|
|
 |
 |
 |
Il nemico ti ascolta
THOMAS POWERS
JAMES BAMFORD, L'orecchio di Dio. Anatomia e storia della National Security Agency, trad. di Riccardo Masini, Roma, Fazi, pp. 688, €27,00
1.
Il quadrimotore della Marina militare USA che il 1° aprile 2001 fece un atterraggio d'emergenza sull'isola cinese di Hainan era in missione ordinaria "Elint", cosiddetta per l'obiettivo cui è adibita: il rilevamento di electronic intelligence. In cabina di pilotaggio c'erano quattro persone; gli altri venti americani a bordo, tutti effettivi della US Navy ma impegnati in una missione promossa sostanzialmente dalla National Security Agency (NSA), avevano incarico di raccogliere, identificare e registrare una vasta gamma di emissioni elettroniche, dalle semplici comunicazioni militari via radio al caratteristico segnale dei radar di difesa cinesi.
È dalla fine degli anni Quaranta che la NSA, con l'aiuto della Marina e dell'Aviazione statunitensi, svolge queste operazioni, talora in modo aggressivo, tra l'insofferenza dei paesi interessati. In passato, l'URSS abbatté ben quaranta aerei americani impegnati in missioni Elint, alcuni dei quali ampiamente all'interno dello spazio aereo sovietico, provocando la morte di circa duecento americani tra civili e militari. L'ultimo incidente in ordine di tempo, tuttavia, si è verificato in acque internazionali nel Mar Cinese Meridionale; a quanto pare, l'incauto pedinamento del lento EP-3E americano a elica da parte di un caccia cinese avrebbe provocato una collisione a media altezza. Sarà stato un incidente, ma il messaggio era il medesimo degli abbattimenti sovietici del tempo andato: state alla larga.
Stare alla larga, tuttavia, è probabilmente l'ultima cosa che gli Stati Uniti sono disposti a fare. Le operazioni di intelligence sono il ritrovato delle grandi potenze quale sostitutivo della guerra, e il rischio di un conflitto tra Stati Uniti e Cina, pur non elevato, e a prima vista folle e inconcepibile, è tuttavia cresciuto col passare degli anni dopo il tracollo dell'Unione Sovietica nel 1991. Gran pomo della discordia è Taiwan, su cui la Cina cerca di riaffermare il proprio controllo politico. Eventualità che le varie amministrazioni americane non hanno escluso, purché realizzata senza il ricorso alla forza militare. Ma lo spettro della forza fa decisamente parte della strategia di Pechino, che ha più volte minacciato Taiwan con gesti simbolici, quali esercitazioni missilistiche al largo dell'isola, cui gli Stati Uniti rispondevano con altrettanto simboliche dimostrazioni di sostegno, come il benestare alla vendita di armi di nuova concezione ma non, fino a oggi, del sofisticato sistema difensivo "Aegis".
Del resto, anche quello che è accaduto all'EP-3E della Marina americana ha il suo lato simbolico: gli americani stavano battendo avanti e indietro la costa cinese in parte per dimostrare che nessuno può dirci cosa possiamo e non possiamo fare, e i cinesi gli stavano addosso come un'ombra per dimostrare che faremmo meglio a ripensarci. Il telespettatore che assiste all'evolversi del caso sulla CNN si sentirà come un adulto che guarda due marmocchi che si accapigliano al parco. Che hanno da litigare? Non potrebbero smetterla e andare d'accordo?
Ma non è per fare gesti simbolici che gli Stati Uniti buttano miliardi e miliardi di dollari in voli Elint e in tutte le altre attività di raccolta dati della NSA. Allora cos'è che i cinesi trovano tanto minaccioso, e che uso intendono fare gli americani di ciò che vengono a sapere? Questi interrogativi sono affrontati con numerosi esempi e abbondanza di dettagli umani e tecnici nella nuova storia della NSA, L'orecchio di Dio, di James Bamford, già autore vent'anni fa di uno dei migliori libri sui servizi segreti americani.
