dei colori (perdita che si univa all'incapacità di immaginare o sognare colori). Restò anche colpito quando gli dissi che alcuni pazienti che soffrivano di emicranie, nei pochi minuti dell'aura avevano percepito un susseguirsi di immagini statiche, "congelate", invece del flusso normale, continuo, della percezione visiva. Mi chiese se tale visione "cinematica" (come l'avevo definita) fosse una condizione permanente, o se potesse venire provocata in modo da poter essere sottoposta a ricerche. Risposi che non ne avevo idea.

 

Nel corso del 1986, incoraggiato dal fuoco di fila delle domande di Crick, passai molto tempo col mio paziente cieco ai colori, il Sig. I., e nel gennaio del 1987 scrissi a Crick: «Ho scritto un rapporto piuttosto lungo sul mio paziente ... Solo mentre lo redigevo mi sono reso conto di come il colore possa in effetti essere una costruzione cerebro-mentale». Avevo cosí cominciato a chiedermi, aggiungevo, se tutte le qualità percettive, ivi compresa la percezione del movimento, non fossero in modo analogo delle costruzioni del cervello. Avevo passato la maggior parte della mia carriera immerso nelle nozioni di un "realismo ingenuo"; cosí, a esempio, consideravo le percezioni visive come delle mere trascrizioni di immagini retiniche – il che corrispondeva in effetti al clima epistemologico del tempo. Ora, lavorando con il Sig. I., mi avvicinavo a una visione molto diversa del rapporto mente-cervello, una visione essenzialmente costruttiva o creativa. Accludevo una copia del mio Su una gamba sola, perché conteneva la narrazione di mie esperienze personali sul movimento e sulla cecità alla profondità.

Mi rispose pochi giorni dopo – Crick era un corrispondente eccezionalmente puntuale – chiedendomi dettagli sulla differenza tra i miei pazienti affetti da emicrania e un caso davvero notevole di cecità al movimento descritto dal neuropsicologo tedesco Josef Zihl. I miei pazienti descrivevano immagini "ferme" in rapida successione, mentre nel paziente di Zihl (che aveva acquisito una cecità al movimento a seguito di un ictus) le immagini "ferme" duravano più a lungo, forse alcuni secondi. Voleva sapere se le immagini ferme dei miei pazienti si verificassero nell'intervallo tra successivi movimenti oculari o soltanto al loro interno. «Mi farebbe molto piacere discutere tali questioni con te», scriveva, «ivi comprese le tue osservazioni sul colore quale costrutto cerebro-mentale».

Nella mia risposta alla lettera di Crick, mi dilungavo sulle differenze tra i miei pazienti affetti da emicrania e la donna cieca al movimento studiata da Zihl. Riferivo anche che stavo lavorando al caso del Sig. I. con diversi colleghi. Il mio amico oftalmologo Bob Wasserman aveva a più riprese esaminato il Sig. I., e aveva discusso a lungo il caso con me, e con un giovane neuroscienziato, Ralph Siegel, che era appena arrivato a New York dal Salk Institute, dove aveva collaborato con Crick. Siegel lavorò dunque con noi, elaborando e conducendo una serie di esperimenti psicofisici sul nostro paziente. Aggiungevo infine che il neurofisiologo Semir Zeki era venuto a trovarci da Londra, e aveva somministrato al paziente i suoi test "Mondrian", usando luce di diversa lunghezza d'onda. Zeki confermava che il Sig. I. possedeva un'eccellente discriminazione delle lunghezze d'onda. I suoi coni retinici reagivano ancora alle diverse lunghezze d'onda della luce, e la sua corteccia visiva primaria (un'area chiamata V1) registrava l'informazione, ma era chiaro che tale discriminazione non era sufficiente per apprezzare il colore. La percezione effettiva del colore doveva dunque venire costruita, e costruita da un ulteriore processo che si verificava in una diversa area della corteccia. Zeki riteneva, sulla base di esperimenti animali, che il colore venisse costruito nelle minuscole aree della corteccia visiva V4, e si chiedeva se il Sig. I. non avesse subito un danno a tali aree a seguito del suo incidente.

A fine ottobre del 1987 ero in grado di spedire a Crick un articolo scritto assieme a Bob Wasserman, "The Case of the Colorblind Painter".1 Venni subito assalito da una intensa ansietà – cosa ne avrebbe detto? – ma anche da un gran desiderio di leggere le sue reazioni. I due sentimenti si attenuarono nelle settimane seguenti, visto che Crick era assente, la sua segretaria ci disse, almeno sino a metà dicembre.

