|
|
 |
 |
 |
Le radici del pregiudizio
MARCO SANTAMBROGIO
GIOVANNI REALE, Radici culturali e spirituali dell'Europa. Per una rinascita dell'"uomo europeo", Milano, Raffaello Cortina, pp. 183, €18,50
La Convenzione europea presieduta da Roman Herzog ha presentato nel giugno 2003 una bozza di costituzione che potrebbe essere per l"Europa quello che per noi è la Costituzione italiana. E come questa specifica subito all"inizio i valori fondamentali su cui si reggono il nostro sistema politico e la nostra convivenza, così quella espone nel Preambolo i valori a cui si ispireranno i suoi ordinamenti: uguaglianza, libertà, rispetto della ragione, diritti della persona, pace, giustizia, solidarietà, e pochi altri. Il Preambolo ha sollevato un vespaio di critiche di tutti i generi. In particolare, alcuni commentatori hanno sostenuto che per gettare le basi della nuova Europa si sarebbero dovute individuare preliminarmente le sue "radici" e i "fondamenti" delle sue tradizioni, perché solo sapendo da dove hanno tratto alimento la sua crescita e il suo sviluppo si può stabilire come l"Europa dovrà continuare a essere. Sostengono che il compito di una costituzione sarebbe quello di "rispecchiare il passato", "conservare l"identità", "mantener vivo lo spirito originario" della realtà storica a cui si vuol dare nuova forma. Particolarmente inaccettabile costoro hanno trovato l"assenza di ogni riferimento al cristianesimo. Romano Prodi ha dichiarato: "Negare 1500 anni di civiltà è creare un vuoto di coscienza nella nostra identità di europei. A quel testo, così come è scritto, è preferibile nessun testo. Meglio il silenzio sull"intero nostro passato che una menzogna".
Sono sicuro che molti filosofi di professione sono rimasti infastiditi, se non esasperati, dall"uso disinvolto da parte di politici e giornalisti di concetti come quelli di "radici", "fondamenti", "identità" e perfino del soggetto a cui tutto ciò si attribuisce, "noi europei". Si tratta di concetti difficili che andrebbero chiariti prima di affrontare una discussione responsabile. Non dico questo per un vezzo professionale di oziosa puntigliosità, ma perché è inevitabile altrimenti cadere in gravi difficoltà o perfino in contraddizioni. A esempio, chi siamo "noi europei" e che cosa intendiamo per "le nostre radici"? Alcuni europei sono nati ai bordi dello Ionio e i loro antenati sono presumibilmente vissuti in quell"area negli ultimi duemila anni. Altri invece, e sono probabilmente la maggioranza, discendono da antenati unni, avari, sciti, ebrei, celti, arabi, normanni,
e in innumerevoli famiglie si mescolano le discendenze di popoli diversi. Quando si tratta di dire quali siano le loro radici, che cosa si dovrà dire? Ovviamente non basta, perché qualcosa faccia parte delle radici di qualcuno, che sia accaduto nel suo passato o in quello dei suoi antenati. Infinite cose sono accadute nel passato di ciascuno di noi europei, la maggior parte delle quali non hanno nessun particolare rapporto con noi: l"estinzione dei grandi sauri, la costruzione della muraglia cinese, la domesticazione del cavallo
Bisogna considerare piuttosto ciò che è accaduto proprio ai nostri antenati o meglio ancora qualcosa che essi hanno fatto. Ma di nuovo, i nostri antenati ne hanno fatte di tutti i colori: gli unni hanno combattuto con i celti, gli arabi con i normanni e tutti contro i romani; ogni religione ne ha avversata qualcun"altra e tutte hanno avversato gli atei; alcuni hanno inventato la domesticazione dei bovini, la scrittura, la filosofia stoica, la scienza moderna mentre qualcun altro cercava di impedirglielo o di rendergli la vita difficile; tutti hanno cercato di sbarcare il lunario, alcuni non ci sono riusciti. Insomma, bisogna riconoscere che il concetto di "radici" richiede almeno qualche chiarimento. (Forse qualcuno vorrà suggerire che non gli individui, ma solo i popoli hanno radici. Ma sarebbe peggio che andar di notte. Finiremmo per sostenere che il popolo italiano ha radici che gli italiani non hanno. Dunque, oltre agli italiani ci sarebbe il popolo italiano, come un"entità platonica? Ma solo qualcosa che esiste nel tempo può aver radici, non certo un"idea o un"entità astratta. E allora, se non è un"entità platonica, che cos"è il popolo italiano?)
