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Sesso solitario
STEPHEN GREENBLATT

THOMAS W. LAQUEUR, Solitary Sex: A Cultural History of Masturbation, New York, Zone, pp. 501, $34,00 (paperback $ 19,95); un'edizione italiana è in preparazione presso Il Saggiatore

1.

Due anni fa, quando dirigevo a Harvard un vasto programma per undergraduates, dal titolo "Storia e letteratura", mi venne quella che allora mi sembrò un'idea brillante. Avevamo previsto una tribuna regolare nel corso della quale avremmo ospitato conferenze di illustri studiosi, che con il loro lavoro varcavano audacemente i confini fra le singole discipline. Avrei invitato il mio amico ed ex collega di Berkeley, Thomas Laqueur, che, sapevo, stava lavorando a un nuovo e ambizioso volume che metteva insieme la storia della medicina con quella della cultura nonché la psicologia, la teologia e la letteratura.

Non soltanto una questione di amicizia; un libro famoso di Laqueur, L'identità sessuale dai greci a Freud — sulla scoperta medica, o sull'invenzione, della differenza sessuale —, aveva avuto nel 1990 un impatto rilevante su una vasta gamma di discipline, dalla storia della scienza ai gender studies, dalla critica letteraria alla storia dell'arte. Scoperta o invenzione: la comune conoscenza della differenza fra uomini e donne era stata modificata, sosteneva Laqueur, non tanto da scoperte empiriche ma da una complessa rivalutazione sociale. Il suo libro mostrava che nel Seicento e nel Settecento gli uomini erano passati gradualmente da un modello unisex — che portava a ritenere il corpo femminile una versione provvidenzialmente inferiore di quello dell'uomo — a un modello a due sessi, con il quale avevano capito che i loro rispettivi organi genitali erano decisamente differenti. In altre parole, abbandonarono l'antica idea che la vagina fosse in realtà un pene non ancora sviluppato e compresero che quelli che avevano creduto fossero i testicoli non scesi della donna erano di fatto qualcosa di radicalmente diverso, qualcosa che chiamarono ovaie. In termini letterari passarono così dalle ardimentose eroine mascolinizzate di Shakespeare — Rosalinda o Viola — alle strane creature angeliche di Dickens — Agnes Wicklow e Little Dorrit — che sembravano fatte di materia differente da quella degli uomini o cresciute in un differente pianeta, o che, più precisamente, sembravano avere differenti interiora.

Il libro più recente di Laqueur, Solitary Sex: A Cultural History of Masturbation, ha in comune la stessa sorprendente premessa iniziale dell'Identità sessuale dai greci a Freud: qualcosa che diamo per scontato, qualcosa che riteniamo ovvio, qualcosa che sembra parte integrante del nostro essere uomini ha in realtà una storia; e non solo, ma è una storia affascinante, movimentata, importante. Non c'è quindi da stupirsi che Laqueur sembrasse una persona che con i suoi scritti e la sua conferenza avrebbe animato il semestre per gli undergraduates su "Storia e letteratura". E in effetti lo animò, ma accadde anche una cosa strana: un'epidemia impressionante di esaurimenti nervosi. Il panico non scoppiò fra gli studenti — molti dei quali dovevano essere cresciuti guardando Tutti pazzi per Mary — ma nello zoccolo duro dei docenti che dirigevano i seminari e conducevano i tutorials. Pur essendo tutte persone colte e assai ben preparate, davanti alla prospettiva di discutere la storia della masturbazione con gli studenti, molte di loro impallidirono. La coprofagia non le avrebbe turbate, la sodomia non le avrebbe messe in ansia, l'incesto avrebbe stimolato il loro attivo interesse — ma la masturbazione: per favore, tutto ma non questo.

 

Dopo una tempesta di esagitate conversazioni, indissi una riunione dello staff per risolvere la Grande Crisi della Masturbazione. La prima cosa che notai fu che ognuno di loro aveva sviluppato all'improvviso un'estrema sensibilità per i doppi sensi, come se fosse diventato frenetico persino il linguaggio. "Quando si deciderà a venire Laqueur?" (risolini). "La sua visita fa sollevare un certo numero di questioni" (risatine). "Che cosa speriamo di veder schizzar fuori da questa discussione?" (sbuffate). "Ho paura che questa visita faccia arrapare qualcuno nella maniera sbagliata" (sghignazzate). Forse per reagire a questa esplosione di stupidaggini, una docente esperta, e di solito piuttosto assennata, si alzò per presentare una sua mozione d'ordine. "Mi è già capitato altre volte di insegnare argomenti impregnati di sessualità", disse gravemente, "e c'è una cosa che a mio parere è assolutamente essenziale: non deve esserci niente di umoristico. Una volta che si permette agli studenti di ridere è finita".

