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Disgrace, l'università oggi
RICCARDO DI DONATO

Che un paio di giorni d'influenza, con febbre e tosse, inducano a restare a casa, e in casa a stare al caldo a letto, è un'ovvietà che non suscita alcuna meraviglia. Che a letto (e al caldo) si legga volentieri è ancora cosa naturale e comprensibile. Che il libro che si legge sia un romanzo — piuttosto che un saggio impegnativo — resta nel novero delle probabilità e, tra queste, di quelle facili. Che i libri — tutti i libri — facciano pensare non può stupire davvero nessuno. Vengono scritti apposta, lo sappiamo. Qualche problema legittimo arriva a porsi, quando consideriamo la direzione dei pensieri, il loro orientamento, la via che prendono, l'oggetto su cui si condensano e quelli verso cui si volgono. Così posta la questione, una nuova più diretta domanda potrebbe forse ottenere una reazione di curiosità. Provo a formularla per ragionarci sopra.

Può la lettura di un romanzo di J.M. Coetzee, fresco premio Nobel per la letteratura, scrittore sudafricano che si interroga sui problemi e sui drammi della vita del popolo (dei popoli? si può dire?) cui appartiene, indurre a pensieri sulla realizzazione, in Italia, della riforma degli ordinamenti universitari? La domanda — non si può negare — è formulata con una certa precisione e, per quanto manifestamente tendenziosa, indurrebbe a una prudente risposta negativa.

Quel che segue contiene l'argomentazione contraria.

Partirò da una pagina di romanzo per parlare, in termini che uno scrittore piemontese direbbe incubosi, della riforma degli ordinamenti, che vede le università italiane impegnate nel terzo anno di realizzazione. Disgrace, il romanzo di Coetzee, è stato pubblicato nel 1999. In italiano, tradotto come Vergogna da Gaspare Bona, è apparso nei Supercoralli della Einaudi nel 2000. Ora esce, con una copertina rosso-fiammante nei tascabili. Una figlia affettuosa me ne ha provvisto copia per consolare il primo dei malanni di questo autunno freddo e piovoso (come calda, assai calda fu l'estate) e io l'ho letto. In un giorno, come fanno i ragazzi che hanno tempo per le cose belle della vita.

Il romanzo è duro da ingoiare. La storia che racconta non è allegra. Il quadro della società sudafricana che disegna ha più di un tratto inquietante. Questioni grosse, l'integrazione, il superamento delle tragedie prodotte dall'apartheid, la difficile convivenza di uomini che rivendicano un'appartenenza e una proprietà di luoghi che sfiora il dramma quotidiano. Tutto questo emerge tra le pagine di un racconto che è, poi, anche storia di un tratto di vita individuale. Del libro convince l'assenza di un finale. La vita non consente consolazioni. A finire ci pensa da sé. A scegliere dove smettere un racconto basta invece il gusto di chi scrive e Coetzee, dopo averci inquietato ci lascia con la nostra inquietudine. Chi deve nascere nascerà, chi è vicino a morire morirà. Ciascuno realizzerà il proprio percorso e lascerà, se non proprio una vera traccia, una scia che qualcun altro seguirà.

Protagonista del racconto — descritto con un crudele realismo nelle sue debolezze di uomo che ha passato i cinquanta e vive solo — è un professore di università. Scrive Coetzee del suo David Lurie: "Si guadagna da vivere alla Cape Technical University, un tempo Cape Town University College. Prima era professore di lingue moderne, poi, da quando l'istituto di lingue antiche e moderne è stato chiuso sull'onda della grande razionalizzazione, è diventato professore associato di Scienza della comunicazione. Come a tutto il personale docente "razionalizzato", gli è concesso di tenere un corso monografico all'anno, indipendentemente dal numero degli iscritti, perché giova al morale. Quest'anno ha scelto i poeti romantici. Inoltre ha la cattedra di Scienze della Comunicazione 101 ("Tecniche di comunicazione") e Scienze della comunicazione 201 ("Tecniche avanzate di comunicazione"). Pur dedicando parecchie ore al giorno alla nuova disciplina, David considera ridicola la premessa del libro di testo di Comunicazioni 101: "La società ha creato il linguaggio perché gli uomini possano comunicarsi a vicenda pensieri, sentimenti e intenzioni" … Non provando alcun rispetto per la materia che insegna, non riesce a lasciare il segno sugli studenti. Quando parla, i loro occhi lo attraversano senza vederlo, dimenticano il suo nome. La loro indifferenza lo irrita più di quanto voglia ammettere. Tuttavia adempie sino in fondo i suoi obblighi nei loro confronti, e nei confronti dei loro genitori e dello Stato. Mese dopo mese assegna, raccoglie, legge e annota i loro compiti, correggendo la punteggiatura, l'ortografia e i termini impropri, sollevando dubbi sui ragionamenti zoppicanti, apponendo un giudizio breve e ponderato. Continua a insegnare perché gli dà da vivere; anche perché gli insegna l'umiltà, gli fa capire qual è il suo posto nel mondo. L'ironia di questa situazione non gli sfugge: colui che viene per insegnare impara la più bruciante delle lezioni, mentre coloro che vengono per imparare non imparano niente".