Lo stesso per il concetto di "identità". Ciascuno di noi ha un"identità. Ma hanno un"identità anche i popoli? E si tratta di qualcosa che siamo o di qualcosa che vogliamo essere? Fa una grande differenza, perché a esempio alcuni dei tedeschi viventi hanno avuto genitori nazisti, ma avversano il nazismo con tutte le loro forze. A tutti noi da piccoli è stato insegnato qualcosa in cui non ci riconosciamo più. E tutti gli europei sono nati e vissuti in un"Europa divisa, ma in molti la vorremmo unita. Come la mettiamo allora con l"identità?
Queste sono solo alcune delle difficoltà che lo sguardo allenato del filosofo scorge nel concetto. Ma supponiamo pure che sia stato chiarito che cosa si intende per "identità". Si dovrà ancora stabilire quali siano i rapporti tra le radici e l"identità. Perché ciò che siamo stati fin qui, ciò che ha alimentato lo sviluppo di un individuo o di un popolo, dovrebbe determinare ciò che essi saranno o dovrebbero essere anche in futuro? Non siamo forse liberi di cambiar strada? E non è anzi auspicabile che si cambi strada, visto quello che è accaduto nel nostro passato? Se l"identità non è tanto ciò che vorremmo essere, quanto quello che siamo stati o che siamo (non è la stessa cosa), perché dovremmo cercare di conservare la nostra identità? Qualcuno ha detto che dovremmo diventare ciò che già siamo, ma è difficile prenderlo seriamente come una guida o un principio di azione.
Emmanuel Lévinas ha osservato che per gran parte della sua storia il pensiero europeo si è basato su un assioma di libertà, sulla convinzione cioè che sia sempre possibile per l"uomo liberarsi del proprio essere contingente e della storia stessa per dirigersi verso un altrove mentale (o verso la trascendenza). Invece l"hitlerismo e il razzismo "incatenano la verità a una comunità di sangue, a un"immaginaria unità di razza" e "legano i suoi membri in una cupa immobilità". Ma non sono forse sostanzialmente simili le catene con cui qualcuno vorrebbe legarci alle nostre radici culturali e storiche? Non è altrettanto cupa l"immobilità a cui saremmo condannati?
Solo una volta che ci si sia resi conto delle difficoltà insite nei concetti di radici e di identità e si sia stabilito come esattamente intenderli in generale, si potrà procedere a stabilire quali siano le radici e l"identità dell"Europa in particolare. Ma anche qui si incontrano una quantità di problemi. Saranno gli storici a stabilire l"identità dell"Europa? O i filosofi? O qualche altro tipo di intellettuale? E che cosa conferisce loro questa particolare autorità? Se l"identità ha a che fare con ciò che si vuole essere, piuttosto che con ciò che già si è, non sembra che possa esistere una particolare competenza professionale che conferisca l"autorità di prescrivere agli altri ciò che essi dovrebbero voler essere. E infine, perché mai in una costituzione dovrebbe trovar posto un richiamo al passato collettivo di coloro che vogliono darsi quella costituzione? La costituzione italiana se ne guarda bene e la cosa merita qualche riflessione.
Mi sarei aspettato che nel libro di Giovanni Reale, Le radici culturali e spirituali dell"Europa, datato giugno 2003, questi problemi fossero affrontati e discussi con cura. Invece, dopo aver lamentato i silenzi del Preambolo sulle radici europee e particolarmente sul cristianesimo, Reale procede immediatamente a stabilire che cosa faccia parte delle radici e dell"identità europea. Naturalmente egli ha in mente una particolare interpretazione di queste nozioni, che cercherò di evincere da alcune delle cose che dice (e da altre che non dice) ma poiché non le ha sottoposte a un"analisi preliminare, vedremo che incorre puntualmente nelle difficoltà che ho detto.
Sentiamo Reale. "Obiettivo di queste pagine è chiarire come sia nata e come si sia costituita l"Europa, così da aiutare l""uomo europeo" a "conoscere se stesso", e quindi a "rinascere". Allo scopo, ho cercato di far emergere alcuni elementi essenziali sovente solo accennati, se non addirittura ignorati, o comunque minimizzati nella loro portata." Questa impresa egli la intende come "una riflessione di carattere filosofico
un"analisi "politica" non nell"accezione ristretta del termine, bensì in quella più ampia, greca, "platonica", che rivela una natura prevalentemente "conoscitiva"".
"Bisogna riconoscere", egli sostiene senza peraltro spiegare perché dovremmo riconoscerlo, "che, in primis et ante omnia, [l"Europa] è nata da radici culturali e spirituali ben precise. Ma quali sono queste radici? In primo luogo, la cultura greca; in secondo luogo, il messaggio cristiano; in terzo luogo, la grande rivoluzione scientifico-tecnica, iniziata nel Seicento e proseguita senza soste con strabiliante velocità e con effetti del tutto imprevedibili".