Infine, mi chiamò al telefono una cronista di Newsweek per dirmi che aveva saputo di questa conferenza. "Magnifico", dissi, "ma mi piacerebbe che lei scrivesse di tutte quelle che "Storia e letteratura" ha in programma quest'anno". No, no, replicò lei, le interessava solo questa. Ho capito, dissi con freddezza mettendomi sulla difensiva, lei ha un particolare interesse per la nosologia settecentesca — per la classificazione scientifica delle malattie. Parve delusa, e la rivista si accontentò di accennare brevemente al fatto che il "maestro moderno della masturbazione" era venuto a parlare a Harvard.

Mi resi allora conto che Laqueur aveva in mente qualcosa che era contemporaneamente strano e importante. Come avevo fatto a non prevederlo? Non avevo forse letto Il lamento di Portnoy, non avevo guardato Seinfeld in TV? Nel corso della precedente amministrazione la direttrice generale della Sanità, Jocelyn Elders, era stata licenziata, o così si sostenne, perché aveva apparentemente sostenuto i meriti della masturbazione per la salute pubblica. Il presidente Bill Clinton, durante una conferenza stampa a Miami, disse che le opinioni di Elders sull'argomento attestavano "divergenze con la politica dell'amministrazione e con le mie convinzioni personali". La masturbazione è virtualmente l'unico caso che, nel campo dei comportamenti umani più o meno universali, susciti una corrente di ansietà così peculiare e così peculiarmente intensa.

 

Questa ansietà, osserva Laqueur, non è riscontrabile in tutte le culture e non esiste nelle lontane origini di quella che consideriamo la nostra. Nell'antica Grecia e a Roma la masturbazione poteva essere oggetto di imbarazzo transitorio o di dileggio, ma non aveva nessuna importanza, neppure minima, di carattere medico o, per quanto ne sappiamo, di carattere culturale. Cosa ancor più sorprendente, sostiene Laqueur, è quasi impossibile trovare qualcosa del genere nell'antico pensiero ebraico. È un'affermazione che, a prima vista, può sembrare discutibile, poiché leggiamo in Genesi 38 che Onan "disperdeva per terra il proprio seme", un atto che dispiacque talmente al Signore da farlo morire. Onanismo divenne poi un sinonimo di masturbazione, ma non per i rabbini che compilarono il Talmud e i midrashim. Per loro il peccato di Onan non era la masturbazione ma il rifiuto volontario di procreare. Le loro categorie concettuali — procreazione, idolatria, polluzione — non prevedevano evidentemente uno spazio rilevante per l'indulgenza peccaminosa a un piacere sessuale gratuito e autogeno.

I teologi del cristianesimo medievale avevano invece un'idea precisa della masturbazione come peccato ma, sostiene Laqueur, non era un peccato che stimolasse particolarmente il loro interesse. Con l'eccezione di un abate del V secolo, Giovanni Cassiano, erano assai più attratti dall'etica che Laqueur definisce della sessualità sociale che da quella del sesso solitario. A loro stavano maggiormente a cuore le "perversioni della sessualità in quanto perversioni della vita sociale, non come rifugio in una sorta di autarchia asociale". All'interno dei monasteri l'ansia si concentrava assai più sulla sodomia che sulla masturbazione, mentre nel mondo in generale ci si occupava soprattutto dell'incesto, della bestialità, della fornicazione e dell'adulterio.

Quando i teologi decidevano di commentare Genesi 38, non condannavano Onan per quello che aveva fatto ma per quanto si era rifiutato di fare: così sant'Agostino vedeva in Onan quel genere di persona che non vuole fare ciò che è in suo potere per aiutare i bisognosi. Come s'addice a una religione che rifiutava il rigoroso obbligo rabbinico di procreare per esaltare invece la castità monastica, si era passati dall'obbligo di essere fecondi e di moltiplicare a un obbligo morale più generale. I padri della Chiesa non potevano condividere in maniera particolarmente intensa l'ansia degli ebrei di fronte al caso di Onan, proprio perché la Chiesa onorava soprattutto le persone portate dalla loro religiosità a sottrarsi all'intero ciclo dei rapporti sessuali e della generazione. I teologi non permettevano la masturbazione, ma non davano un peso particolare a questo peccato, poiché era la sessualità in quanto tale, e non la sessualità senza fini riproduttivi, quella che bisognava debellare. Un severissimo moralista, Raimondo di Peñafort, metteva in guardia gli uomini sposati contro la tentazione di toccarsi, ma solo perché eccitandosi potevano sentire maggiormente il desiderio di copulare più spesso con le proprie mogli. Sposarsi era forse meglio che bruciare, ma era un'alternativa che bisognava ridurre al minimo. Solo un testo del primo Quattrocento — un manuale di tre pagine, dal titolo "Sulla confessione della masturbazione", attribuito a Jean de Gerson, cancelliere dell'Università di Parigi — insegnava ai preti come sollecitare confessioni di questo peccato — ma non sembra che il testo avesse avuto una grande diffusione.

