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Passaggio in Cina
AMARTYA SEN

I legami culturali tra Cina e India, protrattisi per oltre duemila anni, hanno avuto effetti di vasta portata sulla storia di entrambi i paesi, ma è raro che vengano ricordati oggigiorno. La poca attenzione loro riservata proviene tendenzialmente da storici della religione, in particolare del buddismo, che nel I secolo cominciò a diffondersi dall'India alla Cina, dove si affermò saldamente fino a essere in gran parte scalzato, circa un migliaio di anni più tardi, da confucianesimo e taoismo. E tuttavia, la religione costituisce solo un capitolo della ben più ampia storia dei rapporti nel primo millennio dell'era volgare. Rapporti che sarebbe quanto mai auspicabile indagare non solo per consentirci di apprezzare con maggior cognizione di causa la storia di un terzo della popolazione mondiale, ma anche per la forte incidenza di quei legami sulle questioni politiche e sociali di oggi.

Sulla centralità della religione quale fonte di contatto tra Cina e India, e sull'importanza del buddismo nella circolazione di persone e di idee che si venne a creare fra i due paesi, non vi sono naturalmente dubbi. Ma lungi dal limitarsi alla religione, l'influenza del buddismo si estese agli ambiti laici di scienza, matematica, letteratura, linguistica, architettura, medicina e musica. Da minuziosi resoconti di vari visitatori cinesi dell'India, come Faxian nel V secolo e Yi Jing nel VII,1 apprendiamo che i loro interessi erano tutt'altro che limitati a teoria e pratica religiosa. Analogamente, tra gli eruditi indiani recatisi in Cina, specie tra il VII e l'VIII secolo, si annoveravano non solo esperti di religione, ma anche professionisti di altro genere, come astronomi e matematici. E proprio uno scienziato indiano, di nome Gautama Siddhartha, andò a presiedere nell'VIII secolo il Comitato astronomico della Cina.

Ricchezza e varietà degli antichi rapporti culturali tra Cina e India sono state a lungo ignorate. Un disinteresse consolidato dall'attuale tendenza a classificare la popolazione mondiale in "civiltà" distinte secondo un criterio prevalentemente religioso (si pensi, a esempio alla divisione del mondo in civiltà "occidentale", "islamica" e "induista" proposta da Samuel Huntington). Di qui, la diffusa attitudine a inquadrare i popoli prevalentemente secondo la fede religiosa, per quanto si perdano di vista, in tal modo, molte cose importanti. I limiti di un tale approccio hanno già fatto danni notevoli alla nostra conoscenza di altri aspetti della storia mondiale delle idee. In linea generale, si propende a considerare la storia musulmana sostanzialmente come storia islamica, ignorando la fioritura di scienza, matematica e letteratura resa possibile dagli intellettuali musulmani, in particolare tra l'VIII e il XIII secolo. Una delle conseguenze di questa angusta enfasi sulla religione è che l'odierno attivismo protestatario arabo è incoraggiato ad agitare unicamente la bandiera della purezza dell'Islam piuttosto che quella della diversità e della ricchezza della storia araba. Né sono infrequenti i tentativi di ridurre la civiltà indiana a una "civiltà induista" – per citare un sintagma caro tanto a teorici come Huntington che agli attivisti politici induisti.

Vi è poi una strana e distraente differenza nella maniera di guardare alle idee e alla cultura, a seconda che siano occidentali o non-occidentali. Nell'interpretazione di queste ultime, molti commentatori tendono a conferire alla religione un'importanza eccessiva e a trascurarne gli interessi laici. Sono in pochi a ritenere, mettiamo, che l'opera scientifica di Isaac Newton vada letta attraverso la lente del cristianesimo (per quanto egli fosse di fede cristiana); né si suppone, generalmente, che il suo contributo alla conoscenza scientifica debba essere in qualche modo interpretato alla luce dei suoi profondi interessi in campo mistico (a dispetto dell'importanza che tali speculazioni rivestivano per lui, forse alla base di alcune delle sue ricerche scientifiche). Ma se si tratta di culture non-occidentali, il riduzionismo religioso si rivela una tentazione irresistibile. Gli studiosi ritengono il più delle volte che l'opera intellettuale, per quanto di vasta concezione, di eruditi buddisti o di seguaci del tantrismo possa essere "interpretata correttamente" solo sotto la luce particolare della fede e delle usanze religiose.

 

2.

