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Ritorno all'antifascismo?
PAOLO PEZZINO

SERGIO LUZZATTO, La crisi dell'antifascismo, Torino, Einaudi, pp. 108, €7,00

Preso da sdegno, Sergio Luzzatto ha deciso che la misura era ormai colma e che i rozzi tentativi di revisione del paradigma antifascista, e della storia italiana dell'ultimo sessantennio, non potevano restare senza risposta. E nel suo libretto La crisi dell'antifascismo si è messo a demolire quello che ha definito il decalogo del «nuovo verbo, quello post-antifascista». Un decalogo che riassume in dieci punti: l'assoluto predominio del post-antifascismo, che confina definitivamente il fascismo alla dimensione di «post-erità»; il rifiuto di riconoscere alla parola "fascista" una qualsiasi rilevanza politica (e quindi la constatazione dell'inutilità dell'antifascismo); il tentativo di rivedere il calendario nazionale, se non proprio abolendo il 25 aprile, affiancandogli comunque altre festività in ricordo di eventi diversi (dalla caduta del muro di Berlino alla diaspora istriana); la proposizione dell'esigenza di una memoria unita che parifichi il vissuto degli italiani nelle drammatiche vicende della guerra civile del 1943-1945 e della ricostruzione democratica, in un abbraccio che azzera le identità contrapposte, occulta le differenze, e in ultima analisi parifica i valori per i quali combattevano gli uni e gli altri; la proposizione di un pacifismo a-storico che, in nome del rifiuto della violenza, mette sullo stesso piano partigiani e saloisti, in base alla considerazione che entrambe le parti accedevano alla violenza nei confronti degli avversari; il rifiuto di riconoscere nella guerra partigiana "la carta d'identità" del paese, con la constatazione che questa sarebbe viziata da un'ineliminabile «gerarchi[a] retrospettiv[a] di memoria» a favore di una delle due parti che si fronteggiarono in quella guerra civile; «la bancarotta identitaria» seguita alla crisi del comunismo, che ha trascinato con sé anche l'antifascismo, dietro la constatazione del peso che in quest'ultimo avevano avuto i comunisti italiani; l'esaltazione della "zona grigia", cioè della maggior parte degli italiani, che si sarebbero limitati ad assistere, senza parteciparvi, alla guerra civile combattuta dagli estremismi rossi e neri; la monumentalizzazione delle vittime civili dei massacri nazifascisti, che conterrebbe in sé una tendenza a parificare tutte le vittime – uccise dai fascisti o dai partigiani – e a sostituirle, nel ruolo di eroi del secolo, a chi scelse invece di combattere dalla parte giusta.

 

Luzzatto, che è fine storico, ha buon gioco nel far valere le ragioni dell'uomo di cultura davanti alle semplificazioni e falsificazioni che alimentano il dibattito pubblico sul fascismo e l'antifascismo, e sono molte le considerazioni del suo pamphlet che mi sento di condividere: in primis il rifiuto di una vera e propria ossessione, quella di un memoria "condivisa" come elemento indispensabile al funzionamento della nostra democrazia. Confesso di provare fastidio per i ripetuti richiami (che provengono da varie parti) a una visione della storia italiana contemporanea che elimini gli aspri contrasti che l'hanno caratterizzata, e unifichi tutti noi sulla base dell'ovvia constatazione che siamo "italiani". Si mettono insieme, senza soluzione di continuità, il Risorgimento e la Resistenza, Curtatone e Montanara, Vittorio Veneto, ed El-Alamein (con la motivazione che comunque vi hanno combattuto e vi sono morti degli italiani), Cefalonia, la resistenza dei soldati italiani l'8 settembre 1943 a Porta San Paolo e l'insurrezione dei partigiani il 25 aprile 1945.

Non solo una simile ricostruzione può essere proposta solo a costo di notevoli e inevitabili semplificazioni, ai limiti della distorsione dei dati storici, ma è anche operazione dalla dubbia utilità. Siamo cosí sicuri che la vita democratica abbia proprio bisogno di una comune visione del passato? Non è sbagliato, e al limite anche pericoloso, vagheggiare una sorta di unanimismo delle memorie? Le memorie sono sempre conflittuali in una società aperta, ed è un bene che sia cosí: sono proprio i regimi totalitari che impongono alla società una memoria unica del proprio passato, una visione condivisa, ma imposta dall'alto, della sua storia più o meno recente.