2.

I teologi della Riforma non modificarono sostanzialmente il concetto di masturbazione né s'interessarono in misura più rilevante a questo tema. I protestanti certo criticarono aspramente i cattolici perché avevano creato istituzioni — monasteri e conventi — che, a loro giudizio, screditavano il matrimonio e favorivano inevitabilmente la masturbazione. Il matrimonio, predicavano i Riformatori, non era una deludente scelta alternativa fatta da chi non era in grado di porsi il fine superiore della castità; era il coronamento dell'amore umano e divino. Il piacere sessuale nel matrimonio — purché non fosse eccessivo o perseguito come fine a se stesso — non era in sé peccaminoso, o meglio ogni traccia di peccaminosità era stata cancellata dalla divina sanzione dell'obiettivo della procreazione. Sulla scia di Lutero e di Calvino, la masturbazione rimaneva quella che era stata per i rabbini: un atto la cui peccaminosità consisteva nel rifiuto della procreazione, nella prodiga dissipazione del seme. In uno dei suoi primi sonetti Shakespeare tramuta spiritosamente questa "leggiadra" dissipazione in una pratica economica sbagliata: "Leggiadra sperperatrice, perché spendi/ per te sola il lascito della tua bellezza?".

Nel trasmettere al giovane una così grande avvenenza, la natura si aspettava che egli la trasmettesse alla generazione successiva; e invece questo "bell'avaro" la tiene tutta per sé e si rifiuta di procreare il figlio che porterebbe correttamente la sua immagine nel futuro. La masturbazione è, nel sonetto, l'uso sbagliato di un'eredità. Il giovane sperpera soltanto su di sé, e quindi getta via una ricchezza che dovrebbe correttamente generare altra ricchezza. "Trafficando solo con te stesso,/ defraudi te stesso del dolce te stesso./ Allora, quando la Natura ti chiamerà a partire,/ quale accettabile bilancio potrai lasciare?"

Il giovane, come lo definisce il sonetto, è un "usuraio senza profitto" e, quando viene per lui il momento della definitiva resa dei conti, il suo bilancio risulta in passivo. Le metafore economiche hanno qui il curioso effetto di esaltare l'usura, considerata allora sia un peccato che un crimine. C'è forse in questo un elemento autobiografico — anche l'autore del Mercante di Venezia era di quando in quando un usuraio, come già suo padre — ma Shakespeare stava anticipando un tema ricorrente in quella storia della "masturbazione moderna" che interessa Laqueur: a partire dal XVIII secolo in poi la masturbazione viene combattuta come un'offesa contro l'economia biologica e sociale. Tuttavia una poesia come questa di Shakespeare dimostra soltanto che la masturbazione nella piena accezione moderna del termine, non esisteva ancora: "Trafficando" soltanto con se stesso, il giovane sperpera il proprio seme, ma l'atto in sé non gli rovina la salute né infetta l'intero ordine sociale.

Il Rinascimento fornisce immagini occasionali di masturbazione che s'accentrano più sul trarre piacere che sull'evitare la procreazione. Nell'ultimo decennio del Cinquecento, un contemporaneo di Shakespeare, Thomas Nashe, scrisse una poesia su un giovane che andò a trovare la sua ragazza alloggiata — per ragioni esclusivamente pratiche, gli garantì — in un bordello. L'uomo era talmente eccitato dalla sua vista che gli accadde la disgrazia di eiaculare prematuramente, ma la gentile signora riuscì a ridestarne la virilità. Non tanto però da darle soddisfazione: con grande dispiacere del giovane, la signora riuscì ad avere il suo "sfogo" solo servendosi di un pene artificiale che, affermò, era ben più affidabile di qualsiasi uomo. Questo frammento di commedia di costume è più vicino a quella che Laqueur considererebbe un'autentica masturbazione "moderna", in quanto per Nashe è più importante il perseguimento del piacere che lo sperpero del seme; ma non del tutto.

La tesi di Laqueur non è che uomini e donne non si fossero già masturbati nell'antichità, nel Medio Evo o durante il Rinascimento — il breve manuale per i confessori attribuito a Gerson fa supporre che fosse una pratica onnipresente, e gli storici non hanno motivo di dubitarne — ma che non era particolarmente significativa. Viene semplicemente citata troppo infrequentemente perché potesse contare molto, e i pochi accenni che conosciamo ne confermano la relativa irrilevanza. Così nel suo diario, accanto alle numerose occasioni durante le quali ebbe una partner nei suoi piaceri, Samuel Pepys annotò anche momenti in cui trasse diletto dal sesso solitario, ma questi ultimi non suscitarono mai in lui un particolare senso di vergogna o di colpa.

