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Il credo dell'evoluzione
CLIFFORD GEERTZ

JARED DIAMOND, Collapse: How Societies Choose to Fail or Succeed, New York, Viking, pp. 576, $29,95 (l'edizione italiana uscirà da Einaudi in autunno)

RICHARD A. POSNER, Catastrophe: Risk and Response, Oxford/New York, Oxford University Press, pp. 322, $28,00

Il recente tsunami che ha colpito il Sud Est asiatico, nel corso del quale quasi un quarto di milione di individui di tutte le età e condizioni è stato indifferentemente spazzato via da un cieco cataclisma, ha richiamato, almeno per il momento, e forse solo per un momento, la nostra attenzione. Simili fatalità, e su cosí vasta scala – la distruzione non solo di vite individuali, ma di intere popolazioni –, fanno vacillare quel convincimento che forse riconcilia molti di noi con la nostra mortalità: l'idea in altre parole che, sebbene noi possiamo morire, la comunità di cui facciamo parte, e il tipo di vita che essa conduce, in qualche modo, potranno sopravvivere. L'ipotesi che ciò non sia vero non è certo un'idea nuova: calamità abbastanza grandi o un'insipienza abbastanza cronica possono minare le fondamenta della nostra esistenza collettiva; oltre agli individui, anche le società sono mortali. La storia antica colleziona esempi, la fantascienza costruisce narrative, i miti di tutte le nazioni dispiegano esempi ammonitori. Eppure, lo studio empirico di come le società muoiano, l'esame comparativo di diversi casi, come pure il calcolo sistematico delle possibilità, sono appena agli inizi. Non possediamo ancora tabelle sulle aspettative di vita per le civiltà, mentre le autopsie, parziali e archeologiche, non danno responsi univoci quanto alle cause di morte.

Jared Diamond è un biogeografo e psicologo evoluzionista dell'Università della California a Los Angeles. È autore di uno studio di largo respiro, irriducibilmente ambientalista, sulle ragioni dell'emergere dell'Occidente moderno e del suo predominio economico e politico. Il libro ha venduto un milione di copie e gli è valso un Premio Pulitzer.

Richard Posner è giudice presso il Settimo Circuito della Corte d'Appello degli Stati Uniti. Tra una sentenza e l'altra, ha pubblicato dozzine di interventi polemici un po' su tutto, dall'invecchiamento agli intellettuali impegnati, dall'organizzazione razionale del sesso all'analisi economica del diritto. Come era prevedibile, Diamond e Posner hanno punti di vista diversi sul tema della fatalità sociale.1 Per Diamond, si tratta di un processo cumulativo, che accelera solo verso la fine, quando per incoscienza si supera uno stadio dopo il quale non vi è più rimedio. Si assiste cosí allo spreco delle risorse naturali da cui una data società dipende, al punto da provocare il collasso della comunità verso un distruttivo stato hobbesiano di natura. Per Posner, «catastrofe» è il lontano culmine, la distante estrapolazione di tendenze, un incidente subitaneo e fatale, implicito e inosservato, che attende solo di verificarsi, «un evento straordinario e tragico, improvviso, che produce stravolgimenti eccezionali o rovine».

Sia che le società si consumino per insipienza ecologica, o vengano distrutte da disastri prevedibili che non sono state capaci di prevenire, entrambi gli autori concordano che la sopravvivenza dipende da vigilanza e determinazione. Tutto si gioca sulla consapevolezza. Per quanto diversi per stile e metodo (occupano i poli opposti delle scienze sociali – empirismo fattuale e determinato da un lato, aritmetica politica fondata su calcolo e modelli dall'altro), i due libri sono dei breviari per il nostro tempo, e hanno la forza di risvegliare le nostre coscienze.

Diamond formula il problema nei termini più semplici e diretti: «Perché», come recita il retro di copertina, «alcune società, e non altre, perdono la bussola sino a distruggersi?». «Perché alcune società prendono decisioni disastrose?» «Cosa comporta tutto ciò per noi, ora?» Le risposte sono altrettanto dirette, e seguono un metodo comparativo essenziale, del tipo "descrivi e classifica": un approccio che l'autore aveva già adottato in opere precedenti per identificare le popolazioni di uccelli degli altipiani della Nuova Guinea, o tracciare l'evoluzione della sessualità nei primati. Guarda qui, guarda là; osserva le somiglianze, le differenze; trova il filo, racconta la storia – una storia naturale di fallimenti di intere società.

