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Il credo dell'evoluzione
H. ALLEN ORR
RICHARD DAWKINS, Il cappellano del Diavolo, ed. italiana a cura di Telmo Pievani,
trad. di Elisa Faravelli e Telmo Pievani, Milano, Raffello Cortina, pp. 349, €25,50
Per lo più, i divulgatori scientifici non sono dei polemisti. Di solito vedono il loro
compito come una pura e semplice spiegazione di ciò che è già scritto in libri
noiosi e illeggibili; il dover rendere la scienza interessante per il profano spesso incoraggia
lo scrivere racconti mozzafiato di avventure high-tech (il progetto genoma umano, a esempio),
e quasi sempre comporta una buona dose di semplificazione. Ma Richard Dawkins non si è mai
adeguato a tale andazzo. Nei suoi libri sull'evoluzione ha esposto idee che stavano appena
cominciando ad apparire nei libri di testo, e non ha mai esitato a proporre i suoi personali (talvolta
radicali) punti di vista. L'aspetto più importante dei suoi libri è proprio il
ruolo preminente delle idee, che vengono presentate nella loro pienezza, senza semplicismi.
Nel corso del suo lavoro, Dawkins non si è mai sottratto alla polemica: ha litigato pubblicamente
con colleghi scienziati e con esponenti religiosi, e si è fatto dei nemici.
Dawkins è autore straordinariamente popolare e prolifico tra i suoi titoli ricordiamo
Il gene egoista (1976), Il fenotipo esteso (1982), L'orologiaio cieco
(1986) e Alla conquista del Monte Improbabile (1996);1 ma, prima d'ora, i suoi scritti
più brevi non erano mai stati raccolti in un unico volume. I trentadue saggi riuniti nel Cappellano
del Diavolo sono stati pubblicati originariamente come articoli in giornali e riviste, oppure
come prefazioni o recensioni; alcuni sono inediti. Dal momento che abbracciano quasi tutta la
carriera di Dawkins fino a oggi (il primo è stato pubblicato nel 1978, l'ultimo nel 2003),
forniscono una sorta di cronaca del suo pensiero. Inoltre ciascun gruppo di articoli di argomento
correlato è dotato di una nuova, breve introduzione, che permette di fare il punto sulle posizioni
attuali di Dawkins su varie questioni.
Il cappellano del Diavolo rivela molte cose sul suo autore, alcune sorprendenti, altre
no. Non è sorprendente che il libro confermi la sua reputazione di prosatore straordinario,
forse il migliore tra coloro che si dedicano alla divulgazione scientifica; che si sia d'accordo
o meno, non ci sono mai dubbi su che cosa vuole dire, e talvolta la scrittura lascia senza fiato. Era
anche prevedibile l'inclusione di pezzi che attaccano duramente alcuni dei bersagli preferiti
di Dawkins: la pseudoscienza (ce n'è anche per i cristalli della New Age), l'oscurantismo
postmodernista (gli è piaciuto molto il famoso articolo-bufala pubblicato da Alan Sokal
sulla rivista Social Text), la religione.
Quanto alle sorprese, la maggiore è l'ampiezza del respiro di Dawkins. Per coloro
che lo conoscono solo come un campione del darwinismo, sarà una novità scoprire
le belle descrizioni dell'Africa della sua gioventù, o i saggi in cui condanna con passione
quei sistemi educativi che sacrificano l'amore per la conoscenza in favore delle prestazioni
agli esami. E su alcune questioni controverse la sua posizione può essere diversa da quella
che uno si aspetterebbe. Di solito si pensa che Dawkins non si esponga molto su questioni di sociobiologia,
ma Il cappellano del Diavolo contiene una magnifica polemica contro gli errori del controllo
genetico umano, e un'altra contro i mali del darwinismo sociale. Ci sono poi diversi elogi
funebri, sorprendentemente commoventi, per colleghi deceduti, tra cui quello per Stephen Jay
Gould, con cui Dawkins ha spesso litigato.
Nonostante la varietà degli argomenti trattati, Dawkins è noto soprattutto
per tre temi: la difesa del punto di vista del «gene egoista» nel campo dell'evoluzione
biologica, l'introduzione dell'idea di «meme egoista» nell'evoluzione
culturale, e la sua animosità verso la religione. Il cappellano del Diavolo tratta
ciascuno di questi temi, alcuni in maniera più convincente e altri meno.
1.