Ho citato con abbondanza, lasciando nella parte espunta i tratti personali di biografia intellettuale (con indicazioni bibliografiche) con i quali Coetzee ricama il suo tessuto d'ironia feroce. Naturalmente non so nulla degli studi nel nuovo Sud Africa e non sono in grado di cogliere le implicazioni, che per certo si trovano nel racconto, e che si riferiscono a situazioni presenti o venture in quel lontano e, per tanti tratti, estremo paese. Vorrei però essere compreso. La generazione cui appartengo, quella dei prodotti dell'ottimismo dei primi anni dopo la guerra, è ormai la più numerosa del pianeta, o almeno dell'Occidente del medesimo. In Oriente seguono altri criteri. Noi figli del baby boom occidentale abbiamo alle nostre spalle dei sopravvissuti. I nostri babbi avevano, per la maggior parte, fatto la guerra, visto (o sentito parlare di) ogni possibile crudeltà, avevano comunque conosciuto il male. Se — ciononostante — hanno deciso di metterci al mondo non è, probabilmente, solo perché la cultura della contraccezione si è meglio diffusa poco più tardi, ma perché avevano fiducia nella vita e nel progresso. In ogni modo, quando il pessimismo prende le forme di una previsione concreta e credibile viene da reagire con la tristezza e, per vincerla, viene da mettersi a pensare.

 

Che cosa accomuna il quadro della fantastica Cape Technical University alla situazione dell'università italiana che realizza la sua riforma in un'orgia di crediti, debiti, moduli e attività alternative, attive e passive? Ci dobbiamo preoccupare anche noi, uomini letterati di un paese dalle antiche tradizioni, di finire a insegnare — magari a due distinti livelli, uno triennale e uno specialistico — Comunicazione 101 e Comunicazione 201? Spero francamente di no ma vorrei indicare, senza ordine e senza alcun desiderio di completezza, qualche punto di preoccupazione, magari perché i colleghi si distraggano per un momento dal giocare al gioco dell'università (concorsi, idoneità, bine — che peccato la fine delle terne, che stimolavano la fantasia combinativa! —, chiamate, budget-docenti e altre simili danze sul transatlantico già periclitante) e rispondano, indignati, che tutto va bene e che il mondo accademico è il migliore come del resto la maniera in cui viviamo.

Personalmente credo che l'architettura della riforma, il cosiddetto 3+2, tre anni di corso ordinario e due di laurea specialistica, costituisca un potenziale miglioramento, per le facoltà umanistiche, rispetto alle precedenti lauree quadriennali. Non mi limito a una banale constatazione aritmetica relativa al fatto che cinque val più di quattro, ma alla effettiva possibilità di eliminare il difetto di specializzazione precoce e fuorviante che il precedente sistema, con dieci esami su ventuno sostanzialmente liberi e undici (dal contenuto spesso indipendente dalle discipline) rigidissimi, finiva per provocare. La virtù, come il buonsenso, essendo ripartita inegualmente, non brillava nei curricula dei più, che iteravano esami a man bassa tra il meno difficile e il meno impegnativo.

Credo che il sale della trasformazione risieda oggi nella qualità che è possibile mantenere ai due livelli: se questa cede, crolla l'intero edificio. Nel calcolo dei carichi dei programmi ci vuole la virtù dei cavalieri antichi, grandezza d'animo, magnanimità da entrambe le parti: quante pagine leggeranno i nostri allievi nelle centonovanta ore che restano — udito un corso annuale di sessanta — per soddisfare all'obbligo che vale dieci crediti di venticinque ore l'uno? Rispondere decide non poco della realizzazione concreta della riforma.

Resta evidente che, in particolare per le Facoltà di Lettere, comunque ridenominate, la questione decisiva è ancora in sospeso perché è quella relativa ai corsi di laurea specialistica dedicati alla formazione degli insegnanti che dovranno — stante una legge che riguarda la scuola ed è operante — sostituire le attuali SSIS, attive e positivamente su base regionale.

