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Belpaese vendesi
ADRIANO PROSPERI

SALVATORE SETTIS, Italia S.p.A. L'assalto al patrimonio culturale, Torino, Einaudi, pp. 149, €9,00

Il saccheggio del museo archeologico di Baghdad, secondo una notizia giornalistica dei mesi scorsi, non sarebbe stato l'esito della furia popolare ma un'operazione predisposta da esperti per soddisfare la domanda di un mercato particolare, quello dei collezionisti. La notizia potrà forse tranquillizzare chi pensa al flusso e riflusso secolare di memorie preziose tra pubblico e privato. Nel Medioevo si chiamavano "furti sacri": un chiodo della Croce, la cintura della Madonna, il teschio di un martire, il saio di un santo eremita erano oggetti su cui si concentrava uno sfrenato desiderio di possesso personale. Rubati, trafugati, falsificati, questi frammenti di corpi e di cose lasciavano il luogo d'origine — la Terrasanta o il romitorio del santo — ed entravano a far parte di collezioni private a cui si annetteva un grande valore protettivo e una garanzia di speranza dell'aldilà. Per loro, si costruivano santuari e reliquiari preziosi. Oggi, svuotati delle reliquie, quelle creazioni della fede fanno parte del patrimonio culturale e sono visitati da grandi folle, non più di pellegrini ma di turisti.

Forse anche l'attentato che ha disperso le memorie dell'antica Mesopotamia va visto sui tempi lunghi: forse un giorno le rivedremo. Ma, passato il primo sgomento per il saccheggio del museo di Baghdad, il pensiero corre alle forme meno clamorose di spinta alla privatizzazione che giorno dopo giorno modificano il nostro rapporto col patrimonio culturale, cioè con la memoria e con la storia di cui siamo fatti. Nel caso del museo di Baghdad il terrificante spettacolo della guerra tecnologica ha reso inavvertita la logica soggiacente allo scatenarsi apparentemente irrazionale di grandi forze distruttive. È più facile osservare tale logica nei pacifici sviluppi della vita politica ordinaria. E ancora una volta, dopo il fascismo e la telecrazia, l'Italia sembra all'avanguardia nell'invenzione di modelli nefasti.

"Patrimonio S.p.A" è la sigla che trasformando in possedimento di una società governativa il patrimonio culturale di tutti ha reso giuridicamente possibile la successiva vendita a privati. Salvatore Settis ha denunziato i riposti significati e i rischi dell'operazione in un pamphlet di gran qualità intellettuale che ha avuto successo e ha fatto rumore ma non ha ricevuto finora risposte adeguate. Di questo libro, Italia S.p.A. L'assalto al patrimonio culturale, bisognerà dunque continuare a parlare perché è un appello al paese su questioni che riguardano tutti e che sollecitano prima di tutto la coscienza e la funzione di chi è in qualsiasi forma preposto alla tutela e alla trasmissione di quello speciale patrimonio di cui qui si parla.

Settis sembra essere riuscito finalmente nel tentativo, da tempo scarsamente praticato in Italia, di affrontare un grande tema culturale che investe immediatamente le scelte della politica come amministrazione degli interessi generali. Il suo è un libro che mette voglia di parlarne anche a chi da tempo si trova sempre più ad assistere rassegnato al divorzio tra potere e idee o se si preferisce tra politica e cultura come a una inguaribile malattia senile della società italiana: una malattia che porta la cultura a piegare verso le opposte rive della chiusura specialistica e del servilismo cortigiano, mentre la classe politica ostenta un disprezzo sostanziale verso ogni forma di sapere non riducibile a veicolo della propria immagine.

 

Quello che il libro di Settis disegna e circoscrive è un terreno di dibattito intellettuale e di urgente scelta politica. Si tratta del patrimonio culturale italiano: una realtà di cui è difficile definire con precisione natura e limiti. Si potrebbe dire che è come l'aria che si respira. In condizioni normali se ne ha una percezione più o meno distratta. Ma tutti scopriamo di averne un bisogno vitale quando la violenza delle guerre o quella della natura ferisce e distrugge borghi antichi, chiese, affreschi, quando l'incuria o l'uso dissennato investono e minacciano i simboli più cari alla nostra memoria. Tanti esempi si potrebbero fare: il desolato censimento di distruzioni della Venezia scomparsa di Alvise Zorzi dovrebbe e potrebbe oggi diventare il lamento di ogni pur minimo borgo italiano. Proprio la diffusione capillare del fenomeno rende evidente la ragione dell'affievolirsi fino a scomparire non solo delle denunzie ma prima ancora della coscienza di quanto sia grave ciò che accade.