 

Di fatto, i rapporti tra Cina e India iniziarono con il commercio, non con il buddismo. Circa duemila anni fa, le abitudini di consumo indiane, in particolare tra le fasce abbienti della popolazione, furono radicalmente influenzate dalle innovazioni provenienti dalla Cina. Un trattato di economia e politica del grande studioso sanscrito Kautilya, scritto originariamente nel IV secolo a.C. ma ritoccato alcuni secoli più tardi, accorda un posto di riguardo, tra gli «articoli preziosi» e gli «oggetti di valore», alla «seta proveniente dalla terra di Cina». L'antico poema epico Mahabharata contiene riferimenti a tessuti serici cinesi (cinamsuka) offerti in dono, e accenni analoghi troviamo nelle antiche Leggi di Manu.

La natura esotica dei prodotti cinesi veniva colta in numerose opere letterarie sanscrite durante la prima metà del primo millennio dell'era volgare, come nel dramma del V secolo Sakuntala, opera di Kalidasa, forse massimo poeta e drammaturgo della letteratura sanscrita classica. Scorgendo durante una battuta di caccia la stupenda eremita Sakuntala, il re Dusyanta, estasiato dalla sua bellezza, illustra la propria passione paragonandosi all'agitarsi di una bandiera serica: «Il mio corpo va avanti,/ ma la mia mente si ritrae riluttante/ come seta cinese di uno stendardo/ agitato dal vento». Nel dramma Harsacarita, scritto da Bana nel VII secolo, la radiosa Rajyasri si presenta al suo matrimonio deliziosamente adorna di elegante seta cinese. Nello stesso periodo, la letteratura sanscrita abbonda di riferimenti ad altri prodotti cinesi affermatisi in India, tra cui la canfora (cinaka), il cinabro (cinapista), il cuoio di alta qualità (cinasi), e il frutto delizioso della pera (cinarajaputra) e della pesca (cinani).

Se duemila anni fa la Cina arricchiva il mondo materiale dell'India, quest'ultima aveva cominciato a esportare il buddismo in terra cinese perlomeno dal I secolo a.C., quando due monaci indiani, Dharmaraksa e Kasyapa Matanga, si recarono in Cina su invito dell'imperatore Mingdi, della dinastia Han. Da allora, e fino a tutto l'XI secolo, eruditi e monaci indiani affluirono sempre più numerosi in Cina. Centinaia di studiosi tradussero in cinese, con rapidità straordinaria, migliaia di documenti sanscriti, testi buddisti per la maggior parte. Questo alacre lavoro di versione si arrestò nell'XI secolo, ma ancora tra il 982 e il 1011 venivano tradotte più di duecento opere sanscrite.

Il primo erudito cinese a redigere una minuziosa cronaca del suo viaggio in India fu Faxian, dotto buddista partito dalla Cina occidentale in cerca di testi sanscriti da diffondere nella propria lingua. Dopo un difficile viaggio lungo la via settentrionale di Khotan (dalla forte presenza buddista), giunse in India nel 401. Dieci anni dopo, faceva ritorno in patria via mare, partendo dalla foce del Gange (non lontano dall'odierna Calcutta), passando per lo Sri Lanka buddista e per l'induista Giava. Faxian percorse l'India in lungo e in largo raccogliendo documenti che in seguito tradusse in cinese. I suoi Annali dei regni buddisti sono un illuminante resoconto di viaggio su India e Sri Lanka. Gli anni trascorsi a Pataliputra (o Patna) furono dedicati allo studio di lingua e letteratura sanscrita oltre che dei testi religiosi, ma, come si vedrà, i suoi interessi vertevano anche sugli ultimi ritrovati terapeutici indiani.

Il più illustre visitatore cinese dell'India fu Xuanzang, che vi giunse nel VII secolo. Straordinaria figura di studioso, raccolse gran quantità di testi sanscriti (traducendone parecchi dopo il suo ritorno in Cina), viaggiando da un capo all'altro dell'India per sedici anni, di cui alcuni trascorsi presso il famoso istituto di educazione superiore di Nalanda, non lontano da Patna. Qui, oltre al buddismo, Xuanzang studiò medicina, filosofia, logica, matematica, astronomia e grammatica. Al suo ritorno in Cina, fu accolto dall'imperatore con grandi onori.2 A Nalanda studiò anche Yi Jing, il quale, venuto in India poco dopo il viaggio di Xuanzang, abbinò a lavori sul buddismo studi di medicina e di sanità pubblica.

 

3.

 

Tra i testi tradotti da Yi Jing figuravano opere di adepti delle dottrine tantriche, le cui tradizioni esoteriche davano grande rilievo alla meditazione. Il tantrismo divenne assai diffuso in Cina tra il VII e l'VIII secolo e, in ragione del notevole interesse dei suoi iniziati per la matematica (forse connesso, perlomeno in un primo tempo, con l'ossessione tantrica per i numeri), grande fu l'influenza del tantrismo sulla stessa matematica cinese.