Dawkins ha impiegato buona parte della sua carriera a difendere una particolare visione del
darwinismo: quella del cosiddetto gene egoista, nata negli anni '60 dal lavoro di George
Williams e William Hamilton. Mentre Darwin affermava che l'evoluzione avviene mediante
una sorta di sopravvivenza dei più adatti, Hamilton, Williams e i loro seguaci sostennero
che ciò che conta è il gene più adatto, non l'organismo. Per capire
il significato di ciò, si consideri l'esempio seguente. Un piccolo uccello che vede
un falco volteggiare sopra la sua testa emette spesso un verso di allarme, con il quale segnala la
presenza del predatore agli individui del suo stormo. La cosa curiosa è che tale comportamento
(che supponiamo istintivo, cioè dettato dall'eredità genetica) è "altruistico".
Lanciando l'allarme, l'uccello può contribuire a salvare gli altri dello stormo
ma, allo stesso tempo, richiama l'attenzione su di sé, aumentando la probabilità
che il falco attacchi proprio lui. Come può essersi evoluto un comportamento di questo tipo?
Se si pensa al darwinismo nei termini tradizionali, cioè come una competizione tra singoli
organismi, la risposta non è ovvia. L'uccello che emette il richiamo (e magari viene
mangiato) non avrà certo una maggiore probabilità di riprodursi rispetto a quello
che rimane quieto (e che più facilmente eviterà di essere attaccato). Eppure, la
selezione darwiniana non consisteva nell'avere il numero maggiore possibile di discendenti?
Ma se si pensa in termini di geni egoisti, cioè si vede il darwinismo come una competizione
tra geni diversi, allora le cose diventano più chiare. Un gene che fa sí che un
uccello emetta l'allarme può contribuire a diminuire le probabilità di sopravvivenza
di quell'individuo, ma aumenta allo stesso tempo la probabilità che il comportamento
in questione sopravviva. La ragione è che gli altri uccelli dello stormo saranno per lo più
imparentati con l'individuo che li ha salvati; e i parenti sono, per definizione, coloro
che hanno gli stessi geni, compreso quello che determina il richiamo d'allarme.
In altri termini, il gene del richiamo d'allarme mette sull'avviso, e salva, copie
di se stesso. Per l'appunto quelle copie risiedono in altri organismi. La conclusione, a
prima vista poco intuitiva, è che un gene talvolta può aumentare la propria frequenza
mediante selezione naturale facendo sí che un organismo sacrifichi se stesso. Un gene alternativo
a questo (che non faccia emettere il richiamo d'allarme) può diminuire in frequenza
in quanto mediamente un numero inferiore di tali geni verrà trasmesso alle generazioni
successive.2
Per Dawkins, e per altri sostenitori del concetto di gene egoista, esempi di questo tipo rivelano
un aspetto profondo del darwinismo: la selezione naturale agisce al livello di competizione tra
geni, non tra singoli organismi. Sono i geni a essere impegnati nella lotta per la sopravvivenza,
e c'è da aspettarsi che agiscano in maniera "egoista" facendo tutto ciò
che possono per aumentare la propria frequenza nella generazione successiva. (Le virgolette
servono a ricordare che l'egoismo del gene non ha niente a che vedere con un comportamento
cosciente, anche se le modalità della sua azione possono dare quest'impressione.)
In sostanza, l'idea del gene egoista consiste nell'affermare che le caratteristiche
osservate negli organismi sono tali da massimizzare la sopravvivenza dei geni, non il benessere
degli organismi stessi. Si arriva quindi alla logica conclusione che i geni appaiono un po'
come dei manipolatori, che costruiscono gli organismi nella maniera che più si confà
ai propri "interessi", che coincidano o no con gli interessi degli organismi. In effetti
Dawkins parla degli organismi come di puri e semplici «veicoli» per i geni, o di «robot
semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di
geni».3 È questo il punto di vista che ha divulgato nel suo primo libro, Il gene egoista,
e che continua a difendere, sia pure in forma modificata, nel Cappellano del Diavolo.
