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L'Italia divisa di Berlusconi
FEDERICO RAMPINI

DAVID LANE, L'ombra del potere, trad. di Fabio Galimberti, Roma-Bari, Laterza, pp. 400, €19,00

Con il suo secondo governo, in carica dal 29 maggio 2001 al 20 aprile 2005, Silvio Berlusconi ha battuto ogni record di longevità dalla nascita della Repubblica italiana nel 1946. Questo successo tuttavia è stato oscurato dalla sua sconfitta alle elezioni regionali dello scorso aprile, dove il centro-sinistra ha conquistato 12 regioni su 15. Il tracollo della coalizione di governo nel voto locale è stato tale che la maggioranza dei commentatori italiani e stranieri ha visto in quelle elezioni la data della "fine del berlusconismo", anche se Berlusconi ha potuto formare un nuovo governo e presumibilmente governerà l'Italia fino alla fine della legislatura cioè fino alla primavera 2006.

Se la diagnosi severa delle elezioni regionali del 2005 si rivelerà esatta, allora il berlusconismo è durato poco, smentendo quelle analisi di segno opposto che erano prevalenti quattro anni prima: nel 2001 una maggioranza di osservatori della politica italiana aveva pronosticato – o temuto – nientemeno che l'avvento di un "regime" berlusconiano, destinato a durare molto a lungo, e capace di trasformare in profondità il sistema politico italiano. Il "berlusconismo" aveva generato una saggistica imponente in Italia e all'estero. In quel termine si sovrapponevano significati molto diversi a seconda degli autori, e magari negli stessi autori. Di volta in volta per "berlusconismo" si intendeva una nuova forma di populismo fondata sulla potenza economica e mediatica, e macchiata dal conflitto d'interessi; una nuova manipolazione del consenso attraverso la fondazione di un'organizzazione partitica originale e senza precedenti nella storia; un protagonismo eccezionale da parte di un uomo con un potere personale superiore a ogni altro leader politico dell'Italia repubblicana. In certi casi, quel termine alludeva anche a una metamorfosi strutturale del sistema politico italiano, l'inizio di una stagione dove le vecchie regole della politica erano stravolte, forse fino a uno snaturamento della democrazia e a una deriva verso forme di autoritarismo fascista. Quelle analisi sono state dimenticate o ripudiate all'indomani delle elezioni del 4 aprile 2005. Il repentino mutamento di atmosfera, il quasi unanime verdetto degli esperti sul tramonto di un leader che pochi anni prima era stato descritto come invincibile, rendono ancora più interessante oggi cercare di capire che cosa sia stato, se è esistito, il berlusconismo. Cominciando quindi con il rispondere alla domanda su chi sia Silvio Berlusconi.

 