La nuova opera batte sentieri già percorsi, ma di frusto c'è ben poco. Bamford è venuto a conoscenza di cose degne di fare le prime pagine dei giornali e di accendere un serio dibattito. Ma il libro ha i suoi punti di forza nel ritratto della NSA istituzione di mole e capienza sbalorditive e nella ferma convinzione che ogni americano interessato ai fatti del mondo quanto basta da leggere un giornale dovrebbe essere informato delle attività dell'Agency, di come le assolve e perché. Potrà sembrare un principio elementare di educazione civica, ma la franchezza ha un suo prezzo: i dati riservati scoperti dalle organizzazioni di servizi segreti sono sempre imbarazzanti per qualcuno, e capita che il modo in cui li si ottiene, una volta portato a conoscenza dell'opinione pubblica, venga messo all'indice. Non c'è governo al mondo che scelga la via della franchezza, se può nascondere i propri maneggi; e senza gli sforzi di Bamford, iniziati nel 1982 col suo The Puzzle Palace, probabilmente la sigla NSA starebbe ancora per "Nessuna Simile Agenzia".
Principale obiettivo della National Security Agency sono le comunicazioni dei paesi stranieri, quelle cifrate in particolare. Nella seconda guerra mondiale, secondo alcuni storici, fu la perfetta decrittazione dei codici tedeschi e giapponesi da parte delle forze alleate a fare la differenza tra vittoria e sconfitta. La piena fiducia della Marina tedesca nel codice "Enigma", decifrato dai maghi di Bletchley Park, costò alla Germania la battaglia dell'Atlantico e, in definitiva, la guerra; allo stesso modo, la Marina giapponese fu incapace di riprendersi dalla schiacciante disfatta della battaglia di Midway, frutto della decrittazione americana del sistema di comunicazioni navali del nemico, il codice "Porpora".
Alla fine della guerra, ci informa Bamford nell'Orecchio di Dio, gli Alleati scoprirono che anche i tedeschi erano riusciti a decifrare i codici nemici, e in particolare quelli sovietici, trasmessi via radio con un dispositivo che a un capo spezzava i messaggi in nove canali distinti e li riassemblava dall'altro. I tedeschi leggevano i messaggi russi con una macchina di loro concezione, e quando ce ne procurammo una copia, potemmo cominciare anche noi a decifrare il traffico sovietico arretrato messaggi intercettati e messi da parte nell'originaria forma crittata proprio nella speranza di un futuro grimaldello.
Ma per quanto sensazionale, "la scoperta della vita", osserva Bamford, per i soldati americani che scovarono documenti e attrezzature tedesche sotto le pietre di un marciapiede la scoperta fu eguagliata dagli esperti di decodificazione dell'esercito americano che, grazie a un errore di procedura nei cablogrammi diplomatici scritti con cifrario usa e getta, solitamente indecrittabile, riuscirono a decifrare del tutto o in parte migliaia di comunicazioni. Tra le svariate centinaia di persone citate con nomi in codice nei messaggi nell'insieme denominati "Venona" vi erano anche le spie atomiche che avevano rivelato ai russi dettagli cruciali nella progettazione della loro prima bomba al plutonio.
Ma tutto, a quanto pare, finì lì. Malgrado l'enorme importanza attribuita alla decodifica dei messaggi russi durante la guerra fredda, e il massiccio investimento di energie prodigatovi, la NSA non riportò più un successo simile nella decrittazione dei codici sovietici. "Negli anni Sessanta", scrive Bamford, "l'incapacità della NSA di violare i codici sovietici di alto livello stava diventando una vera ossessione". Intere divisioni dell'Agency, con plotoni di matematici e sterminate quantità di computer si prodigarono inutilmente su un lavoro che oggi sta diventando ancora più duro. L'informatica ha avuto a lungo la sua silenziosa forza motrice nella NSA, che ancora oggi promuove attivamente la ricerca tecnologica a esempio sui computer che facciano uso di protoplasma vivente, alla maniera del cervello umano.