Le argomentazioni di Dawkins erano rivolte (e in gran parte lo sono tuttora) a Gould. Dawkins
e Gould sono stati impegnati in un'estesa disputa sulle "unità di selezione":
è il gene l'unità fondamentale su cui la selezione naturale agisce, oppure
il meccanismo si svolge anche su altri livelli? Gould sosteneva l'idea di una selezione gerarchica,
secondo la quale la selezione può agire a qualsiasi livello della gerarchia biologica,
dai singoli geni a interi ecosistemi; sottolineava in particolare la "selezione di specie",
cioè la selezione naturale di intere specie. (Le specie che si suddividono in nuove specie
più rapidamente di altre, o che si estinguono più lentamente, diventeranno più
comuni.) Secondo Gould, il particolare livello dei geni non aveva niente di speciale, e ogni affermazione
del contrario rifletteva un'incresciosa incomprensione del darwinismo. Anche se Dawkins
e Gould erano in disaccordo su parecchie altre questioni, il dibattito sulle unità di selezione
fu particolarmente protratto e acceso.
Quando Gould morí, tuttavia, la polemica aveva incominciato a placarsi. In parte, ciò
si doveva al fatto che gli evoluzionisti se ne erano oramai stancati; ma una parte notevole la ebbe
anche il fatto che Gould era meno vago, e Dawkins aveva assunto un atteggiamento meno litigioso.
Finalmente, Gould e colleghi avevano formulato una definizione precisa di selezione di specie,
e la maggior parte degli evoluzionisti oggi accetta l'idea che, in linea di principio, la
selezione possa agire a qualsiasi livello della gerarchia biologica. Dawkins stesso, nel Cappellano
del Diavolo, finisce con l'ammetterlo. Ma in effetti la vera ammissione di Dawkins era
venuta precedentemente, nel libro Il fenotipo esteso, dove negava che il punto di vista
del gene egoista fosse quello corretto nel pensare l'evoluzione, considerandolo una chiave
di lettura potente ma non necessariamente privilegiata. Potrebbe sembrare una ritirata dalle
posizioni precedenti, e forse lo è in termini strettamente filosofici, ma non in termini
scientifici.
La formulazione di nuovi potenti punti di vista è la quintessenza della ricerca scientifica.
La maggior parte degli scienziati scambierebbe in qualsiasi momento un punto di vista tecnicamente
solido, ma intellettualmente sterile, con uno provocatorio e fertile. E non c'è dubbio
che dal punto di vista della pragmaticità Dawkins marcasse un punto di vantaggio; quello
del gene egoista è stato un paradigma di eccezionale fertilità, che ha fornito inaspettati
modi di comprensione per una grande varietà di questioni: dall'organizzazione
delle società degli insetti alla diffusione del DNA "spazzatura", privo di
alcuna funzione. In effetti, questo paradigma è ormai considerato ortodossia nell'ambito
della biologia evolutiva, e per molti evoluzionisti è quasi un riflesso automatico. È
certamente vero che la retorica di Dawkins, soprattutto nei primi tempi, era alquanto esagerata;
ma la cosa più importante è che l'idea di gene egoista abbia permesso importanti
progressi nella comprensione dei processi evolutivi. Lo stesso non si può dire della selezione
gerarchica, e lo stesso Gould se ne è rammaricato nella sua ultima e più importante pubblicazione,
La struttura della teoria dell'evoluzione.4 In effetti, anche se molti di noi sospettano
che avvenga una selezione a livelli elevati, fino a oggi le prove di ciò sono piuttosto scarse.
2.
Dawkins non si è fermato all'evoluzione biologica. Nella chiusa del Gene egoista
introduceva l'idea di un replicante egoista in un ambito totalmente diverso: la logica darwiniana
del gene egoista può essere estesa al di là dei geni. In particolare, Dawkins
affermava che entità culturali quali idee, motivi musicali e mode si comportano in un modo
analogo ai geni: alcune di tali entità, che egli chiamò «memi», si diffondono
in una cultura più rapidamente di altre. Certi motivetti pubblicitari, per esempio, tendono
(noiosamente) a diffondersi tra la gente con una notevole rapidità: sento un motivetto,
lo canticchio; tu mi senti, lo ricanti, e cosí via. Questo motivetto è dunque un meme
adatto: ha la capacità di propagarsi da una mente all'altra, e cosí lo si può
udire con frequenza crescente, in una popolazione di cervelli, per un meccanismo che è simile
alla selezione naturale. (Si noti come un meme, cosí come un gene, può essere adatto
alla sopravvivenza indipendentemente dal fatto che sia utile o meno per l'organismo. Il
motivetto non è vitale in quanto fa qualcosa di buono per me, ma in quanto si diffonde rapidamente.
Inoltre non è detto che ci sia una connessione con l'adattabilità biologica:
un meme non ha bisogno di aumentare la mia prole.) Arditamente, Dawkins suggerí l'idea
che si possa pensare all'evoluzione culturale come a una lotta tra memi replicanti, allo
stesso modo in cui si pensa all'evoluzione biologica come a una lotta tra geni.