Da quando si è trasformato da imprenditore tout court a imprenditore della politica, sul personaggio Berlusconi l'Italia si è divisa quasi come lo era negli anni più duri della guerra fredda. Ma mentre gli anni Cinquanta e Sessanta furono un periodo di grandi passioni ideologiche, "guerre di religione" che vertevano su scelte di civiltà (Ovest o Est, America o Unione Sovietica, capitalismo o comunismo, mercato o egualitarismo, democrazia liberale o dittatura del proletariato), l'Italia di oggi non è il teatro di grandi movimenti di massa e le ideologie hanno perso molta presa. Poche cose riescono a lacerare profondamente il paese. Tra queste c'è proprio il giudizio su Berlusconi. In Italia questa spaccatura è verticale e in buona parte corrisponde ancora al confine tradizionale tra destra e sinistra. In Europa, invece, Berlusconi suscita diffidenze e timori anche in ambienti liberali o conservatori. Gran parte della stampa anglosassone, per esempio, ha avuto fin dall'inizio delle forti riserve su di lui anche se in teoria sottoscriverebbe molti suoi programmi. Il settimanale britannico The Economist in politica estera ha sostenuto la guerra in Iraq, in politica economica è liberista, spesso è anche critico verso l'Unione Europea: avrebbe quindi delle robuste ragioni per approvare Berlusconi. Invece il 28 aprile 2001, due settimane prima delle ultime elezioni legislative, The Economist dedicò a Berlusconi la sua copertina con il titolo "Unfit to rule", cioè "Inadatto a governare". Dentro quel numero del settimanale c'era una lunga inchiesta che ricostruiva la storia imprenditoriale e politica di Berlusconi, cercando di far luce sulle origini della sua ricchezza e sui tanti capi d'accusa della giustizia italiana contro di lui. Un editoriale riassumeva le conclusioni dell'Economist: «Anche a prescindere dalle tante domande su di lui che non trovano risposta, i soli fatti noti bastano a escludere che possa ricoprire una responsabilità di governo». Di fronte a quella requisitoria dell'Economist, e alle tante accuse ripetute contro di lui dalla maggioranza dei mass media internazionali, Berlusconi ha sempre reagito parlando di un complotto della stampa vicina alla sinistra italiana. In questo libro David Lane, corrispondente dell'Economist in Italia dal 1994 e coautore delle inchieste di quel settimanale su Berlusconi, dimostra che non è cosí. Non c'è mai stato un complotto della stampa straniera contro di lui. I mass media internazionali semplicemente hanno applicato fin dall'inizio a Berlusconi gli stessi criteri con cui essi, e le opinioni pubbliche dei rispettivi paesi, trattano i propri uomini di governo. Scrive Lane: «Gli episodi di uomini politici e altri personaggi pubblici che hanno visto la loro carriera compromessa a causa di comportamenti illeciti o moralmente dubbi in paesi come la Gran Bretagna, la Germania, la Svezia e la Finlandia, portano a far supporre che in quei paesi Berlusconi non sarebbe stato eletto: una persona come lui non sarebbe stata accettabile come candidato a una carica pubblica». «Quando Berlusconi è entrato in carica per la seconda volta come presidente del consiglio, nel giugno del 2001, l'Italia è diventata un caso unico tra le democrazie occidentali. In nessun altro paese l'uomo più ricco della nazione era anche il leader politico, e in nessun altro paese il leader politico godeva di fatto del monopolio delle televisioni nazionali, come era il caso di Berlusconi in Italia. L'Italia era unica anche per un altro motivo, più anomalo. Aveva un capo del governo sotto processo, accusato di aver corrotto dei giudici, e una coalizione di governo che aveva come priorità l'adozione di leggi su misura per tirare fuori il presidente del consiglio dai suoi guai giudiziari.»

 

Il saggio di Lane è una ricostruzione approfondita del fenomeno Berlusconi: il contesto storico in cui è nato, la sua biografia personale e imprenditoriale, le ragioni che lo convinsero a entrare in politica, il modo in cui costruí il suo partito e lo portò alla vittoria, la sua azione di governo. Ricco di dettagli che probabilmente fanno rizzare i capelli in testa a molti stranieri (l'edizione inglese è uscita prima di quella italiana), per i lettori italiani questo libro non contiene rivelazioni di nuove verità sul presidente del consiglio. Proprio perché riassume fatti noti da anni, l'autore si scontra a più riprese con una ineludibile domanda: perché una maggioranza degli italiani ha contribuito a consegnargli il governo del paese, pur sapendo su di lui quasi tutto (o pur sapendo su di lui cose che sarebbero state sufficienti a stroncare le ambizioni politiche di chiunque, in altri paesi occidentali)? Delle tante curiosità sollevate dal caso-Berlusconi, in Italia e all'estero, questa non è certo la minore. È forse l'unica a cui Lane non riesce, al termine di questo saggio, a fornire una risposta esauriente.

