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Reinventare Parise
RAFFAELE LA CAPRIA

SILVIO PERRELLA, Fino a Salgarèda, Milano, Rizzoli, pp. 204, € 13,50

I dati erano conosciuti. Che Parise fosse figlio di padre ignoto e che questo fosse stato per lui un problema, lo aveva raccontato lui stesso più volte, in modo diretto e in qualche racconto. Che la madre fosse una donna "temibile" e amata, che certi luoghi come Venezia Milano Roma o il suo "Veneto barbaro di muschi e nebbie" avessero avuto per lui un'importanza determinante, e che i suoi viaggi avessero reso il suo sguardo più acuto e lungimirante, che infine la malattia e il senso della vita breve avessero da sempre influito sulla sua visione del mondo e sulla sua sintassi, tutto questo era noto. Ma per metterlo in movimento e ricercare i moventi remoti di una vita che si intreccia con la scrittura e diventa destino, il destino di un autore tra i più originali del nostro Novecento (anche perché trova la sua origine solo in se stesso); per combinare tutti questi dati in una trama coerente fino a darci un'immagine di Parise che prima non ci era mai apparsa così vivida e toccante; per fare tutto questo occorreva l'acume del saggista e del critico, ma anche la libertà del narratore con la capacità di muovere questi dati a sua disposizione senza far mai debordare la sua fantasia nell'arbitrario.

E questo ha fatto Silvio Perrella col suo libro saggistico-narrativo intitolato Fino a Salgarèda e dedicato appunto a Goffredo Parise. Perrella non ha mai conosciuto Parise (per ragione anagrafica), ma con questo suo saggio sembra essersi a lui avvicinato di persona creando una confidenza e un'amicizia con lui che si trasmette anche al lettore.

Nel suo libro su Calvino, Silvio Perrella aveva usato lo stesso tipo di indagine critica, segno di una vocazione che qui, in questo secondo libro, viene confermata. Anche il libro su Calvino era una narrazione sui generis, una specie di ragnatela critica, dove l'intelligenza poetica della metamorfosi formale di Calvino veniva smontata e rimontata pezzo per pezzo con esiti conoscitivi di notevole penetrazione, anche perché — a mio parere — adottavano armi simili a quelle dell'autore con cui avveniva il confronto. Ma qui, nel libro dedicato a Parise, Perrella ha immesso una tenerezza e una sensibilità dolente che nel saggio su Calvino non c'erano. La lucidità critica è la stessa, ma c'è un calore più acceso, suggerito appunto dalla personalità di Parise.

 

Con questi due saggi su Calvino e su Parise, oltre che per le numerose introduzioni ad autori diversi, come Orwell, Bilenchi, Wilde, Pirandello, ecc., la figura del critico Perrella comincia ad assumere connotati che ci permettono di distinguerne i procedimenti e il tono. Non saprei dire se il suo è un metodo, ma certo il primo movimento di questo suo approccio critico è quello di prestarsi all'ascolto e di abbandonarsi al testo senza un'idea precisa, anzi cercando di non averne. Dalla lettura e rilettura, spesso della stessa pagina ossessivamente ripercorsa, deve arrivargli l'indicazione, il suggerimento. A volte l'indicazione-intuizione non arriva subito, e l'immaginazione del critico si ferma e attende. L'unico modo per riprendere il filo è leggere ancora una volta con l'orecchio teso il già letto e riletto. Sono bene accetti i commenti degli altri critici, servono a dare un quadro dello stato dei lavori, ma il punto vero, quello indispensabile, è che arrivi all'orecchio del critico, magari attraverso una frase o un brano prima trascurato, la parola dello scrittore o una confidenza inaspettata attraverso il moto insistente della sua scrittura. È sempre lì che c'è qualcosa da scoprire, nella sintassi, nella costruzione della frase, nella sorpresa di un aggettivo, è sempre lì che il critico-filologo che è in Perrella si ostina. Un saggio critico può anche vivere attraverso una serie di citazioni ben congegnate. È lì, nel brano o nella frase citata, che nasce il rapporto tra il critico e lo scrittore. I due libri di Perrella, ma ancora più il secondo dedicato a Parise, sono costruiti attraverso una sapiente concatenazione di citazioni, che emergono da un lavoro critico sottostante, e sono tra loro legate in modo saldo e sottile. Fanno pensare, per dirlo con una immagine, alla leggerezza dei mobiles di Calder, dove i pezzi di stagnola o di carta sono legati e librati su una struttura salda e sottile di fil di ferro, proprio come le citazioni di Perrella.