 

Agli inizi di gennaio ricevetti la risposta di Crick: una lettera assolutamente sorprendente, cinque pagine fitte di testo, come fitto era l'argomentare, ricco di suggerimenti e di idee, alcune davvero folli, diceva, ma erano impastate di quella follia che gli aveva permesso di intuire la struttura a doppia elica del DNA trentacinque anni prima. «Ti prego di scusarmi per la lunghezza di questa lettera», aggiungeva. «Potremmo parlarne al telefono, dopo che avrai avuto il tempo di digerirla.» Bob e io, e persino Ralph, eravamo mesmerizzati dalla lettera. Sembrava più profonda e ancora più suggestiva a ogni nuova lettura, e ne ricavammo l'impressione che sarebbe occorso almeno un decennio, o più, e un intero gruppo di ricerca di psicofisici, neuroscienziati, esperti di immagini cerebrali per seguire il torrente di suggerimenti che ne fluiva.

Risposi a Crick che ci avremmo impiegato settimane o mesi per digerire tutto quel che ci diceva, ma che ci saremmo messi subito al lavoro per eseguire test di visione motoria, stereo visione, e visione di contrasto nel Sig. I., come pure test sofisticati sulla visione del colore, e che speravamo di ottenere scannerizzazioni PET o MRI di alta qualità per rendere palese l'attività della sua corteccia visiva.

Nella sua lettera fiume, Crick aveva scritto: «Molte grazie per avermi trasmesso il tuo appassionante articolo sull'artista cieco ai colori... Sebbene, come tu stesso sottolinei, non si tratti propriamente di un articolo scientifico, ha suscitato un vivo interesse tra i miei colleghi e tra i miei amici scienziati e filosofi. Abbiamo già avuto un paio di discussioni collettive sul tuo testo, e ne ho parlato più volte individualmente». Aveva spedito una copia dell'articolo a David Hubel, il quale, unitamente a Torsten Wiesel, aveva condotto studi pionieristici sui meccanismi corticali della percezione visiva.

Scrivendomi nuovamente nel gennaio del 1988, diceva: «Sono lieto di sentirti e di apprendere che intendi continuare il tuo lavoro sul Sig. I. Tutto ciò che dici è importante, specialmente le scannerizzazioni... Non vi è ancora accordo tra i miei amici su quale possa essere il danno in simili casi di acromatopsia. Ho suggerito (in via del tutto ipotetica) i blobs di V1 più qualche successiva degenerazione a livelli superiori, ma tutto ciò dipende realmente dal fatto che si vede poco nelle scannerizzazioni (se la maggior parte di V4 fosse lesa, si dovrebbe vedere qualcosa). David Hubel mi dice di essere propenso per il danno a V4, anche se la sua opinione è solo preliminare. David van Essen mi dice di sospettare qualche area a livello superiore».

Menzionava due casi descritti da Antonio Damasio: in uno di questi, il paziente aveva perso l'immaginazione del colore, ma continuava a sognare a colori (recuperò in seguito la visione del colore). «Credo che la morale di tutto ciò», concludeva, «è che solo un'attenta ed estesa disamina psicofisica su [tali] pazienti, più un'accurata localizzazione del danno, potranno aiutarci. (Al momento, non riusciamo a capire come studiare le immagini visuali e i sogni in una scimmia.)».

Ero molto colpito al pensiero che Crick avesse promosso a tal punto la discussione del nostro articolo, del nostro "caso". Mi diede il senso profondo di come la scienza fosse un'impresa collettiva, di come gli scienziati costituissero una fraterna comunità internazionale, che condivideva lavori e riflessioni – e di come lo stesso Crick fosse una sorta di centro, in contatto con tutti nel mondo delle neuroscienze.