Anche per un lettore italiano bene informato, trovare condensate in un'opera sola tante informazioni essenziali su Berlusconi fornisce una lettura avvincente e allarmante. È anche rinfrescante leggere un osservatore straniero che ha la capacità di stupirsi o di indignarsi per cose a cui molti italiani si sono abituati, fino a considerarle quasi normali. Che il fondatore del gruppo Fininvest-Mediaset sia un uomo estremamente ricco si sa, ma non molti conoscono le dimensioni esatte dei suoi averi. Quando nel 1996 furono quotate in Borsa Mediaset e Mediolanum, il valore delle partecipazioni di Berlusconi in quelle società (più la sua quota della Mondadori detenuta attraverso Fininvest) era di 22.500 miliardi di lire. Nel 2002, dopo lo scoppio della "bolla" speculativa mondiale delle Borse, e il conseguente tracollo che colpí in particolare i titoli dei media, Forbes valutava comunque la ricchezza di Berlusconi a 7,2 miliardi di dollari. Possiede il più importante patrimonio d'Italia, e in Europa solo otto persone lo precedono. Il valore delle sue proprietà supera quello di Rupert Murdoch. Tuttavia Berlusconi è riuscito a mantenere un mistero impenetrabile sulle origini della sua ricchezza. Lane dedica l'inizio del suo saggio a riassumere la storia della mafia in Italia e questa non è una digressione fuori tema. La Banca Rasini, scrive, «la piccola banca di Milano dove il padre di Berlusconi aveva lavorato per decenni e che aveva aiutato Berlusconi nei suoi primi progetti edilizi [la costruzione di complessi residenziali a Milano negli anni Sessanta e Settanta] … era stata coinvolta nei processi per riciclaggio di denaro sporco degli anni Ottanta. (In un'intervista rilasciata nel 1985, Michele Sindona, banchiere della mafia, aveva indicato la Banca Rasini come una delle banche utilizzate da Cosa nostra.)». Nel 2001-2002 i magistrati dell'antimafia indagarono sulla base della dichiarazione di un pentito: sosteneva che la Fininvest aveva usato 20 miliardi di lire della mafia per creare le sue televisioni. «Per diciotto mesi, gli investigatori avevano indagato per risalire alle fonti di finanziamento dell'impero di Berlusconi tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta. Avevano scoperto che i documenti di una società fiduciaria attraverso cui erano passate molte delle società del gruppo Berlusconi, erano scomparsi … Alla fine, dopo una serie di appuntamenti rimandati, i magistrati riuscirono a ottenere da Berlusconi l'impegno per una data e un'ora precise. L'udienza fu fissata per il 26 novembre 2002 … Quando arrivò il giorno, l'audizione fu molto breve, si concluse nel giro di pochi minuti … Berlusconi, invece di giurare di dire tutta la verità, si avvalse della facoltà di non rispondere … Molti si chiesero come mai Berlusconi, sempre loquace in ogni occasione, avesse cosí poca voglia di parlare delle origini del suo successo.»

Nell'aprile 2004 uno dei più stretti amici di Berlusconi, il "cervello" della concessionaria pubblicitaria Publitalia e l'uomo-chiave nella fondazione del suo partito, il senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, è stato condannato a nove anni di carcere dal tribunale di Palermo per concorso in associazione mafiosa.

 

Le tappe dell'ascesa di Berlusconi sono altrettanto controverse delle origini della sua fortuna. La sua amicizia con il leader socialista Bettino Craxi, «il politico che più di tutti era stato il simbolo della corruzione istituzionalizzata», scrive Lane, è fondamentale per consolidare un impero mediatico che all'inizio fu costruito fuori dalla legalità. È Craxi che con una legge del 1984 salva le reti televisive dall'oscuramento a cui sarebbero state condannate dai tribunali. È all'apice del potere di Craxi che, nel luglio 1990, il Parlamento approva la legge Mammí, dal nome del ministro delle Poste e Telecomunicazioni dell'epoca, Oscar Mammí. Quella legge sancisce il predominio del gruppo Fininvest nel mercato televisivo e pubblicitario, e lo mette al riparo dalle contestazioni della Corte costituzionale. Uno dei collaboratori di Mammí dopo avere lasciato il ministero ottenne un lucroso contratto di consulenza con la Fininvest; un funzionario dello stesso ministero confessò di avere ricevuto tangenti. Il pool di magistrati anticorruzione di Milano tentò di indagare, ma la procura di Roma rivendicò la sua competenza e il caso finí nel nulla. Il fenomeno della corruzione riappare in altre vicende.

Cesare Previti, l'avvocato coinvolto in affari con Berlusconi fin dalla creazione della Fininvest a metà degli anni Settanta, è stato condannato a undici anni di reclusione per aver corrotto dei giudici. Uno dei casi per cui è stato condannato è la battaglia giudiziaria per la Mondadori, al termine della quale Berlusconi ha preso il controllo della più grande casa editrice italiana. Fino al 12 maggio 2001 il nome di Silvio Berlusconi faceva parte dell'elenco degli imputati che i magistrati intendevano processare per lo scandalo Mondadori. Quel giorno la Corte d'appello di Milano stabilí che per Berlusconi il reato era caduto in prescrizione. «Ma il tribunale non aveva stabilito che Berlusconi era innocente», è il commento di Lane.

