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Il principe della politica
CORRADO VIVANTI
UGO DOTTI, Machiavelli rivoluzionario. Vita e opere, Roma, Carocci, pp. 511, €29,50
Una lunga consuetudine con Machiavelli del 1979 è il volume Niccolò Machiavelli. La fenomenologia del potere ha portato Ugo Dotti a scrivere questo Machiavelli rivoluzionario, dedicato alla vita e alle opere del segretario fiorentino. Alla base di entrambe le pubblicazioni è un problema che ha assorbito sempre l'interesse di Dotti e che è la linfa da cui è alimentata la sua attività di studioso: il problema degli intellettuali. Anche in queste pagine, così misurate e circoscritte al suo personaggio, avvertiamo una tensione e quasi un sottinteso confronto della collocazione di Machiavelli nel suo tempo con quella di altri scrittori nella vita civile italiana.
È questa una delle principali caratteristiche che distingue il suo lavoro da altre biografie machiavelliane, e in particolare da quella, ancora oggi fondamentale, di Roberto Ridolfi, dove Machiavelli, se ovviamente è inserito negli eventi del suo tempo, ne emerge in un ritratto a tutto tondo che lo rende quasi solitario nella sua originalità. La spezzatura che drammaticamente segna la vita di Machiavelli fra l'attività nella Cancelleria fiorentina e il forzato ritiro dopo il 1512, non può non riflettersi in ogni saggio che voglia percorrerne la biografia; ma nel libro di Dotti le vicende fiorentine e italiane fanno da contrappunto continuo, non solo nella prima parte, all'operare del personaggio. Così i suoi ozi letterari non rischiano mai di figurare come un'evasione, ma s'intrecciano strettamente con la maturazione del suo pensiero nello svolgersi degli avvenimenti.
L'atmosfera stessa della giovinezza di Machiavelli su cui purtroppo scarseggiano le notizie è evocata con vivacità nei rapidi scorci della Firenze medicea e poi savonaroliana. Dotti nota giustamente come l'umanesimo platonizzante non attraesse il giovane Niccolò: assai presto Livio e perciò Roma furono presenze decisive nella sua formazione; nondimeno Atene balena sullo sfondo, e viene fatto di pensare a una suggestiva immagine di Eugenio Garin: "La Firenze di Lorenzo si tingeva dei colori del tramonto: sotto un ordine apparente si agitavano e si urtavano contrasti profondi
Il pianeta della nuova Atene era Saturno, il segno della malinconia, della sapienza sublime, ma tormentata ed enigmatica: Leonardo e Michelangelo e, nella Cancelleria, Machiavelli".
Machiavelli attraversa quegli anni in modo assai particolare: sarei incline a discernere in lui un atteggiamento che in qualche modo lo segna. Mario Martelli, studiando un codice della Biblioteca Nazionale di Firenze, ha potuto far risalire "anteriormente al 1498" la composizione di alcune rime, e darci così ragione dei rapporti che stringevano Machiavelli a Giuliano de' Medici: proprio questi spiegano l'aiuto richiesto e ricevuto "post res perditas". In seguito a quelle indicazioni, Carlo Dionisotti ha affermato che la composizione del capitolo "Poscia che all'ombra sotto questo alloro" va collocata "subito prima o subito dopo la morte di Lorenzo il Magnifico": sarei propenso a supporla precedente, perché l'indicazione dell'ombra dell'alloro mi sembra possa alludere appunto al governo di Lorenzo, spesso simboleggiato dal lauro. Anche per questo credo sia nel giusto Gennaro Sasso, quando rifiuta di vedere nell'autore un "bigio", un fautore dei Medici, e vi sono di ciò sufficienti riscontri: menzionerei per tutti la coraggiosa posizione assunta più tardi, nello scritto "Ai Palleschi", in cui egli mostra sì la sua disponibilità ad acconciarsi al nuovo dominio mediceo, ma cerca, osserva Dotti, di "salvaguardare il buon nome dell'amico e protettore appena caduto in disgrazia", e insieme di "sollevare quella questione del "consenso" fra chi governa e chi è governato", efficacemente sviluppata dalla sua successiva riflessione politica. Soprattutto, però, vorrei ricordare alcune parole dello scritto dedicato da Machiavelli a Francesco Valori, elogiato in quanto "fermo defensore delli stati presenti della città", ossia nel sostegno, prima, allo "stato de' Medici", poi nel consolidamento dello "stato libero" dopo la cacciata di Piero. Ciò che era lodato in quell'uomo politico, che soffrì "fine indegno della vita e della bontà sua", non può valere per lo stesso Machiavelli? D'altra parte, non vedrei il suo atteggiamento nei confronti di Savonarola espresso unicamente dalla famosa lettera al Bechi, se teniamo conto delle espressioni di "riverenza" che usa per il frate in altri scritti. Non è da escludere che in un primo momento Machiavelli non fosse del tutto avverso a quel governo, che vide appunto gonfaloniere Francesco Valori, e ne prendesse le distanze soltanto dopo la condanna a morte dei "cinque cittadini" e il rifiuto del loro appello al popolo, in violazione di una legge da poco votata, un episodio criticato aspramente nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (I,45).