Al contrario, provava una sensazione di trionfo personale quando riusciva, spostandosi in barca sul Tamigi, ad arrivare all'orgasmo — ad averlo "completo", per usare la sua espressione — con la sola forza della propria immaginazione. Senza servirsi delle mani, notava con orgoglio, aveva potuto, pensando semplicemente a una ragazza che aveva visto quel giorno, superare una prova della sua "forza di fantasia". Soltanto in occasioni solenni, come durante la messa cantata della vigilia di Natale del 1666, quando la vista della regina e delle sue dame di compagnia lo portò a masturbarsi in chiesa, la sua coscienza si fece sentire, ma sommessamente, con voce assai flebile.

 

Il sommovimento sismico avvenne circa mezzo secolo dopo, ma non perché la masturbazione venisse definitivamente considerata un peccato orribile o un crimine economico, ma perché la si classificò per la prima volta come una malattia grave. "La masturbazione moderna", comincia Solitary Sex, "può essere datata con una precisione rara nella storia della cultura". Nacque, "nel 1712 o pressappoco", con la pubblicazione, a Londra, di un breve opuscolo dal titolo molto lungo che tradotto suona: Onania; ovvero il Crimine odioso dell'autopolluzione e di tutte le sue spaventose conseguenze in entrambi i sessi presi in considerazione, con Consigli spirituali e fisici per quelli che già si sono compromessi con questa abominevole pratica. E con Moniti opportuni alla gioventù della nazione di entrambi i Sessi... L'autore anonimo — Laqueur lo identifica come John Marten, un chirurgo empirico che aveva pubblicato altre opere di pornografia medica soft-core — affermava di aver provvidenzialmente conosciuto un pio medico che aveva trovato i rimedi per questa malattia prima d'allora incurabile. Sono rimedi costosi, ma data la gravità del morbo, valgono tant'oro quanto pesano. Ai lettori si consiglia di ordinarli precisandone i nomi: la "Tintura rafforzante" e la "Polvere prolifica". Cominciò tutto così, sostiene Laqueur. La domanda, naturalmente, è come mai questo esempio spudorato di ciarlataneria mercenaria non venne gettato nella spazzatura, che sarebbe stato il suo posto, ma divenne invece la pietra angolare di una seria tradizione medica che modificò certi presupposti culturali considerati tranquillamente incontestabili per migliaia d'anni. In parte la risposta fu un'abile trovata commerciale: le edizioni successive, e furono molte, comprendevano eccitanti lettere di lettori che rendevano affannosamente conto della propria iniziazione personale alla dipendenza dalla masturbazione e testimoniavano contemporaneamente della forza liberatrice di quelle specialità farmaceutiche.

Il marketing da solo non basta a spiegare perché "onanismo", e termini a esso connessi, cominciassero a comparire nelle grandi enciclopedie settecentesche o perché uno dei più influenti medici francesi, il famoso Samuel Auguste David Tissot, avesse ripreso l'idea della masturbazione come malattia pericolosa o perché nel 1760 l'opera L'Onanisme dello stesso Tissot avesse fatto immediato scalpore nel mondo letterario europeo. Tissot non voleva smerciare tinture o titillamenti, e non si era lasciato ingannare dalla precedente opera di cui aveva preso il termine e il concetto: dell'opuscolo inglese scrisse: "è un vero guazzabuglio … una delle opere più sconnesse che siano apparse da tempo". Ma, lungi dal respingere la sua idea centrale, Tissot, come dice Laqueur, "lanciò definitivamente la masturbazione nella corrente dominante della cultura occidentale". Non passò molto tempo e l'intera professione medica, o quasi, già attribuiva un elenco inesauribile di malanni al sesso solitario, e l'elenco comprendeva la tubercolosi spinale, l'epilessia, i foruncoli, la pazzia, il deperimento generale e una morte prematura.

Qualunque fosse stata l'origine di questa ansia profonda — Tissot pensava che la masturbazione fosse "assai più da temere" del vaiolo — essa non derivò, sostiene Laqueur, da un aumento empirico della masturbazione. Nessuno nel Settecento affermò che ci fosse più masturbazione che in passato — e del resto come avrebbero potuto determinarlo? — e anche se saltassero miracolosamente fuori statistiche che dimostrassero questo aumento, sarebbe ancora da spiegare la terribile angoscia cui ci stiamo riferendo. Né c'erano state nuove osservazioni cliniche, o scoperte, o anche solo ipotesi, che spiegassero perché l'atto fosse ora considerato così pericoloso. E la visione allarmante delle sue terribili conseguenze non fu opera di ecclesiastici e di conservatori culturali. La loro posizione non era cambiata.