Osserva Joseph Needham che il monaco cinese Yi Xing (672-717) fu «il più importante tantrista», nonché «massimo astronomo e matematico della sua epoca» .3 Questi, che parlava correntemente il sanscrito e aveva un'ottima conoscenza della letteratura matematica indiana, era anche un monaco buddista, ma sarebbe un errore presupporre nei suoi studi scientifici una valenza specificamente religiosa. Matematico e al tempo stesso seguace del tantrismo, Yi Xing si occupò di vari problemi di analisi e di calcolo, molti dei quali nulla avevano a che vedere coi Tantra. Affrontò problemi classici della disciplina come calcolare il numero totale delle posizioni possibili negli scacchi. Particolarmente interessato a questioni di calendaristica, su ordine dell'imperatore mise a punto un nuovo calendario per la Cina.

Sempre di calendaristica si occupavano in particolare gli astronomi indiani residenti in Cina nell'VIII secolo, i quali fecero ricorso, nei propri studi, agli sviluppi della trigonometria già emersi in India (ben più avanzati degli originari fondamenti greci della trigonometria indiana). Nello stesso periodo, astronomia e matematica indiane – trigonometria compresa – esercitavano un profondo influsso sulle scienze del mondo arabo attraverso la traduzione di autori quali Aryabhata, Varahamihira e Brahmagupta.4

Gli archivi cinesi attestano che in questo periodo svariati astronomi e matematici indiani occuparono posizioni elevate all'interno del Dipartimento per l'astronomia della capitale cinese. Uno di essi, Gautama, oltre a diventare presidente del Comitato astronomico della Cina, fu anche autore di un classico della letteratura scientifica cinese dell'VIII secolo, il grande compendio di astronomia Kaiyvan Zhanjing. Adattò alla pubblicazione numerose opere di astronomia indiane, tra cui il Jiuzhi li, che si rifaceva a un particolare calendario planetario indiano ed era chiaramente basata su un testo classico della letteratura sanscrita, opera del matematico Varahamihira, che l'aveva redatta verso il 550. Si trattava in sostanza di un manuale di calcolo algoritmico con cui computare, a esempio, la durata delle eclissi sulla base del diametro della luna e di altri parametri attinenti. Le tecniche utilizzate attingevano a metodi istituiti alla fine del V secolo da Aryabhata, e in seguito perfezionati dai suoi discepoli in India, tra cui Varahamihira e Brahmagupta.

Yang Jingfeng, astronomo cinese dell'VIII secolo, cosí descriveva le mescidate origini dell'astronomia ufficiale del suo paese: «Coloro che desiderano conoscere le posizioni dei cinque pianeti adottano metodi calendaristici indiani … Abbiamo dunque i tre clan di esperti indiani del calendario, Chiayeh (Kasyapa), Chuüthan (Gautama) e Chümolo (Kumära), tutti impiegati presso l'Ufficio Astronomico. Ma oggi si usano soprattutto i metodi calendaristici del maestro Chuüthan, insieme alla sua "Grande Arte", nelle ricerche condotte per il governo».5 Senza i contatti stretti grazie alla religione buddista, astronomi indiani come Gautama, Kasyapa o Kumara non sarebbero mai andati in Cina, ma difficilmente le loro opere possono essere ritenute in misura precipua contributi al buddismo.

 

4.

 

Gli studi di antropologia culturale e di storia delle civiltà danno grande spazio all'analisi del presunto insularismo della Cina e della sua diffidenza verso ogni idea allogena, opinione di recente invocata anche a dar conto delle resistenze cinesi verso un sistema politico democratico. Tali semplicistiche interpretazioni, tuttavia, non sono in grado di spiegare come mai, mentre la sua classe dirigente continuava a opporsi strenuamente alla democrazia, la Cina abbia prontamente abbracciato l'economia di mercato, in patria e all'estero, dopo le riforme economiche del 1979. Ma è anche vero che la Cina non è stata, in realtà, quell'isola intellettuale dipinta da molti.

Particolare importanza rivestono, in merito, i suoi rapporti con l'India, di fatto unico paese del mondo esterno in cui si recassero anticamente gli eruditi cinesi per motivi di studio e di perfezionamento. Abbiamo notizia certa di oltre duecento illustri studiosi cinesi che trascorsero lunghi periodi in India nella seconda metà del primo millennio. Stimolo principale era lo studio del sanscrito e della letteratura buddista, ma i loro interessi vertevano anche su molto altro. Influenze indiane sono evidenti nell'impiego di termini e concetti fondamentali, come ch'an o zen (dal sanscrito dhyana, "meditazione") o nelle trame narrative di alcune opere musicali (a esempio La celeste fanciulla che spargeva fiori).6 Gli stessi princípi architettonici di templi e ponti, come rilevato dallo studioso americano John Kieschnick, dovevano molto all'influsso di idee giunte dall'India attraverso il buddismo.7