 

Passarono circa diciotto mesi senza ulteriori contatti, anche perché lavoravo su altre patologie, non visive. Nell'agosto del 1989 gli scrissi di nuovo, per dirgli che continuavo a lavorare sul nostro paziente cieco ai colori. Gli inviavo una copia del mio ultimo libro, Vedere voci, sul linguaggio dei segni, la cultura e la storia di persone sorde dalla nascita. Ero specialmente affascinato dal modo in cui nuovi poteri percettivi e linguistici potevano svilupparsi in quei soggetti, e dai mutamenti cerebrali che risultavano da tali poteri, e al tempo stesso li rendevano possibili, dando cosí vita a una diversa esperienza percettiva. Nel mio libro avevo citato alcune idee di Crick al riguardo – aveva appena pubblicato "The Recent Excitement About Neural Networks". Allo stesso proposito citavo anche Gerald M. Edelman, e mi domandavo quale potesse essere il rapporto personale tra queste due straordinarie figure, dal momento che Edelman aveva appena trasferito il suo Neuroscience Institute a La Jolla, praticamente la porta accanto al Salk Institute, dove lavorava Crick.

Crick mi rispose qualche giorno dopo, dicendomi che aveva letto i mie articoli sui sordi e il linguaggio dei segni americano (ASL) su The New York Review of Books. L'argomento lo aveva incuriosito, ed era ansioso di leggere il libro «ivi comprese le molte affascinanti note a piè di pagina». «Nel corso degli anni, Ursula [Bellugi, sua collega al Salk] mi ha pazientemente educato all'ASL». Mi incitava a continuare le mie ricerche sul paziente Sig. I., e mi spediva il manoscritto di un suo nuovo articolo: «Sto cercando di raccapezzarmi a proposito della percezione visiva, ma per il momento la questione resta come sempre sfuggente».

Il «breve articolo» che accludeva alla lettera, "Towards a Neurobiological Theory of Consciousness", era uno dei primi saggi sinottici frutto della collaborazione con Christof Koch, del Caltech. Mi sentii particolarmente privilegiato nel leggere il manoscritto, in particolare i passaggi nei quali si diceva che un modo ideale per affrontare un tema all'apparenza inaffrontabile, era tramite le ricerche sui meccanismi e i disordini della percezione visiva.

Nello spazio di poche pagine, il testo di Crick e di Koch copriva un vasto ambito di questioni; era chiaramente diretto a neuroscienziati, a tratti denso e altamente tecnico. Sapevo tuttavia che Crick era anche capace di scrivere in modo chiaro, spiritoso – come si evinceva dai suoi due libri precedenti, Uomini e molecole (1966) e L'origine della vita (1981).2 Nutrivo perciò la speranza che si sarebbe deciso a presentare la sua teoria neurobiologica della coscienza in forma più accessibile, arricchita di esempi clinici tratti dalla vita di ogni giorno. In alcune delle sue lettere faceva in effetti cenno a tale progetto, e nel settembre del 1993 la sua casa editrice mi spediva le bozze di La scienza e l'anima.3

Divorai il libro con grande ammirazione, e scrissi subito a Crick: «Credo che tu riesca a mettere insieme un numero incredibilmente vasto di osservazioni tratte da diverse discipline, ordinate intorno a un singolo, brillante punto focale ... Personalmente, ti sono particolarmente grato per il generoso e dettagliato riferimento al caso del pittore cieco ai colori che Bob Wasserman e io abbiamo studiato. Conservo ancora con affetto la meravigliosa lettera che tu mi hai spedito al riguardo. Quando Semir [Zeki] sviluppò la sua nuova tecnica di scannerizzazione PET di V4 ecc. negli uomini, cercammo in ogni modo di mandare il Sig. I. da lui, ma questi cadde gravemente malato di carcinoma broncogenico con metastasi al cervello, e morí nel giro di poche settimane (non fummo in grado di eseguire una autopsia). Non sappiamo dunque cosa esattamente gli fosse successo».

Gli inviavo copia del mio nuovo articolo "To See and Not to See", informandolo che anche in questo caso Bob Wasserman e Ralph Siegel erano stati collaboratori impagabili, e che speravamo di ottenere delle serie di scannerizzazioni PET nel periodo in cui Virgil, il nostro paziente (nato praticamente cieco e operato con successo in età adulta) lottava per pervenire a delle percezioni visive elementari nel tumulto visivo che si era improvvisamente scatenato in lui. Anche in questo caso, tuttavia, il paziente non poté essere sottoposto al PET, a ragione di una malattia indipendente dalla sua condizione visiva. «So bene che il tuo interesse centrale risiede nella visione, e nei modi in cui tale funzione può illuminare gli aspetti fondamentali del rapporto mente-cervello», gli scrivevo, «e ciò vale anche per me, per i miei studi clinici, che sono ben lungi dall'essere sistematici».