 

La masturbazione moderna — ed è questa l'idea brillante di Laqueur — fu figlia dell'Illuminismo. Furono l'età della ragione, il trionfo sulla superstizione, l'accettazione tollerante, se non addirittura entusiastica, della sessualità umana, che evocarono il mostro della masturbazione. Prima di Tissot e dei suoi illustri colleghi medici, per la gente comune era possibile masturbarsi, come aveva fatto Pepys, senza alcun senso di colpa. Dopo Tissot, chiunque indulgesse a questo piacere segreto lo faceva con una piena, abietta consapevolezza delle sue orribili conseguenze. La masturbazione era un'offesa alla salute, alla ragione, al matrimonio, persino al piacere. I medici dell'Illuminismo e i loro alleati, infatti, non ammettevano neppure che si trattasse di una specie di piacere, sia pure minore o imbarazzante; era, nella migliore delle ipotesi, un falso piacere, una perversione del piacere reale. Come tale era pericolosa e bisognava prevenirla a qualsiasi costo.

Una conferma a questa sorprendente conclusione ci viene da uno che non si può certo accusare di pruderie: Giacomo Casanova. Il grande seduttore e avventuriero veneziano rievocò una conversazione che aveva avuto a Costantinopoli negli anni '40 del Settecento con un illustre filosofo turco, Josuff Ali. "Mi domandò di nuovo se fossi sposato." Casanova che allora prendeva ancora in considerazione l'idea di farsi prete, rispose che non lo era e che sperava di non esserlo mai. "Ma come!", rispose Josuff Ali. "Debbo dunque credere che non sei un uomo normale o che vuoi dannarti? A meno che tu non mi dica che sei cristiano solo in apparenza…" "Sono uomo a tutti gli effetti e sono cristiano", rispose Casanova, aggiungendo francamente: "Ti dirò anche che amo il gentil sesso e che spero di goderne felicemente".

"Secondo la tua religione, tu sarai dannato", disse il saggio musulmano. "Sono sicuro di no, perché quando confessiamo le nostre colpe, i nostri preti sono obbligati ad assolverci." Con uguale franchezza Josuff Ali commentò che gli sembrava un'idea stupida e domandò poi: "Anche la masturbazione, se non sbaglio, è una colpa da voi". "Persino più grave dell'unione illegittima", rispose il veneziano. "Lo so", continuò Josuff Ali, "ed è una cosa che mi ha sempre meravigliato. Il legislatore che fa una legge cui è impossibile obbedire è uno stupido. Un uomo privo di donna e in buona salute deve per forza masturbarsi, quando la natura gliene fa sentire il bisogno".

La risposta di Casanova tocca il nocciolo della storia che ha scritto Laqueur, poiché in essa vediamo il moralismo cristiano cedere il passo alla medicalizzazione: "Da noi si crede tutto il contrario. Si dice che i giovani masturbandosi si guastino il carattere e si accorcino la vita. In parecchie comunità li si sorveglia e non si lascia loro assolutamente il tempo di commettere su se stessi questo peccato".

La masturbazione è un peccato non perché viola una legge divina — Casanova era troppo uomo di mondo per soffermarsi su questa possibilità — ma perché è per lui ciò che per noi sono il fumo o l'obesità.

Questa visione dei rischi per la salute del sesso solitario non riuscì assolutamente a convincere Josuff Ali, che teneva ugualmente in dispregio i tentativi di impedirlo con la sorveglianza.

3.

Tre, suggerisce Laqueur, furono le ragioni che indussero gli illuministi a decidere che la masturbazione era immorale e innaturale. La prima che, mentre tutte le altre forme di sessualità erano rassicurantemente sociali, essa — persino quando veniva praticata in gruppo o insegnata da depravate persone di servizio ai bambini — sembrava nei suoi momenti culminanti profondamente e irrimediabilmente privata. La seconda che l'incontro sessuale masturbatorio non avveniva con una persona reale, di carne e ossa, ma con un fantasma. E la terza che, a differenza di altri appetiti, l'impulso a masturbarsi, una volta che arrivava a produrre assuefazione, non poteva essere né saziato né frenato. "Ogni uomo, donna e bambino pareva avere improvviso accesso agli illimitati abusi di appagamento che erano stati privilegio degli imperatori romani."