Si mette dunque a elencare, senza un ordine particolare di importanza, adottando diversi gradi e profondità di dettagli, una gran varietà di casi particolari, scelti per ragioni di mero opportunismo: società arcaiche come quelle dell'Isola di Pasqua, gli antichi maya e i vichinghi della Groenlandia, che soccombettero tempo fa a un disastro ecologico autoinflitto; stati emergenti del Terzo Mondo come il Ruanda, Haiti, la Repubblica Dominicana, disorganizzati, arretrati, male amministrati e sovrappopolati, che provano anche loro a creare il loro disastro; civiltà moderne o in via di modernizzazione, come la Cina, l'Australia e gli Stati Uniti, oggi floride e dinamiche all'apparenza, che mostrano invece i primi segni premonitori di spreco, declino e rovina. Fondandosi su tali analisi, Diamond elabora una breve lista miscellanea di fattori che, insieme o separatamente, "contribuiscono" al destino di una società: la fragilità costitutiva del suo habitat; la stabilità del suo clima; l'amicizia o l'ostilità dei vicini o dei partner commerciali e, infine, l'elemento più importante, la forza che tutto determina, «la risposta di una società ai suoi problemi ambientali». Nei limiti del caso e delle circostanze, i popoli, proprio come gli individui, decidono del proprio destino. Scegliendo bene o male tra politiche e possibilità, sono essi stessi a determinare quel che alla fine diventeranno.

Prendiamo l'Isola di Pasqua, la più misteriosa e la più drammatica («nessun altro sito che ho visitato mi ha fatto una tale impressione spettrale») delle comunità umane un tempo dinamiche e creative che sono semplicemente scomparse, morte, svanite dalla faccia della Terra. «La zolla abitabile più remota del mondo», distante 2300 chilometri dal suo vicino più prossimo, un centinaio di chilometri quadrati di superficie, per circa ottocento anni, dal 900 al 1700, fu abitata da una popolazione che al suo apice (le stime si fondano su reperti archeologici) contava dai sei ai trentamila coltivatori neolitici di tuberi e radici.

Estreme propaggini della grande civiltà polinesiana delle canoe che dalla Nuova Zelanda alle Hawai si diffuse attraverso il Pacifico meridionale nel corso del primo millennio della nostra era, gli abitanti di Pasqua, una volta giunti a destinazione e insediatisi, persero ogni contatto con il resto del mondo. Il che non impedí loro di scalpellare centinaia di enormi statue di pietra, alte da quattro a venti metri, del peso variabile tre le dieci e le 270 tonnellate, erette in cima a grandi piattaforme sparse per tutta l'isola. Le immagini, forse di antenati, di dèi o di sovrani deificati, giacciono ora rovesciate e spezzate come lapidi in uno spoglio paesaggio di rovine: «L'esempio estremo di distruzione di foreste del Pacifico … tra i più estremi del mondo … l'intera foresta è scomparsa … tutte le specie di piante sono estinte».

Come, esattamente, e discendendo quali gradini, nel corso di setto o otto secoli, questo ingegnoso popolo sia sprofondato in uno stato di disordine generalizzato e, dopo aver tagliato l'ultimo albero della foresta e aver distrutto tutta la vita animale dell'isola, sia precipitato nel delitto, nel suicidio, nella fame e nel cannibalismo, non è affatto chiaro. Vi sono solo testimonianze archeologiche – insediamenti, rifiuti, cave sulle colline, vasti crematori che contenevano migliaia di corpi ed enormi quantità di ossa incenerite. Le rivalità tra capi (col tempo, le statue si fanno sempre più grandi), fluttuazioni naturali delle risorse alimentari ed epidemie giocarono tutte un ruolo, al pari delle ribellioni popolari: «La distruzione delle statue ancestrali da parte degli abitanti di Pasqua mi ricorda i russi e i rumeni che se la prendono con le statue di Stalin e Ceausescu … Gli isolani dovevano aver covato per lungo tempo una rabbia repressa contro i loro capi … Mi domando quante di quelle statue siano state abbattute una alla volta, da qualche nemico del proprietario della statua … e quante siano state invece distrutte in un subitaneo parossismo di rabbia e disillusione, proprio come accadde alla fine del comunismo».

