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Internet e la democrazia
JAMES FALLOWS
CASS R. SUNSTEIN, republic.com. Cittadini informati o consumatori di informazioni?, pref. di Gianfranco Pasquino, trad. di Antonio Diez e Daniele Donati, Bologna, Il Mulino, pp. 222, Euro 14,00
1.
La storia della tecnologia è in gran parte la storia di persone che hanno sbagliato a valutare la difficoltà di risoluzione dei problemi. Per esempio, meno di dieci anni prima del volo dei fratelli Wright, Lord Kelvin proclamò: "Una macchina volante più pesante dell'aria è impossibile". Nel 1909, The Scientific American giunse alla conclusione che l'automobile avesse "praticamente raggiunto i limiti del proprio sviluppo", comprovata dal fatto che nel corso dell'anno precedente non si era "introdotto alcun miglioramento di natura radicale". Un altro esempio famoso è quello di Thomas Watson dell'IBM, che nel 1943 affermò: "Non credo che in tutto il mondo si riuscirebbero a vendere più di cinque computer". Ne La strada che porta a domani, pubblicato nel 1996, Bill Gates della Microsoft affermava che i suoi scritti profetici sulla tecnologia, come quelli di chiunque altro, a dieci anni dalla pubblicazione sarebbero stati giudicati senz'altro in modo severo: "Di quello che dico, ciò che si sarà rivelato giusto verrà considerato ovvio e ciò che risulterà sbagliato ridicolo".
Il mondo dell'industria del computer ha già criticato Gates per uno di tali errori "ridicoli". Nei primi anni Ottanta, la Microsoft raggiunse un accordo storico e si garantì l'esclusiva della fornitura del software del sistema operativo per il primo personal computer dell'IBM. Era qualcosa di simile a essere l'unico fornitore di motori per le prime automobili prodotte in serie ed è la base del successivo dominio della Microsoft.
Ma il software fornito dalla Microsoft, noto come MS-DOS, aveva alcune limitazioni che generarono frustrazione tra i suoi primi utilizzatori. Una particolare citazione di Gates acquisì cattiva fama come simbolo dell'atteggiamento arrogante dell'azienda nei confronti di tali limiti. Il punto era di quanta memoria, misurata in kilobyte (K), avrebbe dovuto essere dotato un personal computer. La considerazione attribuita a Gates, "640K dovrebbero bastare a chiunque", diventò l'equivalente industriale di "Qu'ils mangent de la brioche", poiché pareva combinare uno sdegnoso sussiego con una certa mancanza di interesse per i dettagli operativi. Dopo tutto, oggi gli home computer ordinari hanno una memoria cento volte più grande di quella che il leader industriale giudicava sufficiente.
Pare che sia stata Maria Teresa, e non Maria Antonietta, a commentare la notizia che al popolo mancava il pane con "Qu'ils mangent de la brioche!" (la frase fu citata nelle Confessioni di Rousseau, pubblicate quando Maria Antonietta aveva tredici anni e viveva ancora in Austria). E ora sembra che Bill Gates non si sia mai pronunciato sul fatto di cavarsela con 640K. Una domenica pomeriggio, chiesi a un amico di Seattle che conosce Gates se la citazione fosse corretta o apocrifa. A tarda notte, con mio grande stupore, ricevetti una lunga e-mail da Gates, che mi descriveva in maniera minuziosa le ragioni per cui aveva sempre creduto il contrario di quel che implicava la famosa citazione. L'argomento principale di Gates era che la limitazione dei 640K nei primi PC era dovuta alle caratteristiche progettuali dei microprocessori, non al suo software; per di più, in ogni occasione possibile aveva insistito affinché tale limite venisse elevato. La smentita di Gates è convincente, ma è improbabile che la citazione smetta di circolare. È troppo comoda per esprimere la sensazione diffusa nell'industria del computer che nessuno può essere certo di che cosa accadrà di lì a poco.
Sono molti gli esempi che dimostrano quanto sia difficile prevedere la velocità del progresso tecnologico o il suo effetto sulla vita sociale o commerciale: i viaggi spaziali, la clonazione, le terapie contro il cancro, la ricerca di fonti energetiche pulite o rinnovabili. La sensazione di timore che si diffuse negli ultimi giorni del 1999 scaturiva dal fatto che, sebbene la maggior parte degli esperti fosse convinta che il millennium bug non avrebbe mandato in tilt i sistemi informatici, nessuno poteva esserne davvero certo.