Due le ragioni: la prima e più immediatamente percepibile è la diffusa rincorsa alla trasformazione del bene pubblico in ricchezza privata, dai litorali e dai paesaggi italiani all'immateriale fascia attraversata dai segnali televisivi — un fenomeno la cui potenza corruttiva generale è sotto gli occhi di tutti, anche se si tende con selettiva miopia a individuarne solo gli esponenti più vistosi e le espressioni politiche e sociali di destra. Con la caduta del muro di Berlino sembra essere crollato anche l'orgoglioso senso della propria diversità antropologica esibito un tempo dal partito comunista italiano contro la corsa all'arricchimento individuale come unico obiettivo proponibile.

Ma c'è una seconda ragione più riposta: la perdita collettiva di memoria che precede e sostiene il diffuso malgoverno della cosa pubblica riscontrabile fino all'ultima delle amministrazioni comunali e fin negli angoli più intatti del paese. La radicale trasformazione della società italiana, che nello spazio di mezzo secolo è passata da paese contadino a potenza industriale ed è adesso nel mezzo di un'ulteriore difficile metamorfosi, non poteva non avere i suoi riflessi nella memoria collettiva. Solo una robusta tradizione di cultura civica e di rispetto delle leggi nelle mani di una buona amministrazione poteva far fronte alle conseguenze distruttive del cambiamento e all'offuscarsi del senso condiviso della storia o delle storie in cui ci riconosciamo.

Perché il problema è la nostra storia: e il senso di incertezza, quasi di un brancolare a tentoni tra i frammenti di un passato esploso, che danno tante più o meno fondate polemiche sul passato recente nasce proprio da qui. Di che altro si parla se non di storia quando si discute — come continuamente si fa — di identità e di memoria? Eccole, le due parole inevitabili che nel linguaggio odierno hanno impropriamente tradotto quello di storia, dando al termine antico tratti nuovi e seducenti.

Siamo certamente in un'epoca di crisi, di quelle a cui si guarderà quando un nuovo paesaggio si sarà delineato per trovarvi le tracce ancora impercettibili della sistemazione futura. Nell'attesa — e nella speranza di tempi migliori — non resta che registrare per ora il ruolo incerto e confuso (spesso il nessun ruolo) che la conoscenza storica svolge nell'analisi del presente e nelle scelte politiche. Un segno della nebbia che ci attendeva fu dato probabilmente nel momento in cui nei nostri discorsi alla storia subentrò un altro termine: "memoria". Difficile dire come sia cominciato tutto questo. Ma un fatto è certo: dopo il secolo della storia con le sue appendici novecentesche è cominciata l'età della memoria.

Scienza degli uomini nel tempo, diceva Marc Bloch della storia; memoria culturale, scrive oggi Jan Assmann, come dimensione dinamica della cultura nel suo essere continuamente oggetto di selezione e di trasmissione. Ma è proprio qui che nella scelta tra quel che si vuole conservare e quel che si considera trascurabile o da cancellare entrano in gioco i rapporti di forza storicamente determinati. Se per comune consenso la memoria culturale conservata è un frammento che galleggia sull'oceano del dimenticato, non è molto quel che sappiamo sui procedimenti e sulle conseguenze della deliberata distruzione della memoria. È il lato oscuro della storia. Che si tenda a ignorarlo è una forma di difesa abbastanza comprensibile. Che cosa sia l'identità culturale di cui tanto si parla è difficile dire. Si capisce solo che è un fatto complesso, difficilmente definibile, prodotto da tanti fattori. Una cosa è certa: è una questione di attualità insistita, perfino fastidiosa.

