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La guerra mondiale di Pirani
FEDERICO RAMPINI

MARIO PIRANI, È scoppiata la terza guerra mondiale? Le democrazie tra pacifismo e difesa, Milano, Mondadori, pp. 296, € 17,00

Mario Pirani non è soltanto una grande firma del giornalismo italiano. È anche un intellettuale della sinistra italiana che, in un momento cruciale della storia, seppe fare la scelta giusta mentre molti si ostinavano a non vedere. Militante comunista dal 1944, dopo la repressione della rivoluzione democratica ungherese schiacciata nel sangue dai militari sovietici, uscì dal Pci e dall'Unità, di cui dirigeva le pagine economiche. Alcune delle pagine più belle del suo ultimo libro, È scoppiata la terza guerra mondiale?, si ricollegano a quel passaggio importante della sua biografia e da lì acquistano maggior peso. Giudicando le reazioni di una certa sinistra europea alla prima guerra del Golfo e all'intervento della Nato nel Kosovo, Pirani vi ritrova quel pacifismo a senso unico – pronto a mobilitarsi solo contro l'America e l'Occidente – che lui conobbe molto bene mezzo secolo fa. «Semplice era allora», scrive Pirani, «la scelta per la gente di sinistra … idealmente prigioniera e illusa dal mito sovietico, impersonato dal protettivo sorriso di Giuseppe Stalin. Come dettava il catechismo moscovita, da un lato vi era "il campo dell'imperialismo e della guerra", con alla testa gli Stati Uniti e i loro lacchè della Nato, dall'altro "il campo del socialismo e della pace", guidato dall'Urss e seguito dai lavoratori di tutto il mondo, dai popoli del socialismo reale e dei paesi oppressi dal colonialismo o appena liberatisi dal suo giogo. Che questo affresco da giudizio universale, con i reprobi da un lato e i buoni dall'altro, rappresentasse una colossale mistificazione molti cominciarono a capirlo alcuni anni dopo, a partire dalla repressione della rivoluzione ungherese del '56. Per altri il percorso fu assai più lento. Per altri ancora non è mai giunto a termine e il "diavolo", imperialista e bellicista, alberga sempre a Washington e alla Nato. Il trauma psichico di quell'infanzia politica della sinistra si ripercuote in una coazione a ripetere che travalica il succedersi delle generazioni, il crollo dei Muri, la fine dell'Urss, ma lascia graniticamente immutata la raffigurazione negativa degli Stati Uniti e dell'Alleanza atlantica». La rappresentazione è efficace. Si potrebbe arricchirla ricordando che il pacifismo a senso unico – o, per chiamarlo con un altro nome, l'antiamericanismo – non alligna solo a sinistra ma ha radici profonde in una parte del mondo cattolico e della destra, oltre che in varie correnti politiche del mondo islamico. Di queste affinità trasversali si trova traccia nel libro di Pirani quando egli ricorda quanto fosse variegato il fronte del "no" all'intervento della Nato in Kosovo (intervento voluto da Bill Clinton e appoggiato anche da governanti europei di sinistra come Massimo D'Alema e Joschka Fischer): «Se furenti furono le accuse di Rifondazione e del Manifesto non meno aspre furono le critiche di opinionisti democratico-moderati come Sergio Romano, Giovanni Sartori, Lucio Caracciolo e numerosi altri che trovarono dissennata, pericolosa e destinata all'insuccesso la cosiddetta "guerra umanitaria". Se Bossi e Cossutta si recarono addirittura a Belgrado in visita a Slobodan Milosevic, i brigatisti rossi che assassinarono in quei giorni D'Antona denunciavano nel loro documento la guerra nei Balcani come un "tentativo di assoggettare la Jugoslavia" e l'ingerenza umanitaria anti-Milosevic "una giustificazione per aggredire qualsiasi popolo o per processare qualunque combattente antimperialista a cui gli Stati imperialisti abbiano attribuito l'etichetta di criminale di guerra». I risultati di quell'intervento invece, come ricorda Pirani, sono sotto gli occhi di tutti: i kosovari sono rientrati nelle loro case, una democrazia accettabile è stata instaurata a Belgrado, le fosse comuni scoperte hanno confermato gli eccidi, Milosevic è stato tradotto all'Aia, accusato di crimini contro l'umanità.