Fantasia, insaziabilità, privacy: ognuno di questi elementi costitutivi dell'atto che l'Illuminismo insegnò a se stesso a temere e a odiare è, sostiene Laqueur, anche un elemento costitutivo dell'Illuminismo in quanto tale. Tissot e i suoi colleghi avevano identificato l'altra faccia del loro mondo: il suo interesse per la vita privata dell'individuo, il suo gusto per l'immaginazione, la sua adesione a un'economia apparentemente illimitata della produzione e dei consumi. Demolendo in maniera sistematica le strutture sociali, politiche e religiose che avevano tradizionalmente delimitato l'esistenza umana, il XVIII secolo propose orgogliosamente un fulgido modello di autonomia morale e di economia di mercato — salvo poi scoprire che questo modello era soggetto a un'aberrazione distruttiva. L'aberrazione in sé — l'atto fisico della masturbazione — non era così palesemente spaventosa. Quando Diderot e la sua cerchia di raffinati enciclopedisti presentarono la loro ponderata opinione sull'argomento, riconobbero che una moderata masturbazione, come sollievo a pressanti desideri sessuali privi di uno sfogo più soddisfacente, sembrava abbastanza naturale. Ma il problema era che "masturbazione moderata" era una contraddizione in termini; non era possibile contenere l'ardente immaginazione voluttuosa con tanta facilità.

La masturbazione divenne allora uno spauracchio sessuale, sostiene Laqueur, perché compendiava tutte le paure che persistevano appena sotto il nuovo senso d'indipendenza sociale, psicologica e morale. Il drammatico aumento dell'autonomia individuale era legato, come egli documenta in maniera persuasiva, all'accentuarsi dell'ansia di fronte al piacere non socializzato e non produttivo, un piacere alimentato dalle seducenti chimere generate senza sosta dalla mente immaginosa: "Il progetto di liberazione degli illuministi — l'approdo all'età adulta dell'umanità — rese il più segreto, il più privato, il più apparentemente innocuo e il più difficile da scoprire degli atti sessuali il cuore stesso di un programma inteso a controllare l'immaginazione, il desiderio e l'io che la stessa modernità aveva scatenato".

I pericoli del sesso solitario vennero collegati a una delle innovazioni moderne più significative. "Non fu un caso", scrive Laqueur usando la formula guardinga dello storico ansioso di stabilire un legame e di evitare contemporaneamente la questione della causalità, che Onania fosse stato pubblicato nel periodo dei primi crolli in borsa, della fondazione della Bank of England e dell'esplosione della mania per i tulipani. La masturbazione è il vizio della società civile, della cultura del mercato, del mondo in cui le barriere tradizionali contro il lusso lasciano il posto alle giustificazioni filosofiche dell'eccesso. Adam Smith, David Hume e Bernard Mandeville trovarono, ciascuno per suo conto, maniere differenti di celebrare la meravigliosa capacità autoregolatrice del mercato, grazie alla quale gli atti individuali di avidità e di indulgenza verso se stessi venivano tramutati nel bene generale. La masturbazione può sembrare a prima vista l'emblema logico del mercato: dopo tutto, l'impulso potenzialmente illimitato ad appagare un desiderio è il motore che alimenta l'intera imprenditorialità. Ma in realtà era l'unica forma di ricerca del piacere che sfuggisse al meccanismo di autoregolazione: era, come constatò Mandeville con un brivido, inarrestabile, spontanea, improduttiva e assolutamente gratuita. È molto meglio, scrisse Mandeville in Modesta difesa delle pubbliche case di piacere (1724), che i ragazzi visitino i bordelli anziché commettere stupri contro i loro stessi corpi.

C'era anche una seconda innovazione moderna che si concentrava analogamente sulle angosce connesse al sesso solitario: la lettura solitaria. "Non fu un caso" (dice ancora Laqueur) che Onania fosse stato pubblicato nello stesso decennio dei primi romanzi di Defoe. Era infatti la lettura — non la lettura in generale, ma quella del profluvio di volumi sfornati dal mercato letterario — che, a partire dal XVIII secolo, sembrava riflettere e insieme ispirare il vizio segreto. Il contesto nel quale ebbe modo di svilupparsi fu in questo caso l'invenzione di spazi domestici nei quali una persona poteva stare sola, accompagnata da un notevole incremento della lettura privata, solitaria e silenziosa. Il grande genere letterario creato per corrispondere a questi spazi e a queste modalità di lettura fu il romanzo. Certi romanzi, ovviamente, furono specificamente scritti, come disse Rousseau, per essere letti con una mano sola. Ma non era solo attraverso la pornografia lo stretto collegamento fra masturbazione e romanzo. La lettura dei romanzi — persino di romanzi ineccepibili e moralmente edificanti — generava un certo tipo di concentrazione, un impegno profondo dell'immaginazione, un'intensità fisica che, si temeva, poteva virare con spaventosa facilità negli eccessi pericolosi del vizio solitario.