Del resto in ogni paese d'Europa, alla fine della guerra, ci si è trovati davanti a memorie divise: l'adesione al fascismo e al nazismo ha attraversato, in misura più o meno ampia, tutti gli stati Europei, e la seconda guerra mondiale può essere considerata, per l'Europa, una guerra civile che ha attraversato tutto il continente, a causa dell'intreccio fra i conflitti geopolitici tradizionali e lo scontro fra ideologie, modelli politici e di civiltà alternativi, che rendeva conflittuali appartenenze nazionali e ideologiche. Nello stesso tempo la guerra civile europea rinviava alla lotta fra collaborazionisti e resistenti nella seconda guerra mondiale, cioè a tante guerre civili interne ai singoli paesi coinvolti nel conflitto, contribuendo a segmentare le memorie nazionali dopo la fine delle ostilità. Ciò ha portato, nel secondo dopoguerra, all'elaborazione di politiche della memoria da parte degli stati, ognuna nutrita di rimozioni, oblii, parzialità.

Di più: il carattere democratico di uno stato non si basa certo sulla condivisione di una comune "memoria" da parte dei suoi cittadini. Luzzatto ha ragione nel sostenere che alla base dei miti fondativi delle varie identità nazionali c'è quasi sempre un forte conflitto, nel quale quell'identità si fonda in contrapposizione ad altre. Cosí nel 1943-1945 gli italiani combatterono contro altri italiani, in nome di due progetti alternativi di ordine internazionale, di visioni contrapposte di costituzione politica e di ordinamenti sociali ed economici. E se a tutti coloro che in quella guerra fratricida caddero va il nostro cordoglio, ciò non può spingere a cancellare le differenze fra le due parti in lotta, ad annullare le loro identità opposte, anche per un rispetto nei confronti di chi, proprio per affermare quelle identità, ha scelto di rischiare la vita.

Se i morti sono tutti eguali, nel senso che a ciascuno di essi va tributata umana compassione, non equivalenti sono le cause per le quali essi hanno combattuto. La pietas anche per chi perde è doverosa, e rappresenta il segno di un'autentica riconciliazione nazionale, manifesta l'attenuazione dei rancori e dei risentimenti, il riconoscimento delle tragedie umane anche nell'altra parte; ma altra cosa è la memoria pubblica in Italia, che non può che essere la memoria della vittoriosa lotta antifascista dalla quale sono nate la Repubblica e la nostra Costituzione.

 

La ricostruzione del passato attuata secondo quella che lo storico americano Charles Maier ha definito una «narrazione egemonica storica e politica»1 fonda (e non può che essere cosí) «il sistema di credenze comunitario», cioè il sistema di valori che rappresenta il fondamento della convivenza civile, oltre che delle istituzioni pubbliche. L'antifascismo è indubbiamente uno di questi valori, perché i diritti di cittadinanza in questo paese sono stati l'esito di una lotta combattuta contro un regime totalitario, in un processo tormentato, ma vitale, attraverso il quale il paese ha raggiunto un assetto definitivamente democratico. L'azzeramento della memoria storica, sostituita da un generico senso di appartenenza nazionale, che non sia in grado di valutare consapevolmente (e, ovviamente, anche con spirito critico) le origini e i fondamenti di uno stato, ha sempre avuto tragiche conseguenze nella storia dei popoli: proprio sulla manipolazione (che presuppone l'ignoranza) del passato si sono fondate e si fondano le avventure autoritarie, i rigurgiti di nazionalismo, le politiche dell'identità esclusiva, l'affermazione dell'intolleranza, la pericolosa illusione che libertà e democrazia siano acquisizioni definitive, e non processi che in continuazione vanno confermati e consolidati con l'impegno e la partecipazione alla vita pubblica dei cittadini.