È di quel periodo (durante la guerra del Kosovo nel 1999) una delle polemiche più vigorose che animano questo saggio. In risposta all'editoriale di Pirani che dalle colonne di Repubblica attacca la cattiva coscienza dei pacifisti a senso unico, il leader storico della sinistra comunista Pietro Ingrao rivendica la giustezza della lotta per la pace degli anni Cinquanta. «Furono milioni e milioni di persone in lotta contro la guerra», gli ribatte Ingrao, «non per obbedire all'Urss ma per la difesa del mondo», e prosegue accusando D'Alema di aver tradito la Costituzione mettendo il suo governo e le Forze armate italiane al servizio dello «sceriffo» americano. «C'è un'unica smagliatura nella sua coerenza "pacifista"», gli risponde Pirani, «quando ai tempi di De Gasperi e Togliatti si svilupparono le campagne anti-Nato e le raccolte di firme contro l'atomica, egli non diffidava affatto degli "sceriffi", a condizione che portassero il colbacco. Così quando l'esercito sovietico nel '56 entrò con i carri armati a Budapest, massacrando gli operai di Csepel e gli studenti del circolo Petöfi, fucilando il capo del governo, Nagy, e i suoi collaboratori, Pietro Ingrao non conobbe remore nel sostenere esplicitamente – da pacifista e da direttore dell'Unità – le buone ragioni di quell'intervento, stigmatizzando i controrivoluzionari che vi si opponevano, aizzati naturalmente dall'imperialismo Usa. Non ho alcun interesse a riesumare una vecchia polemica che segnò, comunque, il punto d'avvio di tante rotture in seno alla sinistra italiana, ma se cito quel precedente è perché mi colpisce la coazione a ripetere, in uno dei massimi ispiratori del movimento pacifista, di uno schema vecchio di cinquant'anni – erroneo anche allora, ma oggi del tutto fuorviante – il cui nemico è sempre lo stesso – l'imperialismo americano – anche se l'"amico" moscovita non c'è più…».

Questo libro raccoglie gli editoriali di Pirani su Repubblica e un saggio su Aspenia apparsi dal 1990 a oggi su cinque temi: la prima guerra del Golfo lanciata da Bush padre contro Saddam Hussein dopo l'invasione irachena del Kuwait; la questione israelo-palestinese; la guerra del Kosovo; le conseguenze dell'11 settembre (inclusa la seconda guerra in Iraq); infine la globalizzazione e il movimento no-global. Avendo ripubblicato quegli articoli con l'aggiunta di una introduzione inedita, ma senza ritoccarli rispetto alla loro versione originale, Pirani ci consente di seguire l'evoluzione del suo giudizio sulla guerra, il pacifismo, l'America. È un'evoluzione interessante e significativa anche perché è rappresentativa di un fenomeno più generale, di un percorso collettivo che accomuna gran parte dell'establishment e dell'intellighenzia europea "à la Pirani", quella che in America si definirebbe la componente liberal della società. Direi di più: è rappresentativa di un'evoluzione europea che coinvolge non solo la sinistra moderna e occidentalista alla Pirani, ma anche molti moderati e conservatori. La stragrande maggioranza dei miei amici italiani, francesi, tedeschi, ha seguito lo stesso percorso di Pirani. Per riassumere molto sinteticamente: Pirani parte nel 1990 da una posizione di difesa degli Stati Uniti, di adesione alla guerra "legalitaria" (l'Iraq invadendo il Kuwait ha calpestato la sovranità di uno Stato indipendente e ha violato il diritto internazionale); prosegue con una difesa della guerra "umanitaria" (Kosovo); è vicino all'America nella tragedia dell'11 settembre e fino all'intervento in Afghanistan; infine condanna senza attenuanti la seconda guerra in Iraq; vi intravvede addirittura una causa di rafforzamento del terrorismo; respinge la logica della "esportazione della democrazia". Rispetto alla posizione di partenza nel 1990, il Pirani del 2003-2004 oggettivamente si ritrova schierato non molto lontano dal pacifismo alla Ingrao. Lo riconosce lui stesso in modo esplicito quando in uno degli ultimi capitoli dichiara di ritrovarsi d'accordo con il Manifesto, da cui pochi anni prima lo separava un fossato incolmabile. E questa, ripeto, è una parabola non solo sua: nello stesso arco di tempo, anche Jacques Chirac e Gerhard Schroeder hanno compiuto un percorso analogo. Come spiegare questo cambiamento? La prima spiegazione, naturalmente, si chiama George W. Bush. La sterzata impressa dai neoconservatori alla politica estera americana dopo l'11 settembre del 2001, i modi e le ragioni per cui si è deciso l'intervento in Iraq, l'unilateralismo arrogante hanno prodotto questo danno non certo marginale: l'America di Bush è riuscita a impaurire anche i suoi amici di una volta, si è alienata anche le simpatie di chi, come Pirani, fino a pochi anni prima si batteva contro l'antiamericanismo. In questo senso il libro di Pirani – proprio per la sua natura di raccolta di editoriali apparsi dal 1990 al 2004 – è la registrazione fedele del crescente isolamento americano e dei disastri prodotti dalla dottrina Bush.