Negli ultimi tempi, il problema si è rivelato nel modo più drammatico in relazione a Internet. Dal punto di vista meramente tecnologico, Internet ha funzionato molto meglio di quanto quasi tutti osassero sperare. L'ingegner Robert Metcalfe, lo stimato imprenditore che ha ideato la tecnica di trasmissione per reti locali chiamata Ethernet, nel 1995 prefigurò che, al crescere del numero di persone che cercano di collegarsi, Internet "sarebbe esplosa in maniera spettacolare, come una supernova, e nel 1996 avrebbe avuto un collasso catastrofico". (In seguito, Metcalfe ha avuto la delicatezza di rimangiarsi letteralmente le proprie parole: dopo aver ridotto in poltiglia una copia dell'articolo contenente la previsione, l'ha ingoiata con grande spasso degli astanti.) In realtà, nel corso del suo sviluppo Internet è diventata sempre più veloce e sempre meno soggetta a crash. Ciò è dovuto in parte al miglioramento dell'hardware, ma soprattutto all'ingegnosità del modello di "elaborazione distribuita" alla base del suo funzionamento, che allontana automaticamente il traffico da ogni parte interrotta o congestionata della Rete.
Naturalmente, gli assunti economici relativi a Internet sono cambiati in maniera radicale in pochissimo tempo. Soltanto cinque anni fa Lawrence Summers, all'epoca ministro del Tesoro, affermò scherzando che il Brasile avrebbe potuto risolvere i suoi problemi in materia di debiti cambiando il nome in "Brasile.com", poiché a quel punto vi sarebbe di certo confluito il capitale di rischio. Fino all'estate di quell'anno, qualsiasi dot.com veniva considerata a priori vincente (dal mondo finanziario), che avesse o meno un piano per produrre utili. Dalla primavera del 2001, qualsiasi dot.com viene giudicata perdente, anche se di fatto comincia a essere remunerativa.
Le vendite on line continuano a crescere, nonostante la generale recessione e la depressione tra le aziende dot.com. Nel 2001, le vendite dei "normali" negozi al dettaglio non hanno avuto incrementi, ma le vendite on line sono aumentate del 20%. Nel mondo delle dot.com, le due bancarotte più famose del 2001 sono state quelle di DrKoop.com, un sito di consultazione medica e di acquisto di prodotti farmaceutici, e di WebVan, un emporio alimentare on line che nel 2000 aveva un valore di mercato di 1,2 miliardi di dollari. Non vi era alcunché di assurdo nella concezione dell'una e dell'altra azienda, se non nella prodigalità con cui veniva realizzata. Prima o poi qualche azienda farà quattrini grazie a clienti che compilano prescrizioni on line oppure ordinano generi alimentari di prima necessità. Le aziende che ci riusciranno saranno probabilmente filiali di catene di vendita affermate.
Un film di successo di qualche anno fa, Startup.com, raccontava la storia dell'ascesa e dell'imbarazzante caduta di GovWorks.com, istituita per far sì che lo stato e le amministrazioni locali potessero esercitare parte della loro attività on line. Anche questo è un concetto sensato, che pare destinato a diffondersi. Poche persone che abbiano la possibilità di immatricolare una macchina on line vorranno ritrovarsi nel traffico del centro per farlo nel modo normale. Ma per il momento la correzione eccessiva e la fuga dagli investimenti nelle dot.com fanno sì che oggi le idee buone ricevano finanziamenti insufficienti come prima le idee cattive ne ricevevano troppi.
Mentre le valutazioni delle prospettive economiche di Internet hanno subìto variazioni maniacali, le interpretazioni dei suoi effetti politici e sociali hanno manifestato una sorta di permanente schizofrenia: negli ultimi cinque o sei anni della crescita esplosiva di Internet, gli osservatori hanno sempre convenuto che avrebbe avuto conseguenze significative sulla società, ma hanno anche giudicato tali effetti in modo discordante.