 

Identità, quante sciocchezze vengono dette — e scritte e fatte — in tuo nome. Così accanto alle istituzioni tradizionali della ricerca storica locale nascono oggi istituti dedicati, a esempio, all'identità lombarda. L'aspetto più evidente è l'uso difensivo e aggressivamente separatista del termine, quasi fosse un muro da alzare contro qualcuno, non di cemento armato come quello crollato a Berlino o quello eretto in Palestina: ma le parole sono sempre pronte a diventare pietre. Dagli USA ne è venuta una declinazione aggressiva e bellicista con l'erezione di un'identità occidentale contro quella islamica. In Europa ne abbiamo varianti assai diverse, che hanno in comune un rimestare confuso e lamentoso tra le proprie memorie, in cerca di una ragione per ripartire.

È in funzione rassicurante, a esorcizzare paure profonde, che ogni giorno si parla di identità. Si ricerca quale sia quella europea (o, giù giù, quella italiana, padana, di religione, di genere); si discute in Italia se si debba o no cantare l'Inno di Mameli, se ci sia stata la Resistenza o solo una guerra civile, se il fascismo sia stato buono o cattivo, se l'Europa sia nata col cristianesimo o con l'Illuminismo. Altrove si è discusso con toni più alti sulla Rivoluzione francese e sul Terzo Reich, sul comunismo e su tante altre cose. Tutto quello che ha acceso veri e sanguinosi conflitti nel passato ci scorre sotto gli occhi defunzionalizzato e patetico come il bric-à-brac dei mercatini dell'antiquariato. Ci sarebbe da sorridere davanti a questa svendita all'incanto di una grande storia se non si intravedesse l'enorme buco nero dello smarrimento collettivo che vi sta dietro.

Si dice, si teme e si spera che l'identità culturale possa essere modificata da un determinato uso del potere. Ma è mai accaduto che un atto deliberato di un qualche potere abbia modificato l'identità culturale di intere collettività? La domanda è stata posta alla politica prima che alla storia, ma oggi ci si presenta in forma di concetto storiografico.

C'è un caso specifico che merita di essere raccontato. Secondo molti storici, un'intera epoca della storia europea — quella che un tempo si definiva della Riforma protestante e della Controriforma cattolica e che è all'origine delle diverse Europe attuali — ha conosciuto l'opera plasmatrice delle forme collettive di identità da parte del potere politico e religioso.

L'Europa moderna, divisa dai conflitti di religione, sarebbe stata conformata secondo modelli sostanzialmente simili da poteri che avrebbero attuato un'opera capillare di "disciplinamento della società". La formula, proposta da Gerhard Oestreich, ha conosciuto un discreto successo anche in Italia da quando nel tardo '900 all'egemonia storiografica francese è subentrata quella della "storia costituzionale e sociale" tedesca caratterizzata dal peso dominante riconosciuto alle forme del potere politico.

Viene spontaneo osservare che il crescente peso politico ed economico della Germania ha modificato non solo gli equilibri europei ma anche i nostri concetti storiografici. Ma i concetti non nascono nei laboratori asettici della scienza. E quello della "disciplina sociale" ha dei retroterra piuttosto inquietanti.

In un recente numero della rivista inglese Past and Present, un saggio di Peter N. Miller su "Nazisti e neostoici" ha ricostruito l'affiorare dell'idea di "disciplina" nell'opera di Oestreich. La voce della storiografia sociale anglosassone, col suo tradizionale empirismo, si inserisce dunque tra francesi e tedeschi. E lo fa in una sede e in un'occasione importante: Past and Present ha celebrato con questo numero i suoi primi cinquant'anni di vita. Tra i fondatori e gli animatori figuravano Eric Hobsbawm, Lawrence Stone, Christopher Hill, Edward Thompson. Come sanno lettori di tutto il mondo, questi nomi hanno garantito la qualità di un laboratorio dove la storia come ricerca e come racconto ha unito rigore intellettuale e capacità di comunicare con un largo pubblico. Ma vediamo che cosa si può ricavare da qui per la questione della "disciplina sociale".

