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Asor Rosa profeta
EUGENIO SOMAINI
ALBERTO ASOR ROSA, La guerra. Sulle forme attuali della convivenza umana, Torino, Einaudi, 2002, pp. 239, Euro 13,00
Il libro recente di Asor Rosa La guerra raccoglie alcuni scritti già pubblicati, in volume o su giornali, nel 1992 e nel 1999, riguardanti rispettivamente la guerra del Golfo e quella contro la Serbia e per il Kosovo, e altri nuovi consistenti in una breve introduzione dal titolo "Una potenza umana smisurata", una prefazione dal titolo "Parlar prima Prefàzio, Profàzio, Profezía", una serie di scritti successivi all'11 settembre e un epilogo dal titolo "Parlar dopo Epi-logo". I tre gruppi di scritti più recenti sono quelli più interessanti, sia per la loro novità, sia per quanto rivelano della posizione generale dell'autore.
Il primo, giocato sull'assonanza e sulla comune radice etimologica di prefazione e profezia (nel suo triplice significato di "parlare prima", "parlare davanti" e "parlare per conto di"), può sembrare a prima vista un modo intelligente e accattivante di intitolare una normale prefazione; esso è molto di più in quanto definisce sia il ruolo che Asor Rosa si attribuisce, sia l'apparato concettuale su cui tutto il discorso successivo si fonda.
Il profeta è l'autore stesso. Chi abbia visto sabato 18 gennaio la trasmissione L'infedele condotta da Gad Lerner e centrata appunto sul libro di Asor Rosa, e ricordi come a un certo punto l'autore abbia accusato il conduttore di averlo "indicato" come un possibile bersaglio, non può fare a meno di pensare al passo in cui si parla di un profeta che viene di norma "perseguitato, malmenato, esiliato, sospettato e trucidato". Incuriositi da questo approccio si è portati a domandarsi cosa c'entri la profezia con il tema di cui Asor Rosa si occupa e in che senso egli si consideri un profeta. La risposta è che il profeta è colui che "s'oppone costituzionalmente all'universale menzogna, che coincide di volta in volta con la verità dei più forti". Un'ulteriore precisazione del concetto di discorso profetico si ha per contrasto attraverso il riferimento a quello che rappresenta "il "genere letterario" esattamente contrario alla profezia [e cioè] l'apologia, che
si limita a esaltare l'esistente". Tra questi due "generi letterari", secondo Asor Rosa, tertium non datur.
A prima vista, l'affermazione sembra strana in quanto ci si può domandare dove si collochi, per esempio, l'analisi scientifica, o più modestamente la ricerca critica, che pure esistono e che dovrebbero essere parenti della profezia, per la loro aspirazione a prevedere e spiegare, e soprattutto per la loro avversione alla menzogna. In realtà non è così per Asor Rosa, che in proposito è lapidario: "la previsione scientifica, che è un fattore essenziale della riproduzione sistemica, sta più dalla parte dell'apologia che della conoscenza. Gli scienziati (anche gli scienziati sociali, o tanto più questi) fanno parte dell'establishment, attingono alle medesime fonti di sostentamento".
Alla luce delle definizioni che abbiamo riportato di profezia, apologia e scienza, il senso della prefazione può essere riassunto in prosa più dimessa nei seguenti termini: il profeta si oppone alla menzogna (si noti il singolare); per fare ciò egli non deve troppo impegnarsi in un'analisi della realtà, o anche di quanto su di essa affermano o scrivono gli altri (se la menzogna è unica e totale non vale la pena di preoccuparsi troppo dei dettagli), perché questo significherebbe avanzare pretese di scientificità, attingere alle risorse dell'establishment e quindi portarsi di fatto sul terreno dell'apologetica.
Nella stesura di questo volume Asor Rosa, che è certamente uomo di vastissime letture, si è attenuto scrupolosamente al suo ruolo profetico e ha utilizzato solo tre libri, uno giornalistico di Gianni Riotta sull'11 settembre, uno di taglio profetico di Giulietto Chiesa sulla Guerra infinita e uno apologetico di J.S. Nye sul "paradosso della potenza americana" (ma l'ispirazione fondamentale l'ha certamente ricavata da Impero di Antonio Negri e Michael Hardt). Ci si può domandare come si faccia leggendo così poco e occupandosi così poco di fatti e circostanze concrete a individuare la menzogna da combattere. La risposta è immediata: la menzogna è "la verità dei più forti", è tutto ciò che viene dal potere. Poiché la verità dei più forti è in fondo la forza stessa che si autoproclama, per il profeta risulta sufficiente individuare quale sia la massima concentrazione di potere (quella che esprime la menzogna nella sua forma più pura o suprema) e opporvisi. Tutto quello che viene da quella fonte è menzogna (unica e al singolare) e sarebbe in fondo una pedanteria e una perdita di tempo attardarsi troppo a esaminare e confutare le singole tesi o affermazioni.