La nozione di meme è interessante e ha probabilmente un qualche fondamento, almeno se
considerata in senso lato, come un'analogia provocatoria tra biologia e cultura. Ma leggendo
Il cappellano del Diavolo si vede bene come Dawkins l'abbia presa molto più
seriamente. Anche se a un certo punto sembrava meno deciso sull'argomento, ora sottolinea
di esserne più entusiasta che mai. In effetti è «felicissimo» del fatto
che altri lo considerino «una vera e propria ipotesi sulla mente umana». Sembra particolarmente
interessato all'idea proposta dal filosofo Daniel Dennett, secondo cui i memi hanno giocato
un ruolo essenziale nell'evoluzione della mente.5 Tuttavia questa versione forte dell'idea
di meme, secondo la quale i memi sono alla base di un'autentica scienza della cultura e della
mente, è stata criticata aspramente.
Una delle critiche più note afferma che l'analogia non può essere presa sul
serio in quanto il gene ha una natura digitale che il meme non condivide. I geni sono digitali nel
senso che sono fatti di DNA, che a sua volta è una catena di lettere chimiche indicate mediante
le lettere A, T, G e C; il linguaggio dei calcolatori, analogamente, è digitale perché
costituito da sequenze di simboli zero e uno. Questo aspetto dei geni fa sí che si riproducano
con grande precisione: se nel mio DNA c'è una T in una data posizione, posso essere sicuro
al 99,9999999 per cento che ciò è vero anche per i miei genitori. I memi, invece, non sono
digitali, sembrano anzi essere alquanto fluidi: le idee si mescolano e si confondono con notevole
rapidità nel passare da una mente all'altra (è per questo che non ci si fida di
un pettegolezzo di quinta mano), cosí sembra che i memi si riproducano con un basso grado di
fedeltà. (Pensate a quanto sarebbe difficile selezionare mele più grosse se a ogni
generazione i geni che favoriscono la grossezza cambiassero natura.) Parrebbe quindi che i memi
non costituiscano un materiale particolarmente valido per un'evoluzione di tipo darwiniano.
Oggi, Dawkins ritiene di conoscere un modo per risolvere questa difficoltà. Dal momento
che la sua proposta ha una notevole importanza, tanto da rivitalizzare le speranze di fondare una
vera e propria scienza della "memetica", vale la pena di esaminarla in un qualche dettaglio.6
Il punto fondamentale è che un meme potrebbe essere copiato con grande fedeltà
anche se la sua natura non è digitale. Per mostrare in che modo, Dawkins fa l'esempio
di due giochi differenti. Nel primo, un bambino copia un disegno, un secondo bambino copia il disegno
del primo e cosí via; il disegno del ventesimo bambino mostrerà probabilmente ben
poca somiglianza con l'originale. Si tratta dunque di un meme a bassa fedeltà. Nel
secondo gioco, un bambino insegna a un altro come fare un dato origami di carta, il secondo bambino
insegna la stessa cosa a un terzo e cosí via; in questo caso, il ventesimo origami sarà
probabilmente abbastanza simile al primo. Si tratta quindi di un meme ad alta fedeltà.
A che cosa è dovuta la differenza? Il punto, afferma Dawkins, è che nel primo caso i bambini
"copiano il prodotto", mentre nel secondo "copiano le istruzioni" su come
ottenerlo.
La distinzione è importante perché se chi insegna piega la carta in modo leggermente
sbagliato, chi apprende di regola si renderà conto che (per esempio) «il suo istruttore
intende[va] piegare tutti e quattro gli angoli nel centro esatto di un perfetto quadrato».
In altri termini, l'allievo è abbastanza accorto da copiare le "istruzioni dedotte".
Questa deduzione fa tutta la differenza e assicura che deviazioni accidentali dal compito prefissato
non vengano riprodotte, dando luogo cosí a un meme fedele. Dawkins conclude: «Credo
che queste considerazioni riducano ampiamente, se non rimuovano del tutto, l'obiezione
che i memi siano copiati con una fedeltà insufficiente per essere paragonati ai geni».