Il mercato televisivo italiano è un duopolio dominato dalle tre tv di Berlusconi, e dai tre canali pubblici della Rai, ma a differenza che in altri paesi europei la tv di Stato non ha garanzie di indipendenza e i suoi giornalisti nella maggioranza non brillano per la volontà di tener testa al potere politico. Il controllo dei partiti sulla Rai è sempre stato un serio limite della democrazia italiana; si è trasformato in una patologia aberrante nel giorno in cui uno stesso individuo ha cumulato in sé il potere di governo e la proprietà personale di metà del duopolio televisivo. David Lane ricorda che «appena diventato presidente del consiglio … nel 2001, Berlusconi era apparso deciso … a stabilire un controllo più saldo sul 45 per cento circa del mercato televisivo nazionale rappresentato dalla Rai. Non avrebbe tollerato critiche dalla televisione di Stato». Ha lanciato una serie di prove di forza per piegare o ridurre al silenzio le rare voci critiche in seno alla Rai. Il licenziamento di tre star del giornalismo televisivo, Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, ha dato il segnale che la normalizzazione televisiva non avrebbe risparmiato neppure dei "mostri sacri" con un alto livello di popolarità tra il pubblico. Alla fine del 2002 Reporter senza Frontiere, un'associazione di pubblica utilità nata per difendere il diritto all'informazione, ha pubblicato la sua prima classifica mondiale della libertà di stampa. Tutti i paesi dell'Unione Europea hanno ottenuto un buon punteggio tranne l'Italia che è finita quarantesima, dietro paesi come il Costa Rica e il Benin. «La diversità dell'informazione non è garantita in Italia, l'unico grande paese democratico in Occidente dove la maggior parte dei media televisivi sono direttamente o indirettamente nelle mani del governo», ha sentenziato l'organizzazione.

 

Eppure il restringimento del pluralismo dell'informazione lascia indifferente una maggioranza di italiani, e non solo gli elettori di Forza Italia. Quando i cittadini furono chiamati a votare nei referendum sul settore televisivo (11 giugno 1995), non sfruttarono l'opportunità per limitare il monopolio televisivo di Berlusconi. Durante i cinque anni di governo del centro-sinistra dal 1996 al 2001 non furono adottati provvedimenti per regolare il conflitto d'interesse, la libertà dell'informazione, o sancire l'ineleggibilità di un candidato proprietario di mass media. È il problema che Lane evoca nell'epilogo del suo saggio: «Gli italiani, per nulla turbati dalle gravi accuse pendenti sul suo capo al momento di salire al potere, nel maggio del 2001, sono stati misericordiosi con Berlusconi. Non hanno usato lo stesso metro di giudizio degli elettori dei paesi del Nord Europa».

La questione è fondamentale. Esiste una "diversità" degli italiani che spiega il fenomeno Berlusconi, unico nei paesi occidentali e irripetibile nelle altre liberaldemocrazie? Se sí, che cosa giustifica tale diversità? Questo è il tema su cui il giornalista dell'Economist, da osservatore inglese che ha vissuto in Italia tutta la parabola politica decennale di Berlusconi, poteva dare un contributo originale e aiutare gli italiani a capirsi meglio. Purtroppo invece questa è la parte meno sviluppata del suo saggio.

