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Il romanzo dell'emigrazione
ENZO GOLINO
MELANIA G. MAZZUCCO, Vita, Milano, Rizzoli, pp. 398, €16,00
Scrivere questo libro è stato come un'indagine, ma il delitto lo avevo commesso io, ed era il silenzio.
(da una intervista con Melania G. Mazzucco)
Una scialuppa di salvataggio del piroscafo Republic è l'oggetto che simbolicamente racchiude in una sorta di mitico talismano la Storia e le storie narrate dalla trentaseienne scrittrice romana Melania G. Mazzucco in Vita, il suo quarto romanzo. Dopo circa due settimane di viaggio la nave approda a New York il 12 aprile 1903: trasporta un carico di 2.201 emigranti imbarcati a Napoli, di cui almeno 1.500 al di sotto dei 25 anni. Una spaventosa perdita di energie vitali costrette all'espatrio dalla povertà: dal 1876, anno delle prime statistiche ufficiali, al 1900, lasciano l'Italia intorno ai cinque milioni di persone; e nel 1888 tanto per citare un anno campione erano emigrati al di là dell'oceano circa duecentomila cittadini.
In quella scialuppa dormono una notte due ragazzini di Tufo, un paese di mille abitanti nei pressi di Minturno. Lui, quasi dodici anni, si chiama Diamante, è atteso da uno zio; lei, nove anni, Vita, è attesa da Agnello, il padre. E in quella scialuppa nasce una promessa d'amore che li accompagnerà fino al disperato epilogo nella loro vicenda americana.
Il richiamo del romanzo a temi e personaggi di una annosa tradizione non solo letteraria è continuo. Ma l'alternanza di tagli narrativi obliqui e frontali, l'intreccio dovizioso di voci e sguardi e gesti adulti e adolescenziali e infantili, il flusso traboccante degli eventi, il moto a spirale di alcuni episodi, riscattano i più vieti luoghi comuni romanzeschi con invenzioni a volte straordinarie. Affiorano impronte di altre civiltà letterarie, si saldano fra loro strutture di non banale modernità. Perché la Mazzucco impone codici stilistici e significati letterari inconsueti a una materia mai del tutto svincolata dal naturalismo dell'ipoteca realistica. Nasce così un romanzo dal respiro forte, un organismo di complessa architettura che riprende e rinnova un filone ormai esaurito anche nel nostro orizzonte sociale: le parti si sono invertite, siamo diventati noi terra di immigrazione. Esportiamo ancora forza lavoro, non più braccia proletarie ma professionisti di buon livello intellettuale; e invece importiamo si fa per dire forza lavoro di paesi economicamente depressi.
Già da tempo i protagonisti dell'esodo sono cambiati. Il Sud offre in gran quantità una tipologia precisa. All'emigrante italiano meridionale che tra Ottocento e Novecento lasciava il suolo patrio per fuggire la miseria e cercare fortuna nel Nuovo Mondo era già subentrato, sul finire degli anni Quaranta e nei due decenni successivi, l'emigrante meridionale che risaliva lo Stivale per chiedere un lavoro nel Nord italiano ed europeo. Il Treno del Sole aveva sostituito il Bastimento, l'alienazione da fabbrica dei distretti industriali era il doloroso segnale di una condizione mutata. Non più, dunque, "la Fame orrenda sta" con il "ghigno su le labbra, con spalancate braccia" ad accogliere i poveri emigranti sui sospirati moli d'America, cantava nel 1883 il poeta Mario Rapisardi, catanese. Chi sbarca dal Treno del Sole, invece, lascia la durezza di una civiltà della penuria per imbattersi nella schiavitù della catena di montaggio che robottizza secondo romanzieri, poeti, saggisti gesti e pensieri.