L'anno dopo, nel gennaio del 1994, ebbi occasione di cenare a New York con Crick e Ralph Siegel. Come per la cena del 1986, non ricordo cosa mangiammo, ma solo che la nostra conversazione andava in tutte le direzioni. Ralph parlava delle sue ricerche sulla percezione visiva nelle scimmie, e delle sue riflessioni sul ruolo fondamentale del caos a livello neuronale (avevamo lavorato insieme sul caos e l'autorganizzazione nei fenomeni delle emicranie visive, come pure nel Parkinson). Francis raccontava delle sue ricerche con Koch sui correlati neuronali della coscienza, e io li informavo del mio prossimo viaggio a Pingelap, un'isola del Sud Pacifico con una popolazione geneticamente isolata di individui che nascono completamente ciechi ai colori. Pensavo di andarvi in compagnia di Bob Wasserman e di uno psicologo della percezione norvegese, Knut Nordby, il quale, al pari dei pingelapesi, è nato senza recettori dei colori nella retina.

Nel febbraio del 1993 spedivo a Francis il mio nuovo libro, Un antropologo su Marte, che conteneva una versione del mio saggio sul pittore cieco ai colori, molto ampliata grazie alle mie discussioni con lui. Aveva per altro dato il suo accordo senza riserva a che io citassi nella nuova versione alcune delle sue lettere, e aggiungeva che questa gli piaceva persino più dell'originale, «se non altro, perché hai meglio espresso la personalità del Sig. I.». Gli parlavo anche delle mie esperienze a Pingelap, e di come Knut e io avevamo cercato di immaginare quali cambiamenti potessero essere avvenuti nel suo cervello in risposta alla sua acromatopsia. Forse che i centri della costruzione del colore si erano atrofizzati in assenza di recettori a livello della retina? Forse che le aree V4 erano state adibite ad altre funzioni visive? O attendevano un input, magari provocato da una diretta stimolazione elettrica o magnetica? E se ciò fosse stato possibile, avrebbe visto i colori per la prima volta nella sua vita? Sarebbe stato in grado di sapere che si trattava di colori, o la sua esperienza visiva sarebbe stata troppo nuova, troppo confusa per potergli permettere una categorizzazione? Sapevo che domande del genere avrebbero affascinato Francis.

Proseguimmo la nostra corrispondenza su diverse questioni, e cercavo sempre di incontrarlo, ogni volta che mi recavo a La Jolla. Dal 1997 al 2001, ero molto occupato dal mio saggio autobiografico Zio Tungsteno, e mi interessavo meno al tema della coscienza visiva. Continuavo tuttavia a vedere file di pazienti, e mi ritrovavo spesso a condurre un dialogo mentale con Francis ogniqualvolta mi si presentavano casi problematici di percezione o consapevolezza visiva. Cosa ne penserebbe Francis? Come farebbe lui a spiegare la cosa?

 

2.

 

La creatività incessante di Francis – l'incandescenza che mi colpí quando lo incontrai per la prima volta nel 1986, unita al suo modo di guardare sempre avanti, prevedendo anni o decenni di lavoro per sé e per gli altri – ti faceva pensare che fosse immortale. A ottant'anni suonati, continuava a produrre una serie di articoli brillanti e provocatori, in cui non vi era traccia della fatica o della ripetitività dell'anziano. Fu dunque uno shock l'apprendere, all'inizio del 2003, che era incappato in seri problemi di salute. Forse fu per questo che entrai nuovamente in contatto con lui nel maggio di quell'anno – ma non era l'unica ragione.

Il mese precedente, mi ero sorpreso spesso a pensare al tempo – tempo e percezione, tempo e coscienza, tempo e memoria, tempo e musica, tempo e movimento animale. Ero tornato a chiedermi se il trascorrere apparentemente continuo del tempo e del movimento di cui testimoniano i nostri occhi non fosse un'illusione. Se in effetti la nostra esperienza visiva non consista in una serie di "momenti" che sono poi cuciti insieme da un qualche meccanismo superiore del cervello. Mi trovavo a ricorrere ancora alle sequenze "cinematografiche" di cui mi avevano parlato i miei pazienti affetti da emicrania, e che avevo io stesso occasionalmente sperimentato. Quando riferii a Ralph Siegel che stavo scrivendo su questo argomento, «Devi leggere l'ultimo articolo di Crick e Koch», mi disse, «è uscito un paio di settimane fa su Nature Neuroscience. Sostengono che la consapevolezza visiva consiste in una sequenza di immagini "fisse" – state tutti lavorando nella stessa direzione».