In ogni caso, la distruzione fu cieca, protratta, consapevole: insomma, una lezione, e una ammonizione per noi: «L'isolamento di Pasqua costituisce l'esempio più chiaro di una società che distrusse se stessa sfruttando oltre ogni limite le proprie risorse. I paralleli tra [l'isola] e tutto il mondo moderno sono tragicamente ovvi. Grazie alla globalizzazione, al commercio internazionale, agli aerei e a internet, tutti i paesi del mondo condividono risorse e agiscono l'uno sull'altro, proprio come la dozzina di clan su Pasqua. Essa era isolata nell'Oceano Pacifico come la Terra lo è nello spazio. Quando gli abitanti di Pasqua si trovarono in difficoltà, non c'era nessun posto verso cui scappare, nessuno a cui chiedere aiuto: neppure noi abitanti della Terra potremmo rivolgerci altrove se i nostri problemi dovessero aumentare … Il collasso della società dell'Isola di Pasqua è una metafora, lo scenario peggiore per ciò che il nostro futuro potrebbe avere in serbo per noi».

Diamond descrive le altre civilizzazioni perdute con analogo tono ammonitore: come fossero altrettanti memento mori per i vivi e gli opulenti. Gli indiani prepueblo del Sud Ovest dell'America, i favolosi anasazi, "quelli antichi", costruirono grandi complessi di appartamenti, città deposito, e intricati sistemi di irrigazione, per poi soccombere a causa di mutamenti climatici su piccola scala, lotte per la terra, sovraffollamento. Le grandi città maya dello Yucatan vennero strangolate da un declino di produttività agricola, dalla deforestazione, da un primitivo sistema di trasporti. E i vichinghi della Groenlandia, cui Diamond consacra un significativo centinaio di pagine, scomparvero dopo quattro secoli e mezzo di ostinata lotta contro un habitat che si andava riducendo e il crescente scompiglio nei commerci, unito a un pertinace rifiuto ad adottare le tecnologie eschimesi. Dovunque e sempre, quando una società è scomparsa, lo si deve alla sua noncuranza e all'autoillusione. Non fu il suo ambiente, per quanto aspro, a condannarla, o non solo il suo ambiente. Fu la sua incapacità a far fronte alle sfide che quell'ambiente presentava.

Armato di questa morale, Diamond passa a esaminare in termini adattativi una collezione miscellanea di società contemporanee, fatto dopo fatto, con empirica determinazione. Il genocidio in Ruanda, solitamente attribuito a "odi ancestrali", a conflitti tribalici, è per lui il prodotto di una crisi malthusiana: un aumento della popolazione che ha causato letali tensioni intrafamiliari. I giovani non potevano comperare fattorie, i figli adulti non potevano lasciare le proprie famiglie, l'estensione delle fattorie diminuiva rapidamente, le grandi disuguaglianze scatenavano gelosie fratricide. Nell'isola caraibica di Ispagnola, due società malandate e impoverite, la francoafricana Haiti e la indospagnola Santo Domingo, offrono un contrasto istruttivo: la prima, «il più povero paese del Nuovo Mondo, e uno dei più poveri al mondo fuori dall'Africa», alla rovina, priva di risorse; la seconda porta ancora i segni di uno stato dittatoriale, con un'economia dipendente, gerarchicizzata, con risorse forestali nelle mani della politica, e un boom artificiale nel settore delle costruzioni, con relativi imbottigliamenti stradali.

L'Australia soffre per le culture intensive, «la terra come miniera», che producono desertificazione, il che porta «alcuni di noi, inclini al pessimismo o anche solo a una realistica sobrietà di pensiero», a domandarsi se quel paese non sia «condannato a un declino nei livelli di vita in un ambiente in progressivo deterioramento»; la Cina, «un gigante traballante», grande e in continua crescita, privo di ogni cognizione ecologica, è devastato dalla polluzione, dai rifiuti e dai «più grandi progetti infrastrutturali del mondo» – dighe, allagamenti artificiali, deviazioni di fiumi – «che causeranno gravi problemi ambientali … intaccheranno grandi ecosistemi … sradicheranno milioni di persone».