L'emigrazione transoceanica ha lasciato tracce nella produzione culturale alta e bassa sia nazionale sia regionale. Non sono tracce cospicue rispetto all'imponenza del fenomeno, ma sicuramente hanno inciso nell'immaginario del paese soprattutto negli strati sociali più popolari. Famoso interprete di Pulcinella, il napoletano Antonio Petito nella commedia Palummella zompa e vola (posteriore di poco al 1860) accenna pateticamente allo zappatore indimenticabile protagonista di tante sceneggiate successive: ultimo eroe del genere il cantante napoletano Mario Merola costretto dalla miseria a lasciare la propria terra e andare incontro a un destino sconosciuto. Nel 1860 Edmondo De Amicis verseggiò mediocremente la scena del "distacco" dal "patrio suolo" e nel 1889 pubblicò un classico dell'epica migratoria Sull'Oceano che avrà grande successo e farà scuola (come già era accaduto con il racconto "Dagli Appennini alle Ande" in Cuore, 1886).
Un'altra prospettiva l'emigrante ritornato in patria, le accoglienze ricevute sono il punto focale del poemetto di Giovanni Pascoli, Italy, dove alcune parole del "povero inglese de' miei personaggi", dice il poeta, "sono da loro accomodate a italiane" nell'eloquio degli emigranti appena tornati a casa, in Lucchesia, da Cincinnati, Ohio.
La nave che molla gli ormeggi e la povera gente ammassata nella stiva sono fra le visioni più concitate di una commedia in quattro atti dell'onorevole Vincenzo Morello intitolata La flotta degli emigranti (1907) che firmava i suoi articoli polemici con lo pseudonimo Rastignac. Anche Pirandello volle cimentarsi con la "triste istoria" mescolando emigrazione e follia nel racconto L'altro figlio (1905), poi rielaborato nel 1923 in un atto unico poco felice. Più tardi, dopo un viaggio in America, nel 1936 scrisse tre racconti ambientati nella New York degli immigrati italiani. Attore straordinario, qui anche in veste di drammaturgo prebrechtiano, con Scalo marittimo (1918) Raffaele Viviani compose per il teatro un quadro sofferto e partecipe degli emigranti in partenza dal molo napoletano dell'Immacolatella. La Calabria e l'America furono i poli geografici del romanzo Emigranti (1928), autore il calabrese Francesco Perri.
Intanto la musica leggera e il varietà divulgavano il mito nostalgico dell'emigrante: qualcuno ricorderà Santa Lucia luntana, del 1919, la canzone di E.A. Mario assurta a inno dell'emigrazione meridionale: "Partono e bastimenti/pe' terre assaje luntane.../Cantano a buordo:/so' Napulitane!/Cantano pe' tramente/'o golfo già scumpare,/e a luna, a miez' ô mare,/nu poco e Napule/lle fa vedè./Santa Lucia!/Luntana a te/quanta malincunia!". E via cantando... Così, nel Trevigiano, un anonimo alza la sua voce con rabbia e speranza: "Anderemo te la Merica/a catar le mericane/e ste poere tagliane/le se cogna sbandonar./Vu altri siori cavé i guanti/e andé te i campi a laorar!".
Anche il cinema pagava il suo tributo: in mancanza di un Charlie Chaplin nostrano, ci pensò il piemontese Giovanni Pastrone, regista del kolossal Cabiria, ad affidare a Ermete Zacconi, gloria istrionica dei palcoscenici nazionali, il ruolo di protagonista nel breve film L'emigrante (1915). E che paragone con The Immigrant (1917) recitato da Charlot...
Al filo storicizzante che lega insieme questi segmenti di una "autobiografia della nazione", tasselli di una antropologia artistica dell'emigrante proletario oggetto anche di saggi e inchieste si aggiunge ora la pienezza narrativa di Vita, il romanzo di una scrittrice che già nei precedenti Il bacio della Medusa (1996), La camera di Baltus (1998), Lei così amata (2000) aveva dimostrato e adesso soprattutto lo conferma di muoversi a suo agio nei meandri della Storia, e della cronaca che diventerà Storia, intreccio di passato e presente. Tra realtà e fantasia, Vita è un impasto di destini individuali e fenomeni collettivi: come se la Mazzucco, sagace nipotina manzoniana, avesse meditato con attitudini postmoderne sulla questione che molto interessava l'autore dei Promessi Sposi, e cioè il rapporto romanzesco tra fatti realmente accaduti e invenzione letteraria.
