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Polemiche sull'Olocausto
PAOLO PEZZINO

NORMAN G. FINKELSTEIN, L'industria dell'Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, trad. di Daria Restani, Milano, Rizzoli, pp. 302, € 16,00

Il libro di Finkelstein, pubblicato negli Stati Uniti tre anni fa e tradotto in svariate lingue europee, si propone di essere "un'anatomia dell'industria dell'Olocausto e un atto d'accusa nei suoi confronti". L'autore trae stimolo dalla lettura del volume di Peter Novick (The Holocaust in American Life), nel quale si cerca di mostrare come la "memoria dell'Olocausto" sia stata, almeno in parte, forgiata da preoccupazioni presenti, e in particolare dalla necessità di difendere senza riserve la politica dello Stato d'Israele e degli USA, suoi maggiori sostenitori. Finkelstein distingue metodologicamente quello che egli definisce "Olocausto nazista" dalla sua rappresentazione ideologica, l'"Olocausto" appunto. Quest'ultima, a suo avviso, avrebbe portato negli ultimi decenni all'elaborazione di una campagna per estorcere denaro in nome delle vittime della persecuzione nazista, campagna che rischia di ridurre sensibilmente la statura morale delle loro sofferenze e di innescare una nuova ondata di antisemitismo.

Il volume consta di tre capitoli, di diverso valore e diversa impostazione. La vis polemica di Finkelstein, infatti, efficace e tutto sommato ben diretta per quanto riguarda gran parte dell'ultimo capitolo, risulta eccessiva e proprio per questo poco utile in altre parti del libro.

Il primo capitolo ("Il profitto dell'Olocausto") prende le mosse dalla questione della "memoria dell'Olocausto". In effetti, nei due decenni successivi la fine del secondo conflitto mondiale, si parlò poco di quanto era accaduto al popolo ebraico durante la guerra. Finkelstein ritiene infondata la teoria secondo la quale il silenzio ebraico fu dovuto al trauma del genocidio: sia in Europa che negli Stati Uniti un certo numero di sopravvissuti sentiva il bisogno di comunicare l'orrore della Shoah, ma non erano molti coloro che desideravano ascoltare. L'Europa postbellica voleva tornare alla normalità, dimenticare, e lo sterminio degli ebrei fu uno dei temi lasciati ai margini della memoria collettiva. Basti ricordare, a titolo di esempio, le difficoltà incontrate da Primo Levi per pubblicare Se questo è un uomo.

Finkelstein, che si concentra soprattutto sull'atteggiamento degli americani nei confronti dell'Olocausto, ritiene che alla base del silenzio vi fossero la politica estremamente conformista della leadership ebraica americana e il clima politico postbellico. Dato che la "Soluzione Finale" era un tema caro agli ebrei americani di sinistra, contrari durante la Guerra Fredda a schierarsi con la Germania federale e contro l'URSS, le elités ebraiche americane preferirono tacerne.

Anche il rapporto con Israele, attualmente così forte, rimase molto limitato sino al 1967; gli unici intellettuali ebrei a creare un legame con lo Stato ebraico, prima della guerra dei Sei Giorni, furono — significativamente — Hannah Arendt e Noam Chomsky. Finkelstein contesta, almeno in parte a ragione, la teoria secondo la quale il legame di gran parte dell'ebraismo americano con Israele sia da attribuirsi a una sorta di "grande paura" in occasione del conflitto arabo-israeliano del 1967. In effetti, che Israele fosse a rischio di sopravvivenza alla fine degli anni Sessanta è opinabile, e in ogni caso la situazione in cui si trovavano gli ebrei di Palestina nel 1948, alla vigilia dell'Indipendenza, era ben più drammatica. Benché gli USA avessero deciso di partecipare all'embargo sulle armi decretato dalle Nazioni Unite (che avrebbe ragionevolmente portato alla scomparsa dello Stato ebraico, senza l'accordo segreto con la Cecoslovacchia per la fornitura di materiale bellico), le élites ebraiche americane si guardarono bene dal protestare e dal sostenere Israele.

Finkelstein ritiene che il mutare dell'atteggiamento USA (e degli ebrei americani) nei confronti di Israele dopo la guerra dei Sei Giorni sia da attribuire non alla sua debolezza, bensì alla sua forza. Da quel momento, infatti, Israele divenne, per gli Stati Uniti, una risorsa strategica di grande importanza nell'area mediorientale.

Anche la teoria secondo la quale gli ebrei statunitensi avrebbero intensificato i propri legami con Israele per via di un crescente antisemitismo è, secondo Finkelstein, opinabile. In particolare, l'autore contesta la posizione di coloro che slegano l'antisemitismo da fattori di carattere economico e sociale, presentandolo come una forma d'odio totalmente irrazionale, che esclude in quanto tale la possibilità di un reale conflitto d'interesse.