Io non ne sono cosí sicuro. Intanto, il fatto che la riproduzione dei memi avvenga con una
fedeltà bassa è un semplice dato di osservazione: sappiamo tutti che le idee cambiano
nel passare da una mente all'altra. Tale ovvia constatazione non può essere cancellata
mediante abili argomentazioni su come potrebbero replicarsi fedelmente; il punto è
che ciò non avviene. Per dirla in modo diverso, la soluzione proposta da Dawkins è, tutt'al
più, rilevante per una sottocategoria di memi; dopo tutto, l'esistenza del secondo
tipo di gioco non fa scomparire il primo. Inoltre, sospetto che nella maggior parte dei casi sia
più valido l'esempio del primo gioco. Quando canticchio un motivetto, per esempio,
non copio delle istruzioni, ma copio il motivetto stesso. Infine, la soluzione di Dawkins
sembra funzionare solo in quanto inserita in una batteria di processi mentali quali inferenza,
intuizione, idealizzazione: il bambino "deduce" le istruzioni corrette, intuisce
ciò che l'istruttore "intendeva fare", e identifica correttamente certi
"procedimenti idealizzati".
Il problema è che tutta questa inferenza, intuizione e idealizzazione costituiscono
ciò che principalmente agisce nello scenario proposto da Dawkins, non i memi. C'è
poco da meravigliarsi che ciascuno dei bambini insegni le medesime istruzioni per lo scopo originario,
se ciascuno deduce allo stesso modo qual è lo scopo. Ma ciò lascia totalmente inspiegata
la ragione per cui ciascuno debba dedurre la medesima cosa, che è la vera origine della fedeltà
nella copiatura. Non voglio dire che tale obiezione sia fatale per le idee di Dawkins, ma per lo meno
suggerisce che, se si vuole comprendere la mente, la prima cosa da fare sia lo studio di inferenza,
intuizione e idealizzazione, piuttosto che dei memi.
Ma c'è un altro problema, che ha poco a che vedere con l'analogia tra gene e meme
ma è altrettanto serio: a differenza dell'idea di gene egoista, quella di meme egoista
non ha portato da nessuna parte. Dove sono i fenomeni enigmatici che possono essere spiegati con
i memi? Dawkins non fornisce esempi, e ho il sospetto che non ce ne siano.
La verità è che l'idea di meme, pur essendo vecchia di un quarto di secolo,
non ha ispirato in pratica alcuna ricerca seria, e non è riuscita a ritagliarsi un posto nella
corrente principale delle scienze cognitive, psicologiche o sociologiche. Anche se i profani
hanno l'impressione che un'idea scientifica venga lasciata cadere in seguito a esperimenti
decisivi, molto più spesso ciò avviene perché non ha suggerito un numero sufficiente
di esperimenti; in altri termini, non ha ispirato un programma di ricerca abbastanza ricco. Magari
domani stesso si dimostrerà che ho torto; comunque, anche se non ho problemi nell'ammettere
che sia possibile fondare una scienza dei cambiamenti culturali, sono molto meno convinto di Dawkins
che i memi vi giocheranno un ruolo importante.
3.
La passione di Dawkins per l'evoluzione è eguagliata solo dal suo odio per la religione;
si è scagliato tanto spesso contro di essa che la sua notorietà come avversario di
Dio può quasi rivaleggiare con quella di sostenitore della scienza. Il cappellano del
Diavolo lascia pochi dubbi del fatto che tale reputazione sia meritata. Si lascia andare ad
affermazioni secondo cui coloro che hanno nascosto il loro disprezzo per la religione devono pronunciarsi;
annuncia che la religione è una «pericolosa illusione collettiva», un «virus
della mente». Riconoscendo che tale posizione può sembrare un «atto insolente
o addirittura ostile», sottolinea che «è entrambe le cose». Quando gli
si domanda perché è cosí ostile verso la religione organizzata, risponde di non
avere alcuna simpatia neanche per quella disorganizzata. E infatti ha scritto: «Credo che
si possa affermare che la fede è uno dei grandi mali del mondo, paragonabile al virus
del vaiolo ma più difficile da sradicare».7
Ho il sospetto che la maggior parte dei lettori ricorderanno Il cappellano del Diavolo
più per le bordate antireligiose che per gli argomenti a difesa del darwinismo. Ciò
di cui forse non si renderanno conto è che tali posizioni sulla religione riflettono un altro
dei suoi diverbi di lunga data con Stephen Jay Gould. Gould riteneva che la scienza, con le sue frequenti
incursioni nel campo dell'etica e gli attacchi generici alla religione, avesse oltrepassato
i confini suoi propri; pensava anche che la religione, con i suoi sporadici pronunciamenti su materie
empiriche, avesse a sua volta oltrepassato i propri. La soluzione proposta da Gould, e sostenuta
in un intero libro, era semplice: bisogna distinguere la sfera legittima della scienza (l'universo
fisico) e quella della religione (significato, valori, etica), ed evitare le intrusioni.