Avevo appena buttato giù un abbozzo di saggio sul tempo, e andai subito a leggere con estrema attenzione "A Framework for Consciousness" di Crick e Koch. Ne scrissi subito a Francis e a Christof (che avevo visto qualche settimana prima al Caltech) e accludevo la bozza del mio articolo (che si intitolava allora "Perceptual Moments"). E aggiungevo una copia di Zio Tungsteno, assieme ad altri articoli sulla nostra comune passione per la visione. Il 5 giugno del 2003 Francis mi indirizzava una lunga lettera, che sprizzava buon umore e intelligenza, priva del men che minimo accenno alla sua malattia.

«Mi sono divertito a leggere il racconto dei tuoi primi anni. Anch'io venni aiutato da uno zio a fare della chimica elementare e a soffiare il vetro, ma non sono mai stato affascinato come te dai metalli. Come te, sono rimasto colpito dalla Tavola Periodica e da idee sulla struttura dell'atomo. In effetti, nel mio ultimo anno a Mill Hill [la sua scuola] lessi un tema su come "l'atomo di Bohr" e la meccanica quantistica spiegassero la Tavola Periodica, sebbene non sia proprio sicuro di quanto ne capissi veramente».

Ero curioso riguardo alla reazione di Francis al mio Zio Tungsteno, e gli risposi chiedendogli quale «continuità» egli percepisse tra l'adolescente a Mill Hill che parlava dell'atomo di Bohr, il fisico che poi diventò, il suo io al tempo della doppia elica, e il suo io presente. Citavo una lettera che Freud aveva scritto a Karl Abraham nel 1924 – aveva allora sessantotto anni – in cui diceva: «È chiedere troppo all'unità della personalità l'identificarmi con l'autore dell'articolo sui gangli spinali del petromyzon. Tuttavia, devo essere proprio io ...».4

Nel caso di Crick, l'apparente discontinuità era persino maggiore, in quanto Freud fu biologo sin dagli inizi, anche se i suoi primi interessi vertevano sull'anatomia di sistemi nervosi primitivi. Francis, al contrario, aveva studiato fisica, lavorato sulle mine magnetiche durante la guerra, per impegnarsi poi in un dottorato in chimica fisica. Aveva già più di trent'anni – un'età in cui la maggior parte dei ricercatori ha ormai compiuto una scelta disciplinare irreversibile – quando subí una trasformazione, una "rinascita", come ebbe a dire lui stesso, e si indirizzò verso la biologia. Nella sua autobiografia, La folle caccia, parla della differenza tra fisica e biologia: «La selezione naturale costruisce quasi sempre su ciò che è venuto prima, cosicché un processo fondamentalmente semplice viene a essere complicato da tutta una serie di acquisizioni anteriori. Come si è espresso in modo molto felice François Jacob, l'evoluzione pratica il bricolage. È la complessità conseguente a questo modo di procedere a rendere gli organismi biologici cosí difficili da decodificare. La biologia è quindi molto diversa dalla fisica. Le leggi fondamentali della fisica possono essere espresse di solito in una forma matematica esatta e sono probabilmente uguali in tutto l'universo. Le "leggi" della biologia, di contro, sono spesso solo vaste generalizzazioni, descrivendo meccanismi chimici piuttosto complessi che la selezione naturale ha sviluppato per evoluzione nel corso di miliardi di anni … Io stesso, fino ai trent'anni di età, sapevo assai poco di biologia, se non in forma piuttosto generale, poiché la mia prima laurea era in fisica. Mi occorse un po'di tempo per adattarmi al modo di pensare alquanto diverso che si richiede in biologia. Era quasi come dover rinascere».5

 

Verso la metà del 2003 la malattia cominciò a presentare i conti. Ricevevo lettere da Christof Koch, che a quel tempo passava diversi giorni la settimana con Francis. Erano divenuti cosí uniti, da sembrare che i loro pensieri fossero dialogici, rappresentavano le loro interazioni, e ciò che Christof mi scriveva condensava in certo qual senso i pensieri di entrambi. Molte delle sue frasi cominciavano con "Francis ed io abbiamo altre domande sulla tua esperienza ... Francis pensa questo... Io non ne sono sicuro", e cosí via.