Il secondo capitolo ("Truffatori, venditori e storia") si propone di mostrare secondo quali modalità l'Olocausto nazista sia stato trasformato nell'Olocausto tout court. La critica più forte di Finkelstein riguarda proprio la pretesa di una parte delle élites ebraiche americane di sottrarre l'evento (storico) della persecuzione nazista degli ebrei alla possibilità di essere analizzato, appunto, storicamente. Finkelstein contesta radicalmente due affermazioni a suo avviso assiomatiche che fanno la loro comparsa in interventi pubblici solo dopo il 1967: la prima è quella secondo cui l'Olocausto costituisce un evento storico unico e senza paragoni; la seconda è quella secondo cui l'Olocausto segna l'apice dell'odio irrazionale dei gentili nei confronti degli ebrei.

 

L'autore liquida certo con molta superficialità la questione storica dell'unicità dell'Olocausto, travolto da una vis polemica eccessiva, che toglie incisività all'impianto generale del discorso. Se, appunto, invece di liquidare come un non-problema quello della unicità dell'Olocausto, Finkelstein avesse maggiormente insistito sulla necessità di applicare anche a questo evento le normali procedure comparative della ricerca scientifica, le sue argomentazioni avrebbero avuto più forza. Va detto, però, che almeno in parte la sua posizione è condivisibile, soprattutto quando polemizza nei confronti di coloro (come Elie Wiesel, uno dei suoi bersagli preferiti) che sostengono dogmaticamente la teoria dell'unicità dell'Olocausto, considerando qualunque forma di discussione sul tema equivalente alla negazione della realtà storica dell'Olocausto nazista.

Il terzo capitolo ("La duplice estorsione"), quello meglio riuscito e più convincente, tratta la questione dei risarcimenti alle vittime dell'Olocausto. Finkelstein prende le mosse dai tre diversi accordi che il governo tedesco siglò nel 1952 per risarcire gli ebrei sopravvissuti al conflitto. Uno di questi accordi fu negoziato con la Conference on Jewish Materials Claims Against Germany, che comprendeva tutte le principali organizzazioni ebraiche. La Claims Conference avrebbe dovuto utilizzare il denaro (10 milioni di dollari per dodici anni, vale a dire — al valore attuale, circa un miliardo di dollari) in favore degli ebrei vittime delle persecuzioni naziste che per qualche ragione non avevano ottenuto nessun'altra forma di risarcimento. In flagrante violazione sia della lettera che dello spirito dell'accordo, però, la Claims Conference destinò il denaro alle comunità ebraiche, con due sole eccezioni: rabbini e "leader ebrei di primo piano" ottennero risarcimenti individuali. A giudizio dell'autore, un simile comportamento rappresenta un vero e proprio ladrocinio nei confronti delle vittime della persecuzione nazista, ladrocinio che appare anche più odioso quando si confrontino, a esempio, le modestissime somme ricevute da molti ex deportati con gli stipendi di alcuni dirigenti di organizzazioni ebraiche e dei loro avvocati.

Secondo l'autore, dunque, la cosiddetta "industria dell'Olocausto" si è trasformata gradualmente in "un vero e proprio racket di estorsioni". Affermazione forte, quest'ultima, che Finkelstein tuttavia cerca di supportare analizzando in particolare il caso dei risarcimenti ottenuti dalle banche svizzere e della loro distribuzione (o meglio, non distribuzione) alle vittime delle persecuzioni naziste. A fronte di un risarcimento finale di 1 miliardo e 250 mila dollari, la somma di 7500 dollari per internato appare effettivamente risibile. Finkelstein critica poi ferocemente almeno due comportamenti delle élites ebraiche statunitensi; in primo luogo, ironizza sul fatto che queste ultime abbiano per anni sostenuto l'urgenza di ottenere i risarcimenti per poter procedere rapidamente alla destinazione degli indennizzi alle anziane vittime dell'Olocausto. Dopo avere ottenuto il denaro, però, l'urgenza sembrerebbe svanita, dato che — secondo alcune organizzazioni ebraiche — i sopravvissuti sarebbero stati tali ancora per alcuni lustri. Questa curiosa affermazione, secondo Finkelstein, andrebbe collegata con la spiccata tendenza di molti leader di organizzazioni ebraiche ad accrescere di molto il numero dei sopravvissuti all'Olocausto, ampliando progressivamente i criteri per essere inclusi nella categoria, per poi potersi dichiarare loro legittimi rappresentanti e derubare le vittime reali. Storici del valore di Raul Hilberg condividono l'opinione di Finkelstein, e cioè che il numero degli ebrei scampati al genocidio sia stato gonfiato al fine di aumentare la consistenza dell'indennizzo.