Devo dire che non trovo che la difesa della religione fatta da Gould sia del tutto convincente.8
Ma, con mia sorpresa, ho trovato che gli attacchi antireligiosi di Dawkins lo sono ancora meno.
Il problema non è tanto se le sue conclusioni siano sbagliate, quanto il fatto che le sue argomentazioni
risultano essere sorprendentemente traballanti.
La prima delle sue argomentazioni afferma che la religione è falsa, punto e basta. Gli
eventi descritti nei testi sacri (i sei giorni della Creazione, i tre giorni della Resurrezione)
non sono mai avvenuti. E allora perché tanta gente ci crede? Dawkins è convinto di conoscere
la risposta: le credenze religiose sono dei virus. Le idee religiose, come tutte le idee, sono memi;
ma i memi religiosi, a differenza di molti altri, sono inutili «virus della mente».
Le credenze religiose mettono in evidenza come le menti infantili siano macchine che ricopiano,
credendoci, tutto ciò che viene detto loro. Come i computer possono essere infettati da virus
informatici, le giovani menti umane possono essere infettate dai virus religiosi.
Ma se le idee religiose sono virus, perché le idee scientifiche no? Dopotutto, inseriamo
nelle giovani menti ogni sorta di idee scientifiche, che vengono assorbite con notevole efficienza.
Dawkins sostiene che le idee scientifiche non sono virus; secondo lui, sono più degli
adattamenti mentali: «Le idee scientifiche, come tutti i memi, sono soggette a una sorta
di selezione naturale, e questo potrebbe farle sembrare, a prima vista, simili ai virus. Ma le forze
selettive che vagliano le idee scientifiche sono tutt'altro che arbitrarie e capricciose.
Si tratta di regole esigenti, ben temperate, che non favoriscono un comportamento inutile ed egoista.
Favoriscono le qualità utili che si trovano nelle pagine dei tradizionali testi di metodologia:
controllabilità, supporto empirico, precisione, quantificabilità, consistenza,
intersoggettività, ripetibilità, universalità, progressività,
indipendenza dall'ambiente culturale, e cosí via. La fede si diffonde pur non possedendo
nemmeno una sola di queste prerogative».
Debbo confessare che trovo tale argomentazione poco credibile. Perché mai la conformità
a criteri scientifici dovrebbe decidere quando un meme può essere classificato come buono
o utile? Perché non dovrebbero essere considerati buoni e utili i memi che ti fanno sentire
felice, o che ti danno un senso di appartenenza, o che aumentano la tua possibilità di essere
circondato da amici disposti ad aiutarti? Caso mai, questi criteri di valutazione sembrerebbero
più naturali di quelli di Dawkins. Ma il punto vero è che non ci sono criteri naturali.
Tutta l'idea di meme si basa sul concetto che un buon meme è un meme la cui frequenza aumenta,
punto e basta. Ora noi, memetisti seduti in poltrona, siamo liberi di suddividere i memi di successo
in memi utili e inutili, ma qualcuno dovrà pur decidere: utili per che cosa? Per descrivere
la natura? La scienza è un meme utile. Per costruire una comunità? La religione è
un meme utile. In fondo, l'argomento di Dawkins che vede la religione come un virus è
molto vicino a una tautologia.
La seconda accusa di Dawkins alla religione è di essere all'origine di molti mali.
Il cappellano del Diavolo è attraversato dagli assassini e dai sacrifici fatti in
nome della religione, e le Crociate non sono mai lontane dal suo pensiero.9 Ma la sua storia sembra
curiosamente vittoriana. Nel suo percorso, in cui vuole dimostrare che la religione è la
sorgente di tanti mali, è ovviamente costretto a confrontarsi con il fatto che la cronaca
del ventesimo secolo è in gran parte quella di un male secolare. Stalin, Mao e Pol Pot
erano atei, e Hitler non era particolarmente pio. Il modo in cui Dawkins affronta la questione è
estremamente semplice: la ignora del tutto. A parte una breve menzione di Hitler, si limita ad aggirare
quella che mi sembra essere la lezione fondamentale del secolo appena trascorso: il fatto che le
ideologie secolari, incluse quelle atee, possano ispirare genocidi e atrocità al pari
dei credi religiosi. E il modo in cui parla di Hitler è notevole: dicendo «per favore
non tirate fuori Hitler come controesempio» nota come questi non abbia mai rinunciato al
cattolicesimo, e cita un oscuro discorso in cui il futuro Führer sottolineava di essere stato,
da ragazzo, un bravo cristiano. Sembra fallire qui il robusto scetticismo di solito presente in
Dawkins, ed egli tace sull'ovvia interpretazione che Hitler sapesse come manipolare una
folla di cattolici.