Verso la fine del libro, in un capitolo tanto rivelatore quanto tedioso, Bamford procede a un'enumerazione di nudi fatti riguardo alla NSA, informandoci sul numero dei dipendenti (38.000), sulla quantità di minestra ingurgitata ogni giorno a mensa (750 litri), sui consumi energetici (pari a quelli della città di Annapolis), sulla quantità di sangue donato annualmente (3.000 litri), sulle tonnellate annue di rifiuti cartacei (11.000, riciclate in un impasto usato nelle scatole per la pizza), sull'area occupata complessivamente dagli uffici (pari a quella di una piccola città), sul numero delle auto che possono ospitare i parcheggi (17.000) oltre quaranta pagine quasi tutte di cifre che vogliono far colpo. Ecco un paragrafo tipo: "Mentre le copie dei segreti vengono distrutte con regolarità, ci si sbarazza raramente delle informazioni originali. Superato il deposito dei nastri, nel Palazzo per le Attività di Supporto 2, troviamo il Centro Archivi e Documentazione della NSA. Qui, più di 129 milioni di documenti, tutti risalenti a più di venticinque anni fa, vengono ancora tenuti nascosti agli occhi degli storici e raccolgono polvere con enormi costi per il contribuente. Anche la NSA ha difficoltà a valutare l'estensione di questo materiale
Una pila di questi fogli sarebbe alta più di 14 chilometri, più della quota di crociera di un Boeing 747".
2.
La guerra d'informazione è un nuovo campo con un vasto potenziale di magagne, ma Bamford si limita a darcene un'idea. L'orecchio di Dio fornisce principalmente un ritratto dell'Agency e numerosi resoconti del ruolo da essa assolto nei vari momenti di crisi degli ultimi cinquant'anni. Al pari della CIA, dell'FBI e della DIA (Defense Intelligence Agency), anche la NSA fa del suo meglio per nascondere ciò che è in grado di raccogliere (e raccoglie di fatto) per impedire ai ficcanaso della scena pubblica americana di provare a dirle che cosa cercare. Questo diritto di assegnare compiti, detto tasking, è gelosa prerogativa della Casa Bianca e di pochi altissimi funzionari, ma anche a loro capita di esitare: ficcano il naso nazionale in una situazione spinosa e poi non sanno che pesci prendere con quello che hanno scoperto. Bamford racconta una di queste storie, ben nota nello schema generale ma ora arricchita di nuova dati: quella dell'incrociatore americano Liberty e della sua disavventura durante la guerra dei sei giorni. Difficile trovare esempio più calzante delle modalità con cui le operazioni di intelligence sono in grado di procurare informazioni che i funzionari preferirebbero ignorare.
Nelle sue linee fondamentali, la storia del caso Liberty è nota da tempo. Stracolma di sofisticati marchingegni per il rilevamento di dati elettronici, la nave fu inviata al largo della costa mediterranea della penisola del Sinai all'inizio del conflitto, nel giugno del '67. Come l'EP-3E sequestrato in Cina, anche la Liberty era in forza alla Marina ma in sostanza lavorava per la NSA, e il suo equipaggio comprendeva un certo numero di civili segregati nel cuore della nave a raccogliere, classificare e registrare "Sigint", dicitura tecnica per signals intelligence. L'8 giugno, quando la guerra volgeva ormai alla fine, la nave si trovava in ricognizione a una decina di miglia al largo della città di El Arish, controllando le trasmissioni radio sia israeliane che egiziane. "Vogliamo lavorare nella banda UHF [ultra-high-frequency, frequenza ultraelevata]", disse al comandante della nave il capitano di corvetta David Lewis, capo del contingente NSA. "Sono operazioni che ci impongono di mantenere una linea visiva con il nostro bersaglio. Se superassimo l'orizzonte, tanto varrebbe essere rimasti ad Abidjan. Comprometterebbe la nostra missione all'incirca dell'80 per cento." L'UHF è la gamma di frequenza impiegata dalle unità tattiche: la Liberty si trovava quindi proprio fianco a fianco delle due forze belligeranti. La cosa destò le apprensioni della Marina, ma un ordine di ritirata emanato dai capi di stato maggiore, inoltrato per errore alle Hawaii, giunse nel Mediterraneo con sedici ore di ritardo, quando era ormai troppo tardi: la Liberty era già stata attaccata, gravemente danneggiata e quasi affondata dagli israeliani.
Bamford ci offre un avvincente racconto di questo attacco devastante, che fece vittime nel 70 per cento dell'equipaggio: 34 morti e 171 feriti, alcuni dei quali provocati da ripetuti attacchi aerei, il resto da cacciatorpediniere che presero di mira le scialuppe di salvataggio sul ponte nella speranza, secondo Bamford, che nessuno sopravvivesse e spararono cinque siluri contro la nave indifesa. Solo uno andò a segno, ma sarebbe probabilmente bastato per mandare a picco il bersaglio se gli spazi della nave riservati alla NSA non fossero stati isolati, intrappolando all'interno venticinque tecnici adibiti al Sigint.