Il movimento di idee tra Cina e India era ovviamente reciproco. Joseph Needham, che ha cercato di allestire un elenco di concetti matematici irradiatisi dalla Cina, in particolare verso l'India, sosteneva che il flusso di cultura fu decisamente più intenso in questa direzione che non in quella inversa: «l'India fu la più ricettiva delle due culture».8 In assenza di prove dirette dell'itinerario seguito da un dato concetto, Needham partiva dal presupposto che un'idea nascesse nel paese in cui fossero state rinvenute le più antiche vestigia del suo impiego. Procedura vigorosamente contestata da altri storici della scienza e della matematica, come Jean-Claude Martzloff.9 È abbastanza evidente, infatti, che più antiche attestazioni di impiego avessero decisamente maggiori probabilità di andare perdute in India che non in Cina.10 Ciò che conta è che gran messe di idee matematiche, scientifiche e attinenti ad altre materie non religiose, fluí in entrambe le direzioni.

 

5.

 

Il movimento di idee e tecniche in ambito matematico e scientifico riveste importanza centrale anche nel mondo commerciale di oggi, vuoi per lo sviluppo delle tecnologie d'informazione vuoi nelle moderne metodologie industriali. Ciò che può risultare meno chiaro, se mai, è come le nazioni apprendano l'una dall'altra ad ampliare la portata della comunicazione pubblica e a migliorare l'assistenza sanitaria. Entrambe le cose, di fatto, costituivano aspetti rilevanti dei rapporti culturali tra Cina e India nel primo millennio, e rimangono a tutt'oggi fondamentali.

Il buddismo fece i suoi esordi con due caratteristiche peculiari francamente insolite per una religione: l'agnosticismo e l'adesione al principio del dibattito aperto sulle questioni di interesse generale. Tra le prime pubbliche assemblee di cui si abbia notizia, specificamente intese alla composizione di controversie (in materia di credenze religiose ma non solo), furono i "consigli" buddisti dell'India, adunanze minuziosamente organizzate in cui ciascuno poteva esprimere il proprio punto di vista in un pubblico dibattito. La prima di queste grandi assemblee fu tenuta a Rajagriha poco dopo la morte di Gautama Buddha, 2500 anni or sono. L'adunanza più vasta, la terza, fu organizzata nella capitale di Patna sotto il patrocinio dell'imperatore Ashoka nel III secolo a.C. Ashoka promosse anche la codifica e la messa in circolazione di uno dei più antichi regolamenti di pubblico dibattito – sorta di antesignano del Robert's Rules of Order. Vi si richiedeva, a esempio, «moderazione nelle parole, sí da evitare esaltazioni del proprio culto e denigrazione di quelli altrui, a prescindere dalla maggiore o minore fondatezza delle motivazioni». Imponeva inoltre di «parlare sempre degli altri culti con il rispetto dovuto», anche se oggetto di critica.

Se è giusto indicare nel ponderato dibattito pubblico un fondamentale presupposto democratico (come hanno sostenuto, tra gli altri, John Stuart Mill, John Rawls e Jürgen Habermas), è lecito far risalire in parte le origini della democrazia a quella tradizione promossa dal grande rilievo che il buddismo, sia in India che in Cina (ma anche in Giappone, Corea e altrove), accordava alla dimensione del dialogo. È significativo, inoltre, che la quasi totalità dei più antichi esperimenti di stampa in Cina, Corea e Giappone venisse intrapresa dai buddisti.11 Il primo libro a stampa in assoluto (o per meglio dire il primo a essere effettivamente datato) è la traduzione cinese di un testo sanscrito, il cosiddetto Sutra Diamante, stampato in Cina nell'868. Pur trattandosi di un documento di carattere pressoché interamente religioso, l'ambiziosa dedica in limine a questo padre di tutti gli incunaboli, «per la libera distribuzione universale», annuncia una volontà di educazione pubblica.

«Una delle ragioni dell'importanza del libro nella tradizione buddista cinese», ha osservato John Kieschnick, «era l'idea del carattere meritorio dell'atto di copiare o stampare scritture buddiste». «Le origini di questo principio», prosegue, «possono essere fatte risalire all'India».12 L'opinione di Kieschnick non è priva di fondamento: e si dà sicuramente un nesso, a riguardo, con l'importanza della comunicazione collettiva riconosciuta da governanti buddisti come Ashoka, il quale fece erigere da un capo all'altro dell'India grandi lapidi con su incisi i princípi di una buona condotta civica (comprese le regole per una corretta argomentazione).