Miller segnala un saggio pubblicato da Oestreich nel 1940, quando era assistente all'Istituto di Scienze della Guerra all'Università di Berlino. Qui si trova, secondo Miller, la prima formulazione del concetto di "disciplinamento sociale" che nel dopoguerra doveva essere al centro della proposta di Oestreich. Niente di scandaloso in sé: ma siamo invitati a riflettere sul fascino di lunga durata di un regime come quello nazista che si era fatto applaudire da intellettuali di grande peso come il filosofo Martin Heidegger e che al giovane storico suggerì l'idea di un potere politico capace di imporre dall'alto modelli ascetici e disciplina militare alle corrotte società borghesi fino a modificare e a fare arretrare il corso della storia. Negli anni in cui plenipotenziari nazisti giravano per i musei dei paesi occupati scegliendo i pezzi per le collezioni private dei gerarchi del Reich, la cultura tedesca sognò di un mondo nel quale un potere totale potesse modificare l'identità culturale cancellando la libertà dalla mente dei popoli.

 

Oggi, l'avvolgente e incontrastata retorica della libertà nasconde altre minacce. Se nel modo diffuso di pensare il privato ha di gran lunga la meglio sul pubblico, diventa sempre più difficile ricordare a tutti che ci sono dei beni indisponibili di cui il potere politico è solo l'amministratore. Non può essere privatizzato ciò che per comune consenso è un bene costitutivo della nostra identità. Ed è proprio questo che il libro di Settis ci ricorda. Accanto all'identità, ecco l'altra parola che torna di continuo nelle nostre letture e nei nostri discorsi intorno alla nozione di patrimonio culturale. Questa parola è "memoria". Si vorrebbe dire con Pierre Nora che "si parla della memoria solo perché non esiste più".

Non esiste identità senza memoria: e non esiste memoria senza conoscenza. A chi crede che basti imporre dei simboli e dei rituali — il canto di un inno, lo sventolio di una bandiera, il colore di una camicia, la ripetizione di formule solenni e di dichiarazioni di principio — per costruire o modificare identità collettive vorremmo suggerire di riflettere sul modo in cui l'artista Christian Boltanski rispose all'invito del Senato di Berlino nel 1990 a realizzare un contributo sulla riunificazione della città: in uno spazio che la guerra aveva lasciato vuoto Boltanski ricostruì la maison manquante, con tanto di targhe coi nomi degli abitanti, le loro professioni e tutti i dati rintracciabili di vite spezzate e di storie cancellate dal nazismo e dalla guerra. Giustamente Aleida Assmann ha sottolineato il significato di questo esempio in un libro di grande respiro, ricco di idee e di suggestioni. Solo con l'uso consapevole degli strumenti della conoscenza storica Boltanski poté richiamare alla memoria ciò che la violenza aveva cancellato, impedendo al mare della smemoratezza di richiudersi sulle vittime e di sancire così la vittoria estrema del regime sconfitto.

Oggi la ricerca storica è minacciata dal suo rifluire nei circuiti interni di un asfittico sapere accademico o nella manualistica superficiale che domina l'insegnamento d'ogni ordine e grado. Intanto le università italiane, condannate dalla sciagurata riforma Berlinguer alla rapida decadenza e trasformate anch'esse da patrimonio collettivo in aziende private, cessano di essere luoghi di trasmissione del sapere come supremo bene immateriale e si trasformano in erogatrici di voti denominati crediti per antifrasi e di titoli screditati, a cui non corrisponde ormai nessuna reale possibilità di lavoro.

Quella che Settis definisce la "superficiale retorica benculturalistica" impartisce agli studenti una miscela di informatica e di storia dell'arte che sostituisce la conoscenza autentica e crea un analfabetismo foriero di disastri futuri perché riguarda coloro che in teoria dovrebbero tutelare gli stessi "beni culturali". Per esprimermi in una lingua a essi sconosciuta, quis custodiet custodes? Eppure il bisogno di storia è così radicato e profondo che dovrà trovare la via per stimolare di nuovo la ricerca. Si parla di identità perché, mancando la memoria, non si riconosce più la propria immagine: in preda a una variante collettiva del morbo di Alzheimer, la nostra società chiede continuamente una produzione di immagini nelle quali si rispecchia per brevi istanti, scartandole e dimenticandole con la stessa rapidità con cui sono state disegnate.

