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Gli anni di Busi
FRANCESCO PICCOLO

ALDO BUSI, E io, che ho le rose fiorite anche d'inverno? Scrittura di viaggio, Milano, Mondadori, pp. 318, €17,60

ID., Seminario sulla gioventù, nuova ed. accresciuta, Milano, Adelphi, pp. 406, €19,50

La distanza più evidente di cui occuparsi a proposito di E io, che ho le rose fiorite anche d'inverno?, che si definisce una "scrittura in viaggio", è quella temporale: venti anni esatti dal Seminario sulla gioventù, ripubblicato l'anno scorso in una versione "director's cut" di cui, con tutto il rispetto, non terrò conto. L'Aldo Busi di allora, con l'incoscienza della giovinezza matura, nelle interviste buttava lì splendide frasi del tipo: "Scrivo romanzi per avere dei classici da leggere quando sarò vecchio". Diceva anche che avrebbe scritto altri due o tre romanzi e poi basta, e a chi glielo ha ricordato in seguito, ha precisato che parlava di "romanzi" in senso stretto, e non di altri tipi di libri che andava scrivendo.

Ora, si sa che gli scrittori da giovani — meglio, tutti gli esseri umani, da giovani, in verità — fanno lo stesso errore: non sanno immaginare quel tempo in cui essi stessi sarebbero divenuti scrittori attempati con venti o trenta libri alle spalle; non sanno immaginare che in quel tempo altri saranno gli scrittori giovani che diranno cose definitive senza sapere a loro volta considerare il futuro. L'esuberanza di Busi, poi, è stata ed è ancora (ma ora, per scelta, solo a tratti) esemplare. In questa vitalità esibita, nella scrittura, sta probabilmente il legame tra quel Busi "seminarista" e quello di ora, con le rose fiorite anche d'inverno.

Insomma, quel che intendo dire, come punto di partenza sul segmento temporale che raccoglie venti anni di opera letteraria di Aldo Busi, è che nella sua proverbiale sfacciataggine, in quelle interviste provocatorie diceva delle verità. Per esempio, le seguenti verità: un classico, almeno — nella definizione che ne dà lui, "tutto ciò che è moderno per eccellenza di ritmo", o in una versione contemporanea e di consumo rapido, tutta da verificare nel futuro remoto, certo, ma un classico di questo tempo (uno, almeno) — Busi l'ha scritto e può leggerselo in pace, da vecchio: appunto, il Seminario. E se si vuol restare ai suoi romanzi, allora quel percorso di sostanza che voleva tracciare per poi smettere, Busi lo ha tracciato per davvero con chiarezza e sicumera fino a (sia chiaro, è una ipotesi assolutamente disegnata sul mio godimento di lettore) Sodomie in corpo 11, libro difficile da digerire ma che portava alle estreme conseguenze quel racconto del sé eroe letterario e non biecamente autobiografico che fa un grande autore —, passando quindi per Vita standard di un venditore provvisorio di collant e La delfina bizantina.

 

Sto usando le sue profezie su se stesso, vere o false che fossero, come strumento mio personale: come se avesse voluto indicarmi i libri che valeva davvero la pena leggere. Sto parlando di quel tempo della narrativa di Busi che ha a che fare con il dolore di sé, tutta contenuta già nel celebre attacco del Seminario: "Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela tanto presa per così poco, e anch'io ho creduto fatale quanto si è poi rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato". Sto parlando di quel tempo, della giovinezza, così come l'ho indicato, che più precisamente è il tempo della presa di coscienza della giovinezza, se non quello della fuoriuscita da essa.

Ecco la questione della distanza temporale, la questione di questi vent'anni. Il libro sulla gioventù che si specchia oggi con E io, che ho le rose fiorite anche d'inverno? (e niente affatto con il troppo intenzionale Seminario sulla vecchiaia). Però bisogna avere pazienza, perché c'è stato un tempo di mezzo, e bisogna affrontarlo; dopo Sodomie, è arrivato il Busi delle canzoni, dei libri di costume (ma non parlo certo del Busi televisivo, quello è un'altra cosa, è la messinscena dello scrittore di successo che si permette un po' di cose, dallo strepitoso al patetico, tutte in ogni caso potentemente antimediocri, e che comunque non devono rientrare — nemmeno per gli aspetti positivi — nel giudizio sulla scrittura prodotta: per il semplice fatto che non serve, per dirla con lui, a guardarsi le registrazioni in vecchiaia); i libri di costume, dicevo; e quel che possiamo definire il Busi iper-romanziere di storie costruite come una dimostrazione di bravura ma che hanno una pienezza e una rumorosità tali che appaiono esteriori.