Negli Stati Uniti, Los Angeles, la città in cui Diamond vive, soffoca per lo smog e il traffico, mentre le sue élite si ritirano in comunità recintate. Il Montana, dove egli trascorre le sue estati, un tempo era uno dei primi dieci stati per livello di reddito, oggi è sceso al 49° o 50° posto a causa del declino delle industrie estrattive – legno, carbone, rame, petrolio, gas –, che hanno lasciato dietro di sé un ambiente avvelenato e una società di seconde case, abitate da visitatori stagionali, «semitransfughi» dalle megalopoli delle coste. «Mancanza di anticipazione», «di percezione», «cattivi comportamenti razionali», «valori disastrosi», «soluzioni fallimentari», «negazione psicologica», sono ovunque presenti.

Non mancano oggi segnali di speranza. Il Giappone si prende buona cura delle sue foreste, gli altipiani della Nuova Guinea hanno stabilizzato la loro agricoltura a giardini, l'Australia ha intrapreso riforme radicali, il numero degli ambientalisti militanti cresce negli Stati Uniti. Le prospettive restano tuttavia scoraggianti. Il mondo moderno sembra preso «in una corsa di cavalli che accelera esponenzialmente», tra problemi ambientali sempre più grandi, e tentativi sempre più disperati di porvi rimedio. «Molti lettori di questo libro», scrive Diamond, «sono abbastanza giovani, e vivranno abbastanza a lungo, per vedere come andrà a finire».

 

 

La visione proposta da Richard Posner della triste fine che ci attende se non siamo abbastanza vigili, è tanto futuristica quanto quella di Diamond è ossessionata dalla storia. Una collisione con un asteroide che potrebbe frantumare la Terra in mille pezzi. Un aumento drastico del riscaldamento terrestre che, paradossalmente, ci trasformerebbe in una gigantesca palla di neve. Un esperimento con particelle elementari che ridurrebbe la Terra a un frammento di marmo ultradenso, inabitabile. Un'epidemia globale causata da manipolazioni genetiche, un inverno nucleare, dei robot fuori controllo, delle nanomacchine di miliardesimi di metro, capaci di autoassemblaggio, che ingoiano tutto quel che incontrano, fino a distruggere tutte le forme di vita. Una nube di eventi catastrofici, presagi non meglio determinati, incombe all'orizzonte del mondo, o appena sopra.

Il problema principale, oltre alle loro dimensioni inconcepibili, di queste megacatastrofi è che esse appaiono a molti cosí improbabili, o cosí lontante dall'esperienza personale di ciascuno – psicologicamente fuori scala, concettualmente irraggiungibili – da porle fuori dalla portata di qualunque stima razionale o risposta pratica. Siamo emotivamente e intellettualmente restii a pensare sistematicamente a eventi estremi. Presi nelle minuzie della vita quotidiana, e avviluppati nella sua brevità, consideriamo il calcolo di possibilità remote e il confronto di cataclismi trascendenti un esercizio inutile: persino comico. Un atteggiamento che deve cambiare, secondo Posner, e cambiare radicalmente, se vogliamo avere almeno una possibilità di evitare l'annichilimento finale, per noi e per i nostri discendenti.

«Crescono i pericoli di catastrofi. Si profilano nell'aumento del terrorismo apocalittico … nel progresso a rotta di collo della scienza e della tecnica … Il costo delle tecnologie pericolose, come quelle impiegate nella guerra nucleare o biologica, nonché il livello di conoscenze richiesto per utilizzarle, sono in costante diminuzione, il che pone tali tecnologie alla portata di piccoli paesi, bande terroristiche e persino di singoli psicopatici. Eppure, per quanto grande sia, la sfida posta dal controllo di rischi catastrofici attira meno attenzione di quanto non facciano, su ben altra scala, questioni sociali di minore significato intrinseco, come le relazioni interetniche, i matrimoni degli omosessuali, il livello del deficit pubblico, il consumo di droghe o la pedofilia. Non che si tratti di questioni banali. Ma non implicano certo eventi potenzialmente atti a provocare la nostra estinzione, o, modestamente, varianti meno cataclismatiche».