In tutto questo, il patrimonio artistico sul quale Settis richiama l'attenzione ha un ruolo decisivo quanto ambiguo. Sempre più spesso assistiamo a un uso improprio dei restauri e delle esposizioni d'arte come esercizi di rivitalizzazione artificiale delle identità collettive. E va detto che sollecitata su tasti così importanti la memoria cancellata dà ancora tenui segni di vita. Tuttavia, come anche Settis ha avuto modo di far notare, discutere sul restauro del David di Michelangelo ha un micidiale effetto distraente. Mentre inutili restauri di poche grandi opere occupano il proscenio e accendono stucchevoli dibattiti sulle pagine culturali della stampa, scompare o viene alterato silenziosamente gran parte di quel complesso organismo che costituisce la realtà storica del nostro paese e la sostanza del nostro senso di identità.

 

La pratica immorale dei condoni oggi sfacciatamente rinnovata ha insegnato a tutti che la legge premia chi la viola e che il patrimonio pubblico può essere lacerato e privatizzato impunemente. Ora un punto capitale del libro di Settis, quello su cui non si cesserà mai di insistere, è l'invito a prendere coscienza fino in fondo del fatto che il patrimonio culturale italiano comprende realtà di ogni genere: interi centri storici, edifici pubblici sacri e profani, ville e palazzi e siti archeologici, ma anche i vecchi casali dell'Italia contadina e montanara e il paesaggio agrario e tutte le altre infinite tracce della presenza e del lavoro di generazioni e generazioni. Le opere d'arte propriamente intese, cioè le creazioni di pittori, scultori, architetti, urbanisti, poeti e scrittori emergono da questo contesto e intrattengono con esso un rapporto vivo e importante, così come lo intrattiene la lingua di Dante con quella che gli italiani usano normalmente.

L'Italia ha in questo una ricchezza quale nessun altro paese può vantare in ugual misura; e da questo senso di ricchezza culturale condivisa, come mostra Settis, discende fondamentalmente il senso di appartenenza che ci fa sentire italiani. È un tessuto compatto di realtà quotidianamente percepite quello che alimenta il silenzioso plebiscito d'ogni giorno del senso di appartenenza alla stessa nazione. C'è voluta una lunga evoluzione storica per crearlo, viverlo, imparare a trasmetterlo; e c'è voluta soprattutto una radicata coscienza diffusa dell'importanza del conservare quale è documentata da istituzioni e leggi. Si va dai bandi degli antichi stati italiani fino all'articolo 9 della Costituzione che pone sotto la tutela della Repubblica il patrimonio storico e artistico e il paesaggio stesso della Nazione. Ma la radice della ricchezza italiana non sta certo nelle leggi e nelle disposizioni dei pubblici poteri né antichi né tantomeno recenti, come si potrebbe frettolosamente dedurre dalla rapida carrellata di Settis. Come scrisse una volta il grande studioso Paul Oskar Kristeller, "dobbiamo la conservazione di questi tesori al senso diffuso della tradizione storica e all'amore per la cultura regionale e locale, la quale ha mantenuto in Italia un alto livello da parecchi secoli". Se questa radice profonda non riprende vigore, niente ci salverà dal disastro. Altro è il discorso su come in quel patrimonio collettivo sono confluiti materiali di vario e molteplice genere. Troviamo qui tanti percorsi che meriterebbero di essere indagati, dove privato e pubblico si incrociano in vario modo e si assiste spesso alla cessione di un possesso privato al godimento pubblico: le chiese come le case del popolo, i lasciti per il culto religioso e per la salvezza della propria anima come le fondazioni benefiche e le istituzioni per educare la memoria pubblica al ricordo di grandi figure o di eventi civili rilevanti.

È un discorso che porterebbe lontano, non solo perché nella storia di un paese lungamente e variamente diviso come l'Italia la sorte dei beni culturali ha vissuto avventure e subìto aggressioni d'ogni genere, ma anche per i modi in cui tali beni sono stati selezionati e hanno cambiato posizione e natura, passando di mano in mano prima di essere fagocitati dalla inesauribile voracità del cambiamento storico che li ha trasformati distruggendoli oppure selezionandoli, magari per chiuderli nel museo, lo zoo domenicale della cultura.