Il mio riferimento più nitido è a Vendita galline Km.2, in cui la messa in piazza della propria capacità narrativa copre e annulla ogni potenza dolorosa ed esistenziale. Un romanzo debordante che nasconde una diminuzione dell'ispirazione alla quale Busi ha reagito con furia, raddoppiando la posta della scommessa, ribellandosi con un romanzesco in eccesso. Una ammirevole reazione — di grande livello, sia chiaro, così come hanno pagine meravigliose anche i suoi libri che ho definito di costume per ordine schematico, ma in questo tempo di mezzo, e in tutta l'opera di Busi, la schematicità serve a spiegare con un po' di truce massimalismo un po' di cose alla fine necessarie su di lui, ma conservando l'intima certezza che i suoi libri sono autonomamente contaminati, travalicando i generi e le definizioni. È quel lungo periodo in cui una strana mistione di adesione alla vita e di poca vena nel raccontarla, hanno prodotto uno scrittore troppo cosciente e troppo affidato alla scrittura, uno scrittore onnipotente e onnipresente che ha pensato di poter scrivere di tutto. Uno scrittore che alla fine ha provocato ammirazione e allo stesso tempo quella stanchezza che ogni lettore affezionato sente nell'abitudine del suo occhio alla maniera.

Ora è tempo di parlare del presente, di quell'epoca autobiografica che dobbiamo definire, dietro suo insistente suggerimento, della vecchiaia. Perché Busi, a prescindere dalla reale e oggettiva (cioè astratta) definizione collettiva, si ritiene già vecchio. È questo il senso (e la forza) di E io, che ho le rose fiorite anche d'inverno? Parliamo della vecchiaia così come prima con il Seminario si parlava della giovinezza. Parliamo di quel tempo della vita in cui il vero pericolo che corre Busi a causa della sua scrittura che non ha paragoni né riferimenti (se non forzati) oggi in Italia, e cioè i fuochi d'artificio, si trasferisce subito in un altro abito fin dal primo periodo lungo due pagine, malinconico e preciso. E così subito si capisce che i fuochi d'artificio smettono immediatamente di essere artificio non appena ci si avvicina a un sistema letterario — chi se ne frega quanto autobiografico —, che assomiglia all'uomo, che gli appartiene; così, l'essenza evanescente si autodistrugge e si inabissa nella verità letteraria: "Chi scrive "io" senza compromettersi non compromette alcuna realtà e quindi non ci sta dicendo niente di nessun altro. Il primo personaggio negativo di uno scrittore è sempre se stesso: basta sia umano e, fra le tante verità che pretende di svelare, non ci taccia la più difficile da esprimere, la sua, e sarà già negativo".

Qui, in questo libro, torna il dolore di quel personaggio che Busi ha cominciato a costruire venti anni fa: un moralista vitale che esibisce con furore le sue virtù perché ha come obiettivo reale quello di mostrarci il suo io negativo, di sbatterlo in faccia quando abbiamo abbassato le braccia che tenevamo alte a proteggerci. Busi, in definitiva, oggi, si ritrae già vecchio, solo, intristito, alle prese con una straziante testardaggine nell'accudirsi e nel viziarsi, nel costruire dentro e intorno alla sua villetta brianzola, un mondo accogliente, elegante e pieno di gusto che non serve più a niente. Se quello scappare per il mondo del Seminario aveva a che fare con un dolore di ciò che aveva lasciato nella sua provincia e con la ricerca sfrenata di senso, con la curiosità, con la disperata vitalità del vivere ("Ho smesso di studiare e fatto il cameriere, l'operaio, in giro per il mondo. Mio padre veniva ogni mese a portarmi via la paga, fino a quando gli diedi un pugno in faccia e non si fece più vedere. Lui non aveva mai lavorato un'ora della sua vita. Di notte studiavo, da solo, anche le lingue, poi feci cinque anni di media superiore in uno, privatamente, e presi il diploma. Mi sono laureato in lingue e su 24 esami, 21 li ho dati in due anni. In tutto questo tempo ho accumulato rabbia e dolore che non avrei potuto scrivere. Con l'autodisciplina ho vinto il cinismo e sono diventato buono: preferirei morire che tornare alla mia giovinezza"), adesso la questione è capovolta: è la noia e la malinconia che lo spingono ad andare in giro senza trovare nulla, che lo spingono al viaggio privilegiato e comodo e falso e a godere della falsità, a fregarsene, a tornarsene a casa dopo essere sceso all'aeroporto di Buenos Aires per il semplice fatto che tutto quel che vedrà sa già cos'è, è niente, è vacuità, è ricordo fotografico.

In qualche modo, la corrispondenza è perfetta: essere appena usciti dalla giovinezza vuol dire respingerla per tutto il dolore che comporta. Essere appena entrati nella vecchiaia vuol dire respingerla per tutta la solitudine che comporta. In verità, il Busi attivo (reattivo) è proprio quello di mezzo, nel guado dove ha sguazzato, anche con esteriorità, ma dove si sentiva protetto dai dolori che poi avrebbero tentato di spezzarlo, come i due cavalli che tirano ai lati opposti e Maciste che deve tenerli per non essere dilaniato.

