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Solo nell'acqua è gioia
RAFFAELE MANICA

RAFFAELE LA CAPRIA, Opere, a cura e con un saggio introduttivo di Silvio Perrella, Milano, Mondadori, pp. XCII-1760, €49,00

Scrittore acquatico, dell'acqua Raffaele La Capria aspira alla più visiva delle caratteristiche: la trasparenza; e vi aspira dopo aver conosciuto anche acque che mostravano sul fondo depositi di viscere e sangue. Ma piuttosto che una caratteristica visiva, la trasparenza va forse definita come una possibilità del vedere stesso, si può dire che consiste nella mancanza di qualcosa, una mancanza necessaria al vedere. La prima stagione di La Capria, segnata e chiusa da un capolavoro, Ferito a morte, risente di tutta un'epoca di sperimentazione sulle forme e sui modi del romanzo: ciò di cui La Capria, in seguito, vorrà liberarsi. Il risultato di quell'epoca di sperimentazione si potrebbe definire come un'arte con libretto di istruzioni incluso, bisognosa di troppe spiegazioni, perché in essa le dichiarazioni di poetica contano più dell'opera. In seguito, nella stagione che potremmo definire dell'autocommento e del lungo viaggio verso l'approdo della trasparenza, La Capria ha buttato via il libretto di istruzioni, che poteva riguardare Joyce o Picasso, e ha deciso all'incirca così: se questa cosa, un'opera d'arte, deve funzionare, ebbene, funzioni da sé, si racconti. Quel che egli non potrebbe dire tocca dirlo ai suoi lettori: Ferito a morte, buttati via tutti i libretti di istruzione, funziona magnificamente. Vuol dire che, per quanto abbia risentito dell'epoca della sperimentazione, La Capria ha istintivamente sentito e risolto, subito sottraendosi alla teoria a vantaggio del manufatto, saltando il pantano, sicché quello sperimentare gli è rimasto come una specie di suggestione e come un'intonazione della pagina: ha preferito un gesto corporeo al progetto mentale. Di più: ha sciolto in quel gesto anche il suo tratto autobiografico, sdoppiandosi e moltiplicandosi nei suoi personaggi, di modo che, alla fine, somigliasse a lui autore tutto il risultato, non solo una parte. Poi, con l'autocommento, ha composto una cosa sostanzialmente diversa da un libretto di istruzioni: un libro dell'esperienza orientato dal senso comune, che ha posto come esito conoscitivo, come riconoscibilità del senso delle cose.

E se l'acqua in La Capria è l'elemento vitale, si può dire che l'opera di La Capria è, nella sua prima parte, quella di un subacqueo; nella seconda sta a pelo d'acqua e anche un po' più sopra. Alcune fra le immagini decisive: la scena onirico-palombara che apre Ferito a morte, con tanto di spigola e fiocina; l'idea, in Letteratura e salti mortali, che un racconto ben riuscito è come un tuffo ben riuscito: il salto è complicato ma si svolge con sprezzatura, l'impatto con l'acqua è in perpendicolare, gli spruzzi meno ci sono e meglio è; la considerazione che, per quanto complicato possa essere il motore, il movimento della macchina debba apparire lineare, aggraziato e senza sforzo, come detto in Lo stile dell'anatra, l'animale eletto a rappresentare tale considerazione: dove si vede che, per quanto ormai supracqueo, lo scrittore non dimentica i vantaggi che possono darsi dall'osservare subacqueo. Della genesi del capolavoro (ricostruita in una ventina di fittissime pagine) e di tutto il resto, dà conto ora il "Meridiano" che, in stretta collaborazione con l'autore, ha curato Silvio Perrella, la cui introduzione ripercorre la vicenda di La Capria con un tono critico che non solo è vicino a quello di La Capria, ma che quasi respira allo stesso modo. Chi vorrà, avrà ora a disposizione uno strumento di grande efficacia, che permette di ripercorrere uno dopo l'altro i grandi miti solari di La Capria, dalla bella giornata al senso comune che, se si vuole, sono come le due parti dell'arco: ne tengono su la vetta e fanno di due fragilità una forza. E poi: la mosca nella bottiglia che lotta contro i propri stessi confini e l'armonia perduta di una civiltà che fa i conti con la propria storia: i confini sono la storia stessa. E Napoli, il mare: "resta sempre vicino all'idea del mare ", scriveva a La Capria, da Rapallo, Anna Maria Ortese, "voglio dire del mondo come acqua. Solo lì è gioia". E "Il mondo come acqua" è diventato il titolo dell'introduzione di Perrella.