La visione utopica più forte agli albori di Internet, ma ancora diffusa si riduce all'idea che la verità renderà libere le persone. Le elezioni riguarderanno di più i "problemi", poiché gli elettori potranno indagare più facilmente la posizione dei candidati. Il governo diventerà più onesto, perché il ruolo del denaro sarà messo in luce. Le persone di culture diverse diventeranno più tolleranti, perché stabiliranno contatti elettronici al di là dei confini tradizionali. I tiranni non potranno mantenere il proprio dominio, perché i popoli oppressi conquisteranno alleati nel mondo esterno e useranno Internet per aggirare la censura. Le democrazie liberali governeranno con mano più leggera, poiché la tecnologia dell'informazione le rende più efficienti e reattive. Le recenti lotte delle dot.com hanno smorzato l'entusiasmo di alcuni tra i più decisi esponenti di questa concezione e hanno spostato in avanti le stime del momento in cui potrebbero realizzarsi gli effetti desiderati. Ma i concetti sono ancora in circolazione.
La visione opposta, distopica, condivide l'assunto che Internet indebolirà le strutture di potere tradizionali, ma mette in rilievo tutti i modi in cui ciò sarà un male. Le famiglie e le comunità saranno più deboli, poiché ogni membro passa più tempo con amici e colleghi "virtuali". L'infanzia potrebbe essere distrutta a causa del richiamo della pornografia l'offerta disponibile su Internet è enorme e dei giochi on line e della minaccia dei predatori sessuali. Se in definitiva Internet demolisce le barriere tra le persone e tra le diverse parti del mondo, costituisce tuttavia una minaccia per tutte le culture, comunità e istituzioni che per sopravvivere hanno bisogno di un senso di identità separata. La protesta internazionale più forte riguardo a Internet è una variante di tale preoccupazione: la Rete sarà un altro mezzo per promuovere i valori americani e la lingua inglese.
L'effetto di Internet sul linguaggio sembra già evolversi in un modo inaspettato. Agli inizi, quasi tutti gli utilizzatori di Internet erano di madrelingua inglese e quasi tutte le pagine Web erano in inglese. Oggi gli utilizzatori di madrelingua inglese sono molto meno della metà e la percentuale può soltanto diminuire. Ma la percentuale di pagine in lingua inglese sta scendendo più lentamente. Era l'85% cinque anni fa e circa il 60% oggi, poiché si sono aggiunte rapidamente pagine in giapponese, tedesco, cinese, spagnolo, francese e altre lingue. Ma in molte parti del mondo non anglofono, gli utilizzatori inseriscono pagine in inglese assieme, o in alternativa, a quelle nella propria lingua, per rendere i siti comprensibili a un gruppo più ampio possibile di lettori. Un recente studio accademico di tale tendenza, intitolato Internet Flagship of Global English?, conclude che Internet cementerà il ruolo dell'inglese come lingua franca universale. La ricerca è stata condotta in Italia, all'Università di Lecce, e i risultati sono disponibili su Internet in inglese.
In passato, altre grandi innovazioni moderne hanno apportato differenze significative alla vita delle famiglie, delle comunità e delle nazioni. Gli antibiotici e l'immunizzazione hanno ridotto in maniera impressionante la mortalità infantile nei paesi sviluppati, il che a sua volta ha modificato i modelli familiari e la posizione delle donne. Questo è vero anche per l'elettricità, il telefono, le automobili, i viaggi aerei, la radio e la televisione e le tecniche agricole moderne. Anche Internet potrebbe avere conseguenze altrettanto profonde che però non si chiariranno tutte insieme.
2.
Il dibattito suscitato negli Stati Uniti da republic.com di Cass Sunstein è un utile strumento per iniziare a considerare tali effetti a lungo termine. Darò rilievo al dibattito e al libro nella stessa misura, poiché la discussione illumina in un modo straordinario alcuni problemi del testo. Sunstein, uno stimato docente di diritto ed esperto del Primo Emendamento della Costituzione americana (quello che garantisce la libertà di espressione), ha affrontato due temi diversi con diversi gradi di autorevolezza e di successo.
Uno dei temi di Sunstein è il legame tra il flusso di informazione e il governo democratico. La sua tesi è che in una democrazia "libera espressione" deve significare qualcosa di più che una semplice assenza di censura. Un "sistema di libera espressione ben funzionante", scrive, "deve rispondere a due specifici requisiti. 1) Le persone dovrebbero essere esposte a materiale che non hanno preventivamente scelto. Incontri non pianificati e non previsti sono centrali per la democrazia stessa
Non sto proponendo che le istituzioni di governo costringano gli individui a vedere cose che invece vorrebbero evitare. Ma affermo con forza che in una democrazia che meriti tale appellativo le persone spesso si trovano di fronte a prospettive o a temi che non hanno specificamente selezionato. 2) Molti, o almeno la maggior parte, dei cittadini dovrebbero avere un certo numero di esperienze in comune. Senza esperienze condivise, per una società eterogenea sarà più difficile fronteggiare i problemi sociali
Le esperienze comuni, fra cui possono a pieno diritto rientrare anche quelle rese possibili dai media, costituiscono una sorta di collante sociale".