Il caso svizzero risulta secondo l'autore particolarmente significativo qualora si confrontino il comportamento delle banche svizzere e americane, e — più in generale — della Svizzera e degli USA. La relazione compiuta dalle banche svizzere al fine di individuare i conti inattivi e determinare l'importo dei risarcimenti fu assai meticolosa, durò tre anni e costò mezzo miliardo di dollari. Gli USA, che rientravano nel novero dei paesi dove gli ebrei d'Europa avevano cercato di mettere al sicuro i propri beni, adottarono provvedimenti molto limitati per identificare i conti privi di eredi. Gli svizzeri, prima dell'indagine, avevano comunque acconsentito a stanziare 32 milioni di dollari a favore degli eredi dei conti inattivi, gli Stati Uniti solamente 500.000; gli svizzeri furono accusati di avere chiuso le porte a migliaia di profughi ebrei, causandone la morte, e di averne accolti solo 20.000. Molto pochi, certo, di fronte alla tragedia dello sterminio; ma a conti fatti gli USA — la cui estensione geografica non è neppure paragonabile — non ne accolsero di più. Il differente metro di giudizio applicato dalle organizzazioni ebraiche americane e dai mezzi di comunicazione a diversi soggetti è oggetto della feroce ironia di Finkelstein: nessuno, a esempio, ritenne opportuno criticare il comportamento delle banche israeliane che avevano richiesto — al pari degli svizzeri — i certificati di morte dei loro congiunti agli eredi delle vittime dell'Olocausto nazista. Ancora, gli svizzeri vengono — a ragione — considerati colpevoli poiché permettono il transito e il deposito sui loro conti bancari di denaro frutto di corruzione o peggio: ma i mezzi di comunicazione americani tendono a sorvolare sul fatto che una buona metà dei capitali illegali in fuga nel mondo si trova depositato in banche americane.

 

Pur con talune (in alcuni passaggi, in verità, troppe) punte polemiche, un eccesso di antiamericanismo e una pericolosa tendenza alla semplificazione degli eventi storici (o, perlomeno, di alcuni eventi storici), lo studio di Finkelstein pone questioni di rilievo. Certo, il libro si presta a un uso strumentale, soprattutto in un contesto europeo, e non a caso la sua pubblicazione in Germania è stata salutata con soddisfazione proprio da alcuni gruppi di destra.

In realtà Finkelstein, figlio di due sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di concentramento, è ben lungi dal negare il significato e il peso delle persecuzioni naziste. Non si può certo accusarlo di negazionismo, come qualcuno ha fatto, né di antisemitismo. È però vero che troppo spesso si lascia andare a generalizzazioni e semplificazioni che rendono le sue argomentazioni più deboli di quanto probabilmente non siano in realtà. La rappresentazione che Finkelstein fa dell'ebraismo americano risulta a volte così stereotipata da ricordare alcuni libelli di stampo — quelli sì — ferocemente antisemita. Risulta infatti difficile immaginare che ogni membro della leadership ebraica americana appartenga a una sorta di organizzazione per delinquere perfettamente organizzata; allo stesso modo, per quanto vessatorio possa essere stato il trattamento riservato alle banche svizzere, bisognerebbe ricordare quali furono le circostanze in cui queste ultime incamerarono i beni degli ebrei. Il fatto che le banche americane si siano comportate nello stesso modo non assolve gli istituti di credito elvetici.

Nonostante tutto, però, la critica di Finkelstein della strumentalizzazione ideologica dell'Olocausto, soprattutto negli Stati Uniti è spesso acuta e convincente. Se l'evento è per definizione "inconfrontabile", "al di fuori della storia" e così via, oggetto non di studio ma di commemorazione, allora rischia di diventare — almeno per gli americani — un alibi morale per non affrontare le proprie responsabilità relativamente ad altri stermini o comportamenti criminali. Se un crimine ricorda l'Olocausto, osserva Finkelstein, possiamo stare certi che gli USA non vi sono implicati, o che vi sono coinvolti paesi ideologicamente distanti da questi ultimi.

Trasferendo il discorso all'Europa, potremmo forse fare in parte nostra la preoccupazione di Finkelstein: perché anche da noi spesso la rappresentazione ideologica di eventi legati all'ultimo conflitto mondiale ha come corollario la pericolosa tendenza ad attribuire ad altri (e solo ad altri) responsabilità e comportamenti criminali che purtroppo furono condivisi e praticati a molti livelli.


PAOLO PEZZINO insegna Storia contemporanea presso l'Università di Pisa. È autore, tra l'altro, di: Anatomia di un massacro. Controversia sopra una strage tedesca (Il Mulino, 1997); Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro. Toscana 1944 (con Michele Battini, Marsilio, 1997); Storia di guerra civile. L'eccidio di Niccioleta (Il Mulino, 2001); e Senza Stato. Le radici storiche della crisi italiana (Laterza, 2002).

 
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