Se vogliamo scorgere qualche differenza essenziale fra la biografia di Ridolfi e quella di Dotti, basterà esaminare le pagine dedicate dai due scrittori al Principe e ai Discorsi. Vorrei però premettere un particolare. Non posso tacere il mio dissenso nei confronti dell'indicazione, data da entrambi, di un'interruzione nella stesura dei Discorsi, in cui viene identificato per quel che riguarda i primi capitoli il misterioso trattato delle repubbliche, cui si accenna all'inizio del secondo capitolo del Principe. Si afferma che nel 1513, appena liberato dal carcere e ancora dolorante per i "sei tratti di fune in su le spalle", Machiavelli avrebbe subito steso ben diciotto capitoli dei Discorsi, per interrompersi arrivato al punto in cui dimostra che "uno popolo corrotto, venuto in libertà, si può con difficultà grandissima mantenere libero", e dedicarsi al nuovo "opusculo". Mi domando se fosse davvero possibile una così rapida scrittura di quei capitoli: so bene che si tratta di Machiavelli, ma anche per un intelletto come il suo, poco più di cinque mesi mi sembra uno spazio di tempo assai breve per la redazione di pagine tanto impegnative. Per parte mia, preferisco lasciare in sospeso tali questioni: confesso che non riesco a interessarmi alle illazioni su particolari impossibili da stabilire, e provo solo fastidio per l'almanaccare sulla data di composizione di dediche o di capitoli, cui si appassionano con mal riposto fervore taluni studiosi dei nostri giorni. Di questo lavoro di Dotti apprezzo dunque il tono deciso con cui, riprendendo un passo di Federico Chabod, collega strettamente il capitolo finale del Principe ai capitoli che precedono e, svolto il suo ragionamento, adduce a supporto una noterella di Gramsci (pp. 283-85).
Per ritornare alle biografie di Ridolfi e di Dotti, è forse ingeneroso mettere a confronto le poche pagine riservate al Principe e ai Discorsi dallo studioso fiorentino con i due nutriti capitoli dedicati a quelle opere da Dotti. Ma bisogna pur notare come nel primo il piacevole andamento discorsivo e quasi familiare rimanga piuttosto estrinseco ai problemi di fondo, mentre Dotti s'impegna in una critica precisa e articolata, addentrandosi con competenza e acutezza nelle questioni fondamentali, dopo avere mostrato, attraverso le esperienze compiute dal segretario fiorentino, il maturare della sua riflessione a contatto diretto con i maggiori problemi politici e con alcuni dei grandi personaggi del suo tempo. Merita perciò notare ciò che Dotti definisce "il concreto riferimento alla contraddittoria dialettica della prassi sociale degli uomini", ossia quando Machiavelli, muovendo dalla realtà effettuale, illumina i lati oscuri dell'azione del principe e la necessità che lo muove: "Res dura et regni novitas me talia cogunt moliri", ripete con le parole di Didone. E lucide considerazioni svolge Dotti illustrando "il ribaltamento della concezione tradizionale dell'etica".