È chiaro che una tale scelta e soprattutto la vastità delle esclusioni richiede una giustificazione. Reale non ne fornisce una propria e fa invece parlare altri autori, tra cui Croce, Chabod, Eliot, Morin, Scheler, Umberto Galimberti, Marcello Veneziani
Ma quello che intende per "radici" emerge comunque abbastanza chiaramente. Prendiamo a esempio il cristianesimo (ma più o meno le stesse cose si possono dire delle altre due religioni). Reale fa riferimento al saggio di Croce Perché non possiamo non dirci cristiani, in cui si afferma che il cristianesimo "è stata la più grande rivoluzione che l"umanità abbia mai compiuta" e tutte le rivoluzioni e le scoperte che seguirono non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana. Nello stesso spirito Reale cita Chabod secondo cui "il Cristianesimo ha modellato il nostro modo di sentire e di pensare in guisa incancellabile; e la diversità profonda che c"è tra noi e gli Antichi
è proprio dovuta a questo gran fatto, il maggior fatto senza dubbio della storia universale, cioè il verbo cristiano". Di Eliot, infine, Reale cita l"affermazione che persino grandi avversari del cristianesimo, come Voltaire o Nietzsche, sarebbero impensabili al di fuori del contesto della cultura cristiana.
Anche se non mi è chiaro con quale metro si misurino le rivoluzioni, non voglio contestare questi giudizi. Ma che cosa vuol dire che il cristianesimo fa parte delle nostre "radici" ed è fondamento della nostra "identità"? L"idea è forse che le nostre radici sono costituite da tutte quelle cose senza le quali non avrebbe potuto accadere ciò che è accaduto in seguito, senza le quali la storia successiva sarebbe stata diversa? Evidentemente no: di infinite cose nella storia si può dire lo stesso. Non solo "la storia europea avrebbe tutto un altro aspetto" senza Platone e il cristianesimo, ma anche senza la schiavitù, senza la caduta dell"impero romano, senza gli unni, senza le guerre di religione, senza la peste, senza la lontananza dalla Cina
Sceglieremo allora solo quello che ci appare particolarmente desiderabile? Di nuovo, evidentemente no. Forse Croce "non poteva non dirsi" cristiano, ma poi cristiano non era. E non lo erano nemmeno Voltaire e Nietzsche, se le parole hanno un senso. È dunque possibile che qualcosa di grandissimo "modelli il nostro modo di sentire in guisa incancellabile" senza per questo esigere il nostro assenso.
Un"idea diversa sembra emergere a pagina 46. Parlando di Platone (un"altra delle nostre presunte radici) e della sua distinzione tra fisico e metafisico, Reale afferma: "L"intero pensiero europeo sarà condizionato in modo decisivo da questa distinzione, sia in quanto e nella misura in cui l"accetterà, sia in quanto e nella misura in cui non l"accetterà. In questo caso, infatti, dovrà giustificare la non accettazione mediante la negazione della scoperta platonica, e in questo modo ne rimarrà comunque condizionato. Solo a partire da Platone e in conseguenza di questa sua scoperta si parlerà di "materialismo" e "spiritualismo"". Qui l"idea nuova non è quella di condizionamento (abbiamo visto che tutto può condizionarci), bensì quella di accettazione. Ci sono cose, sostiene Reale, che non si possono rifiutare senza una giustificazione. Ora, è vero che per la maggior parte del tempo accettiamo senza metterle in discussione una quantità di cose (tra cui, eventualmente, la religione della nostra famiglia), ma almeno quando si tratta di tesi e teorie filosofiche e scientifiche a me sembra che l"accettazione sia sullo stesso piano del rifiuto e la prima vada giustificata tanto quanto il secondo. L"idea che nella storia della filosofia e della scienza ci si debba lasciar trasportare dalla corrente e non si possa tornare indietro è una strana assunzione storicistica, per la quale, tra l"altro, si richiederebbe ben altra giustificazione che non il semplice fatto che è ancora tanto diffusa nella cultura italiana (è forse una delle radici della filosofia italiana?).
Ci sono molte altre difficoltà nell"idea di prendere il messaggio cristiano, la cultura greca e la rivoluzione scientifica come nostre radici. A esempio, in che forma dovremo prendere il primo, che ha conosciuto tante versioni contrastanti? Nella purezza della forma originaria o in una di quelle successive? E la cultura greca, la prenderemo tutta insieme come se fosse un monolite, come se tutti i greci fossero andati sempre d"accordo, o ci preoccuperemo della sua coerenza interna? E non dovremmo poi assicurarci che quelle tre radici non si contraddicano tra loro (un timore tutt"altro che peregrino)? Ma passiamo al problema successivo, dei rapporti tra quelle radici e la nostra identità presente e soprattutto futura.