Il punto in discussione non è il fatto che il pensiero religioso possa talvolta condurre
al male, direttamente o indirettamente. Questo è certamente vero. Il punto è che non
ne ha il monopolio: certe ideologie nazionaliste (come il fascismo), economiche (il lavoro minorile),
e perfino scientifiche (l'eugenetica) hanno avuto conseguenze orrende. Nell'ultimo
caso Dawkins argomenterebbe di sicuro che è stato l'abuso della scienza a generare
il male (sterilizzazioni forzate, politiche di immigrazione razziste). E io concorderei. Ma
se per la scienza si ammette questo tipo di considerazioni, non è chiaro perché per la
religione non lo si può fare. Forse che Gesù aveva davvero in mente le Crociate?
Anche se è meno esplicito al riguardo, Dawkins sembra avere un terzo problema con la religione,
in quanto vista come una spina nel fianco della scienza: un ostacolo sulla via della verità.
Per esempio, ama citare il processo a Galileo, e non si stanca mai di ridicolizzare la tardiva riconciliazione
della chiesa cattolica con Darwin. Ma queste stilettate possono essere fuorvianti. L'impressione
comune di una lunga guerra tra religione e scienza, secondo la quale un'istituzione ignorante
avrebbe combattuto per impedire alla giovane scienza di sfuggire all'oscurantismo, è
priva di senso, poco più che propaganda vittoriana. La verità, emersa solo dagli
studi svolti nello scorso secolo, è quasi sconosciuta agli scienziati di oggi: la chiesa
medievale era una grande patrona della scienza; la maggior parte dei teologi studiavano "filosofia
naturale", e il curriculum di uno studioso dell'epoca era forse il più ricco di
argomenti scientifici che si sia mai visto nel corso della storia occidentale.10 Ci furono certamente
varie scaramucce tra religione e scienza (le condanne del 1270 e del 1277, l'affare Galileo),
e la chiesa prese diverse decisioni sbagliate, ma non è evidente che queste siano state più
clamorose di quelle fatte da istituzioni secolari (per esempio, della soppressione della genetica
di Mendel da parte di Lysenko).
A questo punto si potrebbe argomentare che, comunque, tutto ciò va oltre il punto in discussione,
e che i passati conflitti tra scienza e religione sono occorsi per incomprensioni da parte dell'una
o dell'altra. In effetti, si potrebbe sostenere che la convinzione di Dawkins di un conflitto
tra scienza e religione rifletta un fraintendimento della natura del credo religioso. Mentre
le nozioni scientifiche sono proposizioni riguardo allo stato del mondo, le credenze religiose
sono qualcosa di diverso: un tentativo di assegnare al mondo significato o valore. La religione
e la scienza si muovono dunque su piani differenti, come è stato detto da Gould e da molti altri.
Dawkins si scaglia con violenza contro un tale modo di ragionare. Si tratta, proclama, di un
comodo trucco dei teologi, e in pratica non è che un modo per evadere la questione, un sotterfugio
cinico e disonesto che ha lo scopo di mettere da parte i risultati scientifici. Crede anche che questa
idea dei «piani differenti» sia un'invenzione moderna: «Non cadete nella
trappola del ragionamento secondo cui religione e scienza agiscono su piani differenti... Storicamente,
le religioni hanno sempre tentato di rispondere a domande che propriamente appartengono alla
scienza. Dunque alle religioni non dovrebbe essere permessa la ritirata dal campo di battaglia
su cui tradizionalmente hanno tentato di combattere».11
Ma, ancora una volta, non sono sicuro che Dawkins conosca bene la storia. Non è che i teologi
abbiano inventato il punto di vista dei piani differenti allo scopo di scansare l'evoluzione
darwiniana o la cosmologia di Hubble. Questo atteggiamento (o qualcosa di molto simile) risale
quanto meno a san Tommaso d'Aquino, che assegnò ruoli diversi alla teologia e alla filosofia
aristotelica (compresa la filosofia naturale). E i Padri della Chiesa rifiutarono presto l'idea
che la Bibbia potesse essere letta come un documento scientifico, descrivente fatti empirici:
già sant'Agostino, nel quinto secolo, argomentò energicamente contro tale
letteralismo.12
In conclusione, il rifiuto da parte di Dawkins di prendere seriamente in considerazione il
punto di vista dei piani differenti è forse l'aspetto meno soddisfacente del suo modo
di parlare di religione. Prima di tutto, non è chiaro perché uno scienziato (in quanto
tale) dovrebbe essere disturbato da chi rinuncia a ogni pretesa di descrivere il mondo fisico.