Verso le 16:15 ora locale, trascorse due ore e mezzo dall'inizio dell'attacco, lo stato maggiore israeliano informò l'addetto navale americano dell'ambasciata USA di Tel Aviv che i caccia e le torpedieniere israeliane avevano attaccato la nave "per errore". Ufficialmente, Israele ha sempre sostenuto che le sue forze aeree scambiarono la Liberty per una nave nemica; gli Stati Uniti, dal canto loro, vi hanno sempre fatto riferimento come a un increscioso incidente. Ma sulla scorta di interviste e di numerose nuove testimonianze raccolte in Israele e Stati Uniti a metà degli anni Novanta, Bamford sostiene in modo stringente che Israele sapeva che la Liberty era una nave americana e temeva che stesse intercettando nell'area di El Arish comunicazioni relative alla strage di varie centinaia di prigionieri di guerra egiziani da parte delle truppe israeliane, episodio di recente al centro di un pubblico dibattito in Israele e riportato dalla stampa americana.
Lungi dal manifestare sdegno per la perdita di vite umane e per quell'atto di tradimento da parte di un alleato, la Casa Bianca, osserva Bamford, era molto più preoccupata che l'incidente potesse compromettere il sostegno politico americano a Israele nel bel mezzo di una guerra. Mentre la Liberty annaspava indifesa al largo della costa del Sinai, piena di uomini feriti a morte, coi corpi che si riversavano in mare attraverso la falla aperta dal siluro israeliano, i capi di stato maggiore ordinarono al comandante della Sesta Flotta americana, il contrammiraglio Lawrence Geis, di richiamare il caccia partito dalla Saratoga per proteggere la Liberty da nuovi attacchi. Come si può immaginare, Geis andò su tutte le furie e protestò direttamente col segretario alla Difesa Robert McNamara. Nel 1998 il contrammiraglio raccontò al comandante Lewis il quale registrò la testimonianza che al termine della conversazione, McNamara gli passò al telefono il presidente Lyndon Johnson in persona; questi "affermò che non gli importava che la nave affondasse, ma lui non avrebbe mai messo in imbarazzo i suoi alleati".
L'ammiraglio Geis non fu l'unico ad avere un amaro risveglio sulle priorità del Pentagono e della Casa Bianca. Ad attacco in corso, mentre la sorte della nave era ancora in dubbio, il vicedirettore della NSA, Louis Tordella, chiamò il Centro di Ricognizione Congiunto dello stato maggiore per far presente alle autorità navali che bisognava fare qualcosa riguardo alle informazioni segrete e alle attrezzature che si trovavano a bordo. Un ufficiale del Centro gli disse che "in quel preciso momento alcune non meglio identificate autorità di Washington stavano esaminando l'eventualità di affondare la Liberty in modo da impedire ai giornalisti di fotografarla e quindi di aizzare l'opinione pubblica contro gli israeliani. Espressi il mio giudizio su quell'ipotesi con un apprezzamento poco educato", scriveva il giorno stesso Tordella in un rapporto classificato "Top Secret/Umbra" su cui Bamford è riuscito a mettere le mani.
Accertare l'accaduto era l'ultima preoccupazione sull'agenda ufficiale. Prima bisognava trovare un modo di nascondere o comunque minimizzare l'incidente. Stando alla cronologia dell'episodio fornita dal Dipartimento di Stato, "l'ambasciata di Tel Aviv ha suggerito di non dare troppa pubblicità al fatto, poiché la vicinanza dell'unità al teatro di guerra sarebbe un ottimo pretesto per rafforzare i sospetti degli arabi su un possibile sostegno americano a Israele". In serata il Pentagono ordinò un rigoroso silenzio stampa, vietando a chiunque fosse stato presente sulla scena di parlare dell'attacco, sia allora che in seguito. Una settimana dopo, scrive Bamford, quando i membri sopravvissuti dell'equipaggio sbarcarono a Malta, fu loro minacciato il carcere se avessero rotto il silenzio con chicchessia, compresi familiari e commilitoni. Israele si impegnò a un risarcimento per i morti e i feriti, ma passarono anni di dispute legali prima che Tel Aviv pagasse agli Stati Uniti un simbolico gettone di sei milioni di dollari per la distruzione della nave.
