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Dubbi sull'ecocatastrofismo
GILBERTO CORBELLINI

BJØRN LOMBORG, L'ambientalista scettico. Non è vero che la Terra è in pericolo, Milano, Mondadori, pp. 520, €26, 00

È difficile, in questa fase storica di grandi transizioni, evitare di chiedersi come la comunità scientifica affronterà nei prossimi anni la crescente politicizzazione della scienza. Ovvero, se la scienza e gli scienziati riusciranno a non farsi corrompere dai giochi politici e a introdurre piuttosto elementi di razionalità nei processi decisionali a livello governativo. Siamo tutti consapevoli di quanto sia urgente rinnovare e razionalizzare i criteri di valutazione obiettiva dei benefici che possono venire alla società da determinate ricerche e da particolari scelte.

Nessuno può in buona fede dubitare del fatto che la scienza possieda o sia in grado di darsi, almeno in linea di principio, gli strumenti teorici e pratici per studiare e comprendere il modo di funzionare di qualsiasi processo naturale. Questo potere discende da un modo particolare di procedere nella soluzione dei problemi. Tuttavia, un'utilizzazione efficace di tale metodo — e dei risultati della ricerca scientifica per promuovere il benessere umano — dipende dal riconoscimento sociale del fatto che la scienza non fornisce certezze o verità definitive. La conoscenza scientifica (che secondo Gerald Holton, storico della fisica a Harvard, è l'unica dimostrazione apprezzabile della capacità umana di ragionare) fornisce gli strumenti per definire e ridurre progressivamente, attraverso continue autocorrezioni, le incertezze nelle diverse strategie di categorizzazione della realtà che utilizziamo, e prefigura degli scenari possibili piuttosto che una specifica predizione.

Nondimeno, la prospettiva che questa consapevolezza entri stabilmente a far parte del bagaglio culturale delle nuove generazioni sembra piuttosto allontanarsi, a causa del fenomeno di crescente politicizzazione della scienza. Una serie di temi che implicano l'apprezzamento e l'interpretazione di risultati della ricerca scientifica, e che diventa ogni giorno più nutrita (vedi il problema del clima, della clonazione, della biodiversità, il fenomeno "mucca pazza", l'uso dell'energia nucleare, le controversie sugli OGM), è ormai terreno di battaglie politiche, dove i dati scientifici vengono pericolosamente strumentalizzati in chiave appunto politica. Basta far mente locale sul modo di intendere il cosiddetto principio di precauzione — attraverso cui si chiede alla scienza e alla tecnologia di garantire il processo innovativo dalla presenza di qualsivoglia rischio — per capire che il processo è già in una fase molto avanzata. In Italia, per il fatto che la scienza e la comunità scientifica sono particolarmente deboli, il fenomeno è pericolosamente accentuato e mostra chiaramente quali sono le possibili conseguenze: gli scienziati possono abdicare dall'etica della conoscenza scientifica per adottare tattiche e retoriche politiche o addirittura avallare un'affiliazione politica della pratica scientifica.

La questione aperta, quindi, è se la scienza e la comunità scientifica riusciranno a evitare gli insidiosi tentativi di politicizzazione che sfruttano il carattere controverso e incerto dei dati scientifici, sempre più pericolosamente strumentalizzati in chiave retorico-propagandistica e piegati a una logica manichea.

 

Ricostruendo recentemente, e in modo esemplare, alcuni sviluppi cruciali del processo di politicizzazione delle questioni scientifiche controverse negli ultimi trent'anni, Gianfranco Bangone si sofferma inevitabilmente sul caso Lomborg. E sottolinea come le reazioni isteriche che si sono scatenate in diversi ambienti contro lo statistico danese, autore dell'Ambientalista scettico, hanno verosimilmente a che fare con il fatto che, al di là dei dati quantitativi non del tutto nuovi contenuti nel suo libro, egli denuncia la diffusa pratica del double ethical bind, il doppio obbligo etico — difeso da molti scienziati ambientalisti — che ha recentemente inquinato anche il funzionamento di autorevoli riviste scientifiche. Si tratta dell'idea che si possa derogare dall'onestà intellettuale e dall'obiettività scientifica, manipolando, semplificando e drammatizzando gli scenari relativi alle minacce di catastrofi ambientali per far presa sull'opinione pubblica e attirarla dalla propria parte. Le reazioni veementi, davvero eccessive, da parte di alcuni recensori, peraltro scelti appositamente dai direttori di riviste come Scientific American e Nature convinti di conquistarsi qualche vantaggio per aver fatto stroncare il libro di Bjørn Lomborg, non possono effettivamente avere altra spiegazione. Si è persino arrivati al paradosso di una sorta di processo inquisitorio nei confronti dello studioso intentato da un poco credibile Comitato danese per l'integrità scientifica. Lomborg ha lanciato un macigno nella piccionaia del pessimismo ecologista, e tutta la sedimentazione di falsificazioni e di retoriche volte ad assecondare le visioni catastrofiste ha rischiato per la prima volta di saltare per aria.