Non vorrei forzare troppo questo richiamo al Grande Lombardo, né sono al corrente di quanto Manzoni ci sia nei teoremi estetici della Mazzucco. Non sfugge però al lettore che i due giovanissimi protagonisti del suo romanzo (Vita, sorriso "furbo e impertinente", "smorfia scugnizza"; Diamante, occhi azzuri, gracile, furbo, orgoglio da vendere) manifestino subito un particolare sentimento reciproco che via via diventa passione amorosa, trasporto erotico. Precocemente si giurano una esistenza comune, desiderano un matrimonio che mai si realizzerà, ostacolato da traversie d'ogni genere e da una evoluzione negativa del loro rapporto.
D'accordo, nulla a che fare con Manzoni, eppure qualche latente suggestione il lettore l'avverte: forse in virtù di quell'innesto tra destini individuali e fenomeni collettivi così bene amalgamati dalla Mazzucco; forse per quella acerba promessa di nozze scaturita da un impulso oscuramente biologico, da un'attrazione immatura che sembra quasi il risultato di una formula chimica. Un assoluto naturale di poetica intensità.
E sempre incorniciati nell'aura manzoniana questo azzardo che mi sono permesso segnalo almeno un flash lessicale della Mazzucco e una riflessione di Gianfranco Contini, autorità della critica e della filologia. Lampeggia in una pagina il calco (involontario?) di una espressione dei Promessi Sposi divenuta proverbiale. "Cichitto rispose", scrive la Mazzucco: e scolpisce manzonianamente il sì sciagurato del claudicante ragazzo Cichitto una "larva degli stagni" alle richieste di Agnello, il padre di Vita, che gli chiede di spiare gli incontri della figlia con Diamante. Lo sventurato ha risposto, ha tradito Vita: prezzo del tradimento, un coniglio.
In un memorabile saggio Contini affermava che la rivoluzione romantica, cioè "l'estensione del diritto di cittadinanza a tutti gli elementi della realtà", ha toccato "il suo punto estremo nell'esperienza pascoliana", definibile anche, con una "metafora di carattere politico", come "democrazia poetica: la quale, se non investe precisamente gli umili, investe almeno le cose umili". Si tratta di una "democrazia letteraria e linguistica che nella cultura italiana reca innanzi tutto la firma del Manzoni". Una firma "che conferisce dignità di rappresentazione ad anime e situazioni in tutto neglette fin qui, e deputa un tono assolutamente inedito ed elementi linguistici assolutamente inediti a incarnare la presa di coscienza di questa nuova voce". Gli emigranti di Vita, umili come il loro bagaglio di cose, come l'angustia dei luoghi da cui provengono e in cui vivono, soccombenti o resistenti al frastornante cinemascope del Sogno Americano, sono esemplari politici oggi insoliti nella nostra narrativa di democrazia letteraria e linguistica.
In questo affresco gremito di dettagli, dove ogni frase ha una impressionante densità di azioni, immagini, pensieri, la Mazzucco racconta senza indulgere al bozzettismo crepuscolare d'antan una scheggia dell'epopea migratoria italiana in America intessuta di eroismi quotidiani, dedizione al lavoro, criminalità sciolta e organizzata, solidarietà benefica, delitti spietati; la storia della sua famiglia poiché Diamante è il nonno paterno; fasi dello sbarco dell'esercito alleato nella baia di Minturno e a Nettuno, le battaglie con le truppe tedesche attestate sul Garigliano; momenti della propria biografia e l'impulso che a Washington, dove era andata nel 1997 con un gruppo di scrittori, la spinge a ricercare documenti d'archivio, a lavorare sul materiale giornalistico d'epoca, a interrogare parenti tornata a Roma per sollecitare personaggi della famiglia a raccontarne le vicende in terra americana. Colmando lacune di memoria, scoprendo bugie, prolungando romanzescamente inizi di storie mai compiute nella realtà.