Sotto un altro aspetto, però, il tracciato di analisi e di giudizi contenuti in questa raccolta approda a una fase di stallo, di congelamento del pensiero e dell'azione che è tipico dell'Europa di oggi. Focalizzando l'attenzione in maniera prevalente sui danni dell'Amministrazione Bush, le classi dirigenti e gli intellettuali del Vecchio continente hanno poco di nuovo da dire sulle cause vere dell'intensificarsi del terrorismo, sul pericolo che rappresenta per il mondo, sulle cure per affrontarlo. Impotenti di fronte alla deriva del Dottor Stranamore di Washington, gli europei rimangono quasi fermi nell'attesa/speranza che Bush perda le elezioni di novembre. Certo, speriamolo: e poi?

L'articolo del 2 agosto 1990 che apre questa raccolta s'intitola "Pacifisti di corta memoria" e inizia così: «La benzina a buon mercato non è una valida ragione per morire, spiegava ieri un cronista televisivo, riportando gli slogan di una manifestazione di giovani pacifisti. Se questa affermazione corrispondesse alla verità, tutti dovremmo scendere in piazza al loro fianco, ma così non è. Gli aspetti petroliferi di questa guerra sono evidenti ma non determinanti». In quello scritto del '90 Pirani prosegue ricordando le parole del leader socialista Antonio Giolitti che in Parlamento si dissocia dal Pci (il partito di Occhetto, cioè i futuri Ds, era contrario anche alla prima guerra del Golfo): «"[La guerra] è stata scatenata il 2 agosto con l'aggressione del Kuwait… e gli Stati Uniti non stanno attaccando ma difendendo il Kuwait". Questo semplice e incontrovertibile dato di fatto», scrive allora Pirani, «su chi è l'aggressore e chi l'aggredito, sembra sia stato cancellato e rimosso nella coscienza di quanti protestano e inveiscono contro Bush e la guerra».

L'ultima guerra in Iraq, quella scatenata da Bush figlio nel 2003, è ben diversa e si sa perché. In questo caso non ci fu nessuna invasione irachena. La Casa Bianca ha dovuto manipolare prove e dati della sua stessa intelligence per esagerare la pericolosità di Saddam. I presunti legami tra il regime di Baghdad e al Qaeda – annunciati come una certezza dal vicepresidente Dick Cheney – sono stati negati dalla commissione d'inchiesta del Congresso Usa. Tanto Bush padre era stato multilaterale nel 1991, quanto il figlio è stato unilaterale e si è mosso forzando il diritto internazionale. Ma da qui a pensare che oggi viviamo in un mondo più pericoloso a causa di George W. Bush – un'affermazione ormai quasi ovvia per la maggioranza degli europei – il passo è lungo.

Nella sua introduzione inedita a questo libro, Pirani scrive che la guerra in Iraq (l'ultima, s'intende) «ha dato slancio ai terroristi in tutto il mondo e, al contempo, ha offerto loro, dopo la perdita di Kabul, un territorio sotto occupazione… dove agire e a cui idealmente richiamarsi». Anche questa è una tesi largamente condivisa in Europa, eppure difficile da suffragare con i fatti. Dopo l'11 settembre 2001 la frequenza e la gravità degli attentati terroristici nel mondo intero è andata crescendo: da Bali al Marocco, dall'Arabia saudita a Madrid. Tuttavia il libro di Pirani non dimostra con cifre e date che il crescendo è legato precisamente all'intervento americano in Iraq, né ho trovato altrove una dimostrazione fattuale di questa tesi. Alcuni attacchi terroristici importanti sono accaduti prima dell'offensiva su Baghdad. Conoscendo i tempi lunghi di preparazione e gestazione clandestina degli attentati, si potrebbe ragionevolmente argomentare che una escalation di violenza è ravvisabile in linea generale dopo l'11 settembre, per l'indubbio effetto di euforia, galvanizzazione e incoraggiamento che quell'evento ebbe sul terrorismo di matrice islamica nel mondo intero.