Lo studioso danese, che qualcuno, indispettito dalla forza dei suoi argomenti, ha accusato di essere di destra e maniaco del mercato, ricorda che la democrazia funziona meglio se le persone hanno accesso a informazioni attendibili e non basano le loro scelte su false mitologie. "Non può essere nell'interesse della società che un dibattito su una questione vitale come l'ambiente si basi su miti anziché su verità." Ma di quali miti si tratta?

 

Lomborg ha iniziato la raccolta e l'analisi dei dati presentati in questo libro quando era ancora un ambientalista di Greenpeace, con l'intenzione di confutare la tesi di Julian Simon, secondo il quale basterebbe leggere e capire le statistiche ufficiali per rendersi conto che quello che si va dicendo sull'ambiente è frutto di pregiudizi e di un uso strumentale della statistica. Strada facendo ha scoperto che, effettivamente, per l'umanità e il pianeta, le cose non sono mai andate meglio di adesso, anche se rimangono molti problemi. Ha altresì scoperto che la tesi che vedrebbe come inconciliabili sviluppo economico e miglioramento delle condizioni ambientali non è vera: proprio lo sviluppo economico, promuovendo il progresso tecnologico, ha consentito di ridurre l'inquinamento nel mondo industrializzato.

Esaminando sistematicamente, con gli strumenti dell'analisi statistica, tutte le previsioni che fanno da sfondo alla "litania" pessimistica dei movimenti ambientalisti e dei cosiddetti no global, e utilizzando le stesse fonti ufficiali dell'ONU e della Banca Mondiale (ma anche quelle degli enti di ispirazione ambientalista), Lomborg smaschera inesorabilmente una serie di trucchi ed errori che hanno consentito a un numero crescente di scienziati e politici di affermare che il mondo si trova sull'orlo di un baratro a causa della sovrappopolazione, della scarsità di cibo, dell'inquinamento, della deforestazione, dell'esaurimento delle materie prime, della perdita di biodiversità, del riscaldamento globale, delle malattie, ecc. Riesce efficacemente a dimostrare, numeri alla mano, che il nostro pianeta non è mai stato meglio (ovviamente non in assoluto, dato che problemi ce ne sono e la situazione potrebbe idealmente essere migliore, ma comparativamente al passato) e che ci sono tutte le condizioni perché continui a migliorare anche nei prossimi decenni.

Molti fatti erano già noti, sebbene mai fossero stati raccolti e organizzati in modo da assumere una considerevole efficacia argomentativa. Il libro, che si basa su una imponente mole di fonti e dati analizzati (quasi 3000 note e 1800 riferimenti bibliografici; moltissimi rapporti di cui una parte significativa è consultabile su Internet) è strutturato in sei parti. Nella prima vengono analizzati i contenuti del rosario snocciolato dagli ambientalisti per ricordarci che il mondo starebbe andando in malora e se ne confutano in termini generali gli argomenti. Viene quindi discusso in dettaglio lo stato presente dell'umanità: la crescita demografica, l'aspettativa di vita e le condizioni sanitarie, quanto cibo e quante persone soffrono la fame, e quanto siano migliorate la ricchezza economica e la qualità della vita. La conclusione è incontrovertibile: non c'è mai stato tanto benessere nel mondo. In un secolo, la speranza di vita alla nascita è raddoppiata nei paesi industrializzati ed è aumentata del 50% in quelli in via di sviluppo. Qualità della vita e salute sono migliorate secondo tutti gli indicatori presi in considerazione: i consumi sono aumentati, così come l'educazione, il tempo libero, la sicurezza, mentre sono diminuiti catastrofi e incidenti. E non c'è mai stato tanto cibo: la popolazione nei paesi in via di sviluppo è triplicata, ma le calorie per persona sono aumentate del 38% e la proporzione di individui che soffrono la fame è diminuita dal 35% al 18% (ancora troppi, certo, ma molti meno di prima). I prezzi dei cereali, poi, non sono mai stati così bassi.