 

Qualche tempo fa, su un settimanale, un lettore ha raccontato di come avesse avuto la netta sensazione, incontrando La Capria col suo cane Guappo, che fosse il cane a portare l'uomo, a strattonarlo verso una sua via. È una bella metafora per dire come, nel Candido che ha attraversato tutta l'opera di La Capria, siano state le cose, i fatti e gli esseri viventi (uomini, animali, città) a portare le parole e non viceversa. Che, bisogna dirlo, non è solo una lezione morale. È anche una lezione estetica. Leggiamo da Capri e non più Capri: "Una piccola spiaggia di sassi bianchi nascosta tra i chiari anfratti cilestri e gli scogli bordati di sottili trasparenze sottomarine. Il mare rotola i sassi, e i sassi strisciano col rumore secco del ghiaccio tritato. È il solo rumore scandito dal ritmo lieve dell'onda, vitrea all'abbrivio. Ogni sasso è liscio come un uovo, duro e compatto, levigata perfezione senza residui, che incanta. Trovare parole simili a questi sassi, precise e in sé concluse, fatte per dire solo quello che dicono, inventare un modo di disporle casuale e armonico come la bellezza di questa spiaggia: fu il primo breviario di estetica qui appreso". Il lettore se ne sarà già accorto: quella che sembrava una lezione morale e che era una lezione di estetica è una lezione di naturalezza, che riguarda estetica e morale e diversamente le intona, tra semplicità e chiarezza. Naturalezza, in La Capria, può essere considerato anche l'artificio di chi non vuole esibire l'artificio: "uno è artificio che si presenta come tale, e sfida in quanto artificio l'acume, l'intelligenza e il divertimento del lettore; l'altro è un artificio che dice: "guardate, io scrivo come le cose mi appaiono, direttamente. Dò quest'illusione anche a voi?" Se sì, è un artificio riuscito". Osservazione che precisamente va a posarsi dentro il discorso relativo alla sperimentazione che sopra si affacciava (e che, storicamente, riguarda i conti da fare con le avanguardie storiche e con i primi decenni del Novecento).

Il Candido al quale s'è accennato viene ora posto all'inizio di questo volume che, di tante opere, fa un'opera sola, concorrendo anche a lasciar vedere sotto l'opera la vita di chi l'ha scritta: "Chiamiamolo Candido. Classe 1922. Nasce da una famiglia di media borghesia, in un ambiente di media cultura, in una città di media importanza: lui stesso diciamo che è di media intelligenza. Per una non trascurabile fatalità nasce con lui anche il fascismo". C'è bisogno di sottolineare il sottotono, l'ironia, la capacità di rendere personaggio il tratto esemplare? C'è bisogno di dire che il contatto con la storia si enuncia anche come l'irruzione del comico nel destino, con una data fatale?

Interrogando se stesso in quanto scrittore, La Capria ha finito per interrogare se stesso in quanto lettore. Ha cioè rivolto a se stesso le stesse domande rivolte ai grandi scrittori del passato, indagando la loro complessità, la loro semplicità, la loro naturalezza. La Capria non dice che siano complessi o semplici o naturali (ha, per inciso, una predilezione per questi ultimi). Dice che egli conosce quella complessità, quella semplicità, quella naturalezza: sa come sono fatte. E che da lì, da ciò che appare davvero necessario giudica i loro risultati. È questo il senso dello stile dell'anatra: che dietro la più grande semplicità d'effetto c'è una sorta di dono acquisito per tecnica. Amante delle competenze e dell'attenzione, La Capria sa che non soltanto in campo letterario, ma che in tutto ciò che riguarda la mente umana i meccanismi sono sempre gli stessi. Possono essere più o meno esibiti o più o meno nascosti, ma non sono mai assenti. La Capria si è messo al servizio dell'arte di scrivere come si mettevano al servizio della scienza quei prestigiatori che smascheravano i presunti occultisti, mostrando che, dove si presumeva ci fosse un segreto, c'era un trucco. Una pratica che è un esercizio di igiene per la letteratura, della quale, pure, La Capria ama e rispetta i segreti, a patto che non siano impostura. Allo stesso modo si muove il suo atteggiamento verso ciò che si chiama storia, ai cui tratti di civiltà egli è soprattutto interessato. Una visione della storia non letteraria, ma ad alto tasso di letteratura; alla quale consegue la pratica di una letteratura ad alto tasso di storia, in cui entrano il destino come il pettegolezzo, la grande idea come l'avventura e il sentimento della vita come conversazione, sia pure conversazione attirata dal polo della sconfitta o dal nodo del fallimento. E questa sconfitta o questo sentimento, se richiedono durezza nell'analisi, non lasciano spazio al risentimento, o, meglio, tarano la giusta misura del risentimento. La storia, insomma, come volano della disarmonia, o dell'armonia perduta. Infine: interrogando se stesso prima sull'essere scrittore e passando per l'interrogare se stesso sull'essere lettore, La Capria arriva ad assediare, più o meno esplicitamente, le regole del nostro rapporto col mondo, con le parole che lo rappresentano, col male che lo devasta. Ci sono molti modi per disporsi di fronte a queste domande; sembra che quella prediletta da La Capria sia data, per sua stessa ammissione, dal senso comune. Ma viene da chiedersi per chi sia comune questo senso e se ci sia una comunità disposta a considerarlo tale. Se il senso comune fosse tanto condiviso, l'argomentare di La Capria sarebbe infinitamente meno interessante di quanto non sia. Invece si tratta di un pensiero talmente poco corrente e talmente poco comune che lo si riconosce per originalità. Dunque, il senso comune di La Capria, radicale, originale e poco comune, è in realtà il ritrovamento di un senso che è stato o auspicabilmente sarà comune, ma che correntemente è qualcos'altro. Perseguendo lo stile di chi non si preoccupa di averne uno — quel che nel nuoto si chiama stile libero e che è la risultante di regole precisissime — La Capria si dimostra sempre scrittore dell'attenzione e della perplessità. In questo pare un moraviano perfetto, logico fino alla pratica dell'ovvietà (cosa che, non ce ne sarebbe bisogno, si tiene ben distinta dalla banalità), e un perfetto sodale di Parise, fautore, in tempi di storditi radicalismi politici, di logiche non ideologiche.