A furia di affermare che Bush ha cambiato il mondo in cui viviamo, si rischia di perdere di vista che al Qaeda preparò l'attacco alle Torri gemelle molti anni prima, sotto la presidenza Clinton: cioè sotto un'Amministrazione americana che l'intellighenzia liberal europea considera la migliore dai tempi di John Kennedy, la più multilateralista e rispettosa degli alleati. L'escalation terroristica – il primo tentativo semiabortito al World Trade Center, gli attentati alle ambasciate Usa in Africa, l'attacco alla nave Uss Cole – era in atto mentre Bill Clinton dialogava sulla "terza via" con Romano Prodi, Massimo D'Alema, Gerhard Schroeder e Lionel Jospin.

Pirani scrive, giustamente, che con Al Gore alla Casa Bianca il comportamento degli Stati Uniti dopo l'11 settembre non sarebbe stato molto diverso. Gli europei del resto rischiano di avere qualche sorpresa in caso di vittoria di John Kerry, il quale (come il suo vice John Edwards) al Senato votò in favore di Bush sulla guerra in Iraq. Lo stesso Pirani tuttavia ingigantisce l'errore della guerra in Iraq fino a invertire il nesso causale con il terrorismo. La sciagurata decisione – che Bush matura già nel 2002 – di attaccare Saddam Hussein, con cui il presidente consegna la sua politica estera alla fazione ultrà dei "neocon", non è solo segnata dal cinismo, dall'affarismo, dalla visione manichea del mondo, dalla logica neoimperiale: è anche e prima di tutto il gesto (feroce e autolesionista al tempo stesso) di una leadership bisognosa di dimostrare ai suoi concittadini la sensazione che "sta facendo qualcosa" contro il nemico terribile e inafferrabile che l'ha messa in ginocchio l'11 settembre. Il cumulo di errori, bugie e nefandezze di questa Casa Bianca non bastano a dimostrare che senza la guerra in Iraq noi oggi vivremmo in un mondo più sicuro. Al Qaeda usa l'Iraq come usa la causa palestinese. Ma le radici di al Qaeda – le sue origini storiche, l'ideologia, la composizione etnica e sociale dei suoi capi – sono lontanissime in tutti i sensi sia dalla Palestina che dal baathismo. Il fallimento delle classi dirigenti arabe nel raccogliere la sfida della modernizzazione è la vera causa del successo di al Qaeda. Dal socialismo algerino al nasserismo, dal khomeinismo al baathismo, da Mubarak alla monarchia saudita, il mondo arabo ha prodotto tutte le varianti politiche possibili – salvo una vera democrazia o una vera economia di mercato – e tutte sono finite per assomigliarsi nei livelli di corruzione, nell'incapacità di creare sviluppo, istruzione e benessere per i propri cittadini. Le stesse élite rapaci e incapaci che hanno condannato quei popoli alla stagnazione, hanno dirottato il malcontento e il ribellismo popolare verso la forma universale del vittimismo contemporaneo: scaricare i propri mali sull'oppressione imperialista e sionista, sull'asse del male America-Israele.