 

Qui il contrasto rivelatore è quello con una precedente innovazione culturale, i teatri pubblici, vigorosamente criticati nell'epoca di Shakespeare per il loro presunto potere erotico. I teatri, sostenevano i moralisti, erano "templi di Venere". Gli spettatori eccitati, a sentir loro, correvano, al termine dello spettacolo, a fare l'amore nelle locande vicine o nelle stanze segrete nascoste all'interno degli stessi teatri. L'accusa, naturalmente, non fa capire niente di ciò che facevano in realtà gli spettatori (e niente, del resto, della struttura dei teatri elisabettiani), ma ci dice qualcosa delle paure collegate in quel periodo a una forma d'arte che sembrava in contatto con potenti forze sessuali. Può darsi però che quelle paure avessero almeno un pizzico di fondamento. Verso la fine del Seicento, John Dunton — l'autore di The Night-walker, or Evening Rambles in Search After Lewd Women (1696) — rimorchiò una prostituta in teatro, andò con lei nella sua camera e cercò poi di farle una predica sulla castità. La donna protestò energicamente, dicendo che di solito gli uomini che si portava a casa erano molto più cortesi; fingevano, disse, di essere Antonio e lei doveva fingere di essere Cleopatra. I desideri suscitati dai teatri erano evidentemente ritenuti fondamentalmente sociali: i puritani infuriati non accusarono mai gli spettatori di essersi lasciati attrarre dalla tendenza al sesso solitario. Ma era proprio questa l'accusa formulata contro la lettura di opere di narrativa.

Non era soltanto la solitudine nella quale era possibile leggere i romanzi che contribuiva alla differenza fra le differenti critiche rivolte a queste due forme d'arte; l'assenza dei corpi degli attori, e di conseguenza l'affidarsi completamente all'immaginazione, sembravano rendere i romanzi più adatti al sesso solitario che a quello sociale. I medici settecenteschi, riallacciandosi alle antiche paure per l'immaginazione, erano convinti che quando l'eccitazione sessuale era causata da qualcosa d'irreale, da qualcosa che non era presente in carne e ossa, essa era nello stesso tempo innaturale e pericolosa. Il pericolo era ulteriormente accentuato dalla possibilità potenziale di produrre assuefazione: il masturbatore, quasi come il lettore di romanzi — o meglio, proprio come il lettore di romanzi — poteva mobilitare intenzionalmente l'immaginazione, impegnandosi all'infinito a creare e rinnovare un desiderio fittizio. E, scandalosamente, con la diffusione dell'alfabetismo, era un vizio democratico, alla portata di tutti. Il piacere distruttivo era a disposizione dei servi come dei padroni, e peggio ancora delle donne come degli uomini. Le donne, con la loro immaginazione iperattiva e la loro pronta sensibilità, la loro propensione a lacrime, rossori e svenimenti, la loro irrazionalità e la loro instabilità emotiva, erano ritenute particolarmente soggette ai pericolosi eccitamenti del romanzo.

Immagini pornografiche di donne che si masturbano — Solitary Sex ne riproduce alcune — comprendono spesso un libro aperto, lasciato cadere per terra nel momento in cui l'eccitazione irresistibile della lettura provocava il bisogno urgente di uno sfogo immediato. Nel capitolo "Nausicaa" di Ulisse, James Joyce riassume e insieme ridicolizza con abilità l'ansia maschile di fronte alle donne, alla lettura dei romanzi e alla masturbazione. Annoiata, infastidita dalle amiche e ascoltando solo distrattamente i canti liturgici della chiesa vicina, Gerty MacDowell siede sulle rocce del litorale di Sandymount, piacevolmente consapevole del fatto che un forestiero — Leopold Bloom — la sta guardando. In uno stato come di sogno, comincia a flirtare con Bloom, e nella sua immaginazione, alimentata dai luoghi comuni dei romanzi dozzinali e degli spettacoli popolari, lo trasforma in un pensoso e tormentato eroe romantico: "Avrebbe voluto gridare con voce soffocata, tendergli le svelte braccia nivee perché egli venisse, sentire le sue labbra posarsi sulla sua bianca fronte, il grido d'amore di una fanciulla, un piccolo grido strozzato strappatole a forza, quel grido che è risuonato nei secoli dei secoli. Allora partì un razzo e pam uno sprazzo di luce accecante e oh! il bengala scoppiò e fu come un sospirare di oh! e tutti gridarono oh! oh! in estasi di rapimento e ne sgorgò un fiotto di pioggia di fili d'oro e si sparsero e ah! ora erano tutte roride stelle verdastre che cadevano con altre dorate, oh così vive!, oh così tenere, dolci, tenere!".

Siamo nella mente surriscaldata della masturbatrice, ma mentre si susseguono le frasi parodistiche, insieme estatiche e banali, il sesso cambia e Joyce rivela la partecipazione maschile, per così dire, all'intera fantasia. "Mr Bloom con mano cauta rimise a posto la camicia bagnata."