Oggi, come lo zoo che si privatizza o si apre e comunque non protegge più le fiere, anche le mura del museo minacciano di non tutelare più quel che vi si trova. È una fase nuova di un processo di cambiamento che ne fa venire in mente i molti precedenti. Se volessimo ripercorrerne la storia, dovremmo rispolverare minute vicende accanto a modificazioni maggiori nella mentalità e nel costume. Basterebbe pensare alle soppressioni degli enti religiosi tra '700 e '800 e alle laceranti polemiche sulla statalizzazione dei beni delle "opere pie" che minarono in profondità l'adesione delle masse popolari alla monarchia liberale sabauda. E prima ancora, e più in generale, si dovrebbe riflettere su come un reliquiario cesellato da Donatello sia diventato per noi un bene importante dal valore autonomo rispetto alle reliquie del santo a cui appariva a suo tempo del tutto subordinato. Finiremmo col trovarci a meditare su quel che accade quando i valori supremi di una cultura perdono valore e altri emergono al loro posto e magari arriveremmo a chiederci per questa via quale dio sostituirà quello di cui è stata dichiarata la morte.

 

È meglio tornare su di un terreno più concreto e sottolineare la questione della totalità indivisa dell'Italia come patrimonio culturale. È un punto capitale dello scritto di Settis, un punto essenziale di un libro che non è un saggio di storia né una riflessione destinata agli studi, ma è essenzialmente un atto politico, un modo per chiedere a un governo dissennato e pronto a svendere i gioielli di famiglia pur di far cassa di tener conto di un diverso e autorevoli punto di vista. Ecco l'argomento di Settis: con tutte le vicissitudini e le lacerazioni del suo passato l'Italia resta il paese caratterizzato da quello che qui è definito come il continuum tra paesaggio dipinto e paesaggio vissuto. Che ciò si debba davvero a una forte e mirata azione dello Stato, come qui forse troppo generosamente si dice, o si debba ad altre cause, di fatto in Italia ci sono esempi indiscutibili (sempre meno, si vorrebbe dire e sempre quelli): "Siena è ancora, riconoscibilmente, una città medievale" e Venezia non vede crescere grattacieli. "Perciò", scrive Settis, "il "modello Italia" di tutela prevede che il patrimonio culturale sia tutto di interesse pubblico, anche se solo in parte di proprietà pubblica".

L'invito di Settis a distinguere tra proprietà legale e controllo pubblico è un modo ragionevole e intelligente di adattare l'esperienza del passato ai bisogni del presente. Sappiamo quanto sia breve e accidentato lo spazio occupato dai processi di privatizzazione e quanto si sia debitori alle creazioni collettive di enti e di beni; sappiamo anche che il percorso verso la privatizzazione non conosce per ora alternative. Di fatto una cosa è certa: la materia riguarda tutti e da tutti deve essere trattata. Secondo Settis, la cultura della conservazione è entrata profondamente nella coscienza civile. C'è un seducente invito a sentirci orgogliosi non solo del possesso ereditato, ma di questa consapevolezza e del modo in cui nel passato si è espressa in volontà politica.

Dobbiamo credergli, noi che siamo abituati a scuotere cupamente la testa davanti alle tante manifestazioni di incuria, di disprezzo, di saccheggio del territorio e delle ricchezze di cultura e di memorie? La tentazione è forte. In fondo, il dolore che quotidianamente ci procura questo o quell'episodio di rapina o di distruzione è il sintomo più autentico della nostra identità, della profonda appartenenza a quello che Salvatore Settis chiama con un sussulto d'orgoglio il Paese con la "P" maiuscola. E forse quel sentimento è più diffuso di quel che siamo soliti pensare. Chissà. Lo vedremo presto. Perché dopo tanto tuonare è venuta la grandine.

Si è detto e ripetuto che i beni artistici e culturali andavano gestiti "nell'ottica del mercato", che doveva prendere corpo un'economia dell'arte "orientata al consumatore"; si è immaginato che i musei potessero diventare fonti di reddito se amministrati da privati e sostentarsi con la vendita di gadgets. A forza di parlare di patrimonio, si è varcata la soglia che divide parole e fatti ed è scattato il meccanismo decisivo per tradurre in soldoni quel patrimonio, per rendere monetizzabili arte e memorie e cultura. Da tempo l'Italia economicamente miracolata frequenta mercatini dell'antiquariato rovistando tra memorie perdute e oggetti defunzionalizzati. Ora si annuncia un livello superiore di mercato.