Aleggia di rado nelle pagine l'acre e soffocante odore della polvere che spesso, in certi romanzi, la zavorra documentaria e storicista trasmette al lettore offuscando la limpidezza e l'efficacia della prosa, rallentando gli ingranaggi narrativi. Vita invece fonde il documento nel racconto grazie al lievito dell'immaginazione, a volte isola il documento alla maniera di un cammeo per dargli una evidenza ancor più icastica, palpabile, espressiva. Così l'elenco degli emigrati italiani vittime di gravi incidenti sul lavoro, anche mortali, inserito nel contesto del romanzo acquista una dimensione di particolare emotività, una sequenza di lapidi verbali alla Spoon River, al di là della glaciale nomenclatura burocratica del regesto.
Nella mole del romanzo, nella sua cronologia frantumata per rappresentare quasi tattilmente i singhiozzi, i vuoti e i pieni, i bronci e le risate, gli andirivieni della memoria e le contraddizioni della Storia, l'economia narrativa è appesantita dalle parti in cui si parla del dono magico di Vita: spostare gli oggetti con il pensiero, farli riapparire. Affabulazione non proprio necessaria. Come la leggenda dell'antenato Federico Mazzucco, ufficiale dell'esercito piemontese, rabdomante.
Qualche macchinosa ridondanza incrina la solida struttura (a esempio la favola circassa del dio Lhepsch, p. 201) e qualche eccesso d'enfasi che rasenta il Kitsch ("Cicatrici di elettricità intarsiano le pareti della notte") offende la prosa robusta, animata dalle vibranti fiammelle etniche delle locuzioni dialettali, dalla capacità di restituire colori e sapori degli anni. Al dialetto (un misto di campano e laziale deformato poi, in America, nella Little Italy di Brooklyn, New York, dall'influsso dell'idioma Yankee), alle gergalità di vario tipo (sentimentale, lavorativo, delittuoso, teppistico, sessuale, mafioso), all'oralità confidenziale familistica o da strada, si accompagnano scaglie di linguaggio cólto (a esempio: "deterge"; "scintillio") o in dialetto desueto ("battigia") per arricchire il tessuto espressivo della prosa.
L'inglese accomodato a italiano, e l'italiano accomodato a inglese, sono assai frequenti nella polifonia dei Due Mondi che abitano le pagine di Vita: "fruttostando" non è un termine che scelgo a caso; in Italy di Pascoli c'è "fruttistendo", vale a dire spiega il poeta nell'accluso glossarietto fruitstand, cioè "bottega di fruttaiolo". Naturalmente l'alto valore onomatopeico del lessico italo-americano di Italy, in sintonia con l'imitazione fonetica che pervade i versi di Pascoli più intensamente fonosimbolici, è un punto di riferimento al quale associo in Vita sia le voci dialettali di patrio conio (per esempio "scramazzerebbe"; "abbascio"; "scazzimma"; "janara") sia la fusione ameritaliana ("Novarco" invece di New York; "polismen" invece di policemen; "grinoni" invece di greenhorn, cioè pivellino, zotico, citrullo).
Abile poi fino al virtuosismo è la Mazzucco quando dispone sul campo narrativo scene di guerra, magari ispirata da film del genere bellico, da cronache del tempo, cogliendone lo spirito strategico alla maniera di una fan del teorico prussiano Karl von Clausewitz. Ho detto del cinema, di cui è grande consumatrice fin da bambina, e che ha imparato a maneggiare praticamente negli anni trascorsi come allieva dei corsi di sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia: non a caso il suo stile ha il ritmo incalzante, stendhaliano, di una percettiva ocularità cinematografica. Tanto da far pensare che Vita, per i contenuti e per la struttura formale, sia un libro adatto a una trasposizione sullo schermo, e che potrebbe piacere a un regista come Martin Scorsese.