La meravigliosa parodia di Joyce, pubblicata nel 1922, venne scritta dall'altra parte di un grande spartiacque culturale. All'inizio del XX secolo, infatti, quell'intera preoccupazione — l'ansia, la cultura della sorveglianza, la minaccia di morte e di follia — cominciò a venir meno. Il mutamento non fu né improvviso né risolutivo, e tracce di più antichi atteggiamenti persistono ovviamente non soltanto nelle leggende degli scolaretti e in molti drammi familiari, grotteschi e spesso dolorosi, ma anche nelle risatine nervose che accompagnano questo argomento. Tuttavia il mondo da incubo della paura e della punizione medicalizzate cessò interamente di esistere. Laqueur racconta questa seconda parte della sua storia con ben maggiore vivacità: attribuisce il cambiamento soprattutto all'opera di Freud e alla sessuologia liberale, pur riconoscendo quanto in realtà fossero stati ambigui e complicati molti dei personaggi chiave. Freud finì col tempo di rinnegare le sue precedenti opinioni convenzionali sugli effetti negativi della masturbazione per postulare l'idea radicale dell'universalità della masturbazione infantile. Quella che era stata un'aberrazione divenne un elemento costitutivo della condizione umana. Tuttavia, il fondatore della psicoanalisi edificò l'intera sua teoria della civiltà intorno alla repressione di quelli che definì "gli aspetti perversi dell'eccitazione sessuale", a cominciare dall'autoerotismo. In questa esposizione che esercitò una così grande influenza, la masturbazione, come dice Laqueur, "divenne una parte dell'ontogenesi: noi passiamo per la masturbazione, facciamo affidamento su di essa nel diventare sessualmente adulti".

 

Solitary Sex si chiude con un breve accenno alle sfide moderne contro questa teoria della repressione: dalla difesa della masturbazione femminile, nel best-seller femminista Noi e il nostro corpo del 1971, alla formazione di gruppi come SF Jacks — "un'associazione di uomini che amano masturbarsi in compagnia di uomini con gli stessi gusti", come annuncia il suo sito Web — e i Melbourne Wankers. Una serie di fotografie grottesche illustra il fascino trasgressivo che esercita la masturbazione su artisti contemporanei come Lynda Benglis. Annie Sprinkle e Vito Acconci. Quest'ultimo si fece un nome masturbandosi per tre settimane sdraiato in una scatola sotto una scala bianca sul pavimento della Sonnabend Gallery di New York: "Fare dell'arte, quindi", osserva Laqueur, "è letteralmente masturbarsi".

Confesso che molti di questi esempi mi sembrano stupidi e sgradevoli, ma dietro questi tentativi adolescenziali di scandalizzare si nasconde uno dei massimi trionfi artistici della letteratura moderna. Evocando la propria infanzia, il narratore di Proust racconta di quando a Combray, "nel gabinetto dall'odore di iris", guardava fuori della finestra semiaperta e "con le esitazioni eroiche del viaggiatore che intraprende un'esplorazione o del disperato che si uccide, sentendomi mancare, venivo aprendo in me stesso una via sconosciuta e che credevo mortale, fino al momento in cui una traccia naturale come quella d'una lumaca s'aggiungeva alle foglie del ribes nero selvatico che si curvavano fino a me".

Con questo breve momento di La strada di Swann (1913) è come se fossimo rientrati in quel mondo culturale che Laqueur ricostruisce con tanta vivacità, il mondo nel quale il sesso solitario era un viaggio rischioso oltre le frontiere dell'ordine naturale, un tuffo a capofitto in un regno di pericolo e di autodistruzione. Poi, con la visione della traccia di una lumaca, il paesaggio riprende la sua forma normale, quotidiana, e la via apparentemente sconosciuta si rivela — come spesso in Proust — estremamente famigliare.

Non è per caso, per parafrasare il libro di Laqueur, che questa scena appaia nel romanzo moderno più radicalmente impegnato a sondare i più profondi spazi interiori dell'io, a buttar via imbarazzo e pudore e a rivelare la verità, compresa la verità sessuale, che si cela nel buio. Proust non ci incoraggia a esagerare l'importanza della masturbazione — è soltanto una piccola fase adolescenziale della lenta formazione della vocazione di uno scrittore. Comunque, la coraggiosa storia culturale di Laqueur (e ci è voluto coraggio, persino ora, per scrivere questo libro) rende abbondantemente chiaro perché per Proust — e per noi — la celebrazione dell'immaginazione deve includere un posto per il sesso solitario.

(Traduzione di Ettore Capriolo)


STEPHEN GREENBLATT iinsegna Letteratura inglese e dirige il Dipartimento di Storia e Letteratura dell'Università di Harvard. È noto al pubblico italiano come autore di Meraviglia e possesso (Il Mulino, 1994) e di Amleto in Purgatorio (Carocci, 2002).

 
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