Circa una metà del libro è un'analisi costituzionale e politica che avvalora tale modo di concepire la libera espressione, ed è chiara e convincente. Il primo tipo di contatto, con informazioni che non si sono scelte, è importante perché altrimenti non si cambierebbe mai idea. Il secondo tipo, relativo alle esperienze comuni, è particolarmente importante in una nazione grande e variegata dal punto di vista razziale ed economico in cui è possibile che i cittadini abbiano ben pochi assunti in comune. Per l'ultima generazione americana, le "esperienze condivise" sono state per lo più spettacoli, come spettacoli di intrattenimento, eventi sportivi, o eventi "pubblici" che hanno attirato l'attenzione più per il loro significato melodrammatico che per quello politico: il processo a O.J. Simpson, la morte della principessa Diana e persino il dramma a sfondo sessuale che è diventato il motivo per un impeachment presidenziale. La reazione agli attacchi dell'11 Settembre è stata l'esperienza comune più importante e autentica per almeno una generazione.
L'altra metà di republic.com è meno convincente. Dopo aver definito il genere di libera espressione necessario alla democrazia, Sunstein prosegue identificando ciò che la minaccia maggiormente, vale a dire Internet. In particolare si preoccupa del "filtraggio" e della tecnologia personalizzante di Internet, che in linea di principio consentirebbero alle persone di scegliere in anticipo e in modo esatto le informazioni che vogliono o non vogliono conoscere. Più efficiente è il filtro, meno probabile è che al cittadino arrivi una salutare sorpresa o che possa condividere esperienze con il resto della società. Con l'evoluzione della tecnologia, la democrazia si deteriorerebbe. Sunstein chiama "Daily Me" la forma che avrà in futuro la pubblicazione di notizie. La democrazia è fatta invece di "noi" e il "Daily Me" ne distruggerebbe la struttura portante.
Il libro di Sunstein inizia con un "esperimento" sulla natura di questo nuovo mondo: "Ci troviamo in qualche tempo futuro. La tecnologia ha grandemente aumentato la capacità degli uomini di "filtrare" ciò che vogliono leggere, vedere e ascoltare
Con l'aiuto di una televisione o del monitor di un computer, e di Internet, siete in grado di elaborare i vostri giornali o riviste
Non dovete sorbirvi notizie o immagini che non avete cercato. Senza alcuna difficoltà, siete in grado di vedere esattamente ciò che volete vedere, niente di più e niente di meno". "In realtà, non siamo molto lontani da una completa personalizzazione del sistema delle comunicazioni", conclude Sunstein. "I cambiamenti che in questo momento si stanno producendo grazie alle nuove tecnologie di comunicazione sono sottostimati, e non sopravvalutati, nell'ipotetico esperimento con cui si apre questo volume".
Tale ragionamento, che mette in guardia contro Internet come ostacolo alla democrazia, presenta due problemi: uno riguarda Internet e l'altro i modi non elettronici in cui i cittadini interagiscono.
Gli avvertimenti che Sunstein ha lanciato nei confronti della tecnologia di filtraggio delle informazioni, considerata minacciosamente perfetta, non hanno, a dir poco, la tranquilla autorevolezza mostrata nelle discussioni del Primo Emendamento. Sembrano piuttosto le ansie degli abitanti della periferia per le cose orribili che stanno di certo accadendo dall'altra parte della città. Dopo l'"esperimento" d'apertura, Sunstein procede con un elenco di aziende le cui tecnologie avanzate di "filtraggio" avrebbero portato, a suo giudizio, al "Daily Me". Molte di queste aziende hanno cessato l'attività prima che il libro di Sunstein fosse pubblicato e molte hanno chiuso i battenti in seguito. Non può aver speso molto tempo utilizzando uno di questi siti, se pensa che il loro filtraggio sia sufficiente per costituire una minaccia. Per accertarvene di persona, andate su uno dei principali siti di notizie che offrono un compendio di informazioni personalizzato, come CNN.com, MSNBC.com, o Go.com, e controllate quanto riuscite a personalizzarlo. Potete fare in modo che vi mostri le condizioni meteorologiche nella vostra regione, le quotazioni dei titoli che vi interessano, l'elenco dei film che si proiettano nei vostri dintorni e i risultati delle squadre locali. Ma il resto delle informazioni che vedete ha ottime probabilità di essere imprevisto.