La prima cosa da fare è ovviamente distinguere tra le varie minacce. Da dove cominciare? Sono gli tsunami, i terremoti, le eruzioni vulcaniche, le glaciazioni o le collisioni con asteroidi a costituire il pericolo più grave e imminente? (Un asteroide che colpí quello che è ora il Messico circa 65 milioni di anni fa, sebbene, si stima, avesse solo 10 chilometri di diametro quando entrò nell'atmosfera terrestre, causò, si pensa, l'estinzione dei dinosauri… Una collisione analoga si sarebbe verificata 250 milioni di anni fa, e annientò il 90% delle forme di vita.) O bisogna concentrarsi sulle conseguenze pandemiche di una guerra batteriologica, sulla «possibilità che la scienza, baipassando l'evoluzione, faccia sí che la peste delle scimmie, grazie alla ricombinazione genetica, si trasformi in un agente patogeno ben più letale di quanto non sia stato il vaiolo»? O un incidente di laboratorio? Una spruzzata di quark in un acceleratore di particelle riassemblata «in un oggetto molto complesso chiamato strangelet [che] continuerebbe a crescere sino a che tutta la materia fosse trasformata in "materia strana", ricca di quark tipo strange»? Una fase di transizione che «lacererebbe la struttura stessa dello spazio» e «distruggerebbe tutti gli atomi dell'universo»?

Culture geneticamente modificate? Vita artificiale? Super intelligenza meccanica? Fine delle specie? Polluzione da effetto serra? Cyberterrorismo? Posner li passa tutti in rassegna, in un frenetico cumularsi di frammenti di fatti, calcoli speculativi, rapide polemiche e a tratti un sentenziare politico – un mescolarsi caotico di asserzioni, intuizioni, osservazioni e opinioni che sembrano proprio giustificare l'invenzione del termine "farraginoso". Il risultato, forse non sorprendente, suona come l'arringa di un avvocato: se una linea di ragionamento non sembra funzionare, prova la seguente. Se un esperto si tira indietro, cercane uno che non tentenna.

Una volta identificate le minacce, occorre in qualche modo valutare il costo del loro impatto, nel caso si verificassero: un compito straordinariamente difficile quando si ha a che fare con probabilità infinitesimali, eventi anomali e conseguenze catastrofiche. Posner affronta il problema della stima del pericolo facendo ricorso a pure supposizioni – piuttosto strane, per dirla tutta, e (penso senza volerlo) quasi in burla. «Supponiamo che il costo dell'estinzione della razza umana possa essere molto prudentemente stimato a 600 miliardi di miliardi di dollari, e che vi sia una probabilità di uno su dieci milioni che in un anno si verifichi un disastro tipo strangelet». «Supponiamo che vi sia il 70% di probabilità che nel 2024 il riscaldamento globale produca una perdita sociale valutabile a un miliardo di miliardi di dollari.» «Supponiamo che una spesa di 2 miliardi di dollari riduca la probabilità di un attacco bioterroristico da 0,01 a 0,0001.» Completata l'analisi costi-benefici, si può procedere, almeno dal punto di vista teorico («è difficile assegnare un valore economico a "prodotti" ben lontani da quelli che siamo soliti vedere offerti in vendita»), all'assegnazione di "pesi" numerici alle politiche indicate: emissioni di obbligazioni, programmi di osservazione celeste, sistemi di prima allerta, ispezioni ad acceleratori. Si potrà cosí determinare quale proporzione di risorse la società nel suo insieme, e in special modo la società americana («"pesata" in dollari, circa un quarto del mondo»), dovrebbe consacrare a una determinata politica: che dipenderà da quale posizione attribuiamo all'una o all'altra catastrofe annunciata nella scala delle nostre preoccupazioni.

 

 

Sulle basi che abbiamo descritto, una pagina dopo l'altra di speculazioni statistiche (la maggior parte delle persone «preferirebbe avere una ragionevole sicurezza di vivere sino a 70 anni piuttosto che una probabilità del 50% di vivere sino a 50 e un 50% di probabilità di vivere sino a 90») e un masticare pensoso di cifre («... mi sia permesso azzardare che i benefici [del Relativistic Heavy Ion Collider di Brookhaven] possano valutarsi a 250 milioni di dollari l'anno»), Posner perviene a una serie di conclusioni a tutto campo, sicure ed enfatiche, su cosa, meglio presto che tardi, sia necessario fare senza ulteriori esitazioni.