Non c'è compendio che possa render giustizia alla vivacità di dettagli e alla persuasività documentaria della narrazione di Bamford. La Marina militare americana ha patito di rado, in tempo di pace, un attacco a sorpresa più devastante: reggono il confronto solo Pearl Harbor e l'esplosione a bordo della corazzata Maine nel 1898. L'attacco fu atroce e non provocato, e la reazione americana ambigua, insensibile, timida e disonesta. Ma si tratta di una pagina dolorosa e imbarazzante di un alleato che vanta difensori a bizzeffe, e Bamford dovrà attendersi una massiccia controffensiva. Sono dell'idea che gran parte delle critiche parleranno di posizione antisraeliana, accusa corroborata dal tono per certi versi risentito dell'autore. Bamford è scrittore dai rigorosi e tonificanti giudizi morali, tanto nella lode che nella censura, ma nel caso Liberty c'è qualcosa che lo manda fuori dai gangheri, e al termine la cronaca è come intorbidata dalla storia dell'omicidio di un giornalista avvenuto qualche anno fa sul confine tra Libano e Israele. Due episodi privi di correlazione e francamente non paragonabili. Lo sdegno è bene lasciarlo alle piccole cose, ma per quelle grandi si raccomandano freddezza e distacco, e Bamford avrebbe fatto bene a ricapitolare in modo più compassato i tanti aspetti inquietanti dell'episodio.
Ciò detto, l'autore ha fatto tutto quel che poteva fare qualsiasi storico o giornalista, esponendo la propria tesi in modo accurato e plausibile ma riconoscendo al tempo stesso che molti sono i punti ancora oscuri. Per farvi ulteriormente luce, sostiene Bamford, sarebbe tempo che il Congresso intraprendesse quell'approfondita inchiesta cui si era in precedenza sottratto ed egli non lascia dubbi su dove gli investigatori dovrebbero cominciare a cercare: negli archivi della National Security Agency.
Quello della Liberty, ci informa Bamford, non era l'unico equipaggio della NSA impegnato nella ricognizione di segnali lungo le coste del Sinai, quell'8 di giugno. Sull'area gironzolava anche un apparecchio EC-121 della Marina militare, decollato da Atene, con a bordo tecnici Sigint impegnati a intercettare comunicazioni radio delle forze belligeranti in arabo e in ebraico. Nel primo pomeriggio dell'8 giugno, uno speaker ebreo della NSA disse di aver sentito qualcosa di strano sui canali UHF impiegati dalle forze navali israeliane: un'offensiva in corso contro un bersaglio che aveva tutta l'aria di battere bandiera americana. Più tardi, tornati alla base, gli uomini dell'equipaggio si resero conto di aver intercettato l'attacco sferrato contro la Liberty dalle cacciatorpediniere israeliane. I nastri originali furono inviati alla NSA, nei cui archivi è presumibile si trovino ancora oggi.
Bamford non ha visto i tabulati né ascoltato i nastri; le sue informazioni, a quanto risulta, provengono da interviste a uomini dell'equipaggio. È probabile che le bobine dimostrino inequivocabilmente ciò che le testimonianze si limitano a insinuare, ma non è detto. L'unico modo per saperlo è leggere le trascrizioni e ascoltare i nastri. Le cose stanno così da oltre trent'anni ma soltanto oggi, grazie alle tenaci ricerche di Bamford, molta più gente lo sa. Che un qualche comitato parlamentare si decida finalmente ad accoglierne il suggerimento e a fare richiesta dei riscontri documentari è questione puramente politica, come sempre, o quasi, quando si tratta di intercettazione e impiego di informazioni riservate.
3.
Ma il libro non guarda solo al passato remoto. Bamford ha molte cose da dire su fatti più recenti come la guerra del Golfo del 1990-1991, anch'essa col suo bravo risvolto Sigint più o meno come tutti gli episodi di conflitto o di tensione internazionale. L'autore non esita a giudicare la condotta americana nell'assolvere a questa perpetua guerra segreta, ma come un po' tutti gli (sparuti) scrittori che hanno scelto di dedicarsi allo studio dei servizi di intelligence, è alquanto restio a giudicare e di certo non condanna l'apparato in sé e per sé. Sulle prime, dal lavoro dei servizi segreti promana odor di marcio, ma tanto occulto lavorio si riduce poi a un tenere gli occhi aperti, a sapere quello che succede, a cercare di trovarsi sempre un passo avanti all'avversario.