In risposta al mio "Perceptual Moments" (una versione di questo articolo è apparsa su queste pagine col titolo "Il fiume della coscienza"),6 Crick mi interrogava in maniera serrata sul susseguirsi di esperienze visive nei pazienti affetti da emicrania al momento dell'aura. Solo ora, rileggendo la nostra corrispondenza, mi rendo conto che si trattava delle stesse questioni che avevamo affrontato nel nostro primo incontro del 1986. Ce ne eravamo entrambi dimenticati – di certo, né l'uno né l'altro faceva riferimento alle lettere precedenti. Era come se nessuno dei due fosse in grado di risolvere la questione, ed entrambi, a nostro modo, avevamo archiviato la faccenda, l'avevamo "dimenticata", collocandola nel nostro inconscio, dove avrebbe continuato la sua incubazione per altri quindici anni, prima di emergere nuovamente. Francis e io avevamo la sensazione di essere complementari, di convergere verso un problema che ci aveva sconfitti, e che ora sembrava prossimo a trovare una soluzione. La mia sensazione in tal senso era cosí forte che nell'agosto del 2003 decisi di rendergli visita a La Jolla, forse per l'ultima volta.

Vi restai per una settimana, e mi recai più volte al Salk. C'era un'atmosfera piacevole e non competitiva (o almeno cosí parve a me, estraneo di passaggio), un'atmosfera che aveva deliziato Francis quando vi arrivò la prima volta, a metà degli anni Settanta, e che da allora si era ancor più radicata, grazie alla sua presenza. A dispetto dell'età, era ancora una figura centrale. Ralph mi indicò la sua macchina, con la targa di sole quattro lettere: AT GC, i quattro nucleotidi del DNA, e fui lieto di intravedere la sua alta figura entrare nel laboratorio, un giorno, sebbene camminasse lentamente, forse dolorosamente, aiutandosi con un bastone.

Tenni un seminario, un pomeriggio, e avevo appena iniziato quando Francis entrò, e si mise a sedere in fondo alla sala. Osservai che i suoi occhi restavano chiusi per la più parte del tempo, e pensai si fosse addormentato – ma quando terminai, pose una serie di domande cosí penetranti, che mi resi conto che non aveva perso una sillaba. Mi dissero che quel suo chiudere gli occhi aveva tratto in inganno molti visitatori, i quali avevano poi constatato, a loro spese, che le palpebre abbassate celavano l'attenzione più vigile, la mente più chiara e profonda che avessero mai incontrato.

L'ultimo giorno della mia visita Christof ci raggiunse da Pasadena, e pranzammo tutti a casa di Crick, con sua moglie Odile. L'invito a salire da loro non era un modo di dire: Ralph e io avevamo l'impressione di salire senza sosta, tornante dopo tornante, sino a raggiungere la casa. Era una brillante, assolata giornata californiana, e ci sedemmo tutti a tavola davanti alla piscina (l'acqua era di un blu violento, non perché, ci spiegò, la piscina fosse dipinta o riflettesse il cielo, ma perché l'acqua conteneva delle minute particelle che, come polvere, diffrangevano la luce). Odile ci offrí varie delizie – salmone e scampi, asparagi – e alcuni piatti speciali compatibili con la chemioterapia di Francis. Sebbene non prendesse parte alla conversazione, sapevo quanto Odile, un'artista, seguisse da vicino il lavoro del marito. Se non altro, per aver essa stessa disegnato la doppia elica per il famoso articolo del 1953.

Sedendo accanto a Francis, notai come le sue disordinate sopracciglia a cespuglio fossero più bianche che mai, rendendo più marcata la sua apparenza di venerabile saggio, appena contraddetta dagli occhi maliziosi e da un irriverente senso dell'umorismo. Ralph era ansioso di parlargli del suo lavoro – una nuova tecnica per ottenere immagini capaci di mostrare strutture di un cervello vivente quasi a livello cellulare. Mai prima d'ora si era riusciti a visualizzare la struttura e le attività cerebrali con tale precisione: proprio ora che Crick ed Edelman, a dispetto dei loro precedenti disaccordi, concordavano nel ritenere che la comprensione delle strutture funzionali del cervello si situasse a quel livello.

Francis era molto incuriosito dalle nuovo tecniche elaborate da Ralph e dalle sue immagini, ma al tempo stesso tirava bordate di domande penetranti, lo teneva sulla graticola, lo interrogava minuziosamente, in modo tuttavia gentile e costruttivo.