Lo sviluppo della stampa ebbe ovviamente un effetto determinante sullo sviluppo della democrazia ma, anche a breve termine, creò nuove possibilità di comunicazione e sortí conseguenze fondamentali sulla vita sociale e politica della Cina. Non mancò, tra l'altro, di influenzare il sistema educativo neoconfuciano: «l'educazione femminile», osserva Theodore de Bary, «assunse nuova importanza con la fioritura culturale [durante la dinastia Song] e il suo prolungamento neoconfuciano sotto i Ming, segnato dall'ampia diffusione della stampa, dell'alfabetizzazione e dell'istruzione scolastica».13

 

6.

 

Rilevanti e misconosciuti al tempo stesso sono i collegamenti tra India e Cina in campo di sanità pubblica. Dopo il suo arrivo in India nel 401, Faxian si interessò molto alle modalità di assistenza sanitaria dell'epoca, restando particolarmente impressionato dalle strutture ospedaliere pubbliche della Patna del V secolo: «Tutti i poveri e gli indigenti del paese … e le persone malate si recano in queste case, dove ricevono ogni tipo di assistenza e i medici esaminano i loro disturbi. Vengono loro somministrati i cibi e i medicamenti che la loro condizione richiede, e messi a loro agio; quando stanno meglio, sono liberi di andarsene».14

A prescindere dalla descrizione probabilmente troppo accattivante di queste cliniche, colpisce il fatto che Faxian indicasse come modello da seguire le strutture sanitarie del paese in cui viaggiò per un decennio.

Due secoli e mezzo più tardi, il medesimo interesse nutriva anche Yi Jing, il quale dedicò all'argomento tre capitoli del suo libro sull'India. Più che alla scienza medica, per altro, la sua ammirazione andava al sistema sanitario indiano. Pur riconoscendo la validità di alcuni trattamenti terapeutici indiani, volti perlopiù a lenire dolore e disagio («burro liquefatto, olio, miele e sciroppi danno sollievo dal freddo», per fare un esempio), proclamava in conclusione che «nell'arte terapeutica dell'agopuntura e del cauterio, e nell'arte di tastare il polso, il primato della Cina non è mai stato battuto [dall'India]; e solo in Cina si trova l'arte medica per prolungare la vita». Viceversa, proseguiva, l'India aveva molto da insegnare sul piano dell'assistenza sanitaria: «Come gli indiani, che usano tela bianca di pregio per filtrare l'acqua, anche noi in Cina dovremmo ricorrere per questo alla seta»; e ancora: «in Cina la gente mangia pesce e verdure quasi sempre crudi; in India non lo fa nessuno». Pur facendo ritorno in patria orgoglioso della sua terra natia («c'è mai qualcuno, nelle cinque parti dell'India, che non ammiri la Cina?», chiedeva con compiaciuta domanda retorica), Yi Jing si faceva pur sempre un dovere di valutare ciò che la Cina potesse apprendere dall'India.

 

7.

 

L'assistenza sanitaria è ambito in cui un paese può far da modello a un altro, e l'India di oggi ha sicuramente molto da imparare dalla Cina. Da parecchi decenni, quest'ultima vanta un'aspettativa di vita più alta dell'India. Ma più interessante è la storia dei miglioramenti ottenuti in questo campo nei due paesi. Dopo la rivoluzione maoista, la Cina intraprese immediatamente un vasto programma di assistenza sanitaria; nulla di paragonabile poteva vantare l'India all'epoca. Nel 1979, anno in cui furono introdotte le prime riforme economiche di Deng Xiaoping, la vita media dei cinesi era di ben quattordici anni più lunga di quella degli indiani.

Dopo le riforme del '79, l'economia cinese fece un balzo in avanti, sopravanzando nettamente lo sviluppo indiano. Ma a dispetto di una crescita economica molto più lenta, dal 1979 l'India ha conosciuto un miglioramento dell'aspettativa di vita tre volte più rapido rispetto alla Cina. Oggi i cinesi vivono in media settantun'anni, gli indiani sessantaquattro. Il divario in favore della Cina, di quattrodici anni nel 1979 (all'epoca delle riforme), è oggi dimezzato.