Geno Pampaloni ha scritto che la nostra prosa letteraria sarebbe altra da quella che è senza l'apporto dei saggisti scrittori, cioè di quei saggisti che si servono di scrittura creativa e di tutte le strategie di una vera e propria narrazione per sviluppare il proprio argomento. E certo Pampaloni ha ragione se si pensa ai saggisti-scrittori che da Croce a Serra, da Borgese a Cecchi, da Papini a Soffici, e la lista continua con Longhi, Debenedetti, Savinio, Barrilli, Macchia, Praz, e ancora Citati, Magris, Garboli, la Ginzburg, Manganelli, Siciliano, Calvino, Pasolini, Berardinelli, e se mi è consentito, ultimo nella lista, il sottoscritto. Tutti hanno continuato ed elaborato, ognuno in modo diverso e personale, una nobile tradizione italiana che parte da lontano, dal Principe di Machiavelli e dallo Zibaldone di Leopardi, e anche da prima. Qual è la ragione che spinge tanti saggisti a rompere gli argini ed entrare nell'alveo della narrazione? Io credo che ciò avvenga perché gli elementi base della narrazione (e cioè la fantasia, l'immaginazione, l'arte combinatoria, la ricerca delle coincidenze significative, la struttura simbolica) vengono considerati un mezzo più raffinato per avvicinarsi al cuore delle cose. Vengono considerati insomma un mezzo di conoscenza non sostitutivo dello specifico di ogni disciplina (storia, antropologia, critica letteraria, storia naturale, ecc), ma da sperimentare, caso per caso, per condurre la propria indagine liberamente, in modo non solo espositivo ma espressivo, per darne una rappresentazione agli occhi del lettore. Che così vien portato a compiere lo stesso percorso del critico e a fare la stessa esperienza di un testo.

Tutto questo vale come preambolo per dire che anche Silvio Perrella, con Fino a Salgarèda, il libro dedicato a Goffredo Parise, potrebbe essere incluso in questa eletta compagnia, perché ha tutte le carte in regola che glielo consentono.

 

Ma adesso vediamo come è fatto il suo libro. Si compone di cinque capitoli intitolati "Venezia", "Milano", "New York", "Roma" e infine "Salgarèda". Sono questi i luoghi della scrittura di Parise, i luoghi che la spiegano. Scrive Perrella: "Venezia agisce in Parise come correlativo sintattico, come un modo di disporre le frasi sulla pagina. Un nesso-Venezia sottostà alla sintassi mentale di Parise, così ricca di ponti che permettono passaggi inaspettati e insospettabili". E basta una citazione come questa per capire non solo come è fatto il libro di Perrella, ma anche perché, come un romanzo, esso si serve di immagini e metafore; e l'immagine di Venezia, città di ponti e ponticelli, paragonata all'aerea sintassi (anche dei sentimenti) di Goffredo Parise, mi sembra un buon esempio per indicarne i procedimenti.

Il capitolo iniziale intitolato "Venezia" ha come sottotitolo "Una nuova nascita". Qui è il nucleo originario che spiega anche la struttura del romanzo critico di Perrella, fondato su "uno slittamento dei luoghi sulla scrittura: Parise scrive quasi sempre di un luogo dove è stato precedentemente e adesso non è più. A Venezia (e dopo a Milano) di Vicenza, a Roma di Milano, nel Veneto di Roma…". Questo movimento è come un continuo addio, una continua fuga da sé, da ciò che è stato, e allude in definitiva all'addio alla vita che è sempre avvertibile in tutta la sua opera e soprattutto ne I Sillabari. Ma colto all'inizio, a Venezia, ha secondo Perrella un significato particolare, perché Parise, nato a Vicenza figlio illegittimo, rifiuta questa sua nascita biologica che per lui è stata fonte di un dolore continuo e mai sopito, e sostituisce Vicenza con Venezia. "Non sono nato a Vicenza, sono nato a Venezia. Poiché la vera nascita non è quella biologica, ma bensì la nascita culturale." Dunque l'illegittimità, sentita come una colpa è il punto di partenza di questo romanzo critico che spesso si concede puntate nell'inconscio e nella psiche, e tocca così quei "movimenti remoti" cui accenna Parise. Al problema dell'illegittimità è legato anche il rapporto con la madre, e non solo con la madre ma con tutte le altre donne incontrate nella vita, perché appunto c'è anche un nesso Venezia-donne che appare spesso nell'opera di Parise, e che qui vien messo in rilievo riconoscendo la figura della madre dello scrittore — la temibile madre — in un racconto dei Sillabari, quello intitolato "Paura", in cui una donna viene fermata da due ladruncoli, e alla minaccia di uno di questi: "O mi dai la borsetta o te copo", risponde imperterrita: "còpeme". Ma il nesso Venezia-donne funziona anche per una ragazza inseguita in ogni calle di Venezia per un'intera giornata e mai raggiunta, situazione che simbolicamente rappresenta bene il rapporto che nella sua vita Parise ha avuto con tutte le donne, inseguite vanamente e mai veramente raggiunte: innanzitutto la moglie Mariola, e in seguito Silvia che, nel romanzo L'odore del sangue, tradisce il marito con un ragazzo. Nello stesso romanzo perfino la madre tradisce il figlio sostituendolo con un bambolotto, cui per compensare la propria solitudine, in sua assenza si è affezionata.