A quanto pare, la Liberty scoprì cose che gli altri non volevano farci sapere, e l'EP-3E atterrato sull'isola di Hainan stava cercando di fare la stessa cosa. Secondo alcuni commentatori, i cinesi hanno tenuto sotto custodia l'aereo e il suo equipaggio per undici giorni a causa di divergenze tra i vertici di Pechino, divisi sulla linea da prendere, ma a me sembra molto più probabile che l'aereo sia stato trattenuto per la stessa ragione per cui i caccia cinesi lo avevano pedinato nei cieli, avvicinandosi al punto che gli americani potevano riconoscere la faccia dei piloti.
Il pericolo era evidente e assai elevato, e voleva esserlo non perché l'orgoglio nazionale cinese fosse leso da una semplice ricognizione di routine americana lungo le loro coste, ma perché la Cina non voleva e non vuole far conoscere tutte le informazioni che gli aerei spia riescono a raccogliere per poi infilarle nella memoria di un computer. Le operazioni di intelligence hanno a che fare in definitiva con la libertà d'azione: se i tuoi nemici non sanno cosa stai facendo, non ti possono fermare, e se non sanno da quali armamenti è sostenuta una minaccia, maggiori sono le probabilità che reagiscano con cautela. Gli aerei spia che pattugliano la costa cinese allargano la libertà d'azione degli americani e limitano quella cinese. Un equilibrio che verrebbe a mutare se Pechino riuscisse a fermarli.
In fin dei conti, questo sgomitare nei cieli non è che un'altra forma di politica. Se Pechino giunge a una soluzione negoziale con Taipei senza minacciare di ricorrere all'uso della forza, è presumibile che debba concedere molto in termini di proprietà privata, diritti umani, libertà politica e altre cose attinenti alla struttura economica e sociale della società cinese. Una minaccia di ricorrere alla forza, se presa seriamente, potrebbe convincere Taipei ad accontentarsi di meno. Con la forza nuda e cruda, poi per esempio un'invasione militare di Taiwan , Pechino potrebbe evitare qualsiasi tipo di concessione. Perché gli Stati Uniti abbiano voce in capitolo nella risoluzione della faccenda cosa su cui hanno insistito tutti i presidenti americani da Nixon a questa parte , hanno bisogno di conoscere lo stato dell'arte, dunque non solo quello che i cinesi dicono, ma anche ciò che stanno effettivamente facendo e come, e valutare i loro preparativi rispetto alle forze schierate contro di essi, tutti dati che le costose piattaforme di intelligence tipo gli aeroplani da Elint sono specificamente concepite per monitorare, identificare e raccogliere.
Il che ci riporta all'esasperato interrogativo dello spettatore che ha l'impressione di guardare due marmocchi che litigano al parco: che gli costerebbe andare d'accordo? Perché le grandi potenze devono continuare a spintonarsi e a sondarsi a vicenda con questa aggressività, decifrando codici, corrompendo spie, rubando documenti, infilando microfoni nelle ambasciate, mandando in cerca di guai navi e aerei irti di antenne? La risposta, doviziosamente documentata dal bel libro di Bamford, è che nella rivalità internazionale per il potere, ove capita che le differenze portino a una guerra, tutto lo sgomitante lavorio dei servizi segreti potrà anche sembrare un conflitto, ma è in realtà il punto più vicino alla pace a cui possano giungere dei seri antagonisti.
(Traduzione di Alessio Catania)
THOMAS POWERSè autore di The Man Who Kept the Secrets (Knopf, 1979), considerato un classico sulla CIA, ed è noto al pubblico italiano grazie al suo La storia segreta dell'atomica tedesca, pubblicato nel 1994 da Mondadori. Per i tipi di The New York Review of Books, ha pubblicato Intelligence Wars: American Secret History from Hitler to al-Qaeda (2002), una raccolta di articoli scritti tra il 1980 e il 2002.
|