Ho accennato a dettagli dell'affresco, a motivi che ne hanno determinato la composizione. Ma è importante segnalare la molteplicità di registri che s'incrociano nella scrittura. Quello musicale, per esempio, che nasce dalla sonorità di certi accostamenti lessicali, o dalla effettiva presenza della musica soprattutto il melodramma italiano nei gusti dei personaggi. Corre infatti nel romanzo, sia in scene singole sia in scene di gruppo, una vena melodrammatica (anzi, una vena di quell'aggiornamento del melodramma che è il musical intarsiato di jazz) alla George Gershwin; e si ha la sensazione leggendo che nelle pagine improvvisamente animate per qualche sortilegio i personaggi meglio adatti alla bisogna eseguano coreografie alla Jerome Robbins, cantatine espressioniste alla Kurt Weil.
Altro registro importante è quello comico, evidente fin dall'inizio, quando Diamante, appena messo piede sul territorio americano, davanti ai funzionari della dogana è costretto a "calarsi le brache": indossa quelle di suo padre, "gigantesche, antiquate e logore, talmente brutte che non se le metterebbe neanche un prete". La mamma gli ha cucito i dollari nelle mutande e lui si vergogna di confessarlo mentre, nudo, si regge con la mano "la carruba infreddolita" (il sesso). Esilarante al massimo è la scena dell'estrazione di un molare cariato a cui si sottopone Agnello a Cleveland; il picaresco Strappadenti Senzadolore, nome d'arte dell'improvvisato odontoiatra, versione cialtronesca di un Dulcamara alle prese con molari e incisivi, carie e ascessi, ha un metodo di sinistra spettacolarità: impiega nell'intervento le Pinzette Tentatrici, scarti di bordello, cinque donne malridotte una sorta di Veline dell'epoca che si dimenano fino a quando il nastro legato ai fianchi di una di loro e al dente del paziente compie l'opera strappandolo dalla gengiva.
Il registro comico si tinge di grottesco, magari con una punta di macabro: Vita e Rocco, gorilla di un impresario di pompe funebri che si chiama Lazzaro Bongiorno (nome fin troppo beneaugurante per il suo mestiere), amoreggiano la sera negli uffici dell'impresa, luogo non proprio ispirato; Rocco obbliga Diamante, una notte, al cimitero, ad aprire la bara di un defunto per rubargli un orologio che non c'è. Il registro della violenza genera scene atroci, come il sanguinosissimo aborto spontaneo della giovane Lena, di origine caucasica, una delle Pinzette Tentatrici divenuta compagna-serva di Agnello, e il rogo del feto a cui Diamante, Vita e altri ragazzi di Prince Street danno un nome, Bambino; la ricostruzione quasi una diretta televisiva degli incidenti in miniera; e terribilmente violenta è la brutale punizione a cui Agnello sottopone Vita a causa dei suoi amoreggiamenti con Diamante: dopo averla picchiata con la fune di ferro del bucato, rinchiude la figlia in una gabbia per conigli alta sessanta centimetri lunga cento, e la tiene lì, al sole, piagata, riarsa dalla sete, digiuna, una notte e un giorno interi.
Questi registri, e altri di minore forza d'urto, percorrono tutto il romanzo: un carosello di figure dove si alternano scene corali e assolo. Magnifica per intensità e forza evocativa è la maratona di danza in una birreria sulla spiaggia di Coney Island, una domenica dell'aprile 1906, a cui partecipano Diamante e Vita, esausti vincitori. E chissà che non abbia influito sulla Mazzucco la suggestione di una maratona di danza a Hollywood nel 1930 raccontata in un romanzo di Horace McCoy (They Shoot Horses, Don't They?, pubblicato insieme a un altro suo romanzo da Einaudi nel 1956 con il titolo Ai cavalli si spara nel volume Le luci di Hollywood. Nel 1971 il romanzo diventò un film di Sydney Pollack con Jane Fonda, Michael Sarrazin, Susannah York proiettato anche in Italia con il titolo Non si uccidono così anche i cavalli?).