Malgrado il tono alto, non sembra che i requisiti della profezia siano particolarmente severi e in effetti la letteratura profetica pullula sugli scaffali delle librerie e le voci profetiche si moltiplicano nei luoghi pubblici e nei salotti privati. Balza alla memoria quella scena del film Brian di Nazareth dei Monty Python in cui a ogni angolo del mercato ci sono profeti che formulano vaticini stravaganti.
Le parti seguenti del libro sono in fondo coerenti con la premessa metodologica della prefazione. Pur senza riuscire a evitare del tutto qualsiasi riferimento a fatti o circostanze concrete, il tono profetico non viene mai meno e la lotta contro la menzogna conserva incontaminata tutta la sua purezza. Alcuni punti meritano tuttavia di essere esaminati con una certa attenzione.
Il primo riguarda il terrorismo. A questo proposito Asor Rosa dichiara di assumere "come punto di partenza del [suo] ragionamento l'ipotesi più probabile (che è anche la più vulgata), e cioè che si tratti di terrorismo islamico", aggiungendo tuttavia che "nessuno ha potuto dimostrare, in termini rigorosamente tecnico-giudiziari che lo sia e a questo punto è lecito dubitare che si possa anche in futuro arrivare a una risposta inequivoca". Si noti il carattere sottilmente insinuante dell'argomentazione. Asor Rosa si sente talmente forte che è anche disposto ad accettare l'ipotesi che i terroristi siano islamici. Lo fa tuttavia con una certa condiscendenza e fastidio, suscitando nel lettore il timore di essere sciocco se prende troppo sul serio un'ipotesi "probabile" e "accettata dalla vulgata" (due termini che alla luce della prefazione immediatamente evocano rispettivamente la scienza e l'apologetica e hanno quindi già il sapore della menzogna).
Il fatto essenziale è che d'ora in avanti avremo "guerre anomale, asimmetriche, imponderabili
[che] non sapremo più
come si aprono, perché si aprono, chi le apre, contro chi, nell'interesse di chi e, forse, fra chi realmente si combattono". Alcune di queste caratteristiche delle guerre che si prospettano sono effettivamente presenti e sono state già sottolineate da molti (compresi gli apologeti), il fatto significativo tuttavia è che Asor Rosa non ci dice che abbiamo di fronte una realtà complessa e difficile da interpretare (e per affrontare la quale dobbiamo fare ricorso al massimo di prudenza e di acume critico), ma che qualsiasi tentativo di interpretarla è non solo vano, ma addirittura sospetto (di apologia del potere).
Una volta accettata, bontà sua e solo per ipotesi, la pista islamica, Asor Rosa paragona il terrorismo alla guerra partigiana, una forma di "guerra partigiana in tempo di pace" (un termine che dal contesto egli sembra ritenere applicabile non solo ai dirottatori dell'11 settembre, ma anche alle azioni delle truppe serbe in Kosovo). Il sospetto, sorto per un attimo e rafforzato dall'evocazione dell'immagine "della lotta fra Davide e Golia", che Asor Rosa provi simpatia per il terrorismo viene fugato poche pagine più avanti: si tratta di "una guerra partigiana che, invece di regredire agli strumenti più tradizionali del terrore individuale, ha adottato tecniche, capacità di comunicazione e disponibilità finanziarie assolutamente tipiche dell'Impero. Più che un Nemico, una Visione speculare, ovviamente rovesciata". Riassumendo con parole nostre, i terroristi non sono così buoni come a un occhio ingenuo potrebbe sembrare, rappresentano anch'essi un aspetto del potere imperiale; certo non sapremo mai con certezza chi sono e cosa vogliono, perché sono invisibili (qui il profeta ci si rivela nella sua semplice umanità, quel che non vede non vede, ed è forse anche un tantino miope), sappiamo però che sono l'espressione complementare di qualcosa di ben visibile e cioè il potere americano. La nostra battaglia e il nostro impegno contro il terrorismo non sono ostacolati dall'invisibilità del nemico e possono benissimo esprimersi attraverso un'opposizione assoluta agli USA.