"Virtù e vizio vengono posti in discussione persino si direbbe nei loro valori semantici: "qualche cosa che parrà virtù", "qualcuna altra che parrà vizio". Procedendo risoluto per la sua strada, Machiavelli viene gettando le basi di una scienza sociale che studia l'in-sé oggettivo dei fenomeni sociali, le loro leggi e le loro verità nella loro esclusiva immanenza. Proprio come avviene per le scienze naturali nel loro studio degli oggetti, ogni ricorso alla trascendenza è decisamente respinto, e ciò che Machiavelli si pone davanti agli occhi per leggerli come in un libro aperto gli affetti e i comportamenti dell'uomo, la sua natura sono tutti elementi che fanno parte di questa realtà, questa storica e, per così dire, tutta umana e materiale. È stato detto che il "riflesso religioso" del mondo reale può scomparire solo a patto che i rapporti della vita pratica quotidiana presentino agli uomini, giorno per giorno, relazioni chiaramente razionali sia fra di loro, sia fra di loro e la natura. Ebbene: con la sua sconsacrazione etica della realtà mondana Machiavelli, ne fosse o non ne fosse cosciente, si pone agli inizi di questo nuovo modo di pensare nell'ambito del pensiero moderno".
È un brano di grande lucidità, che delinea come il pensiero di Machiavelli arrivi a elaborare la politica come scienza in una prospettiva che anticipa i paradigmi della "rivoluzione scientifica". Senza soffermarci ulteriormente sulle pagine che analizzano Il Principe, e affrontare i vari problemi che questo "opusculo" ha posto e pone ancora, sarà opportuno passare ai Discorsi.
Mi ha fatto assai piacere trovare Dotti d'accordo con me nello stabilire un parallelo fra i Discorsi e gli Essais di Montaigne. Un parallelo formale, naturalmente, ossia valido per il modo di procedere nell'indagine del mondo in cui vivono quei due grandi spiriti del Cinquecento. Avevo ricordato la categoria della "molteplicità", illustrata da Calvino nelle Lezioni americane, perché mi sembra ben rappresentata da Machiavelli nell'affrontare "la cognizione delle antique e moderne cose"; trovavo un antecedente a questa espressione del suo pensiero nella Miscellanea di Poliziano, che secondo Dionisotti ha imposto alla cultura italiana del tardo Quattrocento un metodo nuovo d'interpretazione dei testi letterari, come pure negli Adagia di Erasmo. Queste nuove forme espressive, che hanno una manifestazione matura nei Discorsi e negli Essais, sono in qualche modo sperimentate per sviluppare la riflessione sui nuovi aspetti di un mondo in trasformazione in tutti i campi, quando il sapere non può più ricorrere alle forme concluse e sistematiche del pensiero tradizionale.
Dotti affronta subito l'analisi dei Discorsi mostrando l'importanza assunta dall'organizzazione legislativa, la necessità di un equilibrio di poteri per "fare in modo che i sempre inevitabili contrasti sociali vengano il più possibile prevenuti o arginati". Roma, come sappiamo, è l'esempio principe: ma la Roma di Machiavelli è quella che una tradizione illustre, dai classici fino agli umanisti del Quattrocento, ha definito "tumultuaria". Nei Discorsi si rompe con quel giudizio e addirittura si indica in quei tumulti la "prima causa del tenere libera Roma": le lotte fra patrizi e plebei furono appunto il terreno su cui si sviluppò quella contraddittoria dialettica della prassi sociale, che articolò il potere repubblicano con nuovi istituti vitali. Allo Stato fiorentino Machiavelli aveva mosso, fino dai tempi della sua attività in Cancelleria, un'aspra critica, trovandolo sprovveduto dei due princìpi fondamentali di ogni ordinamento.
"Ognuno sa che chi dice imperio, regno, principato, repubblica, chi dice uomini che comandono, cominciandosi dal primo grado et descendendo infino al padrone d'uno brigantino, dice iustitia et armi." E, rivolto ai governanti fiorentini, proseguiva con fredda determinazione: "Voi della iustitia ne avete non molta, et dell'armi non punto". Al contrario, osservava nei Discorsi, "dove è buona milizia, conviene che sia buono ordine, e rade volte occorre che non vi sia buona fortuna".