Dallo sfondo movimentato della coralità, per accentuare la verosimiglianza storica e lo spirito del tempo, vengono alla ribalta scelti e accortamente inseriti nella trama personaggi realmente vissuti come il tenore Enrico Caruso (chi è più amato di lui a Little Italy?) e un giovanissimo Charlie Chaplin alle prime armi in una compagnia teatrale in tournée americana. Ancora una dimostrazione di quanta vita scorra nel romanzo della Mazzucco, il cui titolo, Vita, ispirato al nome della protagonista Vita, rappresenta anche, simbolicamente, la vita descritta nel suo farsi. Insomma, Vita, con la sua determinazione, le sue magie, è la vita. E afferra la vita come una sparviera artiglia la preda.
Se dovessi stampare un'etichetta su questa opera della Mazzucco, con tutti i rischi connessi alla riduttività di una definizione, direi che Vita è un Bildungsroman, un romanzo di formazione costruito almeno su tre livelli, intessuto con elegante sobrietà e leggerezza emblematica di personaggi-feticcio, di oggetti-talismano, che ne intensificano la temperatura simbolica senza scadere in compiaciuti simbolismi.
Al primo livello c'è la sfida vincente o perdente dell'etnia italiana che tenta di radicarsi nel melting pot, il crogiuolo nel quale l'America anzi "la Merica", come la chiamavano gli emigranti ha costruito la sua identità di Stato multietnico. Ed è appassionante seguire i percorsi formativi mentali e sociali, familiari e professionali, privati e pubblici, integrati e devianti, di questa educazione raccontata, quando è il caso, ad altezza di bambino: come se gli occhi di Vita e Diamante fossero una cinepresa che filma le proporzioni delle persone, del mondo, dal loro punto di vista.
Al secondo livello, strettamente autobiografico, la Mazzucco tesse il filo di una coscienza che scopre via via la parte americana delle radici di famiglia, le reazioni che lei stessa e altri parenti hanno avuto. Cresce in lei una inaspettata epifania dell'America (e di se stessa) ormai carnalmente assimilata e di cui questo libro costituisce un atto terapeutico per cancellare la linea d'ombra che la scrittrice aveva dentro di sé. Persino inconsapevolmente. E in questo atto di liberazione, di autopedagogia, campeggia la figura del padre, Roberto, figura importante nei processi formativi della figlia. Anoressica in gioventù come confessa nel romanzo, in questa tumultuosa e documentata appropriazione dell'America e di tutta la vita che le appartiene anche nelle propaggini italiane, la Mazzucco sembra volersi risarcire di tutto il cibo la vita che per anni ha rifiutato. Non è, anche questo, un processo formativo?
Al terzo livello agisce, tra scomparse e ritrovamenti, la passione amorosa che lega Vita e Diamante in un processo di educazione reciproca. L'incubatrice simbolica dell'amore è la scialuppa di salvataggio del transatlantico Republic: nel viaggio verso New York (raccontato due volte, all'inizio e alla fine del romanzo) in quella scialuppa, culla di un progetto di rinascita, passano la notte per non essere separati come vogliono i regolamenti di bordo negli alloggi più infimi destinati agli emigranti. "Stavamo rannicchiati sul fondo della scialuppa", ricorda Vita; lui, Diamante, "combaciava con le mie linee, aderiva alla mia schiena. Ho scoperto quella notte come due corpi si completano, e divisi sembrano mutilati".
Ventre materno, rifugio protettivo per chi, in giovanissima età, è costretto a lasciare casa, affetti, patria, quella scialuppa adibita al soccorso dei naufraghi è anche la promessa di una salvezza. E questa salvezza, che molto conterà nella storia dei due emigranti di Tufo, è la conquista del linguaggio, strumento fondamentale per comunicare, per apprendere, per crescere. In tutto il romanzo la conquista del linguaggio, cioè l'idioma americano, è spasmodicamente desiderata da Vita, analfabeta, che s'ingegna a impararlo leggendo da sola un sussidiario altro talismano ora accettando ora rifiutando di andare a scuola. Quasi inesplicabile, tanto rudimentale quanto fiabesco, il suo primo atto da scrivente, lei analfabeta, sotto gli occhi di due sospettosi poliziotti: Vita si serve di un bastoncino ancora un talismano raccolto in una pozzanghera per tracciare sulla terra di Central Park l'indirizzo ("18 Prince Street") dove abita il padre. Lei e Diamante sono stati derubati da un ambulante italiano, la prima notte del loro arrivo a New York, mentre dormivano nel cantiere di una casa in costruzione.