 

A Venezia Parise scrive Il ragazzo morto e le comete e La grande vacanza, due romanzi "sconnessi" nella costruzione, di cui lo stesso Perrella riconosce che è difficile ricomporre le tessere per darne un riassunto, ma che sono l'opera di un autore giovanissimo, di un "adulto-bambino" che "nasce soprattutto da se stesso". E sono anche due libri di addio, come se l'autore fosse già "un inquieto abitante dell'aldilà", il cui segreto sta appunto in quella "sostituzione di origine" già individuata da Perrella.

Quando va a Milano Parise prova a trasformarsi da "adulto-bambino" in uomo adulto, non solo per "andare all'unisono con i ritmi della produzione", come esige il suo lavoro quotidiano presso un giornale e poi una casa editrice, ma anche come scrittore. E Il prete bello, scritto a Milano in un mese, è proprio un romanzo ben fatto, di uno scrittore che ormai si è impadronito del suo mestiere.

"Non è cambiata la cosa da vedere (il paesaggio, i personaggi)", scrive Perrella, "ma il modo di vederla (lo stile): questa volta, infatti, le immagini non sono liquide, bensì solide e ben messe a fuoco". A Milano, divenuto adulto e più consapevole di sé, Parise va scoprendo quella "logica elementare" al cui vaglio sottoporrà ogni suo ragionamento, e l'"uso critico dei sensi" che lo accompagnerà sempre, e soprattutto nel suo lungo periodo di viaggi.

Va in America, a New York, che in lui provoca un "trauma conoscitivo", va in Cina, e in ogni paese, anche in Vietnam o in Cambogia o in Giappone, mette a confronto "l'immaginazione allo stato puro con la realtà". Ma tutto questo viaggiare, secondo Perrella, non produce soltanto ammirevoli reportage, è il "centro propulsore della sua energia poetica". E ancora, questo viaggiatore senza bagagli, questo "viaggiatore indigente", come lui stesso si definisce, sente a un certo momento che "i viaggi e soprattutto le guerre invecchiano". Ma, aggiunge Perrella, "se da una parte i tanti viaggi lo hanno invecchiato, dall'altra gli hanno dato la possibilità di scoprire parti di sé nelle immagini del mondo". E scopre anche, nel secondo viaggio in America, la vita artificiale e la grande rivoluzione consumistica, e a tutto questo in seguito opporrà, scrivendo I Sillabari, l'uomo naturale e i sentimenti.

 

E arriviamo a Roma. Qui Parise conosce il cinema, lavora con Fellini e altri registi, conosce il mondo artistico della capitale, incontra quella che sarà la donna della sua vita, Giosetta Fioroni, e scrive Il padrone, che secondo Perrella è "uno dei primi romanzi postmoderni della nostra letteratura". Nel Padrone "un Padrone filosofo e un Dipendente preistorico" si confrontano, e il loro rapporto, raccontato con feroce sarcasmo e alla maniera dei fumetti, disegna "una fenomenologia dei rapporti tra gli individui in luoghi connotati dalla gerarchia". Il padrone, scrive Perrella, è però un libro di non ritorno, perché dopo "non sarà più l'immaginazione della mente a dare forma al mondo, attraverso una finzione, ma il contrario: sarà il mondo a costituire il limite dei pensieri". Dopo, in Parise, con L'odore del sangue si affermerà "la fragilità come valore" e l'abbandono della "corazza" teorica darà via libera al "risorgere della vitalità". Il protagonista di questo romanzo, Filippo (in cui è riconoscibile lo stesso Parise), vivrà una storia di amore, sesso e gelosia che lo porterà a una continua dolorosa investigazione sul tradimento della moglie con un ragazzo della nuova generazione, e a un'analisi angosciosa con la quale spera di esorcizzare le proprie ossessioni. L'ossessione maggiore è che quel ragazzo con la sua carica erotica e il suo membro — anzi proprio e solo il suo membro — è un "emblema della vita" a Filippo (cioè a Parise) negata. Egli è il rappresentante di una nuova razza darwinianamente vincente. Questo romanzo non erotico e neppure sentimentale ma solo crudamente "analitico", secondo Perrella, è anche scritto "al di fuori dello stile" e "come se la realtà si fosse messa a sognare per conto suo", producendo incubi. Così, a differenza di Calvino, che può guardare la realtà medusea solo nel riflesso dello scudo di Perseo, Parise qui la fissa in modo diretto senza timore di restarne pietrificato.