Sebbene critico verso le "armi" della Francia, esprimeva la sua ammirazione per le leggi che la governavano e che la ponevano "in tra' regni bene ordinati e governati a' tempi nostri" (Pr. XIX). E l'esempio francese ritornava nel capitolo dei Discorsi menzionato da Dotti (I,58), in cui affermava che "di quello difetto di che accusano gli scrittori la moltitudine, se ne possono accusare tutti gli uomini particularmente e massime i principi; perché ciascuno che non sia regolato dalle leggi farebbe quelli medesimi errori che la moltitudine sciolta", e citava appunto, a tale proposito, la Francia, "il quale regno è moderato più dalle leggi che alcuno altro regno di che ne' nostri tempi si abbia notizia". Si rendeva conto Machiavelli che in Italia vi era un prevalere dell'interesse privato su quello pubblico e un frammentarsi della società in corpi e consorterie che facevano nascere conflitti d'interesse fra i loro privilegi o, come allora si diceva, le loro "libertà" e le esigenze di uno Stato nuovo. Firenze era, per questo aspetto, un campione eloquente, dove gli ordinamenti erano emanati in funzione dei gruppi di potere, e lo ius proprium era un valido strumento per le particolari esigenze dei privati. Così, la lotta politica presentava una drammatica peculiarità, icasticamente illustrata da Machiavelli in apertura al terzo libro delle Istorie fiorentine con la contrapposizione fra Roma e Firenze. Mentre nella città da lui considerata come modello, le lotte civili, fino ai tempi dei Gracchi, si erano concluse con accordi fra le parti, che arricchivano la dialettica istituzionale del suo ordinamento, a Firenze la limitatezza dei pubblici poteri faceva prevalere gli interessi della parte vincente. Per questo non vi erano avversari, ma soltanto nemici, che come tali andavano eliminati, e le lotte intestine si concludevano sempre con sangue ed esìli.
Giustamente Dotti rileva come, a differenza di altri intellettuali, Machiavelli non nutrisse alcuna nostalgia per il passato, e rifuggisse quindi dall'idealizzare il governo di Lorenzo il Magnifico, come pure il nuovo idolo che gli ottimati fiorentini allora celebravano, la Repubblica di Venezia. Di questa condannava invece sia la costituzione, volta a impedire ogni dialettica interna, sia la mancanza di forza militare propria: insomma, come aveva detto per Firenze, "iustitia et armi". Il suo ideale, il suo obiettivo era quello riprendo le parole di Dotti "di fondare uno Stato forte, giuridicamente ordinato e militarmente efficiente
L'esame dell'antico modello di Roma qui della sua democrazia "tumultuaria" si traduce immediatamente nella condanna dell'immobilismo politico italiano".
Di recente, in una bella intervista, Paolo Prodi ha osservato: "La trasformazione del cittadino in suddito è legata anche alla privazione della memoria storica, perché è grazie alla concezione dinamica della realtà, della politica e della storia che la democrazia ha potuto affermarsi in Occidente: fino al Rinascimento le forme politiche erano statiche, il Regno, la Repubblica
forme perenni. La politica moderna, invece, è fondata proprio sul principio che la politica si può cambiare".
Machiavelli, che vuole trasformare il suddito in cittadino e si propone di cambiare radicalmente la politica italiana, fonda il suo ragionamento sulla storia. E Dotti scrive: "La libertà dunque come conquista della lotta storica dell'uomo e, dall'altra parte, la lotta per la libertà come spinta concreta per la grandezza dello Stato sono i due concetti che, fuori da ogni intendimento retorico ma immersi nel vivo della riflessione della storia romana, giganteggiano nei primi capitoli dei Discorsi e ne costituiscono il motivo ispiratore unitario".
Procedendo nella lettura, concordo con Dotti sull'opportunità di sottolineare che gli anni dal 1516 al compimento del secondo decennio del secolo non vedono solo la redazione di opere di riflessione politica come i Discorsi e L'arte della guerra, ma anche la composizione di scritti d'altro genere: L'Asino, La Mandragola, la Favola di Belfagor. Machiavelli riversa l'amarezza per il suo esilio in patria in composizioni che hanno l'effetto catartico di sollevarlo nel mondo poetico della commedia. A Vettori aveva già detto una volta, con i versi di Petrarca: "Però se alcuna volta io rido o canto,/ follo perché io non ho se non questa una/ via da sfogare il mio acerbo pianto".