Anzi, l'aspettativa di vita dei cinesi è di fatto più bassa rispetto ad alcune aree dell'India, in particolare lo stato del Kerala, che, coi suoi trenta milioni di abitanti, sopravanza molti altri paesi. Il Kerala ha saputo abbinare con particolare successo una democrazia multipartitica di stile indiano (compresi pubblici dibattiti e ampia partecipazione della cittadinanza alla vita pubblica) con i miglioramenti in campo sanitario attraverso iniziative statali simili a quelle intraprese dalla Cina dopo la rivoluzione.15 I vantaggi di un tale abbinamento si rivelano non solo nell'ambito dell'aspettativa di vita ma anche in molti altri campi. A esempio, se il rapporto tra donne e uomini nella popolazione complessiva della Cina è solo di 0,94 e la media generale dell'India è di 0,93, nel Kerala il quoziente è di 1,06, esattamente lo stesso del Nord America e dell'Europa Occidentale – un aumento che riflette le maggiori aspettative di vita delle donne ove queste non siano sottoposte a un trattamento iniquo.16 Decisamente più rapido rispetto alla Cina, malgrado i programmi coercitivi di controllo delle nascite qui varati, è anche l'abbassamento del tasso di natalità del Kerala.17

All'epoca delle riforme cinesi del 1979, l'aspettativa di vita del Kerala era leggermente inferiore a quella della Cina. Tuttavia, tra il 1995 e il 2000 (per l'India ultimo riferimento cronologico su cui si abbiano dati sicuri) l'aspettativa di vita in Kerala, settantaquattro anni, era decisamente più elevata rispetto ai settantuno dell'ultimo rilevamento ufficiale cinese, nel 2000.18

In Cina, inoltre, dopo le riforme economiche del 1979 il tasso di mortalità infantile è calato assai più lentamente rispetto al Kerala. Se nel '79 il quoziente di mortalità infantile era praticamente il medesimo (trentasette per mille), oggi il Kerala si attesta sul dieci per mille di contro al trenta della Cina (quota rimasta pressoché invariata durante l'ultimo decennio).

Due fattori, entrambi attinenti alla questione democratica, contribuiscono a spiegare le difficoltà della Cina nel progredire sulla strada della longevità, malgrado gli effetti positivi del suo vertiginoso sviluppo economico. In primo luogo, le riforme del '79 hanno eliminato quasi completamente l'assicurazione gratuita contro le malattie, e la maggior parte della gente si è dovuta pagare una mutua privata (quando non venga passata dal datore di lavoro, il che avviene solo in rari casi). L'abolizione di un servizio pubblico di tale importanza incontrò scarsa opposizione politica – come invece sarebbe sicuramente avvenuto in una democrazia multipartitica.

Secondo, democrazia e libertà politica non sono solo importanti di per sé, ma contribuiscono direttamente al livello di vita di un paese (sanità compresa) sottoponendo al vaglio della collettività le falle della sua politica sociale.19 L'India offre strutture ospedaliere di alto livello per le fasce relativamente abbienti, tra cui stranieri che vi si recano appositamente, ma i suoi servizi sanitari di base, come sappiamo dalle durissime critiche loro rivolte sulla stampa indiana, sono di livello modestissimo. Le critiche, in compenso, danno anche l'opportunità di rimediare. Di fatto, l'insistita denuncia a mezzo stampa delle gravi deficienze delle strutture sanitarie dell'India e le conseguenti iniziative per migliorarle sono state all'origine di un rinvigorimento che trova riflesso nella drastica riduzione del divario con l'aspettativa di vita della Cina, nonché nei conseguimenti procacciati, nello stato del Kerala, dall'abbinamento di partecipazione democratica e intenso impegno sociale. Il nesso tra comunicazione pubblica e sanità è ravvisabile anche nelle terribili conseguenze della segretezza in cui fu tenuta, in Cina, l'epidemia di SARS, iniziata nel novembre del 2002 ma di cui nulla trapelò fino alla primavera seguente.20

 

Pertanto, se su politica economica e anche su assistenza medica l'India ha molto da imparare dalla Cina, l'esperienza indiana di comunicazione pubblica e di vita democratica potrebbe costituire un aspetto istruttivo per i cinesi. Val la pena ricordare che nella prima travagliata fase di diffusione del buddismo in Cina, la tradizione di irriverenza e di sfida verso l'autorità che esso portava con sé fu oggetto di critiche particolarmente violente.

Contro i buddisti, Fu-yi, importante capo confuciano del VII secolo, sottoponeva all'imperatore Tang una lagnanza che ricorda per certi aspetti i recenti attacchi sferrati contro il Falun Gong: «Il buddismo si infiltrò in Cina dall'Asia centrale in strana e barbara forma e, in quanto tale, era allora meno pericoloso. Ma dopo l'epoca Han si è cominciato a tradurre i testi indiani in cinese. La loro diffusione ha intaccato la fede dei príncipi e la devozione filiale ha iniziato a degenerare. La gente ha cominciato a radersi la testa e a non voler più chinare il capo davanti ai príncipi e ai loro antenati».21

Fu-yi proponeva non solo la messa al bando della predicazione buddista, ma una nuova maniera di affrontare il problema delle «decine di migliaia» di attivisti che imperversavano in Cina. «Il mio consiglio è quello di farli sposare», suggeriva Fu-yi all'imperatore Tang, «e poi educare i loro figli nel vostro esercito». Ma l'imperatore, apprendiamo, non accolse la proposta.