(D'altra parte, è chiaro invece perché sia disturbato da creazionisti idioti,
o da coloro che simulano soltanto la resa.) Inoltre, Dawkins corre il rischio di apparire come colui
che critica i romanzi in quanto artefatti. Quando gli viene detto che i romanzi presentano un tipo
differente di verità, una verità che non dipende dall'esattezza dei fatti
narrati, subodora sofisticherie. Non sono sicuro che tale paragone sia adatto a sostenere una
difesa della religione basata sull'idea di piani differenti, ma sospetto fortemente che
le questioni siano molto più complesse, e molto più sottili, di quanto le argomentazioni
di Dawkins concedano.
(Traduzione di Daniel Canarutto
)
1 . R. Dawkins, Il gene egoista. La parte immortale di ogni essere vivente (Milano, Mondadori,
1995, ed. orig. 1976); Id., Il fenotipo esteso. Il gene come unità di selezione
(Bologna, Zanichelli, 1986, ed. orig. 1982); Id., L'orologiaio cieco (Milano,
Mondadori, 2003, ed. orig. 1986); Id., Alla conquista del Monte Improbabile. L'incredibile
avventura dell'evoluzione (Milano, Mondadori, 1997, ed. orig. 1996).
2 . Questa spiegazione del verso d'allarme non è accettata da tutti, ma cattura l'essenza
del paradigma del gene egoista.
3 . R. Dawkins, Il gene egoista, cit., p. VII.
4 . S.J. Gould, La struttura della teoria dell'evoluzione, a cura di T. Pievani,
Torino, Codice, 2003 (ed. orig. 2002).
5 . Dennett ha sostenuto che la mente è un artefatto creato dall'attività
dei memi in lotta per costruirsi un habitat adatto alla propria propagazione (Coscienza,
Milano, Rizzoli, 1993, ed. orig. 1991).
6 . La soluzione di Dawkins è strettamente legata a quella suggerita da S. Blackmore in
La macchina dei memi (Torino, Instar, 2002, ed. orig. 1999). In effetti, il suo saggio è
stato pubblicato per la prima volta come prefazione al libro suddetto.
7 . R. Dawkins, "Is Science a Religion?", The Humanist, gennaio/febbraio
1997.
8 . Si veda la mia recensione del libro di Gould I pilastri del tempo (Milano, Il Saggiatore,
2000, ed. orig. 1999) in The Boston Review, ottobre/novembre 1999.
9 . Dawkins alle volte afferma che la religione è solo un'etichetta comoda per dividere
"noi" da "loro", e dare cosí il via libera a chi vuole esercitare violenza;
altre volte sostiene invece che la religione è causa diretta del male.
10 . Vedi D.C. Lindberg, The Beginnings of Western Science (Chicago, University of
Chicago Press, 1992); D.C. Lindberg e R.L. Numbers (a cura di), Dio e Natura. Saggi storici sul
rapporto tra cristianesimo e scienza (Scandicci, La Nuova Italia, 1994, ed. orig. 1986);
E. Grant, Le origini medievali della scienza moderna. Il contesto religioso, istituzionale
e intellettuale (Torino, Einaudi, 2001, ed. orig. 1996).
11 . R. Dawkins, "Is Science a Religion?", cit.
12 . Nella Summa Theologica san Tommaso afferma che teologia e filosofia hanno ambiti
di competenza in gran parte non sovrapposti; nei rari casi di sovrapposizione, il disaccordo è
impossibile a meno di errori. Sant'Agostino confuta l'interpretazione letterale
della Bibbia ne La Genesi alla lettera
H. ALLEN ORR insegna Biologia presso l'Università di Rochester. Scienziato
e saggista, collabora con The New York Review of Books, The New Yorker, Commentary
e The Boston Review. È autore, insieme con Jerry A. Coyne, di Speciation (Sinauer,
2004).
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