Del resto nessuno ha impedito ai reduci della Repubblica Sociale o ai nostalgici della grandezza patria di celebrare le loro memorie. Ancora oggi i paracadutisti, che fino a prova contraria appartengono alle forze armate della Repubblica nata dalla Resistenza, celebrano ogni anno con enfasi e convinzione la battaglia di El-Alamein che, come opportunamente ricorda Luzzatto criticando analoga commemorazione fatta due anni fa dal nostro presidente della Repubblica, era il risultato di una «guerra d'aggressione» nella quale gli italiani e i loro alleati tedeschi stavano sicuramente dalla parte degli aggressori. Tant'è che noi oggi, come sinceri democratici, pur commemorandone i caduti, dobbiamo rallegrarci di essere stati sconfitti in quella battaglia, ricordando magari le parole di Benedetto Croce (che sembra perdere oggi, dopo sessant'anni, il confronto col suo rivale, il fascista Giovanni Gentile): «la presente guerra non è una guerra tra popoli ma una guerra civile, e più esattamente ancora, non è una semplice guerra di interessi politici ed economici, ma una guerra di religione; e per la nostra religione, che aveva il diritto di comandarci, ci rassegnammo al penoso distacco dalla brama di una vittoria italiana».2

Si tratta tuttavia, nel caso dei reduci di Salò e dei nostalgici della mancata vittoria italiana, di memorie di parte, di chi combatté allora dalla parte sbagliata (e magari senza colpa, come nel caso dei nostri soldati coscritti). A essi non viene richiesta nessuna abiura, purché non pretendano di sostituire le loro celebrazioni, che rientrano nella memoria privata o di gruppo, alla quale tutti hanno diritto, alla commemorazione ufficiale che la Repubblica celebra e rinnova ogni anno: la memoria di una guerra di liberazione dall'esercito della Germania nazista e di una guerra civile vittoriosa contro il fascismo.

 

Se è condivisibile l'enfasi di Luzzatto sulla necessità e opportunità che le memorie non vengano confuse (egli sottolinea come condividiamo la nostra storia, ma nessuno può imporre di condividere la memoria, in quella che efficacemente definisce una «"smemoratezza patteggiata", la comunione nella dimenticanza»), su altri punti il pamphlet mi lascia perplesso. Forse per eccesso di sdegno, Luzzatto usa la sciabola anche là dove sarebbe stato meglio duellare di fioretto: egli mette sullo stesso piano Renzo De Felice e Silvio Berlusconi, Giuliano Ferrara e Michele Salvati, Giampaolo Pansa e Marcello Pera, il "terzismo" di un Mieli e un Romano e la storiografia sulle stragi nazifasciste e sulle memorie divise: ciascuno di questi soggetti, o di queste tendenze storiografiche, è considerato responsabile, sia pure in diverso grado, di avere contribuito a sostituire il paradigma antifascista con la vulgata post-antifascista.

È una prospettiva semplificatrice, che non condivido. Prendiamo a esempio la storiografia sulle stragi, che per motivi professionali conosco bene. Luzzatto le riconosce il merito di avere spostato l'attenzione dai combattenti ai civili, ma sostiene che essa ha prodotto una «monumentalizzazione delle vittime» che può contribuire alla crisi dell'antifascismo: «dal libro d'oro dei caduti per la causa della Resistenza, all'anodino elenco di persone uccise, che sono parse tanto più degne di compianto quanto più anonime e inermi. Senonché, nel momento in cui la vittima civile viene riconosciuta come l'autentico eroe del ventesimo secolo, agnello sacrificale di mortifere ideologie l'una contro l'altra armata, a che pro distinguere fra vittime e vittime? … Nella prospettiva di una vittima, non c'è condanna a morte che trovi giustificazione al tribunale della storia».

Mi sembra una critica ingenerosa, almeno se riferita alla storiografia, il cui fine peraltro non è certo quello di individuare degli eroi: né tra i combattenti (ma, ahimè, quanta storiografia resistenziale ha fatto dei partigiani eroi fuori dal tempo e dalla storia, provocandone in tal modo il rifiuto soprattutto da parte dei giovani, la cui sensibilità nel captare le costruzioni retoriche è nota), né tra le vittime civili delle stragi. È indubbio che queste oggi abbiano un'attenzione rinnovata; ma si tratta di un'apertura della storiografia – dalla storia militare e politica della Resistenza a quella sociale del periodo 1943-1945 – che non si può che salutare con soddisfazione.3

Nei migliori di questi lavori, inoltre, i massacri sono stati ricollocati nel loro contesto storico, sottraendoli alla indifferenziata constatazione della "barbarie" umana. Sono state ricostruite cosí le strutture di potere e le culture che li resero possibili, cioè i caratteri distintivi del regime nazista e delle sue guerre, i comportamenti e le intenzioni dei vari protagonisti (tedeschi, fascisti, partigiani, popolazioni), l'evoluzione complessa della memoria dei sopravvissuti, e le modalità con le quali le memorie comunitarie sono state assunte, o espulse, dal paradigma antifascista dell'Italia repubblicana, ricordando che una strage può essere considerata quello che gli antropologi definiscono un action-set, sul quale tre sono i principali attori: le vittime, i massacratori e i partigiani.