E finalmente arriviamo a Salgarèda, cioè a un'"ultima nascita artistica", a una casa acquistata in un punto del "Veneto barbaro di muschi e nebbie", che Parise considererà "la sua "Patria"". Venezia era stata "una nuova nascita", ma inconscia. Salgarèda sarà "l'ultima", quella dove "consapevolezza e abbandono sono un tutt'uno". Salgarèda è per Parise uno di quei luoghi, scrive Zanzotto, dove nasce "dalle viscere della terra" la "polla misteriosa", e a quella polla Parise troverà ristoro dopo tanti viaggi, e la vera pace. È strano che il trapianto in questa parte del Veneto, che è considerata terra di Comisso, avvenga proprio in coincidenza con la morte dell'amato amico e maestro, quasi come se Parise volesse essere il suo continuatore. E letterariamente così è stato, perché, affascinato dalla "pazzia conoscitiva di Comisso", cui tanti straordinari articoli aveva dedicato, Parise provò "a essenzializzarlo, a farlo suo".

 

È a Salgarèda che tra il '72 e l'82 Parise scrive I Sillabari. Perrella definisce questi racconti, con bella intuizione, "storie naturali" con un ritmo stravinskiano politonale, e dedica a questo libro molte pagine per comunicarci l'emozione da lui provata leggendolo. Parla di "resistente fragilità", di distratta precisione, di nervosa quiete, di racconti "letterariamente antiletterari", e si serve di questa serie di ossimori per avvicinarsi alla grazia e all'arbitrio di queste composizioni poetiche che lasciano "libera una storia da ogni sorta di spiegazioni". Il punto di partenza di quest'ultima nascita artistica di Parise sono i "sentimenti elementari", una rapidità felice e disperata con cui lo scrittore rinomina il mondo "come se fosse il primo uomo". Ma nello stesso tempo è come se si facesse da parte per lasciar vivere i propri racconti per conto loro. Tutti questi racconti, osservò Natalia Ginzburg, nascono "dal disordine del mondo", lo stesso da cui nasce la vita, "ma è un disordine", aggiunge Perrella, per cui Parise "ha trovato un ordine stilistico", estrapolando quel quid "quintessenziale di ciò che ha segnato la memoria", perché "è lì che si annida il dolore dell'origine … è lì che lo sguardo di Parise è sempre stato attratto", è lì che si trova quel "buio biologico" al quale lo scrittore preferisce lanciare "occhiate furtive e rapidissime".

Riprendendo il titolo del suo libro Perrella scrive: "Il suo destino stilistico e conoscitivo lo aveva condotto fino a Salgarèda perché era quello l'ambiente adatto affinché la sua semplificazione fulminante si realizzasse, e nascessero I Sillabari e con loro nascesse alla letteratura per l'ultima volta Parise stesso". E a proposito di questa ultima nascita, è Parise — citato da Perrella — che dice di sentirsi appartenente a una "specie in via di estinzione". Per sopravvivere egli cerca di emettere "un segnale miniaturizzato di tutto se stesso": è questa la "semplificazione fulminante … una sintesi che semplifichi senza impoverire".

Come si è detto, prima di scrivere questo libro su Parise, Silvio Perrella ne aveva scritto un altro altrettanto intrigante su Calvino. In Fino a Salgarèda paragona i due scrittori che nello stesso anno scrissero uno Le Città invisibili e l'altro I Sillabari, due libri lontani da quel "verismo-romano-piccolo borghese" che aveva tarpato le ali a più di uno scrittore della loro generazione, mentre essi utilizzavano entrambi, ma con esiti e propositi diversi, i processi compositivi della poesia.

Ho trascurato molte altre ipotesi, suggerimenti, intuizioni e suggestioni che si trovano in questo libro. Ma mentre Silvio Perrella si dà da fare per dipanare "i fili inestricabili di luoghi, persone e apparizioni, trasformate in un sentimento", che fanno parte della vita e della scrittura del suo autore, è come se il critico cercasse quasi di restituirlo alla vita, di reinventarselo, per superare l'abisso oscuro che la morte ha frapposto tra noi e lui, attraverso una prossimità più umana che letteraria, e una pietas che gli fa scrivere: "A volte, leggendo I Sillabari, viene da piangere". E anche a me viene da piangere quando leggo la lettera che Parise mi scrisse da Salgarèda, riportata alla fine di questo libro.


RAFFAELE LA CAPRIA, noto scrittore e saggista, è autore tra l'altro di: Ferito a morte (Bompiani, 1961); L'armonia perduta (Mondadori, 1986); Letteratura e salti mortali (Mondadori, 1990); La mosca nella bottiglia (Rizzoli, 1996); Il sentimento della letteratura (Mondadori,1997); e Lo stile dell'anatra (Mondadori, 2001). Quest'anno, per i tipi di Mondadori, è uscito un "Meridiano" a lui dedicato.

 
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