 

La persona più vicina a Francis, oltre ovviamente Odile, era chiaramente Christof, la sua "progenie scientifica"; era immensamente commovente vedere come due uomini, divisi da oltre quarant'anni di età, e cosí diversi per temperamento e origini, fossero giunti a rispettarsi e ad amarsi a tal punto. Christof ha una romantica, esuberante presenza fisica, si dedica a pericolose scalate e predilige camicie sgargianti. Francis appariva cerebrale fino all'ascesi, il suo pensiero cosí distante da ogni influenza emotiva che Christof lo ha talvolta paragonato a Sherlock Holmes. Francis parlava con grande orgoglio, l'orgoglio di un padre, dell'allora imminente libro di Christof, The Quest for Consciousness,7 e «di tutto il lavoro che ci attende dopo la sua pubblicazione». Fece la lista delle dozzine di ricerche, anni di lavoro, che lo attendevano – ricerche che scaturivano dalla convergenza della biologia molecolare con la neuroscienza sistemica. Mi chiedo cosa ne pensassero Christof e Ralph, visto che era chiaro (e doveva esserlo anche a Francis) che la sua salute deteriorava rapidamente, e che non sarebbe riuscito a gettare lo sguardo oltre l'inizio di quel vasto programma di ricerca. Sentivo che Francis non aveva paura di morire, anche se l'accettazione si coloriva di tristezza al pensiero di non poter vivere abbastanza per vedere le magnifiche, quasi inimmaginabili conquiste scientifiche del XXI secolo. Era convinto che il problema centrale della coscienza e delle sue basi neurofisiologiche sarebbe stato risolto entro il 2030. «Tu lo vedrai», diceva spesso a Ralph, «e forse anche tu, Oliver, se arrivi alla mia età».

Pochi mesi dopo, nel dicembre del 2003, scrissi ancora una volta a Francis, per inviargli le bozze finali del mio "Il fiume della coscienza", sottolineando quanto dovevo al suo articolo apparso su Nature Neuroscience. Aggiungevo che avevo appena finito di rileggere L'origine della vita, e che lo avevo trovato ancor più bello alla seconda lettura, dal momento che mi ero appassionato alle questioni che sollevava. Gli spedivo anche l'articolo che avevo scritto per Natural History sulla possibilità che vi sia vita altrove nell'universo.

Nel gennaio del 2004 ricevetti l'ultima sua lettera. Aveva letto "Il fiume della coscienza". «Si legge bene», scriveva, «sebbene pensi che un titolo più adatto sarebbe stato "La coscienza è un fiume?", dal momento che la tesi principale del pezzo è che forse non lo è». Ero d'accordo con lui.

«Vieni ancora a pranzo da noi», era l'ultima frase della lettera.

 

(Traduzione di Pietro Corsi)

 

1 . O. Sacks e R. Wasserman, "The Case of Colorblind Painter", The New York Review of Books, 19 novembre 1987, pp. 25-34.

2 . F. Crick, Uomini e molecole. È morto il vitalismo, Bologna, Zanichelli, 1970 (ed. orig. 1966); Id., L'origine della vita, Milano, Garzanti, 1983 (ed. orig. 1981).

3 . Id., La scienza e l'anima, Milano, Rizzoli, 1994 (ed. orig. 1993).

4 . Cfr. S. Freud e K. Abraham, The Complete Correspondence. 1907-1925, a cura di E. Falzeder, Londra/New York, H. Karnac, 2002, p. 515.

5 . F. Crick, La folle caccia, Milano, Rizzoli, 1990 (ed. orig. 1988), p. 18.

6 . O. Sacks, "Il fiume della coscienza", la Rivista dei Libri, aprile 2004, pp. 4-9.

7 . Ch. Koch, The Quest for Consciousness: A Neurobiological Approach, Englewood, Roberts & Co, 2004.


OLIVER SACKS neurologo e scrittore, è autore di: Emicrania (1970), Risvegli (1973), Su una gamba sola (1984), L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello (1985), Vedere voci (1989), Un antropologo su Marte (1995), L'isola dei senza colore (1996) e Zio Tungsteno (2001), tutti pubblicati in Italia da Adelphi. Per i tipi di Feltrinelli è invece uscito, nel 2004, il suo Diario di Oaxaca, del 2002.

 
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