Lane scrive che «nella sua scalata al potere economico e politico, Berlusconi è stato aiutato da una diffusa indifferenza nei confronti delle regole … Forse tutto ciò deriva dal fatto che lo Stato italiano moderno, relativamente giovane, è stato sempre menomato dalla netta sensazione di non godere del consenso morale dell'opinione pubblica. Molti fattori hanno congiurato contro la costruzione di una democrazia solida. L'assenza di una pubblica amministrazione robusta ed efficiente è stato un grandissimo handicap». Per illuminare lo scarto negli standard etici fra l'Italia e i paesi dell'Europa settentrionale, l'autore afferma che «una spiegazione per questa diversità di atteggiamento nei confronti della corruzione la si può forse trovare nell'opposizione fra due tipi di cristianesimo. La coscienza del cattolico, che può essere tacitata con la mediazione del prete, nel confessionale, è forse meno esigente di quella del protestante, che deve risponderne direttamente di fronte a Dio. Il protestantesimo dà più importanza alla punizione dei peccati rispetto al cattolicesimo, che mette l'accento sulla penitenza come via che conduce al perdono. Inoltre l'etica protestante del lavoro e della frugalità si sposa meglio con l'idea di servizio pubblico rispetto all'inclinazione cattolica alla devozione e alla carità». Queste semplificazioni lasciano insoddisfatti.

Lo Stato unitario italiano è giovane rispetto a quello inglese o francese, ma coetaneo di quello tedesco che non mostra particolare tolleranza verso corruzione e conflitti d'interessi. L'influenza della religione nel determinare comportamenti civili è stata spesso sovrastimata e strumentalizzata. Nell'Ottocento fra l'élite Wasp (anglosassone e protestante) degli Stati Uniti c'era chi teorizzava che gli immigrati italiani e irlandesi non erano educabili alla democrazia perché il cattolicesimo li aveva abituati a obbedire a un'autorità autocratica come il papa. Oggi il Massachusetts, che ha una forte densità di cattolici, è uno Stato più legalitario e meno corrotto dell'Alabama dove regna il fondamentalismo protestante. Se il successo di Berlusconi viene descritto come la conseguenza inevitabile di caratteri antichi e strutturali della società italiana, quali il "familismo amorale" e una sorta di pervasiva mentalità mafiosa, si perde di vista che lo stesso paese ha espresso fenomeni politici e civili di segno diverso: è stato a lungo la culla del più forte partito comunista d'Occidente, è tuttora un paese con un'estesa rete di volontariato cattolico.

 

Le ragioni della vittoria di Berlusconi nel 2001 richiedono analisi più sofisticate. Il solo controllo dei mezzi televisivi non è sufficiente. La Lega ebbe una travolgente avanzata elettorale nel 1992, nonostante fosse ostracizzata e disprezzata dai media. Nel 1996 il potere mediatico di Berlusconi era enorme, eppure le elezioni legislative di quell'anno furono vinte dalla coalizione di centro-sinistra dell'Ulivo guidata da Romano Prodi. Gli elettori hanno dimostrato di saper premiare la sinistra quando è lei a presentare il progetto più credibile per l'Italia, come fu, nel 1996, l'obiettivo di entrare nell'unione monetaria europea. Gli stessi elettori hanno premiato l'opposizione di centro-sinistra nell'aprile del 2005 proprio mentre il potere televisivo di Berlusconi era al suo apice.

L'imprenditore politico Berlusconi ha portato delle novità nel marketing elettorale in Italia, ha americanizzato i metodi di analisi dell'opinione pubblica, il linguaggio e le tecniche della propaganda. Forza Italia è una formazione che fu inventata in pochi mesi attingendo alla cultura industriale e pubblicitaria. Berlusconi il tattico è stato anche capace di mosse politiche ardite e dal suo punto di vista lungimiranti, come lo "sdoganamento" del partito neofascista di Gianfranco Fini: ha immesso nel sistema politico italiano quei voti dell'estrema destra che erano rimasti congelati e inutilizzabili per mezzo secolo. Ma il potere mediatico, le innovazioni organizzative o le abilità di manovra non sono tutto. Lane dedica la sua analisi a ciò che rende Berlusconi unico; trascura quelle cose che invece lo rendono simile ad altri leader delle nuove destre occidentali, e fanno di lui la manifestazione estrema di tendenze presenti anche in altri paesi. Nel corso dei suoi due mandati di governo Berlusconi ha fatto vari tentativi di riformare le pensioni, il mercato del lavoro e la politica fiscale. Sono falliti, oppure hanno dato risultati modesti e deludenti rispetto alle ambizioni iniziali. I progetti per alleggerire il costo della previdenza e per rendere più flessibile il mercato del lavoro si sono arenati contro le resistenze dei sindacati, della sinistra, e contro le tendenze populiste presenti anche fra i partiti alleati del centro-destra. La promessa di ridurre le tasse è ostacolata dall'eredità del debito pubblico e dai vincoli europei in materia di deficit.