E in un'altra ben nota lettera a Vettori aveva osservato: "Chi vedesse le nostre lettere
, e vedesse le diversità di quelle, si maraviglierebbe assai, perché gli parrebbe ora che noi fussimo uomini gravi, tutti vòlti a cose grandi
Però dipoi, voltando carta, gli parrebbe quelli noi medesimi essere leggieri, inconstanti, lascivi, vòlti a cose vane".
"Era certo nell'indole di Machiavelli", osserva Dotti, "non dico passare da un genere all'altro, ma provarsi, se non in tutti, in parecchi generi letterari". E ne era capace quasi sempre (il limitativo è dovuto alla scarsa riuscita delle sue rime), proprio perché la sua indole era così ricca e aperta alla varietà dell'esistenza e sapeva coglierne i diversi aspetti, drammatici o comici che fossero. Proprio per questo, chi studia questo autore, non può non provare, oltre a grande ammirazione, una forma di affetto, perché sente che non ha a che fare soltanto con un pensatore di genio, ma con un uomo capace di vivere accanto ai suoi simili e di trattare alla pari con loro, fossero i grandi della terra o la brigata dell'osteria nei pressi di San Casciano; anzi invidia il mugnaio, il beccaio, i due fornaciai e l'oste con cui giocava a trictrac, e gli piacerebbe potere unirsi a loro.
Proprio perché giudico essenziale nella sua personalità anche lo spirito giocoso con cui rallegrava gli amici della Cancelleria, come pure stando a Bandello un Giovanni dalle Bande Nere, mi confesso insofferente delle letture che vorrebbero scavare più a fondo nella Mandragola per trovare meno frivoli significati, mentre Machiavelli stesso dichiara: "E se questa materia non è degna,/ per esser pur leggieri,/ d'un uom che voglia parer saggio e grave,/ scusatelo con questo, che s'ingegna/ con questi van pensieri/ fare el suo tristo tempo più suave".
Così mi sembrano vacue le elucubrazioni per scoprire chissà quali sensi ascosi nella Commedia di Callimaco e Lucrezia, e non riesco ad appassionarmi allo svelamento di personificazioni allegoriche in quei personaggi, che rappresenterebbero nientemeno che il principe liberatore e l'Italia, e via
"a fare a' sassi pe' forni", direbbe Siro. Arrivo a dire che non provo l'ammirazione di Dotti per la famosa domanda di Croce: "E se poi la Mandragola avesse della tragedia?". Trovo curioso che proprio chi ha criticato la distinzione della letteratura in generi letterari finisca col riproporli in questi termini, dopo avere affermato che la commedia deve essere "lieve, ilare e giocosa". Perché non possiamo leggere la Mandragola per quello che è, quasi non bastasse, per trovare coerenza nel pensiero machiavelliano, un testo in cui la "virtù" di Callimaco, nel mondo degradato e corrotto messo in scena, trionfa sull'ignavia di Nicia e riesce a superare gli scrupoli morali di madonna Lucrezia? Puntualmente Dotti osserva che quei personaggi sanno "ripetere espressioni o atteggiare movenze "ideologiche" che il lettore aveva già conosciuto pensosamente nello studio delle sue opere politiche; quelle espressioni e quelle movenze, precipitate qui nella miseria di una delle infinite possibili miserie di una società "borghese"".
La commedia è un tramite con i Medici e con lo stesso Leone X, assai più fortunato del Principe. Ma il rapporto di Machiavelli con l'ambiente mediceo è messo in evidenza dall'ultima grande opera, Le Istorie fiorentine, di cui era committente il cardinale Giulio de' Medici, che sarà papa Clemente VII. Dotti traccia un efficace panorama della storiografia fiorentina e sottolinea come le idee di Machiavelli fossero in contrasto proprio su un punto pericoloso: raccontare gli eventi che avevano visto prevalere i Medici, mantenendo la propria indipendenza di giudizio. Donato Giannotti racconta di avere ricevuto in confidenza da colui che giudicava proprio maestro un avvertimento: nelle Istorie, non potendo sentirsi "libero da tutti i rispetti", l'autore aveva messo in bocca agli avversari di Cosimo ciò che pensava della lotta politica con cui era arrivato al potere. E a conferma di questa confessione, Dotti richiama le righe della dedica al papa in cui Machiavelli si dichiara "discosto dalle adulazioni" proprio adducendo le "concioni" e i "ragionamenti" dei vari personaggi coinvolti nelle vicende. Quella dissimulazione onesta, che verrà teorizzata nel secolo successivo, fa già adesso le sue prime prove. Viene fatto di pensare alla dichiarazione di un altro grande storico, che viveva in tempi forse anche più tristi, Paolo Sarpi, quando dichiarava all'inviato di un principe tedesco: "Le falsità non dico mai, mai, ma la verità non a ogni uno".