La Cina è riuscita a diventare uno dei capofila dell'economia mondiale, e da un'impresa cosí straordinaria l'India – al pari di molti altri paesi – ha imparato molte cose, specie negli ultimi anni. Ma i conseguimenti della partecipazione democratica indiana, nello stato del Kerala e non solo, indicano che la Cina può a sua volta trovare più di un motivo di ispirazione in India. In verità, la storia dei tentativi della Cina di superare il proprio insularismo – specie nella seconda metà del primo millennio – continua a presentare grande interesse e utilità pratica per il mondo di oggi.22

 

(Traduzione di Alessio Catania)

 

1 . Per la compitazione dei nomi cinesi, ricorro all'ormai affermato sistema "pinyin", per quanto la letteratura citata impieghi talora altri criteri. Tra le numerose varianti, Faxian è noto anche come Fa-Hsien e Fa-hien; Xuanzang come Hiuan-tsang e Yuang Chwang; Yi Jing come I-tsing e I-Ching.

2 . Dei viaggi di Xuanzang e dell'importanza che rivestono a tutt'oggi si sono occupati di recente due illuminanti volumi: R. Bernstein, Ultimate Journey: Retracing the Path of Ancient Buddhist Monk Who Crossed Asia in Search of Enlightenment, New York, Knopf, 2001; e S. Shuyun, Ten Thousand Miles Without a Cloud, Londra, HarperCollins, 2003.

3 . J. Needham, Scienza e civiltà in Cina, Torino, Einaudi, 1981 (ed. orig. 1956), vol 2, p. 510.

4 . Un interessante esempio della trasmissione di concetti e idee matematiche è ravvisabile nell'origine del termine trigonometrico "seno". Nel suo trattato di matematica, redatto in sanscrito e completato nel 499, Aryabhata indica il concetto col termine di jya-ardha (letteralmente "mezza corda"), in seguito abbreviato in jya. Nell'VIII secolo i matematici arabi traslitterarono il lemma sanscrito jya nel suono affine jiba, mutato più tardi in jaib, parola araba (ma con le stesse consonanti di jiba) che significa "baia", "insenatura". Questa parola traduceva in seguito Gherardo da Cremona (circa 1150) nel suo equivalente latino di sinus, da cui il lemma moderno di "seno". Vedi H. Eves, An Introduction to the History of Mathematics, Philadelphia, Saunders, 19906, p. 237. Il termine jya di Aryabhata fu tradotto in cinese come ming, trovando applicazione in tabelle come lo yue jianliang ming, letteralmente "seno di intervalli lunari". Cfr. J.-C. Martzloff, A History of Chinese Mathematics, Berlino, Springer, 1997 (ed. orig. 1988), p. 100.

5 . Vedi J. Needham, op. cit., vol. 3, t. 1, p. 251; vedi anche pp. 16 e 47. Per un panorama dei sistemi calendaristici indiani, si veda il mio "India Through Its Calendars", The Little Magazine, n. 1 (Delhi, 2000).

6 . Il termine "Mandarino" – dal sanscrito mantri, ovvero "consigliere particolare" (e pradhan mantri, o consigliere principale, viene chiamato ancora oggi il primo ministro indiano) – fece il suo arrivo molto più tardi, via Malaya.

7 . J. Kieschnick, The Impact of Buddhism on Chinese Material Culture, Princeton, Princeton University Press, 2003.

8 . J. Needham, op. cit., vol. 3, t. 1, p. 186.

9 . J.-C. Martzloff, op. cit., p. 90.

10 . Al di là di altre considerazioni, J. Kieschnick sottolinea la «deteriorabilità delle foglie di palma e della corteccia di betulla», su cui «si iscrivevano di norma i testi nella antica India» (Id., op. cit., p. 166).

11 . Esperimenti di stampa, a quanto risulta, furono realizzati anticamente anche dai buddisti indiani. Yi Jing, l'erudito cinese che visitò l'India nel VII secolo, si sarebbe imbattuto in immagini buddiste a stampa su seta e su carta – probabilmente manufatti alquanto primitivi. Poco prima, Xuanzang avrebbe riportato con sé dall'India immagini a stampa di un sapiente indiano (Bhadra).

12 . J. Kieschnick, op. cit., p. 164.

13 . Wm.Th. de Bary, "Neo-Confucian Education", in Wm.Th. de Bary e I. Bloom (a cura di), Sources of Chinese Tradition, New York, Columbia University Press, 19992, vol. 1, p. 820.