Il filtraggio possibile sui siti della Rete è rudimentale in confronto ai filtri, agli ammortizzatori e ai paraocchi che ci circondano per tutto il resto del tempo. Gli schemi contro i quali ci mette in guardia Sunstein mancanza di esperienze condivise e la balcanizzazione degli americani in base alla classe, alla regione, alla religione e all'affiliazione etnica sono reali e abbastanza inquietanti. Ma Internet è insignificante come fonte del problema diciamo che è mille volte meno importante rispetto al sistema educativo, dai distretti scolastici con i loro finanziamenti non equamente distribuiti al difettoso meccanismo di ammissione al college. O rispetto ai modelli residenziali. O a chi sposa chi. O alla politica fiscale. O ai mezzi di radiodiffusione esistenti, che ci fanno viaggiare in auto da una costa all'altra non ascoltando altro che programmi di chiacchiere di destra o la National Public Radio. O alla TV via cavo, con un canale che mostra soltanto pescatori di spigole e un altro che fa vedere soltanto seminari sulla motivazione del successo. O alle forme di pendolarismo, che con il passaggio dai bus alle auto impediscono qualsiasi contatto accidentale con gli altri. Se si cancellasse Internet dalla faccia della Terra, continueremmo ad avere tutti i problemi che Sunstein paventa.
Il dibattito che è seguito alla pubblicazione di republic.com è di per sé indicativo. Sul sito Internet della Boston Review si possono leggere i commenti al libro di sette studiosi e scrittori. Tutti condividono la preoccupazione di Sunstein riguardo al garantire una salutare discussione democratica. I più sono scettici nei confronti di Internet come fonte del problema.
Michael Schudson, dell'Università della California a San Diego, afferma: "È del tutto possibile che Internet riduca la nostra dieta mediale comune, come teme Sunstein, ma persino nella nostra era mediatica noi non viviamo una gran parte della vita attraverso i media". Schudson cita un'indicazione del fatto che in realtà Internet potrebbe incoraggiare grazie a mezzi semplici come i notiziari delle comunità inviati per e-mail un maggior impegno civile, e non il contrario.
Ronald Jacobs, della SUNY di Albany, sostiene in maniera convincente che i portali più importanti, come yahoo.com e aol.com, grazie ai motori di ricerca, ai collegamenti alle notizie di cronaca, alle chat e ai forum, e alla pubblicità, "funzionano esattamente come gli intermediari di interesse generale che Sunstein giudica così importanti. In altre parole, forniscono incontri imprevisti ed esperienze comuni". Shanto Iyengar, dell'Università di Stanford, afferma che non vi sono "motivi seri per temere che le fonti on line attirino soltanto le persone che hanno già lo stesso punto di vista. Le prove disponibili suggeriscono il contrario". Henry Jenkins, dell'MTI, presenta un sarcastico "esperimento" di sua invenzione: "Qualche anno fa, una banca locale annunciò di avere in programma l'interruzione del servizio "Ora e temperatura", ispirandomi a fantasticare su come tale decisione potesse portare all'anarchia totale. Senza un sistema di sincronizzazione, i nostri orologi guadagnerebbero e perderebbero minuti finché nessuno sarebbe più sincronizzato con gli altri. Impiegati e operai inizierebbero a lavorare in ritardo oppure finirebbero troppo presto, gli insegnanti non saprebbero quando terminare le lezioni, i partecipanti a riunioni sociali o professionali se ne andrebbero spazientiti al mancato arrivo della parte attesa. Alcuni gruppi di amici potrebbero creare i propri fusi orari e ignorare tutti gli altri".
Vi è poi un fatto che gli autori di questi commenti mostrano di aver compreso, mentre forse Sunstein non ha sprecato abbastanza tempo davanti a un computer per potersene rendere conto: in confronto alla maggior parte delle altre attività al coperto, il tempo passato sulla Rete è meno filtrato e più indeterminato ed è più probabile che generi sorprese. Se leggiamo un libro o una rivista, di solito continuiamo a leggere. Se guardiamo un film, lo guardiamo. Ma se iniziamo a cercare informazioni su siti Web, non andiamo quasi mai a finire dove prevedevamo. C'è sempre un collegamento a qualcosa di cui non abbiamo mai sentito parlare, qualche notizia che non sapevamo fosse interessante. Non è come andare a piedi in una zona nuova della città, ma è molto più sorprendente rispetto ad ascoltare la radio. Si proverebbe qualcosa di simile esaminando gli scaffali di una biblioteca se non ci fosse polvere e si potesse sfrecciare all'istante da un piano all'altro.