Anche se concede che l"unità europea "non può essere una costruzione predefinita in astratto, e neppure potrà pensarsi come definitiva; piuttosto, dovrà crescere di continuo", tuttavia Reale sostiene che essa "dovrà mantenere in ogni caso alcuni limiti, non valicabili, imposti dai fondamenti". Dunque, poiché le radici culturali e spirituali definiscono l"identità dell"idea di Europa e dell"uomo europeo, esse stabiliscono anche ciò che essi "dovrebbero continuare a essere". Esaminiamo più da vicino questo imperativo. Non si tratta certo di una forma di determinismo che ne sono sicuro Reale rifiuterebbe. Si tratta invece di un imperativo di carattere morale. L"idea sembra essere che il passato esige fedeltà: negare le proprie radici è una forma di tradimento. Ora, può ben darsi che sia così, ma non bisogna pensare che questo tipo di tradimento sia sempre una cattiva cosa. Non può esserlo, perché almeno in un caso si è avuta una rivoluzione radicale, che ha dischiuso cioè orizzonti completamente sconosciuti fino ad allora e costituisce in questo senso un vero e proprio tradimento della precedente identità, e che tuttavia molti tra cui certamente Reale approvano incondizionatamente: il cristianesimo, appunto. Potremmo forse sostenere che il mondo greco-romano non possedesse radici proprie e una propria identità? Evidentemente no (una volta che abbiamo deciso di servirci di questi concetti). E non erano queste radici completamente estranee al cristianesimo? Certamente sì, poiché altrimenti quest"ultimo non potrebbe essere "la più grande rivoluzione che l"umanità abbia mai compiuta". Ma allora in che senso i "limiti imposti dai fondamenti" sarebbero "invalicabili", come Reale sostiene, quando valicarli è metafisicamente possibile (perché siamo liberi e non determinati) e può essere anche moralmente auspicabile?
A me sembra che le nozioni di radici e di identità siano irrimediabilmente confuse. Solo quando non si esaminano da vicino può sembrare che ci dicano qualcosa di importante su noi stessi e su quello che dovremmo fare. Ma è un"illusione. Supponiamo tuttavia che non sia così e che l"analisi filosofica riesca a chiarirle e a dimostrare che sono dopo tutto coerenti. Perché Reale pensa che ci siano utili? Credo che la risposta si trovi in qualcosa che dice Max Scheler: "
l"autorità coercitiva non è sufficiente a mantenere la società come unità, c"è bisogno della comunità e la comunità comporta negli individui un sentimento vissuto di solidarietà e di amore", a cui Reale aggiunge l"affermazione (completamente diversa) che la solidarietà e l"amore necessari alla convivenza possono nascere solo sulle "radici culturali e spirituali che trascendono i principi razionali puramente astratti e la dimensione delle leggi giuridiche ed economiche".
Mi sembra ovvio che qui Scheler ha ragione: la gente che si detesta non riesce a vivere insieme. Non dobbiamo cercar lontano una dimostrazione. Ma sull"aggiunta di Reale non sono affatto d"accordo. Una convivenza fondata sull"identità culturale e spirituale è infatti necessariamente non democratica. Vediamo perché.
Il rispetto delle minoranze è un tratto costitutivo della democrazia nel senso in cui la si intende oggi in Europa la democrazia liberale. (Le discussioni politiche che si ascoltano oggi mi fanno dubitare che la maggior parte degli italiani abbiano afferrato bene questo principio. Si prende infatti per democratica qualunque decisione presa a maggioranza. Il che naturalmente è ridicolo, perché in alcuni paesi persino la "soluzione finale" contro gli ebrei è stata approvata a maggioranza dal parlamento.) Ora, supponiamo che il senso di comunità che vincola tra loro i cittadini di uno stato nazionale, e domani dell"Europa, si basi interamente sulla comunanza delle radici, come vuole Reale. È un fatto che non solo in un paese grande e moderno come l"Italia di oggi, e a fortiori in Europa, ma persino nelle piccole comunità "organiche" dell"Italia medievale, esistono minoranze che non possono o non vogliono riconoscersi nelle radici e nell"identità che Reale è tanto desideroso di imporci. Può trattarsi di minoranze di religione non cristiana, di nemici della scienza moderna (non è un reato pensare che Galileo, Darwin ed Einstein avessero torto, e comunque l"ha pensato a lungo anche la chiesa cattolica), di filosofi come me che rifiutano l"idea stessa di radici, oppure semplicemente di persone che sono immigrate da paesi lontani e hanno acquisito la cittadinanza italiana. Queste minoranze, oltre ad avere naturalmente tutti i diritti e i doveri sanciti dai "principi razionali puramente astratti e dalle leggi giuridiche ed economiche", devono essere rispettate. Ma come potrebbero esserlo se la base del rispetto fosse solo quella che vuole Reale e cioè la comunanza delle radici visto che essi non condividono con la maggioranza le proprie radici? È evidente che sarebbero trattati da cittadini di seconda classe e si creerebbe nei loro confronti quel senso di estraneità e quell"ostilità che sono la più sicura premessa prima di atteggiamenti attivamente discriminatori e poi di vere e proprie persecuzioni. In un passato non tanto lontano persecuzioni terribili hanno tratto pretesto da differenze di radici, certo più sinistre di quelle culturali e spirituali di Reale ma ugualmente impermeabili all"analisi razionale: la terra e il sangue.