 

Le memorie dei sopravvissuti sono assunte non tanto in sé, sostituendole alla "storia" dei massacri, quanto come una cartina di tornasole di importanti questioni storiografiche. Spostando l'attenzione dai combattenti alle popolazioni, si è cercato di verificare quanto l'etica della convinzione che alimentava la lotta partigiana potesse essere sostenuta da popolazioni che puntavano più che altro alla sopravvivenza, e di sottoporre ad analisi critica il tema del sostegno popolare alla resistenza armata. Altro problema da approfondire è quanto memorie divise, allargandosi nel secondo dopoguerra da comunità locali all'intero corpo della nazione, siano state una componente che ha pesato nei processi di ideazione, costruzione e modellamento della democrazia italiana, insomma un elemento storico, da ricostruire e interpretare al pari di altri, che ha contribuito a definire i limiti del funzionamento del sistema politico.

Si affronta, in altri termini, il tema del significato nazionale della Resistenza, della sua capacità o meno, cioè, di rappresentare, all'indomani della guerra, un elemento di riconoscimento per la maggior parte degli italiani, in grado di incarnare un ethos collettivo da questi condiviso.

E qui arrivo alla mia seconda osservazione: Luzzatto, a conclusione del volumetto, si chiede se l'Italia di oggi possa rinunciare all'antifascismo: «Per quel che vale, la mia risposta è no. Inoculato a carissimo prezzo, il vaccino antifascista riesce tuttora indispensabile alla salute del nostro corpo politico … Insomma, può ben darsi che l'antifascismo giaccia oggi sul letto di morte: malato terminale di ritualità, di credibilità, di senilità, e addirittura di eccentricità. Ma può essere che valga la pena di impegnarsi a mantenerlo in vita ancora un po' – almeno finché non si sia trovato di meglio – senza meritare con questo una denuncia per accanimento terapeutico. E forse il tentativo è tanto più opportuno, o addirittura necessario nel contesto della vita politica italiana, dove la morte dell'antifascismo rischia di significare non già una rinascita, ma l'agonia della democrazia».

L'appassionata scrittura di Luzzatto mi trova simpatetico sul piano della passione civile (anche io tengo all'antifascismo come fondamento storico del nostro vivere civile), perplesso sul piano del giudizio politico (ho qualche dubbio che senza antifascismo non si dia oggi democrazia nel nostro paese), scettico sul piano dell'analisi: un mito fondativo, se entra in crisi, non può essere tenuto in piedi da esortazioni e auspici, per quanto appassionati siano. Né si può attribuire tale crisi solo ai colpi che a quel paradigma sono stati portati dalla parte avversa – oggi maggioranza non solo nel governo, ma purtroppo anche nel paese. E forse noi storici, più che rimpiangere i valori del passato, ai quali magari siamo anche personalmente legati, dovremmo aiutare a capire perché questi siano entrati in crisi, e siano stati sostituiti da altri che non ci piacciono affatto.

 

1 . Ch. Maier, "Fare giustizia, fare storia: epurazioni politiche e narrative nazionali dopo il 1945 e il 1989", Passato e Presente, 34, gennaio-aprile 1995, p. 27.

2 . B. Croce, "La libertà italiana nella libertà del mondo", in Scritti vari, XI, Scritti e discorsi politici, I (1943-1947), Bari, Laterza, 1963, p. 51.

3 . Si vedano a tal proposito le considerazioni di G. Gribaudi, "Guerra, violenza, responsabilità. Alcuni volumi sui massacri nazisti in Italia", Quaderni Storici, 100, aprile 1999.


PAOLO PEZZINO insegna Storia contemporanea presso l'Università di Pisa. È autore, tra l'altro, di: Anatomia di un massacro. Controversia sopra una strage tedesca (Il Mulino, 1997), Storia di guerra civile. L'eccidio di Niccioleta (Il Mulino, 2001), Senza Stato. Le radici storiche della crisi italiana (Laterza, 2002) e Mafie (Giunti, 20032). Insieme con Luca Baldissara, ha curato Crimini e memorie di guerra (L'ancora del mediterraneo, 2004)

 
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