Anche se Berlusconi ha fatto fiasco, l'ispirazione dei suoi piani ha interpretato umori e bisogni presenti in una parte della società italiana: il rigetto verso una pressione fiscale elevata a cui non corrispondono servizi pubblici di qualità; la presa di coscienza che le rigidità sindacali e corporative soffocano le capacità di sviluppo del paese e lo condannano alla stagnazione economica. Sono nodi che furono "tagliati con la spada" da Margaret Thatcher in Inghilterra, ma che nessuno statista dell'Europa continentale è riuscito ad affrontare in maniera efficace e risolutiva. Tuttavia quanto Berlusconi aveva promesso di fare su questi terreni, nel 2001 convinse molti elettori che lui poteva essere una forza di cambiamento. Dipingere tutti quegli elettori come un popolo dalla coscienza morale insufficiente, allergico allo Stato di diritto e alle regole, significa ignorare che umori simili prevalgono da molti anni tra gli elettori americani e inglesi. Berlusconi non ha mantenuto le sue promesse liberiste (sotto il suo governo le privatizzazioni sono rallentate, non ci sono stati progressi significativi nella concorrenza e nella protezione del consumatore, la pressione fiscale è rimasta alta e la crescita economica ristagna), ma ha vinto le elezioni quando è riuscito a identificare la sinistra con politiche stataliste e la difesa dello status quo. Per capire come Berlusconi sia potuto andare al governo non basta focalizzarsi su di lui: un'analisi della sinistra italiana è almeno altrettanto indispensabile.

 

Il fenomeno Berlusconi infine è davvero una mostruosità straordinaria nel mondo occidentale, per il degrado che rappresenta sul terreno della moralità, della legalità, dei princípi della democrazia liberale? In realtà i francesi hanno anch'essi rieletto alla massima carica dello Stato un Jacques Chirac macchiato da infamanti sospetti di corruzione, e sottrattosi alla giustizia solo grazie all'immunità presidenziale. Negli Stati Uniti la rielezione di George W. Bush è stata consentita da una crescente apatia degli elettori verso i conflitti d'interessi: basti pensare al ruolo dei dirigenti della Enron (colpevoli di bancarotta fraudolenta) nel finanziare Bush e nel consigliare Dick Cheney per la politica energetica nazionale; o ai vari scandali legati al business dell'occupazione in Iraq che hanno avuto per protagonista la Halliburton, azienda di cui il vicepresidente americano era stato per molti anni amministratore delegato.

Ci sono altri punti di contatto fra Berlusconi e la destra repubblicana al potere negli Stati Uniti: l'ideologia liberista mescolata con l'uso spregiudicato della spesa pubblica e l'aumento dei deficit; l'attacco alla laicità dello Stato; la manipolazione sistematica dell'informazione; la volontà di influenzare il funzionamento della giustizia; le pulsioni autoritarie. Per molti aspetti è corretto osservare che Berlusconi è stato un campione ineguagliato, che la sua concentrazione di conflitti d'interessi e di potere mediatico, la sua pretesa di essere al di sopra delle leggi e l'offensiva contro i tribunali del suo paese hanno raggiunto livelli mai visti in qualunque altro paese democratico. Le sue tendenze sono parossistiche, ma non isolate. È possibile che l'Italia nel periodo berlusconiano non sia stata una parentesi grottesca o una tragica eccezione, bensí un piccolo laboratorio sperimentale dove si sono "coltivate" in forme estreme delle patologie politiche che minacciano anche altri sistemi.


FEDERICO RAMPINI è editorialista di Repubblica e corrispondente a Pechino. Docente alle Università di Berkeley e Shanghai, ha pubblicato numerosi saggi tra cui Effetto euro. Capitalismo italiano, modello europeo, sfida americana (Longanesi, 2002), Le paure dell'America (Laterza, 2003), Tutti gli uomini del presidente. George Bush e la nuova destra americana (Carocci, 2004), Il secolo cinese (Mondadori, 2005).

 
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