Dunque, se il senso vissuto di solidarietà e di amore è indispensabile alla convivenza civile, esso non potrà fondarsi sulla comunanza delle radici culturali e spirituali, come vorrebbe Reale, ma dovrà avere altre origini. Non è difficile immaginare quali potrebbero essere: la carità cristiana (e non le radici cristiane) che non bada alle differenze culturali o d"altro tipo e abbraccia tutti nello stesso modo; il rispetto che kantianamente è dovuto in ugual misura a tutti gli esseri umani in quanto razionali; la simpatia degli empiristi. Ma basterebbe anche solo il senso della democrazia liberale, che comporta necessariamente il rispetto delle minoranze.
Vorrei insistere su quest"ultimo punto e ricordare due esempi di mancanza di rispetto. Qualche anno fa il concorso di Miss Italia fu vinto da una bellissima ragazza con la pelle scura. La decisione dei giudici non si prestava a contestazioni formali, ma si levarono anche sulla stampa incredibili e, a mio modo di vedere, vergognose proteste. Il senso di tali proteste era semplicemente che la ragazza "non era una di noi", non rappresentava la bellezza italiana, non "ci" rappresentava. Ma il concorso di Miss Italia è aperto a tutte le ragazze che siano cittadine italiane e il regolamento non menziona particolari caratteri somatici né parla di rappresentanza o appartenenza. Si vede così come molti italiani, in nome dell"appartenenza a una presunta identità italiana, siano disposti ad andar tranquillamente contro i principi di uguaglianza che stabiliscono a esempio l"ugual trattamento di tutte le partecipanti a quel concorso.
Il secondo esempio è più recente. In un paese in cui il nesso tra democrazia e rispetto delle minoranze fosse universalmente ben compreso, dovrebbe essere la maggioranza a preoccuparsi di non prevaricare sulle minoranze imponendo i propri particolari valori e le proprie preferenze in materia culturale, religiosa o semplicemente di costume. Se la maggioranza in parlamento non se ne preoccupa, è un dovere dei singoli cittadini quello di sollevare il problema ed eventualmente chiedere alla magistratura se certi particolari comportamenti e consuetudini non vadano contro il rispetto che è dovuto alle minoranze. Ma quando un cittadino italiano si è recentemente rivolto a un magistrato italiano per chiedere se le leggi italiane consentano alla maggioranza di imporre un proprio simbolo religioso il crocifisso nei luoghi pubblici, si è levato un coro di proteste indignate: il crocifisso fa parte delle nostre radici, della nostra identità e noi che siamo la maggioranza possiamo imporlo quando e come vogliamo; se a voi (a voi musulmani, buddisti, induisti, ebrei, laici, atei o semplicemente liberali conseguenti ed eventualmente cattolici) non piace vederlo esposto nei luoghi pubblici, andatevene. Questo è stato il tenore di molti interventi, in cui è risuonato assordante il richiamo alle radici, all"identità del popolo italiano, all"appartenenza alla cultura, alle tradizioni e alla civiltà cattolica, italiana, occidentale. A me sembra che sia per lo meno un problema difficile stabilire in che forma e in che misura ciascuno di questi concetti sia compatibile con i principi della democrazia liberale, ma che ben pochi ne siano consapevoli anche tra i filosofi.
MARCO SANTAMBROGIO insegna Filosofia del Linguaggio presso l'Università di Parma. È autore di Forma e oggetto (Il Saggiatore, 1992) e di Chi ha paura del numero chiuso? (Laterza, 1997).
|