Occorre dunque creare un'agenzia internazionale per la protezione dell'ambiente in grado di far rispettare norme stabilite da appositi trattati (una sorta di Protocollo di Kyoto più rigido e più stringente). Il timore dei conservatori che le istituzioni internazionali mettano gli Stati Uniti alla mercè degli altri paesi è fuori posto: «Essendo la nazione più potente, gli Stati Uniti tendono a dominare le organizzazioni internazionali, e quando non lo fanno, le ignorano impunemente». Si passa poi a un'agenzia mondiale di polizia, «un'Interpol fortemente rafforzata», necessaria per combattere il bioterrorismo, «proprio perché si tratta di un problema di polizia, oltre che di scienza e di medicina». E non si tratta solo di ricercare e arrestare i terroristi, ma anche di occuparsi «di scienziati innocenti che, non avendo osservato delle precauzioni di sicurezza, possono diventare loro inconsapevoli complici»: di qui, la necessità di un sistema globale di sorveglianza. Si dovrà rivedere la politica di permettere a studenti stranieri di accedere liberamente alle nostre università. «Non c'è da giurare che tutti coloro che tornano a casa siano, in virtù del loro soggiorno negli Stati Uniti, inoculati contro l'antiamericanismo rabbioso.»

Gli scienziati, «il cui fine è il sapere, non la sicurezza, non possono essere responsabili della difesa del paese e della razza umana». («Il telescopio spaziale a grande apertura sarebbe, lo sappiamo, uno strumento ideale per identificare oggetti potenzialmente pericolosi vicini alla Terra. I principali sostenitori del progetto non sono tuttavia interessati a oggetti in prossimità della Terra, ma a remote galassie».) Occorre dunque condurli a una responsabile consapevolezza dei loro doveri sociali – forse grazie a un tribunale scientifico composto di «avvocati esperti di scienza», forse per mezzo di un «Centro per la valutazione del rischio e delle misure di risposta», istituito dal governo federale. «I bravi ragazzi delle libertà civili, che si esprimono per slogan fallaci», che ci servono «bromuri a base di libertà di parola», e sono ossessionati dagli «interrogatori coercitivi», potrebbero obiettare che si tratta di misure contrarie alle norme costituzionali. Dopo l'11 settembre, «il costo marginale delle libertà civili è cresciuto in modo drammatico». Se il rischio è grande, la risposta deve essere adeguata: «In tempo di guerra accettiamo ogni sorta di riduzione delle nostre normali libertà ... la coscrizione, la censura, la disinformazione, la sorveglianza, o la sospensione dell'habeas corpus. Un avvocato direbbe che ciò accade in quanto la guerra ha uno statuto legale che autorizza tali riduzioni. Un realista direbbe che non è la guerra che giustifica le misure, ma l'alto grado di pericolo associato allo stato di guerra. La corsa in avanti della scienza e della tecnica ci ha portati al punto in cui un pugno di terroristi potrebbe rivelarsi più pericoloso di una nazione nemica ... È quasi un luogo comune, dai tempi in cui Thomas Hobbes scrisse il Leviatano, che può essere vantaggioso scambiare la propria indipendenza per la sicurezza ... Quel che manca è la volontà di farlo».

 

4.

 

A dispetto di tutte le loro differenze – il materialismo di Diamond e l'utilitarismo di Posner, le profezie preoccupate di Diamond e la belligerante ingegneria politica di Posner – i due sono entrambi impegnati a creare un nuovo sentire sociale. Vogliono alterare gli atteggiamenti, riorientare le mentalità, indirizzare le preoccupazioni; vogliono trasformare il senso comune. Pongono, in modi diversi, la stessa domanda: "Il modo di vita moderno è sostenibile a livello globale?" La risposta che danno, sulla base di materiali diversi, è la stessa: "No, almeno alle attuali condizioni".

Se ci guardiamo intorno, non troviamo molto da ribattere. Ci sono abbastanza calamità, presenti o all'orizzonte, naturali o mondane, per farci riflettere, anche se dubito siano all'altezza della derelitta e sperduta Isola di Pasqua di Diamond, o delle nanomacchine che divorano il mondo di Posner. Kobe e Banda Aceh, Bhopal e Chernobyl, 11 settembre e Madrid, Ruanda e Darfur; AIDS, deforestazione, sovrappopolazione, urbanizzazione, polluzione e proliferazione dei rifiuti industriali paiono oramai fuori controllo. Ed è difficile immaginare un mondo nel quale i cinesi useranno l'automobile quanto gli americani. Eppure, ci si può chiedere se la situazione continuerà ad allarmare e a spaventare, se terrorizzerà un largo numero di menti. I melodrammi di declino e caduta e gli scenari da fantascienza possono servire a sottolineare le crisi, ma non è chiaro quale possa essere il loro contributo nel sollecitare degli interventi.