 

La città. La Napoli di La Capria è tutta storia, come dimostra L'armonia perduta; ma la Napoli di La Capria è anche tutta natura, come recita l'inizio di L'occhio di Napoli: "Per me Napoli, l'immagine mentale che ne ho, non è soltanto quella della città, ma è sempre inseparabile dalla sua cornice naturale. Non c'è città al mondo, tranne forse Rio de Janeiro, che contenga più natura di Napoli". Di questo scontroso incontro tra natura e storia darà conto l'epilogo di Posillipo '42 nella seconda edizione di False partenze: "Negli anni che seguirono quell'estate del '42, gli anni della guerra e poi della pace, gli anni del mio cammino nel mondo, non trovai più lo stato di grazia di allora, quello mio e quello del mare, fu perduto per sempre il mio equoreo Eldorado. Da allora in poi fu continuo il decadere della bellezza, un continuo inarrestabile scadimento; e se ancora qui ricordo quell'estate del '42, è perché la guerra, con tutti i suoi lutti e le sue rovine, alla fine è passata. Ma la degradazione di cui parlo si è diffusa sempre più, si è estesa a macchia d'olio. E così da quell'estate il mondo è per me diviso in due: quello di prima del '42 e quello di dopo il '42. E mi accorgo che quell'estate fu davvero insolita, fu non solo una tregua ma uno spartiacque fra due epoche che si dissero addio per sempre, e dunque anche per questo fu memorabile: ma in nessuna storia questo fu registrato".

Che cos'è dunque la storia? Che cosa sappiamo del passato? La storia è ciò che noi raccontiamo come tale, come storia: qualcosa che qualcuno racconta. L'interesse non ultimo dei libri di La Capria sta in questo: nel fatto che ciò che diremmo soltanto passato assume carattere di storia. Il rapporto tra passato e storia, tra tutto ciò che è stato (il passato) e ciò che di quel che è stato riusciamo a raccontare (la storia) è evidentemente un rapporto squilibrato in qualità e in quantità. La Capria ci mostra che l'attività dello storico non è poi così diversa da quella del narratore (del narratore più che del romanziere, ma anche, poi, del romanziere) e che la storia è, in chi l'ha vissuta, un meccanismo semplice, ciò che nel marxismo classico sarebbe un tipico problema di sovrastruttura: come per la mosca nella bottiglia, è esattamente un problema di confini, di contorni e di conoscenza.

Ferito a morte dà conto del decadimento della bellezza (la storia, infatti, non ha nulla di più importante da raccontare). All'inizio del suo quarto capitolo sta scritto che "La vacanza è una specie di rottura con la realtà, una evasione dalla Storia, e solo la Storia ha senso. Ma intanto il richiamo insensato attraversa il silenzio del mattino, come uno spiro di vento. Il vento che ti sfiora, come dice il verso?". Anche dentro la lingua letteraria di La Capria c'è la lotta tra natura e storia: qui la natura vorrebbe assomigliare alla storia, la storia alla natura: entrambe alla bellezza. Non c'è altro da raccontare, mai, oltre la storia della bellezza; e non c'è altro mai, oltre questo, che valga la pena di conoscere: la vita, ciò che siamo stati e che siamo, e la bellezza, un modo come un altro per designare ciò che abbiamo inseguito per una vita intera. La naturalezza di cui dice La Capria è un'attenta, acquatica, semplicità di osservazione. Cogliere il passato mentre si fa storia, sapendo che l'una e l'altra non sono che la vita e la bellezza in fuga. È da questo sentimento di partecipazione e di simpatia verso le cose che la storia diventa preoccupazione per la bellezza minacciata, sia questa bellezza la costa che da Napoli scende verso altre meraviglie o sia il volto di una diva del cinema di "commovente" femminilità: un'immagine destinata a soccombere, troppo fragile e vera nel terrore del mondo.


RAFFAELE MANICA insegna Letteratura italiana all'Università di Roma "Tor Vergata". Redattore di Nuovi Argomenti, collabora ad Alias, il supplemento del Manifesto. È autore, tra l'altro, di: Discorsi interminabili (Altri termini, 1987); Il critico e il furore. Un mito platonico per i trattatisti del Cinquecento (Quattroventi, 1988); e La prosa nascosta. Narrazioni del Novecento italiano (Avagliano, 2002).

 
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