Le responsabilità storiche dell'America – o di tutto l'Occidente – per quel tragico fallimento di intere generazioni di leader arabi sono ben note (dall'oppressione coloniale dei francesi in Algeria al sostegno americano allo scià di Persia), ma non sono così determinanti come il pacifismo a senso unico vuol far credere. Anche l'India e la Cina hanno subìto aggressioni coloniali e sfruttamento imperialista nel loro passato; anche loro vivono in un mondo di relazioni politico-economiche segnato dalla leadership degli Stati Uniti. La reazione delle loro classi dirigenti, tuttavia, consiste nell'invaderci di computer, non di bombe. È arduo far risalire all'America anche questa divergenza tra la risposta delle classi dirigenti islamiche e la risposta di quelle cinesi o indiane. Per assurdo, se davvero l'America avesse tutta la colpa della disastrosa situazione del mondo arabo, allora bisognerebbe dare il "merito" all'America per il miracoloso decollo economico dell'India e della Cina. Così non è, ovviamente. Le nazioni e le loro classi dirigenti sono le prime responsabili del loro destino. Negli anni Cinquanta la Corea del Sud aveva un reddito pro capite inferiore al Congo, oggi è la nona potenza industriale del pianeta. Negli anni Sessanta l'intero Sud Est asiatico era più povero del Maghreb. Quel che è accaduto dopo di allora non è stato programmato a Washington.

Nel saggio di Pirani l'ultimo capitolo – quello sulla globalizzazione – meritava di essere più lungo e sarebbe servito a esplorare queste contraddizioni. È il tipo di analisi che da anni conduce il columnist del New York Times Thomas Friedman (dal suo celebre saggio The Lexus and the Olive Tree in poi)[1]: il mancato aggancio del mondo arabo alla globalizzazione, l'innesto fra la sua decadenza e una regressione cultural-religiosa, il ruolo nefasto di alcune élite nell'indirizzare il cumulo di frustrazioni arabe verso quel comodo bersaglio esterno che è l'Occidente e che consente di evitare dolorosi bilanci autocritici.

Si avverte ormai in Europa – non negli scritti di Pirani, che è vaccinato da una vita intera contro questo genere di tentazioni – uno slittamento graduale di pezzi di opinione pubblica verso forme di "revisionismo" sull'11 settembre. Quella che all'inizio fu la reazione solo della piazza araba e in casa nostra di poche frange radicali – l'America si è meritata la strage delle Twin Towers, è la punizione per le sue malefatte – diventa col passare del tempo il senso comune di strati più ampi. L'orrore per l'11 settembre si attenua via via che cresce l'orrore verso Bush. Il risultato è un ottundimento delle capacità di analisi, di comprensione e di cambiamento del mondo in cui viviamo.

Pochi giorni dopo la pubblicazione del rapporto della commissione d'indagine del Congresso Usa sull'11 settembre, sul New York Times del 24 luglio 2004 David Brooks ne traeva questa sintesi e queste conseguenze: «Dopo 360 pagine di analisi del gigantesco fallimento della nostra intelligence, i membri della commissione fanno un passo indietro e ridefiniscono la natura del nostro problema. Non siamo nel mezzo di una guerra, concludono. Non siamo di fronte a un asse del male. Invece, siamo nel mezzo di un conflitto ideologico. Abbiamo di fronte una variegata confederazione di genti che credono in una versione perversa dell'Islam. Il terrorismo è solo lo strumento che usano per fare proseliti. Sembra una piccola distinzione – mettere l'accento sull'ideologia anziché sul terrore – ma fa tutta la differenza. Se i nostri nemici sono prima di tutto un movimento intellettuale, non un esercito terrorista, si capisce perché non hanno fretta. Con la loro estesa infrastruttura di indottrinamento fatta di moschee e di madras, stanno ancora accumulando forze, ponendo le basi per decenni di lotta».

In questa lotta noi – americani, europei – siamo tutti terribilmente impreparati. Le scelte dell'Amministrazione Bush non ci hanno fatto fare un passo in avanti, solo passi indietro. Ma continuare a vedere solo quelle scelte dissennate significa perdere di vista le minacce che si stavano accumulando prima del novembre 2000, e ignorare i pericoli che continueranno a incombere su tutti noi anche se nel novembre 2004 gli elettori daranno il benservito al 43esimo presidente degli Stati Uniti.

–10 ottobre 2004

[1] . Th. Friedman, The Lexus and the Olive Tree (1999), trad. it. Le radici del futuro: la sfida tra la Lexus e l'ulivo: che cos'è la globalizzazione e quanto costa la tradizione, Milano, Mondadori, 2000.


FEDERICO RAMPINI, editorialista e inviato di Repubblica in California e in Cina, docente a Berkeley, è l'autore dei recenti saggi Le paure dell'America (Laterza, 2003) e Tutti gli uomini del presidente. George Bush e la nuova destra americana (Carocci, 2004).

 
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