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Buon compleanno, New York Review!
PIETRO CORSI

Cominciamo dai numeri, che fanno sempre impressione: fondata nel 1963, quarant'anni e novecento numeri dopo, la New York Review of Books rimane la rivista culturale più letta al mondo: 120.000 abbonati, 350.000 lettori stimati, presente in tutte le università, case editrici, musei e teatri del mondo. E, come vedremo, in molte cancellerie, ministeri, redazioni di quotidiani. Il compleanno della NYRB, come è chiamata più semplicemente, si è celebrato quest'anno con il fascicolo datato 6 novembre, e credo che Robert Silvers, l'ormai mitico fondatore, si stupisca a volte di essere ancora al suo tavolo, vista la scommessa fatta nel lontano 1963.

Silvers aveva soggiornato a Parigi dopo la guerra, lavorando alla redazione della Paris Review; poi, tornato a New York, era entrato all'Harper Magazine, come editor. Al pari di molti che si occupano, ieri come oggi, di libri e di commento culturale "dall'interno", per così dire, non trovava la situazione granché soddisfacente: recensioni poco credibili, infiniti scambi di favori e sfinimento del pubblico. Un'opinione che Elizabeth Hardwick, critico letterario e moglie del poeta Robert Lowell, mise nero su bianco in un articolo per Harper commissionato proprio da Silvers. Il modello da seguire, argomentava la Hardwick, era quello inglese. Recensioni spesso pungenti, poco cerimoniose, che scatenavano a volte furiose controversie o acidi scambi di lettere. Insomma, uno spasso per il lettore, e un arricchimento per tutti.

Già, ma dove trovare un editore disposto a finanziare una rivista completamente libera? Libera, per esser chiari, di criticare anche i libri pubblicati dall'editore-finanziatore, o di osare mettere in dubbio la suprema statura del critico di regime di turno, magari a libro paga dello stesso editore. Jason Epstein, primus movens della Random House, non aveva dubbi: niente da fare. Solo un pazzo o un mecenate potevano rischiare tanto. E i pazzi raramente hanno soldi, mentre i mecenati vogliono anche loro un ritorno, magari solo d'immagine.

Poi, il lungo sciopero dei tipografi del New York Times, allora, come oggi, potente strumento di promozione editoriale grazie alla sua circolazione e al suo supplemento letterario. La ben rodata macchina promozionale delle case editrici cominciò a girare a vuoto, importanti titoli in uscita rischiavano di non godere dei soliti soffietti più o meno gratuiti, un'intera economia di scambio entrò in crisi. Epstein, col suo proverbiale fiuto, intravide una possibilità. Silvers ci mise il suo entusiasmo e la sua esperienza di editor, coadiuvato da Barbara Epstein, moglie di Jason; Lowell e Hardwick il loro talento e la loro agenda di indirizzi. Nel giro di poche settimane, le recensioni, i commenti, dei brevi saggi cominciarono ad affluire alla redazione. Portavano firme già famose, o destinate a diventarlo in breve tempo: W.H. Auden, Mary McCarthy, Norman Mailer, Susan Sontag, Irving Howe, Gore Vidal. Nessuno venne pagato. Tutti avevano capito che un sistema culturale ha bisogno di critica, di entusiasmo, di prese di posizione. Dove circolano Mandarini prima o poi scoppia la SARS, si potrebbe dire oggi.

La prima tiratura fu di 100.000 copie, 50.000 vennero vendute nelle edicole. Si trovarono dei finanziatori, pochi, e nessuno in grado di influenzare le decisioni editoriali. Quando venne pubblicato il famoso articolo di Noam Chomsky che chiamava gli intellettuali a prendere posizione contro la guerra in Vietnam, un socio dissenziente preferì vendere la sua quota. Anche i soci lettori hanno a volte ritirato la loro quota, e disdetto l'abbonamento. È accaduto anche di recente, dopo la presa di posizione di diversi autori della NYRB contro la guerra in Afghanistan e in Iraq, o sul trattamento inumano e indegno di una grande democrazia cui sono sottoposti i prigionieri a Guantánamo. Tutti lettori poi riconquistati, va subito detto, anche perché le previsioni avanzate dagli autori della NYRB si sono rivelate più vicine alla realtà del trionfalismo guerrafondaio.

Ci siamo allontanati molto dai libri, è vero. Ma è anche vero che, ormai da anni, il logo della rivista porta la specifica "of Books" in carattere più piccolo, sotto il titolo sparato a grandi caratteri, The New York Review. Non che i libri non ci siano più. La NYRB resta ancora uno strumento fondamentale per orientarsi nella produzione libraria in lingua inglese, e non solo inglese. È che la passione civile di Silvers, e il desiderio inesauribile di capire, di recarsi sul posto e di parlare con coloro che si trovano momentaneamente dalla parte sbagliata della storia hanno colorato sempre di più le pagine della NYRB. Anni fa, era lui stesso a viaggiare: a Cuba, alla fine degli anni '60, per raccogliere la disillusione e la denuncia del nascente regime castrista del poeta Herberto Padilla. Poi, altri hanno viaggiato per lui: V.S. Naipaul in Argentina, India e Iran; Joan Didion nel Salvador degli anni del terrore; Susan Sontag nella Sarajevo assediata; Timoty Garton Ash nel blocco comunista prima della caduta del muro; Joseph Lelyveld, già direttore del New York Times, a Guantánamo, per citare solo alcuni dei famosi reportage della NYRB. Sono questi gli articoli cui accennavo sopra, quelli letti nelle cancellerie, che i quotidiani si contendono. Ed è forse questo l'aspetto più sorprendente del lavoro di Silvers: l'esser riuscito a trasformare un bimensile, che si stampa due settimane prima della data impressa in testata, in un concorrente dei quotidiani e persino della televisione.

I libri, infine. Per la NYRB, un libro è sempre una presa di posizione che deve essere valutata e giudicata tenendo presente altre prese di posizione, altri libri, cioè. E un romanzo è un momento in una carriera individuale, in un contesto di tendenze letterarie, di manifesti estetici, di esigenze di mercato, di situazioni sociali o politiche che a volte decretano successi immeritati o inattesi. Una recensione, per farla breve, parla di un problema prendendo un libro, o più libri, come spunto. E deve parlare a coloro che non necessariamente sono esperti della questione. Silvers ama ripetere che un bravo recensore fa capire all'ingegnere perché è importante un saggio di filologia classica, al letterato, impresa forse suprema, perché deve interessarsi di biotecnologie o di teoria delle stringhe. Gli interventi scientifici sono forse l'aspetto editorialmente più interessante della NYRB, a ragione del tasso di difficoltà tecnica che ogni articolo di scienza presenta. Ancora una volta, Silvers, da dietro le quinte, meglio, da dietro un fax o un computer interroga autori del calibro di Steven Weinberg, Richard Lewontin o Oliver Sacks, tempestandoli di richieste di chiarimento, suggerendo cambiamenti, fino a ottenere testi densi e trasparenti al tempo stesso, quei testi poi tradotti in diverse lingue in tutto il mondo.

Da circa dodici anni la NYRB ha un proprietario, Rea Hederman. Non è un pazzo né un mecenate, ma un editore che ha imposto la rivista letteraria inglese Granta sulla scena internazionale, e che rispetta pienamente la totale indipendenza della redazione e di Silvers. Ha anche voluto e segue con attenzione l'edizione in lingua italiana della NYRB, la Rivista dei Libri. Ma di questa impresa parlerà qualcun altro, tra un paio di decenni.

(Questo articolo è apparso sul Sole 24 Ore del 2 novembre 2003)
 
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