Machiavelli rivoluzionario: nell'"Epilogo" Dotti ritiene di dovere spiegare il titolo che ha dato al volume, anche se, per la verità, da tutte le pagine emergono le novità che il segretario fiorentino apporta nei modi di pensare la politica e, insieme, la rottura che introduce nelle forme del pensiero tradizionale. L'uomo è artefice della propria fortuna, avevano affermato gli umanisti: nella riflessione machiavelliana l'uomo diventa artefice di se stesso e addirittura afferma Dotti prelude alla visione marxistica per cui "l'autocreazione dell'uomo attraverso il proprio lavoro diviene non solo il fondamento dell'attività sociale, ma dello sviluppo della società stessa". Il rapporto fra l'uomo e la società è visto del tutto laicizzato, "svincolato da ogni presunta trascendenza".
Senza dubbio, da questa laicizzazione della politica discende anche il giudizio che Machiavelli dà della religione e del cristianesimo. Come è noto, nell'indicare nella religione un legame prezioso per le società umane, Machiavelli dà un giudizio negativo della Chiesa, per quel che riguarda la vita italiana, e per quel che riguarda il mondo in cui vive, della "religione nostra" e della "educazione nostra". Su questi temi, però, Dotti sceglie di non soffermarsi, preferendo mettere in luce come la "redenzione" degli uomini o di un paese come l'Italia non abbia nulla che possa evocare una salvezza ultraterrena, ma avvenga "esclusivamente attraverso la coercizione dello Stato". In Machiavelli non vi è traccia, nemmeno implicita, di peccato originale, e quando leggiamo nei Discorsi (I,3) "è necessario a chi dispone una republica ed ordina leggi in quella presupporre tutti gli uomini rei", non dobbiamo certo pensare a un monito che implichi una condanna divina: si tratta di un'ipotesi di lavoro offerta al legislatore; più oltre (III,30) gli consiglierà, se vuole far valere i suoi ordinamenti, di leggere la Bibbia "sensatamente": vi troverà l'esempio di Mosè, costretto "ad ammazzare infiniti uomini" affinché "le sue leggi e i suoi ordini andassero innanzi". L'organizzazione legislativa è "il presupposto perché le alte qualità del popolo possano realizzarsi in maniera davvero positiva. Reprimere le pulsioni egoistiche dell'uomo, sempre così disintegatrici della comune società; vigilare a che il singolo non disponga di un potere personale eccessivo; fare in modo che i
contrasti sociali vengano
prevenuti o arginati; proteggere il comune desiderio di sicurezza personale e il mantenimento delle individuali proprietà": queste sono le basi di una "bene ordinata republica". E chi governa deve preoccuparsi che essa non solo si regga finché vive, ma "l'ordini in modo che, morendo ancora, la si mantenga" (Discorsi, I,11).
Machiavelli, come Copernico, nota Dotti (pp. 440-41), sovverte il mondo del Cinquecento, e contro entrambi si mobilita la Chiesa della Controriforma, che muove con "l'ostilità aggressiva e infamante" contro chi addita quale incarnazione del diavolo, e poi con la manovra "più raffinata, ipocritamente sottile e infine vincente" di assorbire la sua politica nel conservatorismo della ragion di Stato.
CORRADO VIVANTI, già docente presso l'Università di Roma, fa parte del Consiglio scientifico dell'Istituto di Studi Umanistici dell'Università di Firenze. Ha pubblicato, tra l'altro, Lotta politica e pace religiosa in Francia fra Cinque e Seicento (Einaudi, 1974) e Incontri con la storia. Politica, società e cultura nell'Europa moderna (SEAM, 2001). Per Einaudi, ha diretto con Ruggiero Romano la Storia d'Italia (1972-1976) e ha curato le Opere di Machiavelli (1997-1999).
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