In un libro che si intitola Arcipelago Web, David Weinberger, che gestisce il sito Web "Journal of the Hyperlinked Organization" all'indirizzo <www.hyperorg.com>, sviluppa questo tema della natura caotica, sempre sorprendente, di Internet. Senza citare il libro di Sunstein, ne confuta la tesi principale, che Internet renda più limitata la mente. Insieme con l'incessante sviluppo del World Wide Web, sostiene Weinberger, cresce il numero di cose che ci distraggono: "sempre più cose da vedere, sempre più siti da visitare, più discussioni cui partecipare, più immagini da scaricare, più perdite di tempo. Il fatto che il Web tenda a distrarre non è puramente accidentale: è la natura ipertestuale stessa della Rete ad attirare la nostra attenzione ora qua ora là. Quel che non è del tutto chiaro è se questo fenomeno rappresenti un indebolimento delle nostre capacità di attenzione, una distrazione da cose più importanti da fare
Libero di muoversi nel regno dell'abbondanza, forse il nostro appetito può finalmente liberarsi dai vincoli dei tre pasti fissi al giorno e mettersi a sbocconcellare quello che vuole quando lo vuole
Forse il Web non sta restringendo il nostro campo di attenzione: è il mondo che chissà si sta facendo più interessante".
Suppongo che non dovrei dire che il dibattito della Boston Review illustra l'amichevole scambio di idee in Internet, poiché in origine è comparso sulla rivista stampata. Ma ora le sette risposte, e la replica di Sunstein, sono disponibili on line insieme con una ventina di altri scambi di opinioni pubblicati dalla Boston Review. La facilità stessa di leggerli in quel modo e di confrontarli con commenti espressi nell'ambito di altri scambi di opinioni su altri argomenti, inseriti mesi o anni prima, crea una sorta di scoperta e di sistema di associazioni che sarebbero difficili da uguagliare in qualsiasi altro modo.
Sunstein ha replicato ai commenti della Boston Review con un interessante mutamento di opinione. La sua replica (che si può leggere sul sito <http://bostonreview.net/BR26.3/sunstein.html>) inizia con questa nuova espressione delle sue due tesi principali: "1. Una democrazia richiede una certa gamma di esperienze comuni e contatti imprevisti e non scelti con vari argomenti e idee. Se si accetta questa tesi, è possibile che la democrazia venga messa in pericolo da un sistema in cui ogni persona decide, in anticipo, che cosa vedere e che cosa non vedere
2. Internet è nocivo per la democrazia, perché sta riducendo le esperienze comuni e sta generando una situazione in cui ognuno vive in una camera riverberante di propria progettazione. Se si accetta questa tesi, l'attuale sistema delle comunicazioni è inferiore a un sistema in cui la scena è dominata da intermediari di interesse generale. Approvo la prima tesi
Però non approvo la seconda. Ritengo che quest'ultima sia fondamentalmente sbagliata, perché Internet sta consentendo a milioni di persone di espandere il proprio orizzonte e di incontrare nuovi mondi di argomenti e idee".
L'eleganza di questa affermazione è da ammirare. A quanto pare, il gruppo di esperti della Boston Review è stato indotto, come me, a fraintendere le vere intenzioni di Sunstein da frasi del suo libro quali: "Per tante persone, Internet sta producendo un sostanziale decremento delle interazioni inattese e involontarie"; oppure: "Non vi è alcuna garanzia di libertà in un sistema incentrato sul "Daily Me"". Ma ai miei occhi l'opinione ritoccata di Sunstein è anche un segno dello sforzo collettivo di migliorare e rivedere la nostra comprensione di questa nuova tecnologia e indica pure che tutto ciò che pensiamo oggi in breve potrà benissimo rivelarsi sbagliato.
(Traduzione di Simonetta Frediani)
JAMES FALLOWS è corrispondente nazionale dell'Antlantic Monthly ed è autore di Breaking the News: How the Media Undermine American Democracy (Pantheon Books, 1996). Lo scorso anno ha vinto il National Magazine Award con "The Fifty First State?", un articolo sulle conseguenze della guerra in Iraq.
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