Per molte lauree specialistiche, il cui avvio è in corso, o si realizzerà a regime solo l'anno venturo, la concorrenza di corsi finalizzati alla formazione degli insegnanti risulterà insostenibile. Chi potrà studiare latino per il proprio piacere senza considerare la possibilità concreta di insegnarlo nelle scuole? E che formazione avrà chi si sarà preparato a insegnarlo senza una specifica specializzazione? Legislatori e governanti dovrebbero risolvere i dilemmi aporetici e non provocarli, se fossimo nel mondo di cui sopra. Poi c'è il quotidiano della vita universitaria, in cui abbonda il farsi del male volontario e perpetuo tra animali della stessa specie. Se ne può accennare brevemente: gli incubi sono contagiosi.

 

Si parla a singhiozzo di una riforma della riforma. Presidi e magnati stendono mozioni infiammate mentre i vari strati del popolo, fino a quello minuto e studentesco, si affannano a rispettare nuove regole e nuove scadenze. C'è già un doppio regime, uno per i molti studenti in arretrato e uno per quelli del nuovo ordinamento. Si potrà reggere a tre regimi contemporaneamente? E, nella realtà che scorre, quali le emergenze? Servirà ancora una sola premessa. Realizzata coerentemente al generale principio della autonomia universitaria, la riforma ne ha moltiplicato, secondo una logica esponenziale, gli effetti differenzianti. Le decine di Facoltà di Lettere si sono ridisegnate sul territorio della Repubblica secondo una pelle di zigrino, maculata forse più ancora di quella degli antichi stati preunitari. L'elenco di problemi che seguirà non corrisponde quindi alla fotografia di una singola situazione di sede ma è un monstrum composto di elementi tutti veri ma assunti nella varietà del Belpaese universitario.

Semestri compattati come il caffè sottovuoto al supermercato. Orari razionalizzati, con abolizione del quarto d'ora (accademico: che brutto nome). Studenti che ascoltano concerti (saranno sempre svegli?) e ne escono con crediti aggiuntivi. L'italiano-letteratura ridotto a parafrasi dei testi per la pigrizia degli epigoni di chi ha lanciato un intelligente paradosso: cominciamo a capire quello che leggiamo (sante parole!). L'italiano scritto che diventa una merce preziosa, da vendere sul mercato riservato a clienti di riguardo, pubblici e privati (come il caviale nella Russia che non c'è più). Master di primo livello per scrivere-così-così. Master di secondo livello per arrivare a quei risultati, clamorosi, che l'Italia umbertina affidava alle maestrine dalla penna rossa.

Per Master — lo dico per sovrammercato — si intendono corsi a pagamento, di costo rilevante e crescente: tremila, cinquemila euro per imparare a scrivere bene. E questo è niente davanti alla domanda vera: che cosa faranno, da grandi, tutti questi bravi ragazzi che entrano pieni di speranza nelle nostre aule e leggono i libri che noi consigliamo, vanno nei musei che indichiamo, ripetono le cose che proponiamo loro come importanti e durature? Toccherà forse a loro — posto che noi la scansiamo — la "grande razionalizzazione"?

Una volta ho tradotto un libro dal francese e mi son messo d'impegno a toglierci tutti i punti interrogativi (retorici, ci insegnavano, vitandi...) di cui era farcito, volgendo in positivo tutte le domande cui il libro stesso rispondeva. Vorrei che si potesse fare con questo mio scritto: temo di no, non ci resterebbe nulla. Mi paiono domande vere e non retoriche.

Ma forse questi sono gli incubi di un professore influenzato che non dovrebbe leggere romanzi il cui protagonista appare inequivocabilmente nato nel suo stesso anno e manifestamente non è messo bene. David Lurie non esiste... è solo il personaggio di una storia... come ci dicevano da bambini per farci dormire, dopo il racconto di una favola paurosa. Finito il libro, una bella tisana, calda e zuccherata ci può riconciliare con la vita. Stiamo tranquilli: domattina si torna in Facoltà. Si può insegnare qualunque cosa e gli studenti, sorridenti e numerosi, ci guarderanno bene in faccia.

Domani è un altro giorno, per davvero.


RICCARDO DI DONATO, direttore del Dipartimento di Filologia classica nell'Università di Pisa, insegna Letteratura greca, Antropologia del Mondo antico e Didattica del greco nella Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario. È stato membro della Commissione per l'attuazione della riforma dei cicli scolastici del ministero della Pubblica Istruzione. Autore di molti testi per la scuola, ha curato edizioni originali e traduzioni italiane di opere di E. de Martino, E.R. Dodds, M.I. Finley, L. Gernet, M. Mauss, I. Meyerson, A.D. Momigliano, M.P. Nilsson, J.P. Vernant, P. Vidal Naquet. Il suo ultimo libro è Hierà. Prolegomeni ad uno studio storico antropologico della religione greca (Edizioni Plus, 2001).

 
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