Lomborg analizza quindi le chances che la prosperità attuale si mantenga o aumenti: se ci sarà abbastanza cibo in futuro; se stiamo davvero perdendo le foreste; se esistono rischi di crisi energetica o di scarsità di materie prime o di acqua. Basandosi sui dati della FAO, mostra che la diminuzione dei tassi di crescita dei raccolti non deve preoccupare, in quanto anche la popolazione mondiale sta crescendo di meno. Né le foreste sono minacciate, dato che nel corso di tutta la storia umana ne è scomparso non più del 14%, e la FAO stima, in modo molto verosimile, che annualmente vada perduto lo 0,46% della superficie arborea e non tra l'1,5% e il 4,6% come sostengono gli ambientalisti. Dalla seconda guerra mondiale le foreste sarebbero addirittura aumentate dello 0,85%.

 

La quarta parte del libro è dedicata agli inquinamenti: aria, ambiente domestico, piogge acide, acqua e rifiuti. Anche qui i numeri dicono che l'inquinamento dell'aria e dell'acqua nei paesi sviluppati è diminuito, mentre rimane grave l'inquinamento domestico nei paesi in via di sviluppo. E non esiste il rischio di una crisi di acqua, dato che oggi solo il 3,7% della popolazione mondiale ha carenza di acqua. È vero che se le cose non migliorano la percentuale potrà salire all'8,6%: ma basterebbe migliorare i sistemi di irrigazione per ridurre la dispersione, che è del 60-80%.

I "problemi di domani", in particolare quanto i pesticidi e gli estrogeni sintetici stiano minacciando la salute umana, se stiamo perdendo la biodiversità e se sia in corso e con quali conseguenze il riscaldamento globale del pianeta, sono i temi della quinta parte. Qui Lomborg riporta i risultati di diversi studi che mostrano come i pesticidi sintetici rappresentino un rischio minimo di indurre il cancro, mentre se si riducesse l'uso di pesticidi diminuirebbe anche la produzione di frutta e vegetali, con la conseguenza che aumenterebbero i prezzi di questi alimenti e meno persone li consumerebbero e trarrebbero beneficio dai loro effetti di prevenzione contro il cancro: una riduzione del 10% dei consumi di frutta e verdura causerebbe un aumento del 4,6% nel numero totale di tumori negli Stati Uniti; cioè 26.000 casi di tumore in più contro i 20 associabili all'uso dei pesticidi in agricoltura.

Il lungo capitolo sul riscaldamento globale costituisce una delle analisi più raffinate disponibili dei modelli utilizzati per costruire i possibili scenari futuri, da cui risulta che a fronte delle incertezze sui cambiamenti climatici e il loro impatto sull'agricoltura e la salute, e dati i costi degli interventi previsti dal protocollo di Kyoto, otterremmo comunque un effetto irrisorio: un grado in meno di aumento della temperatura in un secolo. Mentre gli stessi soldi investiti in miglioramenti tecnologici e sviluppo economico potrebbero produrre ricchezza al punto di rendere più facilmente accessibili fonti di energia alternative ai combustibili fossili e soluzioni efficaci per problemi definiti in modo più concreto. La conclusione del libro cerca di delineare i criteri per stabilire priorità di intervento che non siano fondate su percezioni distorte dei rischi (una sezione dedicata alle biotecnologie si rivela tuttavia compilatoria e tutto sommato superata).

La prospettiva assunta da Lomborg è prevalentemente quella dello statistico e dell'economista, non dello scienziato. Nel senso che il suo obiettivo è valutare comparativamente i costi e i benefici dei diversi interventi che potrebbero risolvere i problemi all'orizzonte: non catastrofi certo, ma appunto problemi da affrontare tenendo presente che sono parte di processi che hanno prodotto ricchezze e benessere anche per molti paesi un tempo sottosviluppati e oggi saldamente fuori dalla povertà, e che in prospettiva possono ulteriormente contribuire a ridurre la povertà e a promuovere lo sviluppo.


GILBERTO CORBELLINI insegna Storia della medicina e bioetica presso l'Università di Roma "La Sapienza" ed è autore di Le grammatiche del vivente (Laterza, 1998; 2a ed. ampliata 1999).

 
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