14 . J. Legge (a cura di), The Travels of Fa-Hien or Record of Buddhist Kingdoms, Patna, Eastern Book House, 1993, p. 79.

15 . Risultati inferiori, per altro, sono stati ottenuti in campo economico, dove il prodotto interno lordo non ha ottenuto gli aumenti sperati. La crescita del PIL del Kerala si attesta sulla media indiana, ed è inferiore a quella di vari stati indiani maggiormente orientati verso lo sviluppo. Anche se, stando alle stime della Banca Mondiale, oltre ai conseguimenti in ambito educativo e di assistenza sanitaria, il Kerala vanta uno dei tassi di riduzione della povertà più rapidi del paese, pure ha ancora molto da imparare dalla Cina quanto a modalità di incrementare la crescita economica. Su tali raffronti e sui fattori causali che ne sono alla base, cfr. A. Sen e J. Dreze, India: Development and Participation, New York, Oxford University Press, 2002, parte 3.8, pp. 97-101.

16 . Sui fattori causali alla base del cosiddetto fenomeno delle "donne mancanti", si vedano i miei articoli: "More Than 100 Million Women Are Missing", The New York Review of Books, 20 dicembre 1990; "Missing Women", British Medical Journal, vol. 304 (7 marzo 1992); e "Missing Women Revisited", British Medical Journal, vol. 327 (6 dicembre 2003). Gli articoli analizzano anche la lezione economica, politica e sociale impartita dall'esperienza del Kerala, tra cui la portata di una politica radicale ma democratica, e il ruolo dell'educazione femminile e degli effetti della presenza femminile sulla vita pubblica.

17 . A riguardo si vedano i miei "Population: Delusion and Reality", The New York Review of Books, 22 settembre 1994, e "Fertility and Coercion", University of Chicago Law Review, vol. 63 (estate 1996).

18 . Vedi National Bureau of Statistics of China, China Statistical Yearbook 2003, Pechino, China Statistics Press, 2003, tabella 4-17, p. 118. Le grandi metropoli della Cina, Shanghai e Pechino in particolare, superano il Kerala, ma nella maggior parte delle province del paese l'aspettativa di vita è decisamente più bassa rispetto allo stato indiano.

19 . Il nesso trova altresí applicazione nell'assenza di grandi carestie negli stati democratici, per quanto poveri. A riguardo, si vedano i miei "How is India Doing?", The New York Review of Books, 16 dicembre 1982, e, con Jean Drèze, Hunger and Public Action, Oxford, Clarendon Press, 1989. Le grandi carestie, che continuarono a imperversare fino all'ultimo nell'India britannica (si pensi a quella bengalese del 1943, a soli quattro anni dall'indipendenza), scomparvero di colpo con l'avvento della democrazia multipartitica. Viceversa, la più grave carestia storicamente attestata in Cina si verificò tra il 1958 il 1961, quando si valuta che morirono circa trenta milioni di persone.

20 . È possibile che a rallentare l'incremento dell'aspettativa di vita in Cina abbia contribuito la recente impennata dell'ineguaglianza sociale. In effetti, anche l'India ha registrato un certo aumento dell'ineguaglianza economica, ma non altrettanto forte. Val la pena notare, tuttavia, che proprio l'inasprirsi delle disparità sociali sarebbe stato responsabile in misura determinante della sconfitta elettorale del governo di Nuova Dehli, lo scorso maggio. Altro apporto al rovescio elettorale ha dato poi la violazione dei diritti della minoranza musulmana nei disordini religiosi di Gujarat. (È ovviamente da ascrivere a merito di un sistema decisionale democratico che il voto di maggioranza sia sensibile alle condizioni in cui versano le minoranze.)

21 . P.C. Bagchi, India and China: A Thousand Years of Cultural Relations, Calcutta, Saraswat Library, edizione riveduta, 1981, p. 134.

22 . Un più ampio contributo su questi temi sarà pubblicato nella miscellanea The Argumentative Indian, New York, Penguin, 2005. Per gli utili suggerimenti ricevuti, mi sia permesso di ringraziare Patricia Mirrlees, J.K. Banthia, Homi Bhabba, Sugata Bose, Nathan Glazer, Geoffrey Lloyd, Roderick MacFarquhar, Emma Rothschild, Roel Sterckx, Sun Shuyun e Rosie Vaughan.


AMARTYA SEN premio Nobel per l'Economia, è Master del Trinity College di Cambridge. Tra le sue opere citiamo: Risorse valori e sviluppo (Laterza, 1992); Il tenore di vita (Marsilio, 1993); La diseguaglianza (Il Mulino, 1994); La ricchezza della ragione (Il Mulino, 2000); Lo sviluppo è libertà (Mondadori, 2000) e Globalizzazione e libertà (Mondadori, 2002).

 
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