All'ombra di una presunta modernizzazione, al grido di "privato è bello", si è costituita l'azienda statale che dispone di quei beni. Per ora, ci assicurano che il Colosseo non è in vendita. Ma se il percorso inaugurato da tempo ha un senso, se a qualcosa promettono di condurci il linguaggio e i miti che dominano trasversalmente una destra e una sinistra inguaribilmente provinciali e culturalmente subalterne (come dimostra Settis analizzando da esperto il mito del museo americano privato, efficiente e redditizio), c'è molto da temere. Lo ha capito chi ha scritto sulla Süddeutsche Zeitung che "l'Italia è in liquidazione". Otto milioni di euro per Pianosa, tredici per il Lungarno fiorentino della Zecca: qualcuno starà già facendo i conti. Ieri, era la povertà degli italiani che garantiva il grande patrimonio della bellezza naturale e d'arte, come osservava giustamente Berenson. Oggi l'Italia "grassa e unta" che suscitava il disdegno di Carlo Dionisotti minaccia e ferisce se stessa, altera i suoi paesaggi, disperde l'eredità sopravvissuta al tempo e alle violenze umane.

E poiché si è evocato il nome di quel grande e appartato testimone dell'arte e delle tragedie italiane che fu Bernard Berenson, va detto che fa una certa impressione leggere nella fondamentale e ricchissima ricerca di Marcello Barbanera i documenti del suo dialogo del '44 con Ranuccio Bianchi Bandinelli sul problema della trasmissione e della selezione della cultura. Bianchi Bandinelli credeva nell'avvento di una nuova classe al potere e di una nuova èra, col trapasso dalla borghesia al proletariato e si poneva il problema della responsabilità dei dotti nel garantire durante quel passaggio storico la conservazione di valori culturali incarnati in saperi e tecniche. Secondo il grande archeologo e storico dell'arte senese, si preannunciava un profondo "trapasso di civiltà" pari a quello dal colto e raffinato mondo antico al cristianesimo di un Medioevo rozzo e vitale.

La risposta di Berenson su come (e per opera di chi) si potessero "preservare i valori culturali, gli standard umanistici e la libertà di pensiero e di parola per ogni individuo" e le sue preoccupate analisi dello spirito messianico degli intellettuali di sinistra meritano di essere lette e meditate a distanza di tanto tempo. Oggi la minaccia, vera e non immaginaria, viene da destra. Oggi il patrimonio culturale è a rischio e con esso la libertà di informazione e di espressione in un paese dominato da una telecrazia rozza e impudente. Quando il libro di Settis è uscito ci si poteva ancora illudere che qualcuno ne ascoltasse la voce. Oggi la risposta è venuta. La sorte del patrimonio culturale è scritta in troppi documenti perché ci si possa illudere. È scritta nel disarmo della scuola pubblica. È scritta in un vergognoso condono edilizio che va di pari passo con un programma di dismissione dei beni pubblici che per involontaria ironia si chiama "SCIP". È scritta nella crisi dei luoghi della conservazione e della tutela della nostra memoria culturale — biblioteche e archivi — e in quella ormai cronica dei luoghi della ricerca. E non dimentichiamo l'aspetto più grave e doloroso del problema, che rischia di passare sotto silenzio: accanto al patrimonio culturale trasmessoci dalle generazioni passate ce n'è un altro che muore prima di nascere, quello incarnato nelle prospettive di vita e di lavoro di intere generazioni di studiosi e di docenti in formazione, costretti a cercare altrove una speranza che l'Italia non offre più.


ADRIANO PROSPERI insegna Storia dell'età della Riforma e della Controriforma presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Studioso di storia della Chiesa, è autore, tra l'altro, di: Tribunali della coscienza (Einaudi, 1996) e L'eresia del Libro grande (Feltrinelli, 2000).

 
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