Grazie alle parole di cui caparbiamente si sarà impadronita un logos globale, una chiave per aprire tutte le porte Vita diventerà a New York una ricca imprenditrice. Suo figlio Dy, 23 anni, arruolatosi volontario nella Quinta Armata, sbarcherà in Italia con i gradi di capitano dell'esercito USA: andrà alla ricerca di qualche parente, a Tufo, e a Roma di quel Diamante che avrebbe voluto sposare sua madre.
Ma sono mondi che ormai non s'incontrano più: la Storia "una galleria di quadri in cui ci sono pochi originali e molte copie" (Alexis de Tocqueville) ha scavato un abisso in quelle cellule, anche se di tanto in tanto le radici fanno sentire il rintocco del sangue. Vita è riuscita a non rimanere imprigionata nella condizione atavica che la Mazzucco riassume quasi in uno slogan donmilanesco: "I maschi conoscono molte più parole delle femmine, e molti più gesti". Una condizione che Vita ha immediatamente percepito con la sua mostruosa capacità intuitiva. "Inesorabilmente bambina aveva qualcosa che mancava a tutte le altre femmine del quartiere: le parole. La prima cosa è dare un nome alle cose. Così sai sempre dove sono. Se non lo sai, non puoi cercarle
La domenica, per esercitarsi
[lei e Diamante] leggevano le insegne delle botteghe. La città si rivelava", quasi abitassero inconsapevolmente i versi di La passeggiata, tra le più animate poesie di Aldo Palazzeschi, metafora della modernizzazione urbana.
L'appassionante, testarda presa di possesso della nuova lingua ha un'altra faccia: la conquista del linguaggio procede insieme alla scoperta, anzi, alla conquista del sesso. Bellissima intuizione che si riverbera in tutto il romanzo. Diamante capisce che quelle parole di una lingua ignota saranno indispensabili per sopravvivere alla durezza dell'American way of life. Chiede a Vita di insegnargli tutto quello che lei apprende. Per ricompensa di ogni parola nuova che Diamante imparerà, Vita gli chiede un bacio. La parola diventa carne, la carne parola: i loro corpi, finalmente, cominciano a parlare anche il linguaggio dell'eros. "Le parole erano state sempre la loro moneta": Vita ne ha fatto tesoro, Diamante no. Perché la sua esistenza in America, dice la Mazzucco, era "stata risucchiata dalle parole che la ricordavano, e insieme la travestivano per sempre".
Diamante si accorge, pensando a quella ragazza "amata, odiata, amata", che "la parola non è la vita". L'ultima notte d'America che trascorre con lei, in un albergo la rivedrà ancora una volta in Italia, inutilmente lascia a Vita "il ragazzo che è stato e l'uomo che non sarà mai. Perfino il suo nome". Ma le parole, quelle parole che ha imparato in America, quelle parole che si è detto con Vita, Diamante le mette in valigia, "le porta via con sé". Sono ormai soltanto la scorza nostalgica di un amuleto privo di senso. L'impronta verbale di un fallimento. Una lancia spuntata. Quelle parole sono diventate Vita, il romanzo di Melania G. Mazzucco: ma si sono trasformate, grazie alla sua scrittura, in letteratura. E anche la letteratura è vita.
ENZO GOLINO scrive per L'espresso, la Repubblica, Kataweb Libri e altre testate. Il suo libro più recente è Sottotiro. 48 stroncature (Manni, 2002).
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