Ciò che più colpisce nelle concezioni del comportamento umano all'opera sia in Diamond che in Posner è quanto siano sociologicamente povere e prive di spessore psicologico. Nessuno dei due ha molto da dire sui contesti sociali e culturali in cui si dipanano i disastri descritti: né Diamond, che sembra considerare le società come persone collettive, esseri superiori dotati di volontà, di intenzioni, di capacità di decisione, di azione, di scelta; né Posner, per il quale esistono solo individui che perseguono obiettivi, attori dotati di percezione e capacità di calcolo non sempre razionali. Popolazioni sventate e spendaccione precipitano di continuo verso la loro autodistruzione, mentre individui intenti a massimizzare il proprio vantaggio non riescono a valutare le dimensioni reali dei problemi che devono affrontare. Ciò che accade loro si verifica in luoghi e situazioni, non in mondi reali culturalmente e politicamente configurati: in situazioni singolari, occasioni immediate, circostanze particolari.

Eppure, è proprio all'interno di tali mondi vissuti, situazioni, occasioni, circostanze, che la calamità, quando accade, assume i suoi connotati intelligibili, e sono questi a determinare sia la risposta sia gli effetti che potrà avere. Naturali, fisici o materiali che siano, per quanto imprevedibili e non intenzionali, il collasso e la catastrofe sono degli eventi sociali, al pari delle recessioni, dei colpi di stato, delle rivolte e dei movimenti religiosi.

Un'inondazione disastrosa nel Sud dell'Asia proietta le potenze mondiali nel bel mezzo del più locale dei conflitti locali: il separatismo di Sumatra, la guerra civile nello Sri Lanka. Un'epidemia di AIDS scuote le fondamenta delle famiglie e altera i rapporti di potere in tutto un subcontinente. La risposta statale, selettiva e difensiva, a un incidente nucleare in Ucraina, altera l'intero linguaggio dei diritti e degli obblighi in una nazione emergente. Un incidente industriale in una fabbrica di proprietà americana nell'India centrale, si lascia dietro un quarto di secolo di cause e di leggi speciali, di accuse e contro-accuse che incidono sugli atteggiamenti nei confronti delle responsabilità delle industrie per giungere sino ai fondamenti della giustizia distributiva. L'introduzione da parte di multinazionali giapponesi di metodi efficienti di tagli selettivi nelle foreste pluviali dell'Indonesia incide radicalmente sui rapporti tra gli abitanti della foresta, il governo centrale, insediato nelle città, e il mondo più vasto del commercio globale.

Degli studi approfonditi di esempi cruciali quali abbiamo indicato, ci permetterebbero di andare oltre le cronache di Diamond o gli scenari di Posner, per arrivare a quel che si potrà sapere e fare riguardo ai guasti e ai fenomeni di disgregazione della vita moderna.2

 

(Traduzione di Pietro Corsi)

1 . J. Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Torino, Einaudi, 1998 (ed. orig. 1997). R. Posner, Aging and Old Age, Chicago, University of Chicago Press, 1995; Id., Public Intellectuals: A Study of Decline, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 2001; Id., Sesso e ragione, Milano, Edizioni di Comunità, 1995 (ed. orig. 1992); Id., The Economics of Justice, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1981.

2 . Si cominciano ad avere monografie su particolari disastri, sotto la rubrica generale di "antropologia e sociologia della scienza". Si veda, a proposito del caso ucraino, A. Petryna, Life Exposed: Biological Citizens After Chernobyl, Princeton, Princeton University Press, 2002; sulla tragedia provocata dalla Union Carbide in India, K. Fortun, Advocacy After Bhopal: Environmentalism, Disaster, New Global Orders, Chicago, University of Chicago Press, 2001; sullo sfruttamento commerciale delle foreste indonesiane, A. Lowenhaupt Tsing, Friction: An Ethnography of Global Connection, Princeton, Princeton University Press, 2005.


CLIFFORD GEERTZ è professore emerito presso l'Institute for Advanced Study di Princeton. È noto al lettore italiano come autore, tra l'altro, di: Opere e vite. L'antropologo come autore (1990), Oltre i fatti. Due paesi, quattro decenni, un antropologo (1995), Mondo globale e mondi locali (1999), e Antropologia interpretativa (2001), tutti pubblicati da Il Mulino.

 
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