Eppure, tutto quel che precede il lungo e dolorosissimo testo che dà il titolo al libro, è qualcosa che serve solo a introdurlo e in qualche modo è come se Busi, a pubblicarlo da solo, quel testo lì, si fosse messo paura. Ma noi non dobbiamo prendere decisioni al posto suo (vizio diffuso nella critica d'oggi, che tende sempre meno a giudicare e sempre più a suggerire possibili soluzioni alternative) e prendiamo il tutto così com'è. Anche perché proprio qui, nei testi che preparano l'ingresso al Busi che si ritrae vecchissimo, possiamo rintracciare il cammino verso la malinconia, e cioè quella speciale inversione della doppia anima che sempre ha caratterizzato Busi, la speciale combinazione tra il cosmopolita e il provinciale.

 

Nella gioventù il personaggio principale era il cosmopolita che portava in giro con sé il provinciale, quello che aveva abbandonato il paese e soprattutto la famiglia — ritratta ancora in un'altra pagina del Seminario: "Ci abbracciammo in silenzio, senza eccessivo calore. Lo sforzo che dobbiamo fare per compiere questo gesto così insolito ma obbligatorio ci mette entrambi in imbarazzo. Non ci sono mai state rappresentazioni spontanee di questo genere in famiglia, ne è sempre mancata l'occasione o, quando si è presentata, ha sempre trovato tutti impreparati. Muscoli tesi e perplessi. Mancanza di esercizio totale per i buffetti sulle guance, i pizzicotti sulle natiche, le pacche sulla spalla. Figuriamoci un intero abbraccio. Quando qualcuno della famiglia si incontra per strada è preso dal panico: non sappiamo neppure come fare a salutarci e se dobbiamo, ci siamo visti venti secondi prima; non che portiamo astio fra di noi, o non solo, è che ci manca la formula — e ci sembra una tortura quel "Ciao", l'"heilà"; tanto che, per tacito consenso, finiamo tutti per far finta di non vederci, o cambiamo strada".

Adesso sono stati invertiti i ruoli di incudine e martello; adesso è un provinciale che porta con sé il peso e la malinconia del cosmopolita, che porta con sé tutta l'insofferenza verso il viaggio mentre lo immagina e mentre lo compie. È questo, il libro dell'insofferenza. È il libro in cui il sentimento dell'insofferenza che ha accompagnato tutto il carattere dell'io busiano, si libera finalmente (con la giustificazione della vecchiaia) e diventa un elemento poetico, ma antispirituale come lui stesso teorizza, e del tutto concreto. E sincero, a discapito di ogni perbenismo e luccichio del proprio ego. Perché un merito va ascritto a Busi, in questo mondo letterario così attento ad avere pensieri giusti e corretti, ed è quello di essere uno scrittore che fa della sincerità l'unica battaglia sensata, e la sincerità vuol dire ritrarsi come un io negativo, appunto, che è forse l'unico io possibile che abbiamo nella profondità del nostro essere.

Altrimenti, come si spiegherebbe che tutto il mondo che Busi va a vedere, che ci mostra, che ci racconta, è così terribile? Chi lo ha costruito, questo mondo terribile, se siamo tutti così carini, puliti, giusti e intelligenti? L'uomo solo e insofferente è quel che il Seminario ci aveva già promesso. E la coscienza di Busi è nitida: in una intervista del '93 a Natalia Aspesi dice senza esitazione: "Il successo è una cosa molto poco importante per me. La sostanza della mia vita non è cambiata, sono un emarginato di lusso, ma sempre un emarginato; è un'emarginazione che prima mi era imposta e oggi è la condizione indispensabile allo scrivere, e la custodisco e difendo come un tesoro".

Per questa indispensabile e sincera emarginazione, azzardo, vale di più una sua pagina sull'insofferenza che le migliaia di pagine sulla sofferenza che leggiamo con sguardo compunto e scuotendo la testa come se ci importasse davvero, ma davvero davvero, del dolore del mondo.

ALTRI LIBRI DI ALDO BUSI CITATI IN QUESTO ARTICOLO

Vita standard di un venditore provvisorio di collant, Milano, Mondadori, 1985 (ed. 2002, con postfazione di Andreina Delvecchio e Marco Cavalli, e con una nota dell'autore)

La delfina bizantina, Milano, Mondadori, 1986 (ed. 1992 con postfazione di Andreina Delvecchio)

Sodomie in corpo 11: non viaggio, nonsesso e scrittura, Milano, Mondadori, 1988 (ed. 1995 con postfazione di Massimo Bacigalupo)

Vendita galline Km.2, Milano, Mondadori, 1993


FRANCESCO PICCOLO è autore di: Storie di primogeniti e figli unici (1996), Se c'ero, dormivo (1998), Il tempo imperfetto (2000) e Allegro occidentale (2003), tutti editi da Feltrinelli. Collabora a quotidiani e riviste e scrive per il cinema.

 
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