Un secondo punto riguarda Israele. Asor Rosa dichiara "dato storico, difficilmente contestabile
[che] lo Stato d'Israele ha rappresentato il risarcimento concesso al popolo ebraico dall'Occidente per il più mostruoso dei crimini da questo commessi ai suoi danni nel corso della sua lunga storia, ossia l'Olocausto" e prosegue dichiarando "tipico che la realizzazione di questo risarcimento si sia anch'essa verificata ai danni di un "soggetto altro", il popolo arabo". Quest'affermazione contiene un'inesattezza (in fondo perdonabile perché i profeti non guardano al passato), in quanto la Dichiarazione Balfour, che diede vita al nucleo di quello che diventerà poi lo Stato di Israele, è del 1917 e precede quindi di molto l'Olocausto e l'ascesa al potere del nazismo.
Asor Rosa è disposto a perdonare la nascita di Israele e ad ammetterne la sopravvivenza: "non si può
reagire alla violenza con la violenza e pretendere che all'ingiustizia della fondazione dello Stato d'Israele faccia seguito l'ingiustizia della sua eventuale distruzione e cancellazione oggi [sic! e domani?]". Il punto tuttavia è un altro: ciò che non si può perdonare è il fatto che gli ebrei (almeno quelli di Israele, ma temo anche molti altri) hanno per così dire venduto l'anima. "L'ebraismo è stato aiutato dall'Occidente a sopravvivere e a risollevarsi, dopo l'ignominia nazista, ma in cambio gli è stato chiesto di "conformarsi" all'Occidente. E l'ebraismo vi ha acconsentito, perché il destino della violenza e della forza, il germe costitutivo del "principio di dominio" non consente alternative
Dopo duemila anni di distinzioni e diversità l'ebraismo si è identificato nell'Occidente
e dell'Occidente ha assunto metodi, tecnologie e valori
Da razza deprivata, perseguitata e decisamente "diversa", è diventata una razza guerriera, persecutrice e perfettamente omologata alla parte più consapevole e spregiudicata del sistema occidentale". Se l'Occidente è il nemico da battere, e probabilmente votato alla catastrofe, anche Israele non può stare tranquillo e ritenersi innocente (si tratta ovviamente di una profezia e non di una minaccia). Venendo a questioni più immediate e concrete Asor Rosa ritiene che i tentativi di pacificazione tra israeliani e palestinesi passino attraverso l'integrazione anche di questi ultimi nel sistema e nei valori dell'Occidente: "risolvere la questione palestinese si potrebbe soltanto se i due contendenti accettassero a questo punto di entrare a far parte insieme dell'ordine imperiale, ambedue riconoscendone la superiore autorità e legittimità, il potere di arbitrato e, più o meno esplicitamente, la forza vincolante del modello". Una prospettiva che a molti potrebbe sembrare rosea, ma che sulla bocca del profeta suona più come una condanna (è questo forse il senso dell'implicito accenno al domani contenuto nel passo citato sopra) e alla quale certamente i kamikaze di Hamas si oppongono.
L'ultimo aspetto che ci interessa mettere in luce riguarda il ruolo che il profeta riconosce ai discorsi di quanti sono in qualche modo coinvolti nell'Impero (e cioè tutti, lui compreso, come certamente non avrebbe difficoltà ad ammettere). A questo punto il tono della profezia si fa veramente biblico (salvando a suo modo quella tradizione che l'ebraismo avrebbe rinnegato per un piatto di lenticchie): "La situazione andrà peggiorando. Si parlerà sempre meno; e quel che si comunicherà sarà sempre più dubbio, incerto, contestabile, ambiguo (anzi, equivoco). Bocche cucite; oppure non si potrà più credere a nulla e a nessuno. L'ultima perversione del mondo globalizzato potrebbe consistere nel governo universale della menzogna".
Mentre si ascoltano queste parole ai nostri occhi si verifica un sorprendente coup de théâtre, con il profeta stesso che sembra assumere i tratti del mostro che sta denunciando. L'Impero vuole forse rendere uguali e ugualmente falsi tutti i discorsi? Non si preoccupi, il profeta lo rassicura al riguardo! La condanna sembra non ammettere scampo e riguardare non solo tutti i libri che oggi vengono scritti, ma anche, preliminarmente, quelli che verranno scritti in futuro (compresi quelli che potrebbero scrivere le scimmiette di cui parla Russell se avessero una macchina da scrivere e un tempo sufficientemente lungo).
EUGENIO SOMAINI insegna Politica economica all'Università di Parma. Recentemente ha pubblicato: Equità e riforma del sistema pensionistico (Il Mulino, 1996); Scuola e mercato (Donzelli, 1997); e Uguaglianza Teorie, problemi, politiche (Donzelli, 2002). Sta